venerdì 8 maggio 2026

I GIORNI DEGLI AMARYLLIS

 

Come ogni anno, questi sono i giorni degli Amaryllis, fioriti nell’intensità di un rosso che sembra velluto, rigogliosi in pochi giorni e per pochi giorni, poi di ritorno nel riposo dei loro bulbi fino alla prossima chismata alla fioritura.
Ho una storia per me tenera legata agli Amaryllis. Correva l’anno 1987 e con Roberto abbiamo deciso e compiuto una piccola impresa che da un po’ meditavamo: il Coast to Coast degli Stati Uniti, los Angeles - New York, diecimila chilometri di cieli americani.
Al ritorno, felici e piuttosto gasati, drogati da tutta la bellezza che avevamo incontrato, facciamo tappa all’aeroporto di Amsterdam, Schipol, e lí vediamo un bulbo di Amaryllis decisamente enorme, come mai ne avevamo visto uno. Ci ricordiamo che la mamma di Roberto, l’amorevole Bianca dal pollice verdissimo, amava molto gli Amaryllis e decidiamo di portarle a casa in regalo questo enorme bulbo. 
Gli Amaryllis della foto sono tutti figli di quel bulbo (mi sembra che qualche altro esemplare popoli il giardino di qualche amico) e di quel piccolo gesto d’amore scelto quel giorno di tanti anni fa. Quando li guardo non posso fare a meno di pensare quanta storia della nostra vita si sia dipanata con loro muti testimoni (ma anche quel bulbo ha avuto una vita passata al fianco della nostra…)

venerdì 24 aprile 2026

25 APRILE

"Il 25 non è unitario per chi ancora rimpiange il fascismo. Non vedo cosa ci sia da rimpiangere nel 2026... dopodiché, se me lo permette, io vorrei rasserenare il Presidente del Senato: noi storici, ogni anno, ce li ricordiamo bene i militi della RSI. Ci ricordiamo bene cos'hanno fatto le brigate nere quando torturavano, ammazzavano, impiccavano, quando infierivano sui corpi dei vecchi e dei bambini.

Io ho fatto parte di una commissione che ha censito circa 5800 casi di stragi in Italia. Abbiamo lavorato sulla documentazione che era stata occultata illegalmente, a proposito di apparati deviati dello Stato e a proposito di apparati occulti, nel famoso armadio della vergogna.

Quelle carte ci dicono che noi siamo il paese delle stragi nazifasciste. 

Quindi se nel 2026, nell'ottantesimo anniversario della Repubblica italiana nata dalla lotta antifascista che è durata vent'anni in questo paese. Non è iniziata con l'8 settembre (ovvero la fine dell'alleanza tra Italia e Germania e la resa incondizionata del Regno d'Italia agli alleati, ndr): è iniziata con Pertini che si era fatto la galera, con gente mandata a marcire al confino.

Si rimpiange ancora le frasi del vecchio e caro Giorgio Almirante, che diceva "ma che dobbiamo festeggiare?"... è un problema suo se lo fa in casa sua, è un problema nostro se quelle parole le pronuncia da Presidente del Senato e seconda carica dello Stato".

(Michela Ponzani, storica, Otto e mezzo)

Di mio, sottolineo che tutti i morti, specialmente quelli morti giovani, devono essere onorati, ma che è chiaro, nel giorno della Liberazione, chi era dalla parte giusta della storia e chi dobbiamo celebrare.

martedì 21 aprile 2026

“AGRARI PER SEMPRE” 2

 Lo scorso fine settimana i due (baldi?) vecchietti sono andati a vedere un bel film francese Il caso 137, originale e molto ben interpretato. A un certo punto c’è una scena tra la protagonista e i suoi anziani genitori in cui, come da stereotipo, la vecchia sposa si lamenta con la figlia del marito “Guarda è davvero cattivo e insensibile, pensa che uccide le povere talpe del giardino a colpi di badile, con un colpo di badile sul collo”. La figlia commenta sulla crudeltà di questa azione. 

A quel punto sento mugugnare di fianco a me l’agrario irredimibile della famiglia “Beh, certo, è ovvio, le talpe fanno i buchi nel giardino bisogna ammazzarle!”. Agrari per sempre.

domenica 19 aprile 2026

I "SEGRETI" DEGLI ADULTI

 Oggi dialogo Whatsapp nella chat di famiglia;

ANNA: Fase domande esistenziali è cominciata, qualche esempio della settimana: perché gli uomini costruiscono le case? Perché esistono i gabinetti? Perché gli uomini hanno una pancia? Da dove nascono i cani? E via dicendo 😂

LUIGI: oh shit!! buona fortuna 😁

IO: La più facile è perché esistono i gabinetti, secondo me

ANNA: Perché mi chiamo Olivia? Perché ti chiami Anna?

IO: Scusa, ci puoi elencare le tue risposte?

Qui il dialogo sul tema si è interrotto, deviato su altri pensieri. Peccato! avevo chiesto le risposte di Anna per portare avanti un piccolo bel ricordo. Avrei argomentato che dovevamo sapere le risposte che ognuno di noi  aveva dato per coordinarle, visto che mi sono ricordata di Gigi quando era anche lui nel periodo delle domande, che continuava a fare - le stesse domande - sia a me che a suo padre che all'Anna (allora quindicenne). Quando l'abbiamo scoperto abbiamo ipotizzato che partisse da un pregiudizio: secondo noi pensava che non gli dicessimo tutta la verità, che ci fossero dei segreti "da adulti" che tenevamo per noi, e quindi verificava le versioni di tutti. 

Era bello, era tenero. Ora è il momento di Olivia..

mercoledì 15 aprile 2026

IL COMPLOTTISTA CHE È IN ME

 Michele Serra, martedí 14 aprile 2026, OK BOOMER, Il Post

La mia teoria del complotto

Il complottista che è in me (in ognuno di noi) è sempre stato molto poco influente. Direi inoffensivo. Recluso dentro una solida gabbia di certezze politico-culturali e, direi, anche umane: né la società né la vita individuale sono spiegabili con formulette semplici. Nessun “complotto” basta a spiegare nulla. La famosa complessità (ogni avvenimento, ogni gruppo umano, ogni persona è il prodotto di un insieme di cause e di circostanze) è, per me, una certezza.

Chi ragiona – penso – si imbatte continuamente in nuove complicazioni e nuove sfumature. La vita è prevalentemente grigia, dividerla in zone solo bianche e solo nere può dare l’illusione di saperla leggere, ma è appunto un’illusione.

Va detto, però, che in questo periodo il complottista che è in me si sta prendendo qualche piccola rivincita. È sempre in catene, ma lo sento sogghignare alle mie spalle, e nelle notti di luna piena ulula: «avevo ragione ioooooooooooo…». Qual è la novità? Che cosa è accaduto, che possa averlo ringalluzzito?

Si è fatta strada l’idea che il nostro destino, il destino di tutti, sia nelle mani di pochi potenti, alcuni dei quali sciocchi e malvagi. E non è un’idea facile da digerire. Chi dice che è sempre stato così trascura di considerare che per un paio di secoli, su per giù l’ultimo e il penultimo, si era dato per acquisito il fatto che la politica e i destini del mondo fossero una faccenda collettiva: irriducibile all’arbitrio di qualche manciata di potenti.

La democrazia, il socialismo, il suffragio universale, l’opinione pubblica, la borghesia, il proletariato, i movimenti di massa, i partiti politici: non singole persone, ma soggetti composti da moltitudini di uomini e donne erano gli artefici del futuro.

Il momento storico, da questo punto di vista, è micidiale, spietato nell’escludere anche la sola ipotesi che esista un “noi” (o un “loro”) in grado di determinare gli avvenimenti, e di contrastare il dominio di minuscole lobbies con uno smisurato potere: Trump ne è l’espressione perfetta. Anche Putin, certo, ma nessuno ha mai pensato alla Russia come a un punto forte della democrazia. Tutt’altra è la storia dell’America.

Trump parla, e bombarda, come se niente e nessuno potesse interferire nel suo daffare e nei suoi affari. La cerchia ristretta dei suoi serventi (il genero immobiliarista che tratta gli assetti del mondo: ma vi rendete conto?) non vale che come conferma del suo potere. Che possa esistere uno scarto, anche minimo, tra i suoi interessi personali e quelli del suo popolo (tra l’io e il noi) è un dubbio che non lo sfiora. Quanto all’umanità non americana, per lui è solo un fondale, uno scenario inerte nel quale il Demiurgo (lui) plasma il mondo a suo piacimento. Come i selvaggi nei film di Tarzan, i non americani sono solo comparse da stendere a sberle o a fucilate.

Non sono complottista, dicevo: ma se c’è un momento nel quale vacilla ogni solida e ragionevole visione della società e della politica come una faccenda collettiva, nella quale ognuno di noi ha una sua parte, è questo. Se qualcuno mi dicesse che il mondo è nelle mani di una cinquantina di famiglie dedite alla magia nera, o di una lobby transnazionale di tecnocrati manipolatori, non gli crederei, ma lo ascolterei.

Il me complottista ha rialzato la testa, sente di avere qualche possibilità in più di dare una risposta a un bel po’ di domande: dove diavolo è finita la democrazia? Da quando è morta l’idea che la società umana, rispetto all’era tribale, non possa che evolvere? Come è possibile che Trump sia presidente degli Stati Uniti, e Pete Hegseth, un invasato convinto di avere indetto la nona crociata (l’ottava fu nel tredicesimo secolo), sia capo del più potente esercito della Terra? Che Israele sia governato da nazionalisti allucinati, aperti persecutori dell’umanità non israelita? Che la Persia sia la preda contesa tra un regime di preti sanguinari e un impero straniero? Che la Cina del partito unico, tutto tranne che un modello di democrazia, improvvisamente ci sembri, se accostata all’America fuori di testa, un polo di moderazione e di equilibrio?

Ovviamente non ho nessuna intenzione di dargli retta, al complottista che è in me. Sono sicuro che non avrebbe una risposta convincente a nessuna di queste domande – anche se in ogni bar c’è un complottista che te lo spiega lui, come sono andate le cose, e pure come andranno. Ma devo ammettere che la strada per zittirlo si è fatta più stretta.

Per esempio: bisogna credere nella politica come mobilitazione di moltitudini, capaci di cambiare la storia e magari di migliorarla. Credere nel peso quotidiano che ogni nostra azione e ogni nostra parola mantengono, anche se sembriamo tutti foglie secche in balìa dello spostamento d’aria delle bombe. Credere – e qui fatico a scrivere, per quanto mi sembra azzardato – nella libertà e nella pace, nell’uguaglianza tra gli uomini, nelle carte che sono state scritte per regolare il diritto internazionale.

Insomma credere in cose che in questo momento sembrano, tutte insieme, legate in un mazzo rinsecchito e buttate nel fuoco della violenza e della sopraffazione. Quelle famose cose che, a dirle, come minimo finisci nel novero delle “anime belle”, che è l’eufemismo derisorio con il quale i cinici classificano gli illusi.

La prossima volta che andrò a trovare il mio complottista, recluso in una celletta severa ma confortevole del mio cervello, gli spiegherò, per l’ennesima volta, che non credo nella magia nera, nemmeno in Satana, nella Spectre, nel Grande Algoritmo. Credo, in compenso, in cose perfino più fantasmatiche e inverosimili (la democrazia, per dirne una) e dunque sono molto più illuso di lui. Ma conservo, per lo meno, un pezzo di ragionevole speranza.

Poi berremo insieme il solito bicchiere, alla salute del mondo. Ci tiene anche lui, alla salute del mondo, anche se preferisce fare il duro e non vuole ammetterlo.

martedì 14 aprile 2026

PS. ANCORA PICCOLI COMMENTI A MARGINE

 Stamattina ad Omnibus su la 7 ho ascoltato Vittorio Emanuele Parsi (ordinario di Relazioni Internazionali alla Cattolica) commentare le ultime uscite di Trump (sul Papa, in specifico) e, dopo un accenno che mi ha divertito (“avete notato che Trump ormai ha detto peste e corna di tutti i leader e sottoleader mondiali tranne che di Putin e Netanhyau?”) ha fatto una affermazione che trovo abbastanza iconica e molto calzante a ciò che accade “le persone pensano ormai che sia normale fare proclami dalla toilette invece di ricevere ospiti nel soggiorno di casa”. Perfetto, direi, niente da aggiungere.

Anche un’osservazione di Mario Giro (Comunità di Sant’Egidio) è davvero illuminante. “Steve Bannon disprezza i cattolici perché dice che sono dei globalisti, dimostrando in pieno la sua ignoranza, visto che la parola cattolico ha un etimo che significa universale”.

Intanto la gente continua a morire in molti modi…

lunedì 13 aprile 2026

PICCOLI COMMENTI A MARGINE

 Ho letto e ascoltato diversi commenti sulle elezioni ungheresi in cui il popolo ungherese, nonostante la povertà, l’isolamento, il controllo stretto di uno stato mafioso, la propaganda di Stato controllata da un cerchio di potenti, il popolo ungherese ha avuto la forza di ribaltare il tavolo e ha scelto l’Europa, ha scelto un po’ più di verità e realtà.

Alcune note a margine, piccole, su quello che ho ascoltato

- Molti commentatori insistevano su una tesi abbastanza convincente: dal rovinoso sovranismo di destra sta tentando di rinascere una destra più moderata, meno ideologica, più riconoscibile nel conservatorismo che nel fanatismo. La narrazione che accompagna Magyar è appunto questa, tutta da verificare, ma sostenuta da una montagna di voti che comunque Magyar dovrà tenere in conto. I commentatori, più di uno, insistevano che Meloni ha perso l’occasione per rilanciare l’impulso iniziale da cui era partita in cui sembrava voler collocare il suo partito e il governo italiano nel novero di questa destra - intento poi naufragato nell’abbraccio a Orban, a Vox, al trumpismo e alla loro apparente marcia trionfale oggi sgangherata e urlante, ma sostanzialmente perdente e quasi afona. L’elezione di Magyar secondo i commentatori era un’occasione che Meloni ha perso di sganciarsi dal trumpismo piccolo e grande e spingere sul consevatorismo, sostenendo Magyar. Quello che avrei voluto rispondere a questi commentatori è che Meloni è cresciuta ed è rimasta in quella radice politica, che ogni tanto tenta la cosmesi, ma non se ne può sganciare. Lei è un’esponente neofascista e sovranista e al dunque la rimane. Non ha quindi perso un’occasione - è che proprio non può mollare questo suo tratto distintivo.

- Un commentatore stamattina ad Omnibus, un ambasciatore, ha espresso esattamente il mio pensiero su ciò che è avvenuto in Ungheria. Che cosa sento? No, non gioia, tante sono le incognite legate ad un personaggio di destra, con un look recentemente rifatto, però provo SOLLIEVO. Sollievo di esserci liberati da un fascista con tratti criminali come Orban, testa di ponte di Putin in Europa, sollievo per un cammino europeo che si libera di una delle sue zavorre, una zavorra importante e non commisurata alla dimensione della rilevanza e del contributo che l’Ungheria può dare all’Europa. Sollievo per il popolo ungherese,  per Boroka, l’amica che Gigi ha incontrato in Messico e che è stata ospite anche a casa nostra, aperta, generosa e stupenda.

E per finire due perfidi commenti ancora più a margine. Il primo riguarda Vance e la richiesta di prenotarlo per venire a sostenere Meloni nella prossima campagna elettorale. Il secondo riguarda il mio personale plauso al presidente Trump adesso che abbiamo scoperto che ha fatto eleggere lui il nuovo Papa. Cavolo, quanto lavora quell’uomo! (E tenete conto che doveva anche far vincere le Olimpiadi alla squadra di hockey sul ghiaccio!)







domenica 12 aprile 2026

LA TREGUA

 

 La tregua 

la Repubblica – 10 aprile 2026 

Massimo Recalcati


Non è la pace e non è la guerra. Delude i falchi perché interrompe la violenza crudele della guerra, ma delude anche le colombe perché non ne segna davvero la fine. La tregua non è la pace poiché quest’ultima implicherebbe la cessazione definitiva del conflitto, la ricostruzione di un ordine, la possibilità che la violenza venga sostituita da una nuova forma di legame. La tregua, invece, non stabilisce mai nulla di definitivo. Accade nel mezzo della guerra e, dunque, non la può redimere, non la può lasciare alle spalle. Piuttosto la interrompe solo provvisoriamente. È una pausa, un varco incerto che si apre in un tempo sospeso. È troppo per coloro che vorrebbero proseguire la guerra e troppo poco per coloro che invece vorrebbero vederla terminare una volta per tutte. Ogni tregua può evolvere verso la fine della guerra o regredire alla sua ferocia. Essa porta sempre con sé una ambivalenza di fondo: è, nello stesso tempo, un sollievo e una minaccia, una preparazione possibile della pace e un ritorno altrettanto possibile della guerra. La caduta di Troia ci consegna una delle figure più inquietanti della falsa tregua. Conosciamo il racconto: gli achei escogitano, attraverso l’astuto Ulisse, una sospensione solo apparente della guerra. Lo stratagemma del cavallo di legno si offre come il segno del loro ritiro dalla guerra, della fine del conflitto, ma, in realtà, incarna il saccheggio e la distruzione definitiva di Troia. È una tregua che non prepara la pace ma il massacro totale. La tregua può diventare talora un inganno, una maschera. Non ogni tregua è finalizzata alla pace. Esistono tregue tattiche, manipolate, utilizzate per riorganizzare l’offensiva e perfezionare le proprie ambizioni di dominio. Esistono tregue che non sono tentativi di fermare la guerra ma di farla proseguire con altri mezzi. Quando questo accade, la tregua diviene un mero travestimento della spinta bellica alla distruzione. E, tuttavia, sarebbe un errore soffermarsi solo sulla dimensione della tregua come falsificazione di una volontà segreta di guerra. Esiste infatti anche un’altra tregua che comporta il ritorno alla legge della parola là dove lo scoppio della guerra l’aveva sconvolta e azzerata. Ogni guerra, prima ancora di uccidere i corpi dei soldati e dei civili, uccide la parola. In questa prospettiva, per quanto non sia ancora la pace, la tregua segnala la riapparizione della parola nella forma di una necessaria azione politico-diplomatica. L’imperativo militare è così costretto a cedere il passo alla tortuosità inevitabile della concertazione. La tregua comincia quando il nemico, pur rimanendo tale, ritorna a essere un interlocutore perché ritorna a condividere la dimensione umana della parola. È il movimento fragile, esitante, ma decisivo della tregua. La scelta compiuta da Primo Levi di titolare il proprio racconto dell’uscita da Auschwitz La tregua riflette il fatto che in gioco non era affatto l’illusione della liberazione senza resti dall’orrore, la riconciliazione finale con il mondo, un passaggio lineare dall’inferno del campo alla vita ordinaria. Piuttosto si scava un intervallo, quello della tregua, che non cancella l’orrore sebbene renda possibile un nuovo inizio. Un tempo intermedio e precario nel quale la crudeltà del campo aveva smesso di regnare in forma assoluta, senza però essersi del tutto dissolta. Il trauma, infatti, resta e non può essere dimenticato. Levi chiama questo tempo di mezzo tregua proprio per nominare lo statuto sospeso dell’esistenza dopo la catastrofe. Il male storico della Shoah non può terminare davvero con l’apertura dei cancelli di Auschwitz ma è destinato a proseguire nella memoria, nei sogni, nella fatica del ritorno alla vita. Questo significa che nessuna tregua può coincidere con un’innocenza ritrovata, perché è solo il nome fragile di una sopravvivenza che prova a ricominciare senza poter cancellare ciò che è stato. Per questo la tregua non è soltanto una categoria politica o militare, ma è una profonda figura dell’umano in quanto tale. È sempre un errore madornale pensare alla pace come a un ordine definitivamente compiuto. Dovremmo invece considerare la nostra vita collettiva in una condizione permanente di tregua. Solo in questo modo saremmo costretti a lavorare davvero per rafforzare le nostre iniziative politiche, culturali, sociali in grado di tutelare la pace dalla tentazione “umana troppo umana” della guerra. E, tuttavia, se proviamo a rifletterci, è proprio nel suo statuto incerto che ogni tregua custodisce una verità profonda che tendiamo invece a voler ignorare: il tempo della pace non è mai un tempo definitivo, ma porta sempre con sé la natura della tregua, dunque un tempo necessariamente sospeso. In ogni tregua la macchina della guerra si arresta ma nulla garantisce che si arresti davvero per sempre. Il nemico come oggetto d’odio e di ostilità resta tale. Dunque il rischio della ricaduta nella guerra è sempre incombente. Per questo non solo ogni tregua è più drammatica della pace, ma ogni pace è sempre di fatto una tregua nella spinta umana alla guerra di tutti contro tutti. Per questa ragione, essa non può mai assicurare un ordine stabile, immune dalla tentazione umana della guerra. Sicché la tregua non è solo un tempo sospeso nel mezzo di una guerra ma anche un tempo dove la pace dovrebbe essere alimentata di continuo, in modo attivo, così da evitare l’esplosione della guerra. L’esperienza della tregua ci ricorda che la nostra storia non procede mai per assoluti, ma solamente per passaggi instabili, per interruzioni, per aperture incerte. È questa la lezione più severa della tregua: non esiste nessuna pace davvero compiuta per sempre, non esiste un ordine assoluto della pace. Piuttosto, a essere permanente è sempre l’incertezza della tregua. Non ce ne siamo affatto accorti in questi ultimi decenni. È la nostra colpa più profonda. Abbiamo confuso la pace come un ordine stabile delle cose realizzato una volta per tutte quando invece la pace - ogni forma umana di pace -, dovrebbe essere sempre pensata a partire dalla figura necessariamente e tremendamente incompiuta della tregua.

giovedì 9 aprile 2026

RISATE FRAGOROSE

 Martedì mattina, Casa della Comunità Villa Ester, nel cuore dell'Oltretorrente Parmense, terzo piano, sala denominata "Benessere" in quanto il posto più luminoso della struttura, sotto una falda del tetto, adiacente ad un grande balcone da cui si vede gran parte dell'Oltretorrente. Il martedì mattina è il giorno della scuola di italiano. 

Ci sono quattro volontari, Francesco, Isabella, Manu quando è necessario, ed io. Ci sono 6 studenti (5 studentesse e uno studente): Laura, albanese, Gamou, senegalese, Amina, ghanese, Patricia, peruviana e suo marito Josè Luis e Nadra, tunisina, oggi assente. Josè Luis fa lezione a parte con Francesco e Isabella perché il suo italiano, dovuto a un più recente arrivo, è di livello principiante. Le altre, invece, fanno lezione con me e ormai si arrangiano bene a capire e un po' a parlare - verso l'A2, direi.

Oggi il gruppo avanzato lavora su una unità didattica in cui da due/tre lezioni trattiamo il tema "albergo" e prenotare camere e appartamenti vacanze utilizzando numerosi esercizi diversi per stimolare comunicazioni e dialoghi. L'esercizio cui ci apprestiamo recita così:

"Anche tu hai preso un appartamento o una casa in affitto. Scrivi una breve lettera ad amici in Italia e descrivi il tuo alloggio."

Come sempre capita, mi affanno a spiegare l'esercizio, precisando che devono scegliere una amica o un amico, pensare a descrivere l'appartamento, precisare con chi sono in vacanza e se sono  al mare o in montagna o in città e perché. Inizia nel silenzio Amina, con la sua bella e giovane faccia nera, il suo sorriso sempre presente, la mano che meccanicamente si aggiusta il velo intorno alla testa, la sua irruenza "Ciao, ho preso in affitto una montagna". Qui scoppia la risata che riempie immediatamente il piccolo ambiente confortevole coinvolgendo anche l'altro gruppo a cui spieghiamo il fatto comico. Con fatica, e con qualche piccolo rigurgito di risatina, andiamo avanti con la nostra lezione.

Poco più avanti, incappiamo in un dialogo che evidenzia i vari registri comunicativi, dai più formali ai più amichevoli, "distinti", "gentile", "signora", "Carlotta", "cari", "carissimi" e qualcuna se ne esce con l'osservazione che lei ha sentito anche "tesoro". Io spiego che esiste anche tesoro, che è molto tenero e che si rivolge principalmente ai bambini come complimento. Poi una osserva che "tesoro" ha però anche un altro significato e io cerco di spiegare il significato di tesoro come un mucchio di cose preziose che sono nascoste e vengono ritrovate. Mi viene in mente di raccontare, per spiegare il significato di tesoro, la favola di Alì Babà e dei quaranta ladroni, e racconto di Alì Babà che vede questi ladroni aprire il fianco della montagna con una parola magica, Apriti Sesamo, e dentro vede questa quantità di oro e pietre preziose e oggetti che formano il tesoro dei ladroni. Una voce osserva "Sì, è la montagna di Amina" e io non ho potuto fare a meno di concludere "Ecco perché l'ha affittata...". Le risate sono state lunghe e fragorose, per fortuna l'orario della lezione era finito, perché non riuscivamo più a ricomporci. Se ne sono andate ad una a una verso le loro vite più o meno facili e risolte salutando e ancora ridendo.

Io sono rimasta lì ancora qualche minuto a mettere insieme le mie cose e a parlare con i miei compagni volontari e mi è venuto in mente questo pensiero, realizzando cosa succedeva fuori da lì e le cose di cui erano pieni i giornali che stavo ripiegando per metterli in borsa, tutte le invettive "musulmani di merda" e "terroristi" e la guerra e le minacce di "annientare civiltà" in agguato in ogni momento televisivo o dei social. Ho pensato "Vi prego, lasciatemi qui. Io qui sto bene". 



mercoledì 8 aprile 2026

SEMPRE AVERE LA FACCIA COME IL CULO...

 Ma solo io strabilio a leggere di J.D. Vance che va a sostenere la campagna elettorale di Orban tuonando che Orban è l'unico a difendere la propria nazione da "interferenze di potenze straniere" (intende ovviamente Bruxelles). E questo lo dice il Vice-Presidente degli Stati Uniti che sta facendo campagna elettorale in Ungheria... strabilio!

(per tacere del fatto che il Ministro degli Esteri di Orban è stato beccato a riferire per filo e per segno a Putin ciò che era successo nel Consiglio degli Affari Esteri dell'EU)

sabato 4 aprile 2026

E BUONA PASQUA

 a tutti gli uomini e le donne buoni



AVERE LA FACCIA COME IL CULO

 “In un Mondo più instabile, proteggere l'interesse nazionale significa anche e soprattutto costruire relazioni solide con partner affidabili nei luoghi che incidono sulla nostra sicurezza e la nostra economia. È il modo più concreto per difendere l'Italia il lavoro degli italiani e il futuro della nostra Nazione". Così, in un video sui social dopo la missione di due giorni nel Golfo Persico, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. (AGI)

Quando ho sentito questa dichiarazione non ci potevo credere. Da anni ci scassa i coglioni con Trump fino all’estremo del ridicolo di candidarlo al premio Nobel. Sono andata a cercare la sua dichiarazione esatta (23 gennaio scorso, poco più di tre mesi fa) “Spero che potremo dare il Nobel per la pace a Trump e confido che possa fare la differenza anche sulla pace giusta e duratura per l'Ucraina, e quindi finalmente anche noi potremo candidare Donald Trump al Nobel per la pace". Solo un mese fa urlava dal palco “c’è una persona che bisogna ringraziare ed è DONALD TRUMP!”

E adesso ci viene a spacciare che è importante costruire relazioni solide con partner AFFIDABILI. Solo io colgo il ridicolo?

Avere la faccia come il culo.



È COSÌ (MA NON CI PENSIAMO)

 Ieri mattina Roberto è rimasto a casa perché aveva una call con dei clienti marchigiani. Il tema che stanno insieme trattando è quello del teff, un cereale particolare tipico di Etiopia ed Eritrea - una parte della call era appunto con degli etiopi per organizzare un viaggio in Etiopia in occasione di un convegno sul teff, appunto.

A pranzo Roberto mi racconta con rabbia appena trattenuta che la call non è andata bene perché riguardo al viaggio per vedere zone e coltivazioni di teff, cui dedicare alcuni giorni dopo il convegno, gli etiopi hanno detto che non si potrà fare perché nel paese NON C’È CARBURANTE. Per fare il pieno di benzina bisogna fare DUE GIORNI di coda, dormendo in macchina, in uno dei pochi distributori aperti e non prevedono che migliorerà. Roberto era molto triste e sconcertato perché a lui l’Etiopia piace parecchio e la sua impressione nel precedente viaggio era stata quella di un paese in grande sviluppo e per certi versi moderno, con tutte le contraddizioni, ovvio, cui un paese africano non può sfuggire.

È poi passato a parlarmi del Burundi, paese che da tre anni lui e soprattutto i suoi collaborari frequentano per un progetto (già arrivato alla seconda versione) di coltivazione e trasformazione del pomodoro. Tra le altre cose e tra mille difficoltà (ad esempio mesi di fermo in dogana) sono finalmente riusciti a fare arrivare là una linea di traformazione del pomodoro opportunamente tarata alle capacità e ai bisogni locali che pensavano di collegare ad un generatore dato il cronico e strutturale malfunzionamento a singhiozzo della fornitura di elettricità, mentre il carburante (benzina, gasolio) era facilmente reperibile. Era, perché ora non più - anche in Burundi manca il carburante, anche per le macchine agricole (qualcuna c’è e qualcosa è arrivato anche tramite il progetto). Quindi? Quindi sono fermi.

Quasi ringhiando, Roberto continuava a imprecare “Perché chi la prende sempre nel culo? Sempre i più poveri, gli ultimi della terra!”.

Non c’è dubbio che sia così..



lunedì 30 marzo 2026

“AGRARI” PER SEMPRE

 (Piccola premessa: in famiglia per scherzare chiamiamo “agrario” e non agronomo Roberto per sottolineare il suo essere agronomo fino al midollo)

Teatro Regio, venerdí sera. Proiezione di Novecento a cinquant’anni (CINQUANTA ANNI) dalla sua uscita. Roberto ha vicino di posto il suo vecchissimo amico, compagno di classe al liceo e agronomo anche lui.



Dopo 5 ore e 17 minuti di proiezione, incantati dalla forza e dalla bellezza del film, nella cornice regale del Teatro Regio, non possono però fare a meno di notare “Eh, l’abbiamo beccato, Bertolucci! La scena era del 25 aprile, ma ha inquadrato il mais in fiore - e il 25 aprile il mais è invece appena seminato!

“Agrari” una volta, “Agrari” per sempre,

(PS. In sequenza, altra puntata sul tema. Stamattina, facendo colazione, sommariamente cerco di spiegare a Roberto il tema dell’ultimo libro di Dan Brown - L’ultimo segreto - che sto leggendo e che riguarda l’ipotesi che la coscienza non stia dentro il cervello, ma fuori in una sorta di coscienza universale che ci circonda e che il cervello altro non sia che il ricevente di questa coscienza. Uno degli elementi fondamentali di questa ipotesi - nel libro molto più articolata - riguarda il GABA, il principale neurotrasmettitore inibitorio presente nel cervello, adibito a tenere bassa l’eccitabilità dei neuroni, impedendo al cervello di sovracaricarsi e andare in tilt per troppi stimoli. 

Appena cito il GABA, Roberto si illumina “Ah, ecco perché! Questo libro lo starà leggendo l’Ilaria! “- una delle sue collaboratrici. “Perché l’altro giorno alla macchinetta del caffè ho sentito che parlavano del GABA e allora ho spiegato che ce ne sono grandi quantità presenti nello strato aleuronico, cioè il rivestimento più interno della crusca dei cereali e infatti avevamo con il mio amico G. un progetto per estrarlo”. Mi guarda “Pensavo si riferissero a quello”

“Agrari” per sempre. Appunto)

venerdì 27 marzo 2026

L’ELEGANZA DEI TULIPANI

 In questo periodo moltissimi dei nostri tulipani sono in fiore e come ogni anno mi stupisco della loro eleganza. Molti altri fiori sono più allegri, o più complessi, più rigogliosi, più sensuali… ma i tulipani sono indubbiamente davvero eleganti, colorati, dritti e tesi verso la luce




martedì 24 marzo 2026

AH, SÍ, ADESSO CE NE ACCORGEREMO…

 Cavolo, oggi me ne sono resa conto! Spero che tutti abbiano notato quanti stupratori, pedofili e immigrati illegali ci siano in giro oggi…

(PS. Ho anche notato con la coda dell’occhio, dietro l’angolo, i “plotoni di esecuzione” pronti all’azione. Attenzione!)

lunedì 16 marzo 2026

I HAD A BAD DREAM, TOO

 

OK BOOMER
Michele Serra, 16 marzo 2026
I HAD A BAD DREAM

Certe notti basta un cattivo sogno e il sonno si lacera, come una pellicola troppo sottile per contenere le intemperie dell’inconscio. Quando non riesci a riaddormentarti ti ritrovi a gironzolare per casa in attesa dell’alba. Dai da mangiare al gatto, molesto e seduttore, metti a posto qualcosa, fai piano per non svegliare chi dorme, cerchi di capire se l’ansia che ti ha svegliato ha consistenza reale o è solo un fantasma notturno che se ne andrà assieme al buio.

Poi, se non riesci a riaddormentarti, accendi il computer, come sto facendo ora, e vedi se mettere in fila i pensieri aiuta a renderli meno minacciosi, più governabili. Hai nella testa, mischiati alle tue ansie private come in un solo grumo tenebroso, i telegiornali, le città e le case inquadrate nel mirino dei bombardieri come in un videogame – fanno “puff” e in un istante tutto è cenere.

Vedi la terra come un immenso campo minato, il mare (il mare!) come una secchia contesa. Le navi squarciate. Le strade rotte. I bambini in fuga per mano alle madri. Le tende di Gaza stracciate dal vento. Gli inermi che piangono e i potenti che digrignano i denti e dicono che Dio lo vuole.

Troneggia al centro della scena quel signore grosso e volgare, con quel cappellino ridicolo che non è un elmo da condottiero, non è la corona di un re, non è l’alloro di un imperatore, è un cappellino ridicolo. Blatera minacce, rivendica vittorie, esulta per il sangue degli altri e tace sul lutto dei suoi, gongola per l’umiliazione di chiunque non abbia il suo cappellino, mente su tutto, non riflette su niente, e sempre adoperando le parole così come gli viene, alla rinfusa, senza una logica comprensibile, senza altro obiettivo evidente che non sia: sottomettere gli altri. Sottometterli come sola speranza di sentirsi forte, e vivo.

E allora, venendo al dunque di questo fioco e perturbato pensiero notturno: se Trump è un malato di mente, non lo sarà anche la società che lo esprime? Se un popolo si è scelto come capo quest’uomo violento e bugiardo, non sarà perché gli assomiglia, o vuole assomigliargli?
Potrei scrivere, per smentirmi e rassicurarmi, l’elenco interminabile di americani e cose americane che hanno nutrito la mia vita e l’hanno resa migliore, ma in fin dei conti si tratta di artisti, letteratura, cinema, musica, quel lungo racconto della vita che non è proprio la vita.

Basta niente, basta un ordine di attacco, basta un indice di borsa che si impenna, o precipita, per far sembrare il giovane Holden quello che è: solo il personaggio di un libro. E il professore di Dead Poets Society (L’attimo fuggente), che ha lo sguardo incantevole di Robin Williams: solo il personaggio di un film. E la piuma che Forrest Gump, sulla sua panchina, vede danzare su un refolo d’aria: solo una piuma. E la lealtà dei cowboy buoni: solo un mito ormai crivellato di colpi, hanno vinto i cowboy cattivi.

Anche mio nonno americano, il professore che insegnava filologia romanza alla Columbia University e che fu il primo a tradurre in italiano Emily Dickinson, quando porto l’orologio porto il suo. Anche mia mamma cresciuta a New York, tornata in Italia dopo la guerra, troppo cattolica per rimanere “tra quei protestanti”: alle cinque del mattino nuotano nella mia testa come figure vaghe e remote, ombre del passato, sento le loro voci, vedo i loro volti, mia madre ancora la sento ridere. Ma non saranno anche loro solo i personaggi di un film, il bel film nel quale ognuno di noi si protegge, si illude di vivere?

Il gatto passa sulla tastiera del computer (lo fa sempre). Ha lasciato scritto: h36v4jbh. Chissà cosa avrà voluto dire. Sono le cinque e mezza del mattino di domenica 15 marzo. Se non piove troppo, appena c’è un poco di luce esco con i cani. Stasera scenderò a Milano per andare da Fazio a Che Tempo Che Fa. Mi piacerebbe parlare della piuma. Parleremo invece della guerra.

Prima di lasciare il computer e farmi il secondo caffè, provo a scrivere un’ultima frase: quando il missile si schianta e scompare, la piuma ancora galleggia nella luce. Forse, però, l’ha detta meglio De Gregori: «gli uccellini nel vento non si fanno mai male, hanno ali più grandi di me». Se tutto vi sembra un poco sconnesso, è normale. Sono solo pensieri notturni. Tra poco meno di un’ora, rischiara.

venerdì 13 marzo 2026

LA FAMIGLIA NELLA CATAPECCHIA DEL BOSCO

 Causa non rinnegabili trascorsi professionali, capita che amici sollecitino la mia opinione sulla vicenda della c.d. "famiglia del bosco". Io mi sottraggo, non rispondo, non leggo alcun articolo in materia, spengo la televisione quando ne parlano ( ma sembra che risalti fuori spesso, anche in discorsi - proclami ?- di propaganda elettorale per il sì al prossimo referendum sulle punizioni da infliggere ai giudici - chiedo scusa per la faziosità del tutto conclamata, ma non riesco a dire referendum sulla giustizia perché immediatamente vengo presa da ridarella irrefrenabile - forse potrei dire referendum sulla magistratura?), ma c'é chi non capisce l'antifona e continua a sollecitarmi. L'ultimo articolo che mi ha mandato una amico riguarda tal T. C., consulente psicologo della famiglia del bosco che parla del "trauma conclamato" per i bambini causa l'allontanamento della madre. "Cosa ne pensi?" è il commento Whatsapp. L'unica cosa che riesco veramente a pensare è che a questo "esperto" bisognerebbe ritirare la licenza ad esercitare, visto che parla alla stampa (ma a chi parla? ribadisce "la piena fiducia nella perfetta buona fede e nella competenza del Tribunale dei Minori", ma invece di usare le sedi riservate e consone del Tribunale rilascia un intervento alla stampa) della salute dei suoi assistiti, quasi un tabù, espressamente vietato sia dal codice deontologico che da tutte le normative sulla privacy, sarebbe come se qualcuno discutesse con la stampa della non autosufficienza di mia madre e delle inadeguate cure che le assicuriamo (ma è peggio, perché questi sono bambini) ... e qui mi fermo, perché penso "ma chi ci fa caso?" - non è solo il diritto internazionale ad essere andato a puttane, ma tutto ciò che comporta essere in uno stato di diritto (compreso il bilanciamento dei poteri), sembra.

Asserisco che questo è l'unico pensiero perché il resto è un urlo, letteralmente un urlo STATE ZITTI! State zitti! state zitti tutti, quelli pro e quelli contro, VOI NON SAPETE CHE PEZZI DISTORTI E SINGOLI DI VERITA' - solo i giudici e gli assistenti sociali e in parte gli psichiatri e psicologi e educatori che sono a contatto con i bambini e la loro famiglia hanno il quadro completo e dettagliato e la competenza per analizzarlo e sbrogliarlo. Questo sguaiato, incompetente, dilettantesco e a volte aggressivo chiacchiericcio è diventato uno degli elementi del quadro compromesso e delicato di questa vicenda e francamente non se ne sentiva il bisogno. Tutti commentatori tuttologi, tutti psicologi d'accatto, tutti "che si fanno un'opinione" sul niente.

Faccio un esempio. All'inizio di questa vicenda leggevo le notizie che continuavano ogni giorno a uscire a spizzichi e bocconi (prendere tutte le fonti da cui sono partite e appenderle per le palle sarebbe l'azione più meritoria) e a un certo punto esce la notizia che i bambini e la madre stavano morendo e sono stati salvati per caso da un'intossicazione da funghi per il rifiuto dei genitori a chiamare l'ambulanza o andare all'ospedale (è ripetutamente anche uscita la notizia che la madre avrebbe rifiutato l'uso del sondino esogastrico sui suoi bimbi gravissimi in quanto contenente lattice). Quando ho letto la notizia ho recisamente asserito che dovevano togliere ai genitori la patria potestà già allora (era dicembre, forse..)  - eccola lì, la ieratica giudice da scrivania. Poi ho cominciato a pensare se la notizia fosse, nell'ordine, vera, corretta e completa dei dettagli e con grande probabilità non la era affatto. Da quel momento si è fatta pulizia dentro di me ed è rimasto solo l'urlo (che cerco di trattenere il più possibile) STATE ZITTI! Occupatevi delle vostre faccende che conoscete, cercate di farvi un'opinione fintamente professionale sul referendum di cui sopra, aggiungete un altro inutile commento alla guerre scatenate da criminali, leggete buoni libri, fate bei sogni e non occupatevi di quei bambini: ci sono assistenti sociali, giudici, educatori, avvocati e genitori che devono occuparsene e trovare compromessi e soluzioni - voi non solo non servite, ma siete elementi dannosi.

All'inizio di dicembre ho scritto una mail a Serra (OK Boomer) reagendo ad una sua stranamente superficiale osservazione sulla vicenda della famiglia del bosco (cogliendone l'aspetto romantico e del "buon selvaggio") e ne posto qui uno stralcio

gentile Michele Serra, la seguo da diverso tempo mi pare di avere un legame speciale di corrispondenza di pensiero con lei, sarà forse perché siamo quasi coetanei e anch'io vivo in campagna (in pianura, però, ma con orto trattore galline) a pochi chilometri da dove lei vive. Per questo motivo mi ha davvero negativamente colpito la sua newsletter sulla casa nel bosco, da cui emanava uno sbuffo di romanticismo che lei a volte incarna, ma in questo caso un romanticismo hollywoodiano che sinceramente credo non le si addica. 

Io ho lavorato per anni nel settore (Servizi Sociali, in posizione dirigenziale) e forse ho anche una visione particolare dovuta a queste mie precedenti esperienze e quindi ribollivo di ragionamenti sul tema con cui avrei voluto replicare alle sue affermazioni (alcune le ho ancora nella mail che avevo cominciato "osservo quanto sia superficiale l'abitudine di credere che sia progressista tutto quello che è contro  regole perché sono in fondo le regole del potere, ma le regole sono fatte principalmente per proteggere i deboli, non i forti" - "la nostra legislazione è costruita per proteggere i diritti dei genitori, più di quelli dei bambini e quindi se addirittura questi genitori si pongono contro il nostro corpo di leggi non oso pensare cosa ci sia sotto" ecc.).
non ho però poi mandato niente, invece, e ho immaginato che altri sarebbero massicciamente intervenuti (l'hanno fatto, a vedere l'ultima newsletter), ma soprattutto ho pensato che bisognerebbe tacere, a volte. Il Tribunale dei Minori agisce su atti e istruttorie che non possono e non devono uscire da lì e non è possibile davvero capire le vere motivazioni su cui agisce. Bisognerebbe tacere sapendo di NON SAPERE - non spesso, sono d'accordo, ma a volte è indispensabile. E, per chi è in una posizione intellettuale come la sua, invitare a tacere.
Ho poi assistito nei giorni scorsi, inorridita, a pezzi e bocconi di notizie (vere/false? ha quasi poca importanza) che uscivano a poco a poco, violando la vita e la privacy di questi genitori e soprattutto di questi bambini - una gara di inciviltà che mi ha lasciato veramente disgustata, cui hanno partecipato i soliti noti che sull'inciviltà costruiscono le loro fortune, ma anche molte persone in buona fede che pensavano di sapere, di giudicare, di dire la loro. Bisogna sapere quando stare zitti, quando affidarsi, quando fidarsi.
Ho letto i commenti che lei ha inserito nel blog e con molti sono d'accordo, anche se rimango dell'idea che sarebbe meglio non commentare. Voglio solo sottolineare un esito di questa vicenda che forse non appare a prima vista e che è uno degli esiti anche della vicenda di Bibbiano (che conosco benissimo perché lavoravo in un Servizio molto vicino a Bibbiano) ed è in sintesi riassumibile come la demotivazione degli operatori (ma si potrebbe anche definirla delusione e paura). Operatori sociali e sanitari che ogni giorno davvero letteralmente combattono per essere di aiuto e che allora dicevano sconfortati "non si fidano", "ma chi ce lo fa fare", e legittimamente temevano di finire sommersi dalla merda che vedevano spargere in abbondanza, gente con vite normali che temeva di finire nel tritacarne. E chi avrebbe sofferto di questo clima? Ma certo, le famiglie e i bambini in necessità di protezione. Spero che l'onda sia passata e quest'ultima onda venga presto riassorbita, ma desidererei moltissimo che non succedesse più, che si pensasse più agli interessi dei bambini che a scrivere articoli o prendere voti o alimentare curiosità morbose.

Ecco, ho detto cosa ne penso. Che fare, quindi? non so, non ho niente da insegnare a nessuno. Alcune cose mi vengono in mente:
- non votare tutti coloro che da qualsiasi parte (ma sono tutti di centro destra, mi sembra) commentano sulla vicenda, in particolare con intenti propagandistici
- non guardare NESSUNO dei programmi che discettano sul tema
- NON COMMENTARE
- riflettere, cercare di capire qual è il senso del commentare, dell'analizzare, dell'indignarsi
- cercare di elaborare una risposta decente alla domanda sempre fondamentale: DI CHI SONO I BAMBINI?

martedì 10 marzo 2026

WE LIVE IN ONE WORLD

 

Ecco, direi così. Siamo consapevoli che non è il momento delle utopie, che non possiamo tenere insieme tutto, i nostri desideri, i nostri giudizi, i nostri pre-giudizi, i nostri valori, i nostri sentimenti. Ma chissà, forse, potremmo almeno tenere lo sguardo abbastanza lucido da credere ancora al prevalere della vita, che niente, nessun interesse politico, nessun interesse economico, niente sia più importante della vita di un bambino. Dobbiamo concentrarci a salvare quel bambino, ogni singolo bambino, non solo i nostri bambini - sottrarre la vita alla distruzione e alla negazione. I corpi, concentriamoci sui corpi - e malediciamo, contrastiamo, disprezziamo, stiamo dalla parte opposta dei distruttori dei corpi.

martedì 3 marzo 2026

VI AUGURO ALBE

 VI AUGURO ALBE AL CANTO DEGLI UCCELLI

(La principessa Anna d’Inghilterra, nel 1988, ha interrato una capsula del tempo sotto il Princess Royal Pavillon del Jersey Zoo. Al suo interno si trova la lettera di GERARD DURREL che segue)

A chi leggerà. 

Molti di noi, anche se non tutti, condividono quanto segue.

1. Tutte le differenze politiche e religiose che oggi ci rallentano, ci intrappolano e soffocano il progresso nel mondo dovranno essere sanate in modo civile.

2. Tutte le altre forme di vita hanno lo stesso nostro diritto di esistere, anzi, senza di loro, noi stessi periremmo.

3. La sovrappopolazione è una minaccia per tutti i paesi; se non verranno presi provvedimenti, essa sarà un flagello che non porterà altro che rovina.

4. Gli ecosistemi sono complessi e vulnerabili; maltrattati, sfigurati o sfruttati con avidità, scompaiono a nostro danno. Se usati con saggezza, offrono tesori inesauribili; ma usati senza discernimento, generano miseria, fame e morte per l’umanità e per innumerevoli altre forme di vita.

5. È stupido distruggere ambienti come le foreste pluviali, soprattutto perché in queste immense reti di vita possono celarsi segreti di valore incalcolabile per l’umanità 

6. Per noi, il mondo è ciò che il Giardino dell’Eden avrebbe dovuto essere per Adamo ed Eva. Adamo ed Eva furono cacciati, mentre noi ci stiamo cacciando da soli. La differenza è che Adamo ed Eva avevano un altro luogo dove andare. Noi non ne abbiamo altri.

Ci auguriamo che quando leggerete queste parole avremo almeno in parte frenato la nostra sconsiderata avidità e stupidità. Se non ci saremo riusciti, per lo meno alcuni di noi ci avranno provato…

Ci auguriamo che ci saranno ancora per voi lucciole e vermi luminosi nelle notte a guidarvi, e farfalle tra le siepi e nei boschi a darvi il benvenuto.

Ci auguriamo che le vostre albe siano accompagnate da un’orchestra di canti di uccelli, e che il battito delle loro ali e l’opalescenza dei loro colori vi tolgano il fiato.

Ci auguriamo che il pianeta ospiti ancora la straordinaria varietà di creature che lo abitano, insieme a voi, per incantarvi e arricchire le vostre vite, come hanno fatto con le nostre.

Ci auguriamo che sarete grati di essere nati in un mondo così magico.

lunedì 2 marzo 2026

SERRA LO DICE BENE

 UN DERBY TRA LE MACELLERIE

Sarei molto felice se il regime tenebroso e bigotto che da quasi mezzo secolo governa l’Iran dovesse finalmente cadere, levando le mani di dosso alle ragazze persiane. Sarei molto infelice se quel regime dovesse cadere per l’imposizione armata di Stati Uniti e Israele. La sequenza di queste due frasi lascia intendere l’umore sbigottito e impotente con il quale seguo le notizie di queste ore.


Invidio chi riesce a prendere parte con nettezza all’ennesimo macello. Nel caso in questione lo definirei un derby tra macellerie. La macelleria arcaica del terrore religioso, la nuova macelleria tecnocratica del più potente esercito del pianeta, quello degli immobiliaristi in cerca di macerie da trasformare in oro.

Invidio, dicevo, chi riesce a prendere parte con nettezza e con convinzione. In estrema sintesi: ci sono quelli che considerano legittimo e anzi doveroso imporre, con le buone o con le cattive, “la libertà” – parola da prendere con le molle, perché ci si scotta facilmente a prenderla in mano se esce dalla bocca di Trump – a popoli che non riescono ad averla motu proprio; e neppure si sa bene se e come la intendono, questi popoli, “la libertà”: magari in un’altra lingua suona differente… Il famoso “la democrazia si esporta con le armi” ha portato, fin qui, a vergognosi fallimenti (Afghanistan, Iraq), ma i suoi fautori e i suoi faccendieri perseverano indisturbati.

Dall’altra parte ci sono quelli che negano alla cosiddetta “civiltà occidentale” il diritto di costringere ai propri costumi politici, e al proprio tornaconto economico, il resto del mondo; ed è un concetto in sé sacrosanto: ma non al punto di parteggiare per i regimi più feroci, o più scalcinati, o più osceni, pur di opporsi all’imperialismo e al neocolonialismo.

Non so voi, ma io non ce la faccio proprio a mettermi l’elmetto dei “liberatori”; neppure se penso alla “polizia morale”, ai Guardiani della rivoluzione e agli altri orribili strumenti di repressione della teocrazia.

Ma neppure riesco a spendere mezza parola che rischi di unirsi a quelle di chi, per le ragazze persiane, non ha mai mosso un dito, mai organizzato un corteo, perché Teheran è “nemica dell’Occidente” e tanto basta per alzare le spalle se qualcuno ti dice: e per le donne dell’Iran bastonate, rapate, incarcerate e ammazzate perché volevano ballare con i capelli al vento, come mai non ti sei indignato, perché non hai manifestato, cara e caro il mio rivoluzionario da tastiera? Perché farlo non rientrava nel tuo ottuso schemino “buoni/cattivi”?

Come vedete ho poco da dirvi, sul tema, che non sia “fuori dal gioco”, come se la mia squadra, in questa come in altre partite, non si fosse iscritta al torneo. Posso solo aggiungere che i due nomi dati da americani e israeliani al loro golpe dall’esterno (di questo, tecnicamente, di tratta: è l’obiettivo dichiarato) sono ridicoli e vanagloriosi: “Ruggito del leone” e “Furia epica”. Sembrano i titoli di due videogame per bambocci di tutte le età.

Così guardo i tigì, mescolo il minestrone, chiacchiero con gli amici e mi domando come andrà a finire. Ogni tanto un’occhiata a WhatsApp per avere notizie dei miei due amici italiani che vivono a Teheran. Un pensiero solidale vola fino alla piazza di Isfahan, una delle più belle del mondo, ci sono stato e mi piacerebbe tornarci. Un sorriso quando l’amico Stefano mi suggerisce, per adeguarsi al mutare dei tempi, di adattare il nome di Occidente e chiamarlo Uccidente.

Quando mi ha telefonato Fabio Fazio, domenica mattina, per dirmi che in trasmissione avremmo dovuto parlare dell’Iran, gli ho detto che l’avrei fatto volentieri, a patto di potere dire che non so esattamente che cosa dire. Mi ha risposto che gli sembrava un ottimo punto di partenza.
(Michele Serra, OK Boomer, il Post, oggi)

“Gli americani sono molto fortunati, perché dovunque vanno per esportare la libertà… trovano il petrolio”.
- Michele Serra a Che Tempo Che Fa

venerdì 27 febbraio 2026

FRULLATI DI FRUTTA

( Messaggio Whatsapp di Anna oggi)

Negozio di frullati questa mattina



Quando le chiedi la provenienza della “frutta” dice: “da casa dei nonni” 🤣🤣🤣

giovedì 26 febbraio 2026

QUINTESSENZA DI UNA VITA

 Come da alcuni anni capita, per due o tre giorni abbiamo i potatori nel giardino. Per anni, per decenni, è stato Roberto a potare tutte le nostre piante, abbarbicato per giorni su scale e con le mani che gli facevano male alla fine di una giornata di cesoie. Poi, non sembra, lentamente, ma poi le piante diventano grandi e sempre più numerose e forse noi rimpiccioliamo nella spinta, nell’entusiasmo, nel vigore.. insomma da qualche anno la potatura annuale viene affidata a competenti, attrezzati e fidatissimi potatori per quanto anche loro sulla via di avanzato invecchiamento.

Roberto torna dal lavoro la sera che è già buio e i potatori se ne sono già andati quindi interloquisce con loro la mattina quando arrivano, aggiornandosi, chiarendo e prendendo le eventuali necessarie decisioni sul prosieguo dei lavori. Esce a parlare con loro già vestito da ufficio, non in giacca e cravatta ma comunque mediamente elegantino, con le sue belle camicie e maglioncini e soprattutto con le sue amatissime, imprescindibili scarpe di cuoio simil-inglesi.

L’altra mattina è uscito a parlare con i potatori e poi è tornato verso la macchina per andare al lavoro e l’ho senntito brontolare tra sè e sè “ Ma guarda mi sono sporcato le scarpe di terra. Un’altra volta. Ho sempre le scarpe sporche di terra. Una vita con le scarpe sporche di terra.”. Dalla cucina, ho sorriso e ho pensato “In poche parole, la quintessenza di una vita…”

mercoledì 25 febbraio 2026

UNO SQUARCIO DI REALTA'

 La storia ha inizio con me che, con un altro paio di volontari,  il martedì mattina insegno italiano ad un gruppo di donne straniere (+ un uomo). La mia "classe" è composta da una tunisina, una ghanese, un'albanese, una senegalese, una peruviana e un peruviano (il signore peruviano, arrivato da poco, fa lezione a parte con uno o due volontari, perché le signore hanno un livello più avanzato di italiano). Il mondo, si può tranquillamente affermare. 

Martedì 17 febbraio era Martedì Grasso e ho deciso per un giorno di lasciare da parte gli esercizi di italiano e di parlare del Carnevale. Lo faccio spesso, perché quello di cui hanno bisogno queste signore è di chiacchierare e comunicare il più possibile, e di fare parte di un andamento collettivo che molto spesso le vede chiuse in una bolla dalla quale non capiscono perché intorno a loro succedono cose. Questo lo faccio soprattutto pensando ai loro bambini, che devono far parte del tessuto su cui vive la comunità intorno a loro. (quanti bambini? Tanti: 4+3+2+4+4, comprendendo anche 2 nipoti).

Insomma, quel martedì preparo la lezione sul carnevale, porto un po' di chiacchiere che ho fatto (quante vuoi che ne mangiamo Roberto ed io?), un po' di stelle filanti da lanciare e preparo una decina di maschere piegate con la tecnica origami. Poi mi metto a preparare il cartellone esplicativo del Carnevale (uso spesso i cartelloni scritti con pennarelli colorati, ho notato che li ricordano meglio).  Per spiegare il Carnevale però bisogna parlare della Quaresima (quattro di loro sono musulmane, due sole con il velo e non sanno nulla delle nostre ricorrenze religiose) e della Pasqua. Si va a ritroso, la Quaresima quaranta giorni indietro alla Pasqua e prima il Carnevale. Già, ma come si calcola la Pasqua? non lo sapevo.

Una piccola ricerca mi svela che la Pasqua si colloca nella prima domenica dopo la prima luna piena di primavera (cioè la prima luna piena dopo il 21 marzo) e quindi nel periodo 22 marzo-25 aprile. Qui mi si è accesa la mia prima lampadina del dubbio: ma cosa c'entra la luna piena con la religione cattolica? le fasi lunari mi danno la sensazione di paganesimo, di animismo, di qualcosa di pre-moderno e pre-religioso... comunque la Pasqua si calcola così, niente di religioso ne determina la data.

E insomma, facciamo la nostra lezione sul Carnevale, molte parole di vocabolario, mangiamo, un po' di divertimento. Chiacchierando (ho già scritto che uno dei momenti di maggiore godimento per me è quando le sento parlare tra di loro in italiano? E' l'italiano la lingua che hanno in comune) viene fuori che quest'anno il periodo del Ramadan inizia solo un giorno dopo la Quaresima. Vado allora a vedere in che modo viene calcolato il periodo del Ramadan: sono 29 o 30 giorni, un po' meno della Quaresima, ma con restrizioni molto più severe, come è noto. La finalità penitenziale sembra però abbastanza simile.  Però, come viene calcolato il periodo, visto che, come la Pasqua, varia ogni anno?

(Anche qui rapida ricerca) Il calendario islamico è un calendario di tipo lunare, ossia si basa su cicli di mesi sinodici (cioè il tempo che impiega la luna per riallineare nuovamente la sua posizione con il Sole e la Terra dopo aver compiuto una rivoluzione intorno alla Terra - praticamente il tempo che intercorre tra un novilunio e quello successivo, circa 29/30 giorni). Ramadan è il nono mese del calendario islamico (composto da 354 o 355 giorni) e la sua durata varia da 29 a 30 giorni. Il calendario lunare era adottato ancora prima della cultura musulmana dalle antiche tribù arabe.

Davvero interessante, ho pensato, ed ho anche intravisto (capita poche volte) un breve squarcio di realtà: le religioni sono nate tutte sullo stesso substrato di conoscenze e credenze ed è evidente che sono costruzioni culturali fondate sul potere prima di distinguersi (identità) e poi di governare (potere). 

Ma non date retta a un'atea come me..

Intanto, ci siamo divertite/i....



venerdì 13 febbraio 2026

ALBANESE E DINTORNI

" Francesca Albanese, ospite con un videomessaggio all'Al Jazeera forum, un panel di tre giorni tenutosi a Doha e dedicato al Medio Oriente, dove erano ospiti anche il ministro degli Esteri iraniano Araghchi e il capo di Hamas all'estero Khaled Meshal, ha detto che Israele «è il nemico comune dell'umanità». Parole che hanno scatenato la disapprovazione del ministro degli Esteri francese Barrot, che poi ne ha chiesto le dimissioni dal suo ruolo di relatrice speciale dell'Onu, e le proteste di Israele che ha definito «assurda» la presenza di una rappresentante delle Nazioni Unite «su un palco insieme a terroristi le cui mani sono sporche di sangue»".

Cosa ne penso? penso che Francesca Albanese sia una fanatica accecata dall'ideologia e come tutti i fanatici non eccessivamente intelligente. Penso che quelli che dicono “Ha contribuito a porre all’attenzione del mondo la questione palestinese” dicano una cazzata - ha invece procurato danni alla causa palestinese. Penso che una diplomatica (perché tali sono i dipendenti ONU) che scatena ad ogni intervento una bufera e deve spesso precisare quello che dice sia come minimo molto poco professionale.

Penso che accreditare un forum con presenti Hamas e l'Iran sia una cosa vomitevole. Se penso ad Hamas e all'Iran visualizzo solo assassini e montagne di morti.

Non ho dubbi nella convinzione di volere Francesca Albanese e tutti quelli e quelle come lei, da ina parte e dall’altra, fuori dai coglioni o almeno fuori dal dibattito pubblico in posizioni di presunta autorevolezza.

Però mi rendo conto che potrei pronunciare le stesse identiche parole che lei ha usato per definire Israele e penso a come le parole siano affascinanti, pericolose, magiche. Definire Israele "nemico dell'umanità" è a mio parere esatto. Israele è come minimo uno stato criminale che ha ammazzato decine di migliaia di palestinesi e  ha rovinato completamente le vite, le case, le aspirazioni, i desideri e le speranze di due milioni abbondanti di altri palestinesi. E' in atto un'aspra discussione sugli intenti genocidari dell'attuale governo israeliano, discussione nella quale mi colloco decisamente tra quelli che pensano che Israele stia tentando, con diversi livelli di consapevolezza, di eliminare il problema che sanguina eliminando TUTTO il popolo palestinese. La discussione è intensa e interessante, ma non sposta il vero nucleo dell'azione di Israele: Israele è nemico dell'umanità, del senso di umanità, di quel sentimento che riconosce il volto e le ragioni di coloro che dividono il mondo con noi, anche nemici. 

Una recente notizia è particolarmente significativa

Israele nega cure mediche salvavita a Mohammad Ahmad Abu Asad, bimbo di 5 anni malato di cancro, Ong: "Condanna a morte perché palestinese"

Un tribunale israeliano ha respinto una petizione che chiedeva cure mediche salvavita per un bambino palestinese di cinque anni affetto da cancro, consentendo alle autorità di continuare a negargli l’accesso alle cure esclusivamente sulla base del suo indirizzo ufficiale registrato a Gaza. La decisione, emessa domenica dal tribunale distrettuale di Gerusalemme, riguarda il caso di Mohammad Ahmad Abu Asad, nonostante il bambino viva con la sua famiglia in Cisgiordania occupata dal 2022.

In questo senso, dunque, è vero che "Israele è nemico dell'umanità".

lunedì 9 febbraio 2026

PENSARE È RESISTERE

 Due ore di scontri e violenze hanno cancellato mesi e mesi di dialogo fra i sostenitori di Askatasuna e le istituzioni. Un dialogo faticoso, coraggioso, mai scontato, per conciliare istanze sociali e legalità, dignità dei luoghi e delle persone. Quel dialogo stava mettendo radici, ma forse dava fastidio a qualcuno: i più intransigenti dall’una e dall’altra parte di un conflitto che provava a cambiare pelle, e trasformarsi in collaborazione per il bene della città.


Da molti anni sono accompagnato in ogni passo da persone della Polizia di Stato, verso cui provo affetto e gratitudine per la protezione che mi garantiscono in situazioni di pericolo e di fronte a concrete minacce criminali. La stessa criminalità che ad alcuni loro colleghi e colleghe ha strappato crudelmente la vita, lasciando nella disperazione tanti famigliari ai quali sono legato da profonda amicizia. Mi spiace che le forze di polizia siano considerate, da chi le aggredisce, una difesa del potere anziché della democrazia. Mi spiace ancora di più che quei giovani in divisa siano stati mandati a fronteggiare una violenza che altri, a livello politico, avrebbero forse potuto prevenire.

Prevenzione è la parola chiave, e non solo in riferimento al corteo di Torino, ma a qualunque situazione dove il conflitto sociale rischia di sfuggire di mano. Perché se oggi condanniamo senza ambiguità la violenza verso gli spazi pubblici e i rappresentanti delle istituzioni, non altrettanto chiaramente sentiamo condannare una certa violenza istituzionale che si scarica contro le persone più fragili e marginali: i poveri, i migranti, i giovani dei ceti meno tutelati. Anche le disuguaglianze crescenti, la precarietà del lavoro, il sovraffollamento delle carceri, la burocrazia a ostacoli e lo smantellamento della sanità pubblica sono una forma di violenza.

Gli scontri al corteo hanno passato un colpo di spugna sopra i suoi contenuti, fra cui temi universali come la pace e problemi reali di questa città, come l’emergenza casa o il malessere giovanile. Al centro del dibattito sono rimaste solo la brutalità e le sue radici ideologiche, vere o presunte, in un rimpallo di responsabilità che non risponde in alcun modo ai bisogni e alle paure della gente. Questa è la prima grande sconfitta.

Una sconfitta ancora più grave sarebbe fare leva sugli episodi del 31 gennaio per inasprire le politiche repressive a scapito di quelle preventive. La repressione non spegne i conflitti ma li rinfocola, come abbiamo visto. Non risolve i problemi ma ne crea di nuovi. Alla manifestazione di sabato c’erano anche tante persone impegnate ogni giorno in un’opera di ricucitura degli strappi sociali e ripristino dei diritti traditi. Loro sono ugualmente vittime delle violenze, non complici come qualcuno si è permesso di dire. Testimoni di quanto sia difficile vivere l’incertezza, il dubbio, la contraddizione, ma restare sulla strada comunque, per preservarla come luogo di costruzione e incontro, non di distruzione e scontro.

Oggi la scelta più coraggiosa sarebbe quella di rilanciare il dialogo fra la Città e i soggetti sociali “puliti”, invece di seppellirlo. Dimostrare che le giuste istanze collettive sopravvivono alle scelte sbagliate dei singoli, e trovano altre strade per realizzarsi grazie a chi crede davvero nella democrazia”.

Don Luigi Ciotti, presidente Libera e Gruppo Abele

Parole necessarie, a mio parere, nel solco della riflessione di Umberto Eco

Ma cosa ha prodotto tutto questo? Non siamo diventati stupidi all’improvviso. Questa non è solo una crisi culturale: è un addestramento sistematico che premia l’IDIOZIA ed esalta l’ignoranza.
Io vengo da un tempo in cui le parole pesavano. Prima di parlare si ascoltava, prima di giudicare si cercava di capire. Negli ultimi decenni invece ho assistito a un progressivo imbarbarimento non dirò della cultura, ma proprio dell’essere umano. I social media ne sono l’esempio perfetto. I social non informano: eccitano. Non spiegano: SEMPLIFICANO. Non creano il dialogo: mettono gli uni contro gli altri.
Sono lo specchio di una società che ha reso ridicola la critica, sospetto il dubbio, noiosa la competenza. Ci vuole una resistenza quasi eroica per sottrarsi a tutto questo. In un mondo che ti vuole stupido, pensare è già una forma di disobbedienza. Perché mentre tutto spinge verso l’idiozia, pensare resta l’ultima forma di resistenza.

Pensare e resistere, pensare è resistere.

venerdì 6 febbraio 2026

CERIMONIA DI APERTURA DELLE OLIMPIADI

 Stasera ho guardato la cerimonia di apertura delle Olimpiadi - Roberto no, ha deciso di guardare un vecchio bellissimo film, ma io sono un po’ romantica, mi piace la sfilata degli atleti, belli, giovani, eleganti, entusiasti di essere lí, mi piace l’alzabandiera olimpico, mi piace l’accensione della fiaccola, mi piacciono i riti collettivi, insomma ero e volevo essere  tra i due miliardi (DUE MILIARDI!) di persone che l’hanno guardata - e mi è piaciuta, l’ho trovata elegante, non volgare, piena di messaggi reiteratamente giusti, disattesi, ma necessari. E c’era il mio Presidente, quello che dice le cose che il mio cuore vuole sentire (ultimamente le occasioni in cui il mio cuore è felice sono davvero poche).

Il momento migliore, però, a mio parere è stato quando Ghali, circondato da una bellissima coreografia di giovanissimi ballerini, ha “rappato” in tre lingue una delle poesie che amo di più, una poesia di Rodari che sembra scritta per i bambini e che parla di cose semplici, di regole minime, di azioni necessarie alla vita e di azioni contro la vita

Promemoria di Gianni Rodari

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola,
a mezzogiorno.

Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.

Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra

E, ammetto, gran parte del godimento che ho tratto dal momento è stato che questa poesia è stata schiaffata su quella gran faccia da culo di Vance con i suoi trecento (TRECENTO) agenti di scorta che stava assistendo alla cerimonia. Poi ho pensato “ma tanto, per quel che ne capisce…”

(PS per un attimo ho pensato: ma Netanhyau c’era alla cerimonia? Perché la delegazione di Israele l’ho vista sfilare… poi mi sono ricordata: non c’era perchè su di lui pende il mandato di cattura per crimini contro l’umanità e per crimini di guerra… già)

martedì 3 febbraio 2026

IL GIORNO CHE PICCHIANO LA MARMOTTA

 Martedì 3 febbraio 2026, Michele Serra, il Post, OK Boomer

Il giorno che picchiano la marmotta 

«Ogni tanto (e per fortuna) il già visto e il già noto, per quanto tu ci sia abituato, ti mordono la pancia come quando avevi vent’anni»

Alla ripetizione del già visto, del già noto, ci si abitua con gli anni. È il famoso: “ormai ci ho fatto il callo”. Il mondo funziona così, e amen. Tranne che ogni tanto (e per fortuna) il già visto e il già noto, per quanto tu ci sia abituato, ti mordono la pancia come quando avevi vent’anni. E ti costringono a reagire come quando avevi vent’anni, e anche trenta e quaranta. Buon segno: vuol dire che invecchiare non è sinonimo di rassegnarsi.

Gli incidenti di Torino (ne avete trovato ampio resoconto sul Post e in molte cronache nazionali) rientrano nel novero delle cose che per quanto prevedibili, per quanto conosciute, analizzate, discusse da almeno un paio di generazioni, per quanto “giorno della marmotta” (già lo sai, è già successo e succederà all’infinito: tra un minuto, cento o duecento persone mascherate si staccheranno dal corteo e daranno fuoco al quartiere; e già conosci – perché sono sempre uguali, fatti con lo stampino – anche i commenti politici nei telegiornali della sera), e insomma per quanto identici nella genesi, nello svolgimento, nella discussione pre e post: gli incidenti di Torino, dicevo, sono indigeribili.

Come si dice classicamente: non si riesce a mandarli giù. È come se mancasse un enzima, un probiotico, un qualcosa, che ci aiuti finalmente a metabolizzarli, digerirli, infine espellerli come scorie. E a passare finalmente a un nuovo capitolo, che non puzzi di muffa come questo.

Per esempio. Leggo un’intervista a Marco Grimaldi, vice capogruppo alla Camera di Alleanza Verdi e Sinistra. Lui a Torino c’era. Dice, sull’accaduto, molte cose condivisibili. Ma dice anche questa cosa (a proposito di giorno della marmotta, l’avrò letta quasi identica decine, centinaia di volte, nell’ultimo mezzo secolo): «Attenzione a non fare quello che la destra si aspetta, a cadere nelle provocazioni, a essere il nemico che loro vogliono… Torino sta diventando un laboratorio di repressione… Vogliono prendersi lo scalpo di Torino per via militare, magari per giustificare una prossima Minneapolis anche in Italia».

In sostanza: se non si deve essere violenti non è tanto perché la violenza, in sé, è ripugnante. Non perché ci sia una forte convinzione etica (tale è la non violenza) che, come tutte le forti convinzioni etiche, non può che riguardare prima di tutto te stesso, i tuoi comportamenti, il tuo linguaggio, la tua responsabilità, il tuo ambiente, la tua cultura. No, si deve evitare la violenza perché altrimenti il potere (il padrone, lo Stato, il nemico di classe, le multinazionali, il capitale, insomma “gli altri”, a seconda dell’occasione) ne approfitta per dire che sei cattivo e vai punito.

Non bisogna picchiare in dieci un poliziotto steso a terra perché altrimenti Piantedosi ha gioco facile nel dire che i centri sociali sono covi sovversivi da chiudere. E in fin dei conti, sempre seguendo questa logica, chi può garantire che i black bloc, o come diavolo amano farsi chiamare adesso quei nevrastenici, non siano provocatori al soldo del governo?

Dimmi a chi giova (cui prodest?, un classico del cinismo politico) la violenza, e ti dirò in quale categoria di giudizio intendo metterla. Pensiero che fa sospettare, quasi in automatico, che nel caso un atto violento sia utile “alla causa”, giovevole al “movimento”, allora il giudizio sulla violenza diventerebbe un poco meno drastico.

Torna in mente, inevitabilmente, un lungo, lunghissimo passato. Era il 1978 quando, sul Manifesto, Rossana Rossanda, in due successivi articoli, in pieno sequestro Moro, coniò, a proposito del terrorismo rosso, il concetto di “album di famiglia”. E fece molto scalpore, come era inevitabile, proprio “in famiglia”, ovvero in quella famigliona molto ma molto allargata che era ed è la sinistra.

Diceva, in sostanza, lei dirigente e intellettuale comunista di lunga data, che le Brigate Rosse, per linguaggio e per genesi ideologica, appartenevano senza ombra di dubbio alla storia della sinistra comunista. Compresa la scelta della lotta armata come opzione possibile. Fino a lì, per diversi anni, dall’inizio dei Settanta, i violenti erano stati trattati da agenti provocatori, da corpo estraneo, da attori di un’efferata congiura ai danni del glorioso cammino democratico del movimento operaio. “Fanno il gioco dei padroni”. Oggi, sia pure nel consolante rimpicciolirsi degli attori e delle loro ambizioni politiche: fanno il gioco di Piantedosi.

Secondo ricordo – che non riguarda propriamente la politica, ma è almeno altrettanto rilevante della politica stessa. Verso la metà degli anni Settanta, quando la violenza di piazza e di strada, la violenza politica, si ingrossava come un fiume in piena, mi è capitato più di una volta, nei cortei, o nelle zuffe dentro l’università, di percepire tra le persone presenti una specie di improvvisa biforcazione.

Al primo lacrimogeno, alla prima carica di polizia, al primo sussulto del corteo che da bestione tranquillo cominciava a contorcersi come un serpe ferito, la gran parte delle persone era atterrita, o sgomenta, o spaventata, a seconda del carattere (io, per esempio: spaventato, la violenza mi ha sempre terrorizzato).

Ma alcuni no. Alcuni si eccitavano. Alcuni si accendevano. Negli occhi c’era il lampo della battaglia. Lo scontro, a loro, piaceva. È il verbo giusto, senza sinonimi possibili: gli piaceva! Come se fosse una forma di agonismo, di prova fisica, di esaltazione dei sensi. Sì, a qualcuno la violenza piace, la cerca, la vive come una fiammata vitale.

Dei black bloc, o come accidenti vogliono farsi chiamare, penso esattamente questo. Non sono antagonisti, sono agonisti, il corteo è il loro stadio, la loro occasione di sentirsi al centro della scena. Mentre gli altri fuggono, loro espropriano il corteo ai manifestanti e la città ai cittadini. Decine di migliaia di persone, i pacifici, vengono cancellati, le loro ragioni (le ragioni della manifestazione, e anche le ragioni del quartiere Vanchiglia e del centro sociale Askatasuna, che ne è parte viva) non contano più nulla.

Conta, per gli agonisti, che in campo rimangano solo due squadre: la polizia e loro. E che per un governo come questo l’ordine pubblico sia un’occasione di repressione, e di militarizzazione, non solo lo sanno benissimo: ne sono entusiasti, ne sono partecipi, perché solo così possono praticare, finalmente, liberamente, il loro sport senza regole. È un caso, eclatante, di privatizzazione violenta di un evento pubblico.

Mi importa poco sapere le storie di questi incazzati, non saprei nemmeno dire se siano più incazzati o più soddisfatti cultori di uno sport che piace solo a loro (degli altri, se ne fregano). Ma non credo, purtroppo, che piovano dal cielo. Credo che dentro i centri sociali (che sono tante cose, ma sono stufo di rifare ogni volta l’elenchino delle cose buone per controbilanciare quelle cattive), dentro circoli e partitini di fascia estrema, trovino alloggio, anche quando mal sopportati. Trattati come “compagni che sbagliano”, ma pur sempre compagni.

Da qualche parte, se arrivano dalla Francia o dalla Germania, dovranno pure dormire, e non credo scendano all’Hilton. In qualche cantina o garage dovranno pure alloggiare le loro mazze e le loro bombe carta. E fino a che la sinistra loro contigua si ostinerà a non vedere, o a fare finta di non vedere, questa contiguità, tutti i cortei come quello di sabato a Torino avranno lo stesso identico svolgimento: poche centinaia metteranno in minoranza molte migliaia.

I dirigenti del calcio, ormai da decenni, dando prova – con rare eccezioni – di una pochezza e di una ipocrisia quasi incredibili, di fronte alle violenze degli ultras ripetono la stessa frasetta: “non sono veri tifosi, sono elementi del tutto estranei al mondo del calcio”. Peccato che gli incidenti accadano negli stadi, non nei tennis club o al galoppatoio. Circostanza che ovviamente chiama in causa il mondo del calcio, non quello del tennis e dell’ippica.

La sinistra radicale rischia di fare la stessa figura fino a quando non riuscirà ad ammettere che sì, ha un problema con la violenza: verbale e fisica. Non riesce a levarsela di dosso, che sia di pochi parassiti o che le abiti dentro, fatica a farci i conti. Fare i conti con sé stessi: da Piantedosi non me lo aspetto, dal governo nemmeno, ma da chi si definisce alternativo, o antagonista, invece me lo aspetto. La violenza, oggi più che mai, è la più conformista delle espressioni umane. È una parola del potere, non dei cittadini.

Scusate se sono andato un po’ lungo. Considerate che è solo la decima parte di quello che avrei voluto dire. Ne avremo occasione.