lunedì 22 giugno 2026

PERSONE DA REMIGRARE

 Classifica delle persone da remigrare prima di sera 

(Post Facebook  Prof. Guido Saraceni, 18 giugno)

10. Quelli che parcheggiano in doppia fila, occupano senza averne diritto il posto riservato alle persone con disabilità o lasciano la loro piccola auto in fondo al parcheggio - regalando, a tutti gli automobilisti onesti e normali, la fugace illusione di aver trovato un posto libero. 

9. Quelli che dopo aver comprato l’intero supermercato - un prodotto per ogni marca, in stile Arca di Noè o Incombente Minaccia Nucleare - sentono la insopprimibile necessità di bloccare la coda per andare a cambiare mezzo pomodoro.

8. Quelli che accompagnano il pranzo pasteggiando con grande gusto un cappuccino bollente. 

7. Quelli che indossano i calzini di spugna con i sandali.  

6. Chi abbandona sull’autostrada i cani, i gatti o la suocera. 

5. Quelli che scatenano infinite polemiche per una parola o mezza frase, avulsa dal contesto, come se il politicamente corretto fosse l’unico e più sacro valore da preservare, in un mondo che sta andando letteralmente a rotoli. 

4. Chi evade da sempre le tasse, ma continua beatamente a usufruire degli ospedali, della polizia e dell’istruzione pagate da noi fessi. 

3. Quelli che commentano baldanzosi: perché non li ospiti a casa tua? Sotto ogni post che parla di integrazione e tolleranza. Punto primo: l’Italia è anche casa mia; Punto secondo: perché vorrei che di ospitalità e accoglienza se ne occupasse lo Stato, utilizzando in questo modo il gettito fiscale invece di provare a costruire ponti sul nulla. 

Fatemi capire una cosa: invece voi che dite “Italia agli TAGLIANI” come vi organizzate? Affittate un pattino a Ladispoli per pattugliare le coste? Riportate personalmente in Africa gli immigrati senza permesso di soggiorno? 

2. Chi ancora giustifica il massacro dei palestinesi a opera di un governo criminale. 

1. I razzisti, i turbo-idioti e gli analfa-fasci, a prescindere dal nome e dalla maschera che indossano. 

Aiutiamoli a casa loro. 

18.6.2026 

Premio consapevolezza 

Chi sostiene che le nuove generazioni siano “deboli” perché abbiamo normalizzato la cura psicologica - come a dire che i denti si cariano perché le persone vanno dal dentista.

Premio qualunquismo e democrazia 

Quelli che non vanno mai a votare “tanto sono tutti uguali”. 

Premio 1920

“Il femminicidio non esiste”.

Avvertenze

Non combatto battaglie di intelligenza con persone palesemente disarmate. 

PS. Protervo e un po’ snob, ne prendo un po’ le distanze, ma mi ha fatto ridere 



sabato 20 giugno 2026

FRASI ICONICHE (DI GETTO)

 Desco familiare, stasera. Tg 7 manda un servizio sulle ambasce della Lega, tra cui le due campagne prodotte per Salvini al Ministero dell’Interno e candidato a Sindaco di Milano (con corollario di perfide insinuazioni sulla strumentalità di queste campagne - con i militanti nei gazebo nelle piazze - a cacciare Salvini dalla poltrona di segretario a cui però è attaccatissimo). Appena finito il servizio sulla candidatura a Sindaco di Milano, con inquadrature dei militanti che votano nei gazebo (fanno le “primarie”, santo cielo!) sento Roberto sbottare di getto, mentre mastica i suoi cetrioli “Ecco, cosí manda a culo anche Milano” (ha poi aggiunto qualche epiteto afferente all’intelligenza di Salvini che qui ometto per mantenere la levità del post). Si riferiva evidentemente, con facile riflesso spontaneo, al tocco magico di Salvini per le cose di cui teoricamente si occupa. Ineccepibile pensiero e reazione.

PS BEH LA MELONI …

 Stamattina una breve incazzatura mi suggerisce un PS - un po’ più serio, lo ammetto. 

Claudio Tito di Repubblica stamattina ad Omnibus, tra molte riflessioni serie e nteressanti, ha detto testualmente “Ma Trump ha insultato NELLO STESSO MODO anche gli altri leader europei”. Non entro nel merito di quello che volesse dire Tito con “nello stesso modo” ma mi ha  davvero infastidito. Trump non ha insultato “nello stesso modo” Meloni e per esempio, recentemente, Macron, semplicemente perché ha seguito il paradigma sessista e misogino che gli è proprio e che si inquadra pienamente nel pensiero patriarcale di cui (soprattutto, ma non esclusivamente) la sua parte politica è infarcita.

Prendiamo proprio i recenti esempi. Come ha insultato Macron quel “maiale” (Maria, cit.) di Trump? Attraverso la moglie che forse, nelle ricostruzioni di giornalisti che non sanno che cazzo fare, lo ha schiaffeggiato. E quindi l’insulto qual era? Un uomo debole, nemmeno capace di rimettere al suo posto sua moglie, di controllare sua moglie.

L’insulto alla Meloni? Mi ha “implorato”.  Ad essere cattivi tipica fantasia maschile di una donna implorante - a voler essere meno cattivi classico pensiero patriarcale della donna debole da proteggere (“mi ha fatto pena”).

In sintesi, due pesanti insulti, come nel non-stile di Trump personali e non politici. Ma è importante riconoscere insulti sessisti e personali da insulti personali, che non offendono “nello stesso modo”.

Che stanchezza, però….

venerdì 19 giugno 2026

BEH, LA MELONI HA UN PROBLEMA


 


Beh, mettiamola così: la Meloni (e anche sua sorella, sia pure in misura minore, però anche Lollobrigida…) ha un problema nella scelta degli uomini…compagni, amici… una carenza nella loro educazione, mi sembra. Forse avrebbero tratto vantaggio (e ne avrebbe tratto vantaggio anche l’Italia) da alcune ore di educazione sessuo-affettiva a scuola.

mercoledì 17 giugno 2026

FEMMINICIDIO

 Vannacci ha tuonato contro il reato di femminicidio e ho perfino letto un fine ragionamento giuridico (non suo, ovviamente, anzi da altre “sponde”) sul perchè non sia corretto (un “obbrobrio” giuridico, per l’esattezza) introdurre il reato di femminicidio quando nell’omicidio è già presente l’aggravante.

Tutto questo fa rabbrividire, non tanto Vannacci che sa quello che dice e il perché lo dice, ma mi fanno rabbrividire i “fini giuristi”. Cerco di spiegare, non so se ci riuscirò appieno.

I femminicidi sono sempre esistiti, anche prima che si cominciasse a lavorare sul concetto stesso di femminicidio. Qual è dunque la differenza, cosí pervicace a morire? La differenza è che allora ci si accontentava della cronaca. Una donna era stata uccisa, un uomo era stato arrestato e la storia finiva lì. Nessuno sentiva il bisogno di domandarsi che cosa avesse reso possibile tutto questo. Nessuno si chiedeva perché, con impressionante regolarità, fossero quasi sempre gli uomini a uccidere e le donne a morire.

La parola dà fastidio perché costringe a guardare dove molti preferirebbero non guardare. Se dico omicidio descrivo un fatto. Se dico femminicidio sono costretta a interrogarmi sul motivo. Ed è il motivo che crea disagio. Perché il motivo ci obbliga a parlare di possesso, di controllo, di una cultura che per secoli ha considerato normale che una donna dovesse adattarsi alle aspettative di un uomo. Perché definendo il femminicidio si definisce il patriarcato.

Per questo  considero il Generale Baby Pensionato e i “fini giuristi” parte del problema. Non perché abbiano espresso un'opinione. Le opinioni non  spaventano, preoccupano invece le conseguenze che certe opinioni producono quando vengono pronunciate da chi gode di autorevolezza, visibilità e consenso. Perché quando una figura pubblica trasforma un fenomeno in una caricatura ideologica, offre inevitabilmente un rifugio a chi quel fenomeno non ha mai voluto riconoscerlo. Credo che abbia rassicurato molte persone che non vedevano l'ora di sentirsi dire che il problema non era poi così grave, che si trattava di un'esagerazione, che le donne stavano ingigantendo la questione, che sono solo “due matti” e non una pseudo-cultura organizzata.

Non è la parola ad interessarmi e trovo singolare che si continui a preoccuparsi della parola usata per descrivere il fenomeno più di quanto sembri preoccuparsi del fenomeno stesso (era già successo recentemente con la parola “genocidio”).Il Generale Baby Pensionato è un coglione qualsiasi a cui viene data una visibilità gratuita e del tutto immotivata. I “fini giuristi” conducono i loro ragionamenti come se fossero fuori dal contesto e dalla storia (miserie che non li riguardano, evidentemente), come se la giustizia vivesse in una bolla “scientifica” e non fosse invece carne e sangue e vita. Infine, ho controllato: i “fini giuristi” in questione hanno votato SÍ al recente referendum sulla magistratura seguendo lo stesso modus acontestualizzato. Grazie, ma non ci serve.

martedì 16 giugno 2026

LUOGHI DI INASPETTATA TENEREZZA

 C'è una domanda che non si fa mai. Una domanda difficile con una forma semplice: ti ricordi l'ultima volta che hai preso per mano tuo padre? Che hai appoggiato la testa sul cuore di tua madre? Due fotografi, due progetti diversi con dei temi in comune: i corpi, la memoria, essere padri, madri, figli. Non ha senso parlare di fotografie senza mostrarvele, ma in rete le trovate facilmente tutte.

Basta che scriviate i nomi degli artisti. Il primo è Valery Poshtarov, bulgaro. Nota padri e figli per strada, da straniero in viaggio, e li ferma. Ha pochi secondi: il tempo di spiegare, convincere, scattare. Il progetto si chiama Fathers and Sons e nasce da un sentimento domestico: accompagnando i propri figli a scuola, Poshtarov pensa al giorno in cui non gli chiederanno più di tenergli la mano. Da qui il desiderio di tornare al passato, al proprio padre, al proprio nonno, alle loro mani. E' l'idea di fotografare padri e figli che si tengono la mano. In Bulgaria, Georgia, Turchia, Armenia, Serbia, Grecia, Italia. Posharov preferisce non chiamarli ritratti, ma icone: immagini che eccedendo i singoli individui li attraversano.

"Dal momento in cui lasciamo la mano di nostro padre, fino al momento in cui troviamo il coraggio di riprenderla", dice, "passano decenni". Guardando quelle coppie padre-figlio mano nella mano ho scoperto con stupore quanto mi fossero familiari quegli uomini sconosciuti. Perché familiari mi erano le dinamiche del loro legame: la distanza, la nostalgia, la cura, la tenerezza, il perdono. Tutti temi che, in dosaggi diversi, toccano il nodo che riconosciamo nell'intreccio di quelle dita. Padre e figlio, entrambi in tuta da lavoro arancione, giubbotti catarifrangenti, pantaloni sporchi di terra. Sono operai, probabilmente ferrovieri: dietro di loro si intravede un binario e poi la vegetazione di un paesaggio dell'Est Europa. In piedi, uno accanto all'altro, rigidi nella postura come chi non è abituato a farsi fotografare. Hanno corporature simili, il padre ha un attrezzo da lavoro in mano. Si tengono per mano: il gesto è impacciato, appena tollerato. Guardano in macchina, come si fa nelle foto ufficiali.


Il progetto di Denis Dailleux, fotografo francese, si intitola "Egypte, mère et fils" e ritrae bodybuilder egiziani con le loro madri. Il contrasto fisico è immediato: uomini, giovani e meno giovani, corazzati nelle loro muscolature, abbracciati, appoggiati, rannicchiati accanto a donne composte e silenziose. Alcune sono velate, altre no. Fiere o avvilite, stanche o sognanti, sono le madri a sembrare più forti. E' loro il centro di gravità. Siamo al Cairo, un ragazzo dal collo taurino si lascia tenere dalla madre come se avesse ancora cinque anni. Un altro, a torso nudo, tiene un braccio intorno alla genitrice. Nel contrasto tra la presenza nuda del figlio e la compassione vestita della madre sembra emergere il ricordo del corpo quando non doveva essere forte. La memoria di come è stato tenuto o trattenuto o non tenuto. Fuoricampo, evidente ma sospeso, il desiderio dell'artista. Per quei corpi virili, certo. Ma anche la nostalgia per quelle maternità immobili e archetipiche. 




Provo a tirare alcuni fili: il corpo maschile come luogo inaspettato di tenerezza; il ribaltamento della retorica maschile della distanza; la fisiognomica del ritratto che cede il passo all'evocazione della relazione. Non sono fotografie di persone, ma di legami. A Sofia, una donna chiede a Poshtarov di fotografare il marito accanto alla fotografia del figlio morto. Quello scatto, un padre e un'immagine, racconta la relazione nella stretta di mano che manca, dice che tenersi non è solo un gesto tra vivi, ma una tensione della memoria. La mano è un archivio minimo: contiene l'infanzia, la dipendenza, il distacco, il ritorno. E di nuovo la domanda: quando è stata l'ultima volta?

(Vittorio Lingiardi, rubrica L'ultimo metrò, D donna di Repubblica, 30 maggio 2026. Le foto le ho aggiunte io, quelle di Poshtarov non sono scaricabili, ma sono bellissime e commuoventi, come dice Lingiardi)


lunedì 15 giugno 2026

FESTA ANNUALE

 Festa dei dipendenti del Podere Stuard e Openfields venerdì sera scorso.


😓 eravamo nettamente i più vecchi

😊 che bello stare insieme a tanti giovani bravissimi e pieni di vita e progetti (anche progetti concreti e realizzati, per esempio bambini).

Io ho in braccio la più giovane - (quasi) quarant’anni dopo ho il privilegio e la fortuna di avere in braccio un’altra Anna. Ho approfittato della (abbastanza lunga) posa della foto per insegnarle un tratto fondamentale dell’educazione femminile odierna, cioè posare i suoi deliziosi e grassocci piedini sulla testa (rasata) dell’uomo (adorabile) inginocchiato davanti a lei.

CLAMOROSO! ANNUNCIO SPECIALE!

In quello che viene salutato come un accordo storico, sabato la Repubblica Islamica dell'Iran ha accettato di cessare ogni ostilità con gli Stati Uniti in cambio del divieto assoluto di sentir parlare con il vicepresidente JD Vance.

Secondo i termini dell'accordo, Vance dovrà rimanere fuori dalla portata degli iraniani per almeno 30 anni, e la sua esatta ubicazione sarà soggetta a ispezioni periodiche.

"Tutte le bombe che abbiamo sganciato su quei pazzi bastardi non potrebbero fare quello che ha fatto il suono della voce di JD", ha detto Donald J. Trump. "Sto pensando di mandarlo a Cuba la prossima volta".

L'accordo ha suscitato forti elogi da parte di diverse personalità di Washington, tra cui la Second Lady Usha Vance, che ha chiesto: "Come posso ottenere un accordo simile?".


sabato 13 giugno 2026

CANTERÒ SOLTANTO IL TEMPO 2

 


RENDERE DICIBILE L'INDICIBILE

 Ai teorici della deportazione importa rendere dicibile l'indicibile. L'obiezione "questa proposta non è realizzabile" è già una condivisione dell'osceno

Questo è il numero di venerdì 12 giugno 2026 della newsletter di Repubblica Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. 

Martin Sellner, il nazionalsocialista austriaco che è tra i più attivi teorici della remigrazione, dice una grande verità ai suoi seguaci: “Quando accettano di dibattere sulla remigrazione, se riusciamo a far passare la parola, abbiamo già vinto”. Ragionamento molto lucido. La vittoria dei remigrazionisti non è nell’applicazione del programma, e tanto meno nella definizione dei dettagli pratici del progetto, bensì nella diffusione dell’osceno. Ai fascisti, sia quelli che si presentano orgogliosamente come tali sia quelli che preferiscono dissimulare la propria natura dietro definizioni come sovranisti o antiglobalisti, importa questo: spostare il confine della decenza e della accettabilità, accogliere tra di noi l’indicibile e compiacersi della licenza, anzi suggerire lussuriosamente: come abbiamo fatto a non dirlo fin qui? Chi si cimenta nella discussione sulla remigrazione contribuisce a questo spostamento.

Dice: e quindi? Che si fa, non si dovrebbe replicare alla propaganda fascista? Si fa finta di niente? Difficile arrivare a questa conclusione, e però almeno qualche trappola andrebbe evitata. I remigrazionisti non sono contrari ai clandestini. Sono xenofobi. Sono razzisti. Sono islamofobi. Non distinguono il fondamentalista islamico dal semplice musulmano perché ciò che evocano agli occhi dell’elettorato è il ritorno a una presunta età dell’oro nella quale il colore della pelle di una nazione è uno solo, una la religione, una la cultura. Certo, il remigrazionista ti dice che per primi caccerebbe gli immigrati non in regola con i documenti (che in Italia sono anche tanti costretti all’irregolarità dalle maglie ideologiche della legge Bossi-Fini), ma è solo un amo. Il remigrazionista rivendica di voler cacciare chiunque non si assimili alla civiltà che lo ospita. Che significa non assimilarsi? Ovvio che una democrazia liberale ha il dovere di contrastare penalmente, e con tutti i mezzi legali a disposizione, forme di deviazione dallo Stato di diritto. Ha il dovere di rimpatriare chi delinque o attenta alla sicurezza pubblica. Per esempio, una comunità islamica che pretenda di applicare al suo interno la sharia, la legge islamica, non può essere tollerata. Ma chi decide su altre e più controverse forme di mancata “assimilazione”? Chi stabilisce il discrimine? Il giorno in cui una democrazia consente che qualcuno abbia il diritto di sindacare chi è assimilato e chi no ha già posto le basi della sua autodissoluzione. Quell’arbitrio può ritorcersi contro tutti: e perché non applicarlo a quel punto anche agli oppositori o a chi sceglie uno stile di vita sgradito o a chi comunque non si adegua a uno standard? Perciò la remigrazione, ovvero deportazione, è per natura una proposta squisitamente fascista: si basa sull’imposizione di un canone da cui non è consentita deviazione. Non bisognerebbe mai perdere di vista questo aspetto quando si discute con un remigrazionista.

Mi ha molto colpito l’altra sera la discussione che il generale Vannacci, un tipico fascista remigrazionista, ha ingaggiato con la conduttrice di Otto e mezzo Lilli Gruber. Gruber insisteva a definire irrealizzabile la remigrazione. Vannacci spiegava: ma no, abbiamo gli accordi con gli altri Paesi. E Gruber: non ce li abbiamo. E Vannacci: li abbiamo con quasi tutti. E Gruber: appunto, quasi… A un certo punto la conduttrice ha usato questo argomento: se fosse stato possibile remigrare, non l’avrebbe già fatto Meloni? Il generale, archetipo del mega – abbreviazione da megalomane – da bar sport non si è certo lasciato scoraggiare: noi lo faremo! Gruber usava senz’altro argomenti logici e razionali. Ma può davanti a un remigrazionista l’obiezione principale essere “non si può fare”? Certo che non si può fare, se non con i metodi della Gestapo ovvero dell’Ice trumpiana. Ma, a parte che questa non è purtroppo una evidenza condivisa da tutti, come ormai non lo è più nemmeno la tondità della Terra, qui si vede quanta ragione abbia Sellner: se invece si potesse fare concretamente, allora avrebbe senso parlarne? Portare il dibattito sul terreno della fattibilità della remigrazione è già una piena vittoria dei fascisti e certo Vannacci non è uscito indebolito dalla puntata di Otto e mezzo.
Infine, una riflessione fondata sulle baruffe a destra. Prendiamo proprio il caso della destra meloniana e di quella vannacciana. Ieri la presidente del Consiglio ha attaccato Vannacci(“Funzionale alla sinistra”) dopo che il giorno prima era accaduto il contrario (“Noi siamo la vera destra”, aveva detto il generale). Ci sono differenze tra Meloni e Vannacci? Certo, e non di poco conto. Chiunque si affretti a considerarli la medesima cosa compie una rozza opera di semplificazione. Tuttavia, esistono anche degli innegabili punti di contatto. Quando, come ha fatto la destra meloniana, per anni e anni ti sforzi di convincere l’elettorato che gli inciampi di una civiltà dipendono dalla sua “stranierizzazione”, quando si parla di “sostituzione etnica” evocando teorie del complotto (lo ha fatto Meloni prima di andare a Palazzo Chigi e Lollobrigida da ministro in carica), si fornisce una patente a chi propone di risolvere la questione con il più radicale degli approcci, ovvero l’amputazione. Se i migranti sono il problema dei problemi, perché esitare? Meglio chi non ha scrupoli di chi si fa fermare da leggi e leggine. Come diceva Sellner: quando a un remigrazionista obietti “questa cosa è irrealizzabile”, hai già condiviso l’oscenità.
Aggiungo solo un perfido commento. Tutti definiscono Vannacci "generale" e la definizione è corretta ma imprecisa. In realtà Vannacci è un "generale baby pensionato".

CANTERÒ SOLTANTO IL TEMPO

 Oggi piacevole tuffo nel passato

 


Mi sono accorta che quando cantavo Il tema (canterò soltanto il tempo) non mi rendevo conto di quello che veramente stavo cantando. Ora lo capisco meglio

Il tema (testo)


Canzone per la prima volta pubblicata nell'album "L'isola non trovata" del 1971



Un anno è andato via della mia vita, già vedo danzar l' altro che passerà.
Cantare il tempo andato sarà il mio tema perchè negli anni uguale sempre è il problema: 

e dirò sempre le stesse cose viste sotto mille angoli diversi, 
cercherò i minuti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni, i visi che si sono persi,
canterò soltanto il tempo... 

Ed ora dove sei tu che sapevi ridare ai giorni e ai mesi un qualche senso. 
La giostra dei miei simboli fluisce uguale per trarre anche dal male qualche compenso: 

e dirò di pietre consumate, di città finite, morte sensazioni, 
racconterò le mie visioni spente di fantasmi e gente lungo le stagioni 
e canterò soltanto il tempo... 

E via, e via, e via parole vane che scivolano piane dalle chitarre 
e se ne vanno e vibrano, non resta niente, un suono che si sente e poi scompare... 

E sono qui sempre le stesse cose viste sotto mille angoli diversi, 
e cercherò i minuti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni, i visi che si sono persi, 
e canterò soltanto il tempo...


venerdì 12 giugno 2026

E BUON COMPLEANNO?

 

Ottant’anni di Luna Park

di Mario Calabresi


Donald Trump compie ottant’anni anni e il luogo simbolo dove ambientare il racconto della sua vita è il Luna Park di Coney Island, all’estremità sud del quartiere newyorkese di Brooklyn di fronte all’Oceano Atlantico. Perché proprio lì il padre di Donald, Fred, fece fortuna costruendo complessi residenziali da mettere in affitto, ma soprattutto perché un parco dei divertimenti è il luogo che più di ogni altro aiuta a capire chi sia il Presidente. Dall’infanzia nel Queens alla Casa Bianca, passando per la televisione e la politica: la sua è la storia di un uomo che ha vissuto sulle montagne russe, ha cambiato la realtà come nella casa degli specchi e ha interpretato ogni confronto, prima come imprenditore, poi come personaggio televisivo e infine come presidente, come un autoscontro.

Potete vedere la puntata speciale di Altre/Storie Americane anche sul canale Youtube di Chora

Alla sua biografia, insieme a Marco Bardazzi, abbiamo dedicato una lunga puntata speciale di Altre/Storie Americane, il nostro podcast che in questi giorni compie due anni. 
Donald Trump nasce il 14 giugno 1946, è il quarto di cinque figli, ha due sorelle e un fratello più grandi, il padre Fred era nato a New York da due emigrati tedeschi, il loro cognome originale era Trumpf, aveva una F finale che si fecero togliere all’arrivo in America. La madre Mary Anne Mac Leod era nata in Scozia, dopo l’arrivo negli Stati Uniti aveva lavorato come domestica. Aveva conosciuto Fred ad una festa e dopo un brevissimo fidanzamento si erano sposati.  
Trasferitisi in una villa in stile Tudor, con tanto di colonnato, nel quartiere newyorkese del Queens, l’infanzia di Donald, bambino biondissimo con grandi occhi azzurri, è il manifesto di quella America conformista e prospera degli Anni Cinquanta. Frequenta una scuola privata e si innamora del baseball.
Tutto sembra perfetto anche se il padre non tollera errori o emozioni.

Donald J. Trump in una foto da bambino, pubblicata da lui stesso sul suo canale Instagram 

La realtà però, e questa sarà una costante della sua vita, è diversa: Donald è un bambino indisciplinato, tira sassi ai vicini e quando ha undici anni comincia a saltare la scuola per andare in metropolitana fino a Times Square, allora malfamata, per comprare piccoli coltelli a serramanico. Quando, nel 1959, ha tredici anni, il padre Fred, stanco delle fughe di questo ragazzino fuori controllo lo carica in auto e lo porta alla New York Military Academy. Un collegio privato che ricreava l’ambiente dell’esercito, in cui si stava in divisa e la disciplina era militare. Trump ci resta fino al diploma, a cui arriverà con il grado di capitano, ma i documenti raccontano ancora di uno studente mediocre e spesso messo in punizione.

Farà l’università in Pennsylvania alla prestigiosa Wharton, una delle migliori facoltà di economia, dove si laurea nel maggio del 1968, un momento particolare per l’America: un mese prima era stato assassinato il reverendo Martin Luther King a Memphis e poche settimane dopo sarà la volta di Bob Kennedy. I suoi anni dell’università sono quelli delle battaglie per i diritti civili e della guerra del Vietnam, che lui eviterà prima grazie ai rinvii per gli studi e poi, nonostante fosse stato dichiarato idoneo e abile all’arruolamento, grazie a un provvidenziale certificato medico fatto da un inquilino di un appartamento del padre.

Dopo la laurea, e senza il problema di fare il soldato, torna a New York. Vuole farsi spazio in città, ma non nel Queens o a Brooklyn dove aveva fatto successo suo padre, ma dall’altra parte dell’East River, sull’isola di Manhattan.
I suoi trent’anni sono la conquista di un posto al sole. Passa le sue giornate pranzando nei club esclusivi e le sue serate nelle discoteche come l’iconico Studio 54, locale simbolo dell’epoca disco, della cocaina e del sesso libero, etero e omosessuale. Ci andavano tutti da Andy Wharol a Elton John e Bianca Jagger il 2 maggio del 1977 per festeggiare il suo trentaduesimo compleanno, entrò in pista su un cavallo bianco.
ll fondatore del club, Ian Schrager, ha raccontato che Trump non beveva mai, non assumeva droghe e non ballava, ma passava il suo tempo a costruire relazioni e a corteggiare modelle. Trump è sempre stato lontano dall’alcool, suo fratello maggiore Fred JR era alcolizzato ed è morto nel 1981 a 42 anni proprio a causa della dipendenza.

Una foto dell'interno dello storico Studio54. In origine era un studio radio-televisivo della CBS. Foto CC By 2.0 Wikimedia di Alan Light

In quel periodo sposa una modella, Ivana Zelníčková, nata in Cecoslovacchia e poi emigrata in America grazie al primo marito austriaco. Insieme avranno tre figli: Donald Jr, Ivanka e Eric. 
Inizia a costruire e a ristrutturare, comincia dal vecchio hotel Commodore davanti a Grand Central Station che diventa il Grand Hyatt e poi costruisce la Trump Tower sulla Quinta Strada, l'unica delle sue attività che abbia mai prodotto ricavi veri. La Trump Tower è la sua casa, dove abita ancora Melania e dove lui ha sempre tenuto il suo ufficio.
Siamo entrati negli Anni Ottanta, quelli della presidenza di Ronald Reagan, gli anni del trionfo del capitalismo americano e del boom della borsa e della finanza più spregiudicata. Nel 1987 arriverà un film che fotografa alla perfezione quel tempo, "Wall Street" di Oliver Stone. Secondo il Wall Street Journal, lo spregiudicato protagonista Gordon Gekko, interpretato da Michael Douglas, era ispirato proprio a Trump.

I quarant’anni di Trump sono l'apice della sua celebrità. Trasforma e rilancia Atlantic City, la città dei casinò della Costa Est, la Las Vegas del New Jersey, la città dove i suoi genitori erano stati in viaggio di nozze. Si inventa casinò e resort, li trasforma in luoghi non solo di gioco ma di spettacolo. Al Trump Plaza, aperto nel 1984, combatte Mike Tyson, il pugile più famoso del mondo. La loro collaborazione fa di Atlantic City la città dove arrivano le star, da Madonna ai Rolling Stones, e dove vanno in scena i grandi spettacoli.
Ma non gli basta mai, Trump vuole ancora di più, compra la residenza di Mar-a-Lago in Florida, una compagnia aerea, un maxi-yacht e inaugura il maestoso Taj Mahal, il casinò ispirato al mausoleo indiano considerato una delle meraviglie del mondo. Un luogo pieno di sfarzo che dal punto di vista finanziario sarà la sua rovina e trascinerà nel baratro anche il Plaza e tutto il suo impero.

Il Casino Resort Taj Mahal a Las Vegas, inaugurato nel 1990. Foto by cc 3.0 Wikimedia di JrBalle

Alla fine degli Anni Ottanta Trump è sommerso dai debiti, lo salvano ancora una volta le banche e papà Fred, che continuerà a finanziarlo fino alla sua scomparsa nel 1999. Ma lui continua a raccontarsi come un uomo di immenso successo e pubblica un libro - "The Art of the Deal" – che diventerà un bestseller in cui vende il mito dell'imprenditore infallibile. La casa degli specchi in forma di libro.
Non riesce a uscire dalla crisi debitoria, anche se continua a inaugurare grattacieli con il suo nome (che si scoprirà poi non essere suoi), finché nel 2004 arriva l’opportunità di diventare il protagonista del programma televisivo “The Apprentice” sul canale NBC. La parte prima era stata offerta a Bill Gates e a Warren Buffett, che avevano rifiutato, ma Donald coglie al volo l’occasione, si reinventa e fa dimenticare il suo fallimento da imprenditore.

Sono anni di crisi per l’America, con migliaia di famiglie che perdono la casa, il crollo della borsa, i fallimenti, la peggior situazione economica dai tempi della Grande Depressione. Nel 2008 viene eletto presidente Barack Obama, con un messaggio di speranza, ma Trump sente che l’America è piena di rabbia e paura e inizia a cavalcare questi sentimenti. Lo fa con una campagna di falsità, diventando il capofila della teoria che Obama fosse un presidente illegittimo perché non nato negli Stati Uniti ma in Kenya e che il suo certificato di nascita alle Hawaii fosse falso. Questo allarga il suo consenso e la sua popolarità in aree arrabbiate e razziste dell’America profonda.
Quando Trump compie 69 anni capisce che un altro capitolo della sua vita è finito, il programma televisivo perde ascolti e sta per chiudere, e lui ha bisogno di un’altra capriola per restare in piedi. Così decide di scendere in politica.

Donald Trump poco prima di annunciare la sua intenzione di candidarsi a presidente nel 2015. Da un fotogramma della miniserie "Trump: An American Dream

La discesa in campo è una discesa sulla scala mobile dorata della Trump Tower, è il 16 giugno 2015. Sotto la scala c’erano un centinaio di persone ma le sue prime parole furono al solito esagerate: “Wow! Quanta gente, siamo migliaia!”, in parte erano giornalisti e suoi collaboratori, ma c’erano anche alcune comparse reclutate da una società cinematografica con un compenso di 50 dollari per tre ore di lavoro.  
Nessuno dei giornalisti lo prese sul serio, e invece quel giorno avrebbe cambiato la storia della politica mondiale. E le conseguenze sono sotto i nostri occhi.
Lì c’era già tutto: i cartelli con il suo nuovo slogan “Make America Great Again” e nel discorso Trump se la prendeva con la Cina, minacciando dazi. Prometteva anche di costruire un muro per bloccare l’invasione di immigrati alla frontiera con il Messico. Un discorso dai toni violenti che aveva radici negli Anni Novanta, quelli del fallimento del suo impero.
Nell’autunno del 1991 Trump aveva deposto davanti al Congresso e aveva parlato di un Paese “in piena depressione”, fregato commercialmente dai giapponesi, ingannato dal resto del mondo e che doveva difendersi proteggendo la propria economia, possibilmente con i dazi. Un’analisi, la sua, che avrebbe intercettato un malumore diffuso in una larga fetta della società americana. Il presunto miliardario era diventato il campione dell’uomo della strada, del perdente, del dimenticato dalla globalizzazione.

Con la sua elezione “La casa degli specchi” entra nello Studio Ovale, realtà e propaganda si mescolano continuamente e diventa difficile trovare un filo nella sua narrazione. La sua prima presidenza è affaticata, non preparata, caotica, piena di licenziamenti e di abbandoni, tanto che dopo la sconfitta del 2020, le inchieste e i processi, appare un uomo finito, perduto, nel fango.
Invece torna, ma la rabbia e l’umiliazione lo hanno radicalizzato, la campagna elettorale è completamente diversa, ben organizzata, il programma è radicale e dettagliato. Quando giura il 20 gennaio 2025 è il presidente più anziano mai entrato in carica. Fa partire una serie di ordini esecutivi senza precedenti: la guerra dei dazi, l’Ice e la caccia agli immigrati illegali, la rissa alla Casa Bianca con Zelensky e il disimpegno in Ucraina, la frattura con l’Europa e la Nato, le minacce di annessione della Groenlandia, la decapitazione del regime di Maduro in Venezuela, l’accerchiamento di Cuba e la guerra con l’Iran. 

Questi ultimi sedici mesi sembrano dieci anni ma l’uomo che a ogni curva sarebbe dovuto cadere non cade mai. La sua vita sono davvero le Montagne Russe, come la distanza tra i suoi indici di gradimento (mai così bassi) e il racconto che lui fa della sua presidenza. Le foto che crea con l’intelligenza artificiale e che posta ogni notte sui social lo mostrano come il Salvatore, e quello che vuole, ora che compie ottant’anni, è un posto nella Storia, così si spiegano l’Iran, il Venezuela e Cuba. 

Una delle tante immagini prodotte con l’intelligenza artificiale che mostrano Trump come il Salvatore

Per questo compleanno si è regalato qualcosa di inimmaginabile, un incontro di arti marziali miste allestito sul prato della Casa Bianca: Coney Island che torna, lo spettacolo fino all'ultimo.

giovedì 11 giugno 2026

PICCOLE STORIE DI OLIVIA E LA SUA MAMMA: DI DOMANDE E INTERROGATORI

( Dalla chat Whatsapp di Famiglia stasera)

Anna 

Domande in sequenza di questa sera di Olivia: “mamma ma anche noi dobbiamo morire tra tanto tempo?” “Si certo tutti”…. Silenzio…. “Ma prima i nonni, poi tu e poi io”, “si certo”…. “Vorrei rimanere per sempre piccola per non morire”.
Subito dopo: “mamma ma come fanno le persone a sposarsi?”, cerco di spiegare… subito dopo: “come si fa il burro?”
Dopo averle spiegato come si fa il burro le ho detto che può chiedermi tutte le domande su come sono fatti i cibi, che la mamma l’ha studiato a scuola. “Aaaah ma come hai studiato e perché?”
Fiuuuu sono esausta da questo interrogatorio 😜🫡
Ma penso di avere passato la prova

Roberto 
❤️❤️
Io
Meno male che è finita sul burro..❤️

(Ammetto che l'unica parte che non mi piace granché è la sequenza di chi morirà - ancora non mi sono abituata che i prossimi siamo noi. Trovo invece che la domanda più difficile sia "ma come fanno le persone a sposarsi?" - già, come fanno?)

mercoledì 10 giugno 2026

A PROPOSITO DEL SIGNOR HOOD - NOTA A MARGINE

 Mi è venuto in mente un piccolo commento rispetto al tema sollevato da De Gregori nel suo inopinato attacco a Bruce Springsteen ( su cui concordo con Sofri  "Che direi non abbia bisogno di essere difeso dalle critiche di De Gregori, per senso della misura") che come dice (e ha ragione) Sofri in realtà è solo un corollario minore della dichiarazione di De Gregori, ma che è la parte che ha fatto più "rumore". 

Mi è venuto in mente che nessuno deve stupirsi dell'uscita di De Gregori - era già tutto evidente e "scritto", bastava frequentare i loro concerti. Springsteen fa concerti di 2/3 ore in cui cerca spasmodicamente il contatto e il coinvolgimento del pubblico, cerca il fuoco, il rock, parla, parla, urla, canta fino allo stremo, capo di un happening collettivo che allarga i cuori, martella le menti, compatta i desideri e i sentimenti.

De Gregori arriva al concerto, non saluta nessuno, non dice nulla, canta le sue (belle) canzoni e se ne va, lasciando negli spettatori il (legittimo, credo) dubbio del perché ci si è presi la briga di venire al concerto quando bastava rimanere a casa ad ascoltare i suoi dischi (dico dischi per un vezzo da boomer, ma anche perché dire "ascoltare Spotify" mi suona malissimo).

Così, sono  servite le preferenze: o l'artista che canta, ma che è anche artista a tutto tondo, colui che custodisce il fuoco, o l'artista che parla solo attraverso le sue canzoni, in una illusione di "impoliticità" assurda, perché anche le canzoni sono politica.

Il toto-preferenze è aperto...

(PS un amico mi ha obiettato che Springsteen è vecchio, bolso, cotto, stanco e ripetitivo. In effetti ha settantasette anni - nove più di me - e si prende ancora la briga di coltivare il fuoco e di spendere il suo immenso credito per ciò a cui tiene - pensa che scandalo. Mi è venuto un po' da ridere e ho pensato a quali esempi di artisti giovani, rampanti, vivi, energici si rifaceva il termine di paragone. Non me ne sono venuti in mente...)

martedì 9 giugno 2026

IL SIGNOR HOOD

 

Con due pistole caricate a salve e un canestro di parole

A cose dette, e agitazioni già rimpiazzate da altre, metto qui delle considerazioni sulla cosiddetta “polemica De Gregori” che avevo scritto una settimana fa nella newsletter Le Canzoni, sperando di introdurre senso tra molte cose che mi sembravano dette un po’ sbrigativamente.

***

Torno sulle polemiche intorno alle cose che ha detto qualche giorno fa Francesco De Gregori, perché mi pare si siano nel frattempo affollati pareri in cerca di spazio, col risultato di confondere cose assai diverse. Ieri, per esempio, sia Repubblica che il Corriere della Sera avevano in prima pagina un proprio articolo in superflua difesa di De Gregori: non ho dubbi sulla buona fede di Luigi Manconi e mi immagino sia stato mosso da una solidarietà tenace per “l’artista” (oggi invece sul Corriere c’era Veltroni, animato dalle stesse intenzioni, e contagiato dalle stesse fallacie), mentre mi pare che da un po’ Antonio Polito si faccia spesso tentare dal facile consenso del fruttuoso format “ex di sinistra che se la prende con la sinistra”. Il fatto è che tutti e tre hanno scritto estesamente per attaccare chi avrebbe criticato la scelta di De Gregori di non intervenire su cose della politica e della vita pubblica, configurando tutti e tre il tipico “straw man argument”: perché la critica nei confronti di De Gregori non è ovviamente quella, e non ci sarebbe stato ovviamente niente da rimproverargli se si fosse limitato a dire «io non ho voglia di intervenire su questo o quello».

Invece De Gregori ne ha dette altre due, assai rimproverabili: due vere sciocchezze. La prima è un giudizio saccente e presuntuoso nei confronti degli “artisti” che invece hanno cose da dire sulle vicende pubbliche e politiche, citandone per giunta come esempio il più inattaccabile bersaglio, ovvero Bruce Springsteen. Che direi non abbia bisogno di essere difeso dalle critiche di De Gregori, per senso della misura.

La sciocchezza maggiore invece è quella di sostenere – come ha fatto De Gregori – che in generale tutti gli “artisti”, in quanto artisti, dovrebbero astenersi dal dire la loro sulle vicende pubbliche o mondiali, per mancanza di titoli, e che se si desiderano opinioni di questo genere si debba invece andare “da un filosofo”. La tesi è così sbilenca che si contraddice da sola, nel momento in cui De Gregori stesso ritiene invece di comunicare pubblicamente – un “proclama”, direbbe lui – che ritiene “imbarazzante” l’impegno di Springsteen.
Ma a parte questo, non è l’abito che fa il valore di un’opinione, di un impegno, o di un “proclama”: è il suo contenuto, come per ogni cosa. Ci sono impegni e opinioni di “artisti”, in giro e nella storia, di molto maggior senso e valore rispetto a certi impegni e opinioni di alcuni politici, commentatori di professione o persino “filosofi” (in qualche caso tre figure coincidenti).

La verità – utile da ricordare quando ci si trova scorati di fronte alla gran parte delle discussioni correnti – è che diventano fallimentari tutti i pensieri che assumono separazioni categoriche tra le cose della realtà. Quindi non solo quelle tra “artisti” e non artisti, o tra artisti e “filosofi”, o tra persone comuni e politici (tutto è politica), ma anche quelle tra argomenti “politici” e non (tutto è politica): dire – da artista – che Trump sta devastando l’America o che il governo israeliano è genocida non è una predicazione di una categoria diversa rispetto a scrivere Imagine ma neanche rispetto a scrivere All you need is love (il privato è politico, il mondo e le comunità migliorano se le persone si comportano bene le une con le altre), o Generale o Viva l’Italia. Farlo in una “canzone” non è più o meno adeguato che farlo in un libro o in un discorso (se Springsteen dice cose contro Trump sillabandole o cantandole sembrerebbe invece fare una gran differenza, per i teorici del “parlo con le mie canzoni”). Gli umani pensano di mettere le cose in cassetti separati perché la complessità e il “dipende” sono difficili da gestire per i nostri indaffarati cervelli, ma il risultato è che poi si irrigidiscono in quella lettura del mondo e finiscono a dire sciocchezze.
Qui andrebbe il telefonato finale in cui ricordo la grandezza delle canzoni di De Gregori, ma ce n’è bisogno?

MA C’ENTRANO GLI SVIZZERI?

Chiunque conosca almeno un po' nostra figlia Anna sa tutto della sua capacità organizzativa, efficienza ed energia. Potrebbe essere usata come effige della bellissima  espressione in dialetto parmigiano "la magna al fog" (mangia il fuoco)

Chat Whatsapp di Famiglia stamattina ore 10 - da Anna:

"Efficienza: stamattina, svegliato Olivia alle 7.40, bici a Thalwil, 8:00 appuntamento dal pediatra per vaccinazione contro le zecche + visita di controllo dei 5 anni, colazione in treno, 9.15 appuntamento a Zurigo (treno più tram) per rifare il passaporto e la carta d’identità ad Olivia, tornate in treno, preso bici, lasciato Olivia al kindergarten e sono già a casa. 💪🏼 gli svizzeri non devono insegnarmi l’efficienza 😜"

Io: "Lo sappiamo… però tutto questo vale solo se non devi aspettare dal pediatra, non devi aspettare il treno in ritardo, non devi aspettare dal passaporto e se il Kindergarten non chiude gli ingressi alle 9…"

Anna: "Ovvio 🫡 l’ufficio documenti è l’efficienza pura: appuntamento entri subito (addirittura noi in anticipo) consegni i vecchi documenti, hanno pronti di già le informazioni per i nuovi documenti che devi confermare su un computer, fai la foto, 2 domande e vai a pagare (70 chf, passaporto + carta d’identità)."

Io: "Volevo solo dire che gli svizzeri un po’ c’entrano"

Anna: "Hai ragione"

Ahimè, meglio non pensarci,,, poveri noi!

giovedì 4 giugno 2026

FARE CAPOLINO

 

È davvero carina l’espressione “fare capolino”, vero? In questi giorni mi viene sempre in mente quando esco dal cancello e ammiro questa splendida ortensia (regalo diversi anni fa da un’amica appassionata). Ogni giorno non posso fare a meno di salutare la piccola ortensia che si sporge tra la sbarra del cancello e la cassetta della posta. Con fatica e perseveranza “fa capolino” e mi augura buon viaggio, dovunque io vada.

mercoledì 3 giugno 2026

ANCORA DUE GIUGNO

 Ottant’anni fa nasceva la Repubblica Italiana. 

Nacque dalla lotta partigiana degli uomini e delle donne della resistenza. Nacque da una scheda piegata in una cabina elettorale, da un gesto semplice e insieme rivoluzionario; dal voto di un popolo che usciva stremato dalla guerra, dalla dittatura, dalla fame e dal lutto. E nacque, per la prima volta, anche dal voto delle donne.

Dopo aver potuto esprimere la loro preferenza nelle elezioni amministrative di marzo, il 2 e 3 giugno del 1946 le italiane entrarono nei seggi per partecipare a pieno titolo alla scelta tra Monarchia e Repubblica e all’elezione dell’Assemblea Costituente. Finalmente, almeno lí dentro, la loro voce aveva lo stesso peso di quella di chiunque altro.

Prima di quel momento, la maggior parte delle donne italiane era cresciuta dentro un’idea precisa di subordinazione e obbedienza. Sotto il regime fascista le donne non erano soltanto escluse dalla vita pubblica ma furono progressivamente ricondotte, anche per legge, a un unico ruolo considerato “naturale”: moglie, madre, custode del focolare.

La propaganda fascista celebrava la maternità come missione patriottica: dare figli alla nazione. Ma dietro quella retorica c’era un progetto preciso di limitazione dell’autonomia femminile.

Alle donne fu proibito di dirigere scuole medie e superiori di insegnare materie considerate di alto profilo come filosofia e storia nei licei. L’istruzione  di bambine e ragazze fu orientata verso “lavori donneschi” ovvero, mansioni domestiche. 

Gli studi superiori e le professioni intellettuali venivano altamente sconsigliati, E nel caso in cui una studentessa avesse avuto l’arroganza di proseguire gli studi avrebbe comunque trovato tasse universitarie raddoppiate rispetto a quelle degli studenti.

Accanto alle norme, anche gli scritti ideologici del tempo teorizzavano la subordinazione femminile. In questi passaggi del volume “Politica della famiglia” del 1938, scritto dall’economista fascista Ferdinando Loffredo, affiora, a voler pensar male, un certo pregiudizio misogino, seppur velatamente accennato tra le righe:

«La indiscutibile minor intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia»

E ancora: 

«Il lavoro femminile crea nel contempo due danni: la mascolinizzazione della donna e l’aumento della disoccupazione maschile.»

In sintesi: Vengono a rubarci il lavoro.

Detto ciò, con tali presupposti era facile che molte di loro si percepissero come delle nullità. Non potevano scegliere liberamente del proprio futuro, spesso non osavano nemmeno immaginarlo.

Eppure, in questo oscuro scenario di disuguaglianza ci furono ragazze giovanissime che decisero di ribellarsi; in un momento storico in cui dissentire non consisteva nel pubblicare una storia su Instagram ma voleva dire mettere a rischio la propria vita.

Adottarono un nome di battaglia come misura di sicurezza per sé e per i compagni e si unirono alle circa 300mila persone impegnate nella resistenza contro il nazifascismo.

Teresa Vergalli – nome di battaglia Annuska – staffetta, a 16 anni andava in bicicletta con i messaggi nascosti nelle trecce, e una piccola rivoltella nel reggipetto, per uccidersi qualora fosse caduta nelle mani dei nazisti. Non ne ebbe bisogno e dopo la guerra, girò per le campagne con il fac-simile della scheda elettorale per mostrare alle braccianti come apporre il proprio voto su questo misterioso ma importantissimo documento.

Tina Anselmi aveva 17 anni quando fu costretta ad assistere all’impiccagione di 31 prigionieri in piazza. Decise di unirsi alla Resistenza. Dedicò poi tutta la sua vita alla tutela dei diritti civili e sociali delle donne.

Irma Bandiera venne catturata da una squadra fascista e seviziata in ogni modo possibile per giorni affinché rivelasse informazioni sui propri compagni. Non lo fece. Venne accecata, uccisa da una raffica di mitra e il suo corpo fu esposto pubblicamente, perché tutti vedessero qual’ era la fine che toccava ai nemici del regime. Aveva 29 anni.

Molte di quelle ragazze erano adolescenti. Non avevano ancora il diritto di voto, ma stavano già scegliendo il futuro dell’Italia. E quella scelta aveva un prezzo reale: il carcere, la tortura, la morte.

Alcune partigiane, finita la guerra, entrarono persino nell’Assemblea Costituente. 

Nilde Iotti, che aveva partecipato alla Resistenza nei Gruppi di Difesa della Donna, divenne una delle ventuno donne costituenti, e anni dopo, la prima Presidente della Camera.

Teresa Mattei, partigiana a vent’anni, contribuì alla scrittura dell’articolo 3 della Costituzione, quello che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.

Ma accanto a queste figure straordinarie c’era la moltitudine silenziosa delle donne comuni. Quelle piegate dal lavoro fin dall’infanzia, indottrinate alla sottomissione; destinate, nei casi migliori, a una vita di obbedienza e nei peggiori a subire ogni sopruso, che avevano allevato i figli nella fame e sotto i bombardamenti, lavorato nei campi, fatto code interminabili per un pezzo di pane, e poi contribuito a ricostruire un paese devastato dalla guerra. Insomma, quelle che non sarebbero finite nei libri di storia e che raramente sono state ringraziate.

Proviamo a immaginare cosa abbia significato per quei milioni di donne essere finalmente considerate cittadine: non più soltanto madri o mogli ma persone titolari di una volontà politica e di diritti.

Essere convocate, attraverso il voto, a partecipare alle decisioni che riguardavano il futuro collettivo: si saranno percepite come una goccia nel mare o come parte attiva di qualcosa di più grande? Con quale emozione avranno vissuto quel momento?

La giornalista Anna Garofalo raccontò così quei giorni:

«Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere hanno un’autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane…»

«Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d’esame, ripassiamo mentalmente la lezione: quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel nome. Stringiamo le schede come biglietti d’amore. Le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un tono diverso, da pari…»

Da pari.

Con quel gesto nasceva la promessa di una Repubblica fondata sulla dignità e sull’uguaglianza. La promessa di un paese in cui si potesse parlare liberamente, dissentire, scegliere chi governa, partecipare alla vita pubblica senza paura.

Una Nazione in cui le donne potessero finalmente studiare, lavorare, votare, candidarsi, amministrare i propri beni, costruire il proprio destino fuori dall’obbedienza imposta. L’effettiva parità salariale – la libertà di camminare sole la sera o di separarsi da un compagno violento senza temere per la propria incolumità…

Ecco, queste ultime promesse non sono state ancora mantenute. Dobbiamo lavorarci. Dico “dobbiamo” perché se è vero che la sovranità appartiene al popolo allora ogni cittadino può e deve partecipare.

Molto è cambiato da allora. Ma la storia recente ci mostra con brutale chiarezza quanto velocemente il mondo possa cambiare e quel diritto conquistato ottant’anni fa continua a ricordarci che la democrazia non è qualcosa di scontato, e che ogni libertà esiste perché qualcuno ha avuto il coraggio di pretenderla.

Oggi festeggiare gli ottant’anni della Repubblica serve a tenere bene a mente quanto sia prezioso vivere in democrazia; che nessun tiranno decida per noi. Serve a ricordare da dove veniamo, a onorare il coraggio di uomini e donne che hanno combattuto per la nostra libertà e a impegnarci, ogni giorno, a meritarla.

Irma Bandiera prima di essere fucilata a 29 anni, fece in tempo a scrivere una lettera indirizzata a sua madre:

“Ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l’ho tanto voluto io stessa.”

Quelli “dopo di lei”, siamo noi.

Paola Cortellesi, monologo per la festa degli 80 anni della Repubblica  al Quirinale, 2 giugno 2026

2 GIUGNO

 Da alcuni anni a questa parte (non tanti, forse sono pensieri collegati all'età) ogni 2 giugno, ripercorrendo ogni volta l'epopea del referendum Monarchia-Repubblica, del primo voto delle donne, di un paese che usciva da una guerra e anche da una guerra civile, dei valori fondanti della nostra nuova democrazia... insomma, un po' di epopea controllata e poco trionfalistica, più romana che hollywoodiana, non fa male, anzi. Dicevo, ogni due giugno penso con rabbia che non ho mai chiesto ai miei nonni, e soprattutto alla mia amatissima nonna, cosa abbiano votato e cosa abbiano provato in quei giorni. I miei genitori erano troppo giovani: mia madre nel '46 aveva solo 11 anni, mio padre 18 (ma allora si votava a 21, ricordo il limite anch'io - anche se io ho votato a 18 anni per la Camera, perchè il limite è stato abbassato nel 1975, esattamente un anno prima che compissi 18 anni. Per il Senato, assurdamente a pensarci, è stato abbassato solo nel 2021).

Così non saprò mai cosa hanno pensato, soprattutto la nonna che votava per la prima volta, nè cosa hanno votato. Immagino che il nonno, uomo altamente razionale e poco incline a qualsiasi fede, abbia votato Repubblica - ma per lo più lo conosco tramite le narrazioni successive e i fatti che ha compiuto nella sua vita - di lui ricordo poco perchè è morto quando avevo solo otto anni. E la nonna sono pressochè sicura che abbia votato Repubblica, figlia di un socialista perseguitato e praticamente ammazzato dai fascisti, fortissimamente ostile al Fascismo (ricordo l'odio nella sua voce quando menzionava il Duce e l'episodio che raccontava sempre mia madre che il sabato, quando i bambini dovevano andare a scuola in divisa, lei si rifiutava di aiutare mia madre a vestirsi e non stirava la sua divisa e lei era sempre molto divisa tra la sua fascistissima maestra e la sua mamma riottosa. Inoltre, quando si era trattato di donare l'oro di casa al duce, la nonna si era guardata bene dal dare le poche cose d'oro che aveva). Immagino che la sua ostilità si estendesse agli alleati del fascismo, la casa Savoia.

Sono arrabbiata di non avere mai chiesto. Ci sono cose che non è più possibile fare, se si lascia passare il tempo giusto.

venerdì 29 maggio 2026

NOTTE

 Notte di grilli e cicale, un intenso concerto. 

Notte di luna piena e di nuvole.

Notte di profumo di gelsomino.

Sembra tutto in equilibrio, tutto in pace… per qualche attimo è possibile pensarlo



domenica 24 maggio 2026

A PROPOSITO DI GIANNI RODARI

A proposito di Gianni Rodari vorrei per l’ennesima volta confermare che un genio riesce a vedere lontano. Questo è un racconto di Rodari del 1973, nel libro Novelle fatte a macchina

  La macchina per fare i compiti 

Un giorno bussò alla nostra porta uno strano tipo: un ometto buffo vi dico alto poco più di due fiammiferi. Aveva in spalla una borsa più grande di lui.

- Ho qui delle macchine da vendere - disse.

- Fate vedere - disse il babbo.

- Ecco, questa è una macchina per fare i compiti. Si schiaccia il bottoncino rosso per fare i problemi, il bottoncino giallo per svolgere i temi, il bottoncino verde per imparare la geografia: La macchina fa tutto da sola in un minuto.

-Compramela, babbo!-dissi io.

-Va bene, quanto volete?

-Non voglio denari-disse l’omino.

-Ma non lavorerete mica per pigliar caldo!

-No, ma in cambio della macchina voglio il cervello del vostro bambino -

-Ma siete matto!-esclamò il babbo.

-State a sentire, signore – disse l’omino, sorridendo. -Se i compiti glieli fa la macchina, a che cosa gli serve il cervello?

 -Comprami la macchina. Babbo! Implorai.- Che cosa ne faccio del cervello? 

Il babbo mi guardò un poco e poi disse:-Va bene, prendete il suo cervello.

L’omino mi prese il cervello e se lo mise in una borsetta. Com’ero leggero, senza cervello! Tanto leggero che mi misi a volare per la stanza, e se il babbo non mi avesse afferrato in tempo sarei volato giù dalla finestra.

-Bisognerà tenerlo in gabbia- disse l’ometto.

-Ma perché?-domandò il babbo.

-Non ha più cervello, ecco perché. Se lo lasciate andare in giro, volerà nei boschi come un uccellino, e in pochi giorni morirà di fame!

Il babbo mi rinchiuse in una gabbia, come un canarino. La gabbia era piccola, stretta, non mi potevo muovere. Le stecche mi stringevano tanto che...alla fine mi svegliai spaventato. Meno male che era stato solo un sogno!

Vi assicuro che mi sono subito messo a fare i compiti.

Beh, nel 1973 spiegava con parole semplici l’Intelligenza Artificiale, l’AI. Vedeva molto lontano.

  


    

 

OGGI È PENTECOSTE

 Gigi ci ha ricordato durante la nostra videochiamata settimanale che oggi è Pentecoste, perché in Olanda, ma anche in Francia e in Svizzera, il lunedí di Pentecoste è un giorno festivo. Io ho commentato che da noi non si da più di tanto importanza alla festività di Pentecoste, ma Roberto ha osservato che invece per i nostri vecchi era una festività importante, tanto è vero che sua madre, per Pentecoste, ripeteva sempre, per sottolineare il carattere festivo,  il detto in dialetto “Inco’, fina i oslen in porten gnanca da magner ai picèn dal ní” (oggi perfino gli uccellini non portano da mangiare ai piccolini nel nido). Non l’avevo mai sentita, deliziosa, secondo me.

venerdì 22 maggio 2026

MA LO SA LA PRINCIPESSA?

Alcuni giorni fa, piccolo raggio di luce nel mare plumbeo della cronaca di questi giorni, la principessa Kate d’Inghilterra è venuta a Reggio Emilia per approfondire quello che è ormai internazionalmente noto come il Reggio Approach, un marchio durevole nel tempo perché all’inizio degli anni ‘90 , quando studiavo a Purdue University presso la School ef Education, appena sapevano che ero italiana mi chiedevano tutti del Reggio Approach. In seguito ho avuto la fortuna di vederlo operativo in loco. Non sto qui a parlarne, anche se ci sarebbe molto da dire sulle confusioni e mistificazioni e banalizzazioni che ho visto e sentito in abbondanza. Vorrei però parlare di un’altra cosa, di quella bella, alta, elegante ed evidentemente intelligente principessa che è andata in visita nelle scuole dell’infanzia reggiane. 

Quello che mi ha suscitato il sorriso è il pensiero che i più non realizzano che il Reggio Approach, nonostante il nome inglese, è una realizzazione, ma prima ancora un’idea, comunista.

Alcuni fanno derivare addirittura la genesi da un episodio storico avvenuto a Villa Cella (frazione di Reggio Emilia) nel 1945. A Villa Cella nel 1945 i tedeschi in ritirata avevano abbandonato un carro armato, sei cavalli e 3 camion. Invece di rottamare il carro e far carne da macello delle bestie le donne dell'UDI  (Unione donne italiane, gruppi di difesa recentissimamente formati), decisero di vendere tutto per raccogliere dei fondi. Con quel denaro nacque il primo asilo del popolo. L’idea era  di fare degli istituti che fossero nuovi e che fossero per tutti. Un'istituzione portata avanti e finanziata da giunte comunali comuniste che invece di mangiare i bambini pensavano alla scuola come strumento di emancipazione e come strada per per superare le diseguaglianze sociali.

Il momento storico più ricordato data comunque agli anni sessanta: il sindaco comunista Renzo Bonazzi decide di collaborare con il pedagogista Loris Malaguzzi per ripensare radicalmente il sistema dell’infanzia, transitandolo dalla logica assistenzialista (miseramente finanziata e pauperistica) in cui si trovava ad un luogo formativo attento allo sviluppo delle potenzialità e dei “linguaggi” dei bambini di ogni ceto sociale. Nei primi anni ‘70 poi arrivò a Reggio anche Gianni Rodari e la collaborazione tra Gianni Rodari e il pedagogista Loris Malaguzzi fu straordinaria e profonda. Da quell'esperienza e dal loro confronto nacque il celebre saggio "Grammatica della fantasia" (1973), che Rodari dedicò proprio alla città di Reggio Emilia. 

Il programma del Reggio Approach è stato scritto, realizzato, modificato, perfezionato ed è reperibile in tanti libri, articoli, documentazione,  ma spesso, e a ragione, vengono richiamate le parole di Ida Cavallini (militante UDI e accompagnatrice dei bambini che arrivavano in Emilia Romagna con i "treni della felicità") come sintesi del senso e del significato dell’hummus che l’ha immaginato, creato e protetto;

"Noi donne non abbiamo mai smobilitato. Venivamo dalla Resistenza e affrontavamo un’altra resistenza, lottavamo contro la miseria… e così ospitammo i bambini del Meridione e i bambini del Polesine. Le nostre organizzazioni, l’Udi, il Partito, le Camere del Lavoro, erano sempre presenti.  Ma il compito dell’accoglienza ai bambini fu solo l’inizio. Ci fu la lotta per gli asili, poi abbiam voluto le scuole a tempo pieno, poi abbiam voluto il centro ricreativo estivo e le colonie. Sono state lotte dure, ma le abbiam condotte e vinte. Non volevamo bambini in mezzo a una strada, volevamo che fin da piccoli imparassero ad associarsi, a volersi bene, a scrivere, a leggere, a diventare delle persone umane."

A Loris Malaguzzi gli amministatori e le amministratrici reggiane consegnarono il mandato di creare un mondo che aiutasse i bambini a crescere al meglio, ad aumentare le loro potenzialità, mentre le loro madri potevano uscire da casa a fare altro, a lavorare e a crescere come persone, come donne, come cittadine. E su questo mandato sono state investite le risorse pubbliche, economiche, culturali ed affettive della comunità reggiana, a fronte di un sentire conservatore e di destra, peraltro ancora molto attuale, che sosteneva che solo la famiglia fosse il luogo ideale dove crescere i nostri bambini e che la scuola dagli zero ai sei anni dovesse essere solo un pallido sostegno alle famiglie e non un luogo di crescita, incentrato sui diritti dei bambini, posti al centro della società in cui vivono. (E la famiglia sappiamo molto bene come deve essere composta, è chiaro).

Mi chiedo con un sorriso se la bella e sorridente principessa sa tutto questo e se tutti quei pinguini che si arrotano in bocca il Reggio Approach (no, non i reggiani, i reggiani, perfino i politici reggiani, fanno e non millantano, ma tanti altri, specie concentrati intorno a Roma) sanno tutto questo. Sono quasi certa che Kate Middleton non lo sa, è una parte di storia che non le hanno spiegato, ma sono quasi altrettanto certa che se lo sapesse non le importerebbe - le scuole dell’infanzia di Reggio Emilia (e tante altre) sono incantevoli, sono luoghi di pace e di crescita. Ne abbiamo tanto, tanto bisogno.