lunedì 18 maggio 2026

DONALD TRUMP

 Donald Trump non è un eroe populista incompreso che si è ritrovato per caso nell'autoritarismo. È un truffatore di lunga data che ha scoperto che la paura vende più velocemente degli appartamenti. Ogni capitolo della sua vita si ripete allo stesso modo: sfruttare le debolezze altrui, creare uno spettacolo, negare le responsabilità, ripetere. Come uomo d'affari vendeva illusioni. Come presidente vende risentimento. Il prodotto è sempre lo stesso: se stesso. Vendere se stesso è la merce più preziosa di Trump. Chi l'avrebbe mai detto?

Non è un leader. È un uomo di marketing. La leadership richiede verità, moderazione e servizio. Lui si nutre di performance, escalation e alimentazione del proprio ego. La campagna elettorale non finisce mai perché la campagna elettorale è fatta di applausi, e gli applausi sono ossigeno. Le politiche sono secondarie. La realtà è negoziabile. L'unico parametro che conta è se la narrazione protegge la sua fragile immagine di sé. Se la verità gli fa comodo, la usa. Se le bugie gli sono più utili, vi ricorre senza esitazione. In questa equazione non c'è bussola morale, solo utilità. E ciò che rende possibile questa metastasi non è solo l'uomo, ma anche il meccanismo che lo protegge. Un Congresso repubblicano che un tempo fingeva di credere nella Costituzione ora la tratta come una lettura facoltativa. Hanno barattato la supervisione con l'obbedienza, i principi con la vicinanza al potere. Sanno benissimo cosa fare. Questa è la parte più grave. Lo sanno, eppure obbediscono lo stesso. Non è solo codardia; è complicità.

La presidenza di Trump non è mai stata incentrata sul governo. È stata incentrata sul dominio. Considera le istituzioni come nemiche, non come fondamenti. La stampa deve essere punita. Il dissenso deve essere schiacciato. I giudici devono essere leali. I funzionari pubblici devono inginocchiarsi. Le minoranze, le donne, i veterani, i disabili, chiunque si rifiuti di orbitare attorno al suo ego diventa un bersaglio. La vendetta non è un effetto collaterale; è il sistema operativo. Ecco perché parlare di "caos" e "controversia" è un eufemismo. Ciò a cui stiamo assistendo è corrosione. Una minaccia interna alla stabilità democratica mascherata da populismo. Un uomo che equipara la lealtà personale al patriottismo e la critica al tradimento. Questa è la logica di un tiranno, non di un governo repubblicano.

Il mondo lo vede. Gli alleati vedono instabilità e si chiedono se ci si possa ancora fidare dell'America, in grado di onorare gli impegni presi anche dopo la fine dell'ego di un singolo individuo. Gli avversari vedono le crepe e bramano la vittoria. Una nazione divisa è più facile da manipolare. Una democrazia indebolita è più facile da minare. Il pericolo non è solo che Trump creda di avere sempre ragione. Il pericolo è che creda di averne diritto. Diritto al potere. Diritto all'immunità. Diritto a piegare il Paese per placare le proprie paure. E più a lungo continua questa normalizzazione, più difficile diventa ricordare cosa significhi una leadership stabile.

Invertire questa tendenza non si otterrà solo con l'indignazione. Richiede una forte volontà civica, elettori, istituzioni e leader disposti a scegliere il Paese anziché il culto, la Costituzione anziché la convenienza. Richiede americani che si rifiutino di confondere il rumore con la forza o la crudeltà con il coraggio. Perché se non tracciamo noi quella linea in modo chiaro e deciso, lo farà la storia. E raramente è indulgente nei suoi verdetti.


—Michael Jochum

"Non solo un batterista: Riflessioni su arte, politica, cani e condizione umana"

(Traduzione con Google)


giovedì 14 maggio 2026

UN UOMO E IL SUO OROLOGIO

 Roberto da lungo tempo è innamorato di questo orologio. È un orologio che fa parte della linea di orologi, molto riconoscibili, delle ferrovie svizzere, un brand.



Alcuni mesi fa, incoraggiato da noi tutti, ha pensato di meritarselo e se l’è comprato, a Zurigo, durante una delle visite a nostra figlia. 

Il primo segno del destino è cominciato con la commessa del negozio che dice a Roberto di presentarsi, al passaggio della frontiera, alla Dogana per avere il tax refund, cioè la restituzione delle tasse locali applicate sull’orologio. Diligentemente, quindi, Roberto parcheggia la macchina alla Dogana e va (io rimango ad aspettarlo in macchina) a fare l’operazione con lo scontrino col timbro del negozio. Purtroppo sbaglia e improvvidamente invece della Dogana svizzera va a quella italiana, dove, come mi informa furibondo tra improperi e bestemmie al suo ritorno alla macchina, non solo non gli ridanno dei soldi, ma gli applicano la differenza tra le tasse di importazione italiane e quelle svizzere. Risultato: 120 euro di tasse che vanno ad aggiungersi al prezzo esagerato di 660 euro pagati per l’orologio. 

Col tempo, l’incazzatura si attenua, in fondo sono solo soldi e alla fine c’è solo un uomo felice con il suo bell’orologio nuovo. Ma il destino è sempre lí, in agguato. Poco tempo dopo, Roberto si accorge che il vetro del quadrante dell’orologio è incrinato, percorso da raggi profondi, tagliato. Sulle cause non abbiamo insistito ad investigare più di tanto perché Roberto era davvero furibondo (il suo commento più dolce era “questa merda di orologio che mi hanno rifilato che sembra robusto e invece è una fregatura solenne” - ho usato sinonimi più, diciamo, ascoltabili delle parole veramente usate). Non restava altro, appena recuperata un po’ di lucidità (ci ha messo settimane, comunque) che appellarsi alla nostra paziente figlia perché si rivolgesse al negozio svizzero per chiedere lumi ed aiuto. Al negozio le hanno risposto che bisognava mandare l’orologio alla casa madre, corredato dalla garanzia, e chiedere a loro. 

Durante una visita successiva a Zurigo c’è stata la consegna poco convinta ad Anna dell’orologio perché tentasse la riparazione. La poca convinzione era anche legata al fatto che, come succede con tutti i documenti che passano per le mani e lo zaino di Roberto, la garanzia non si trovava più.

E arriviamo allo scorso 29 aprile, quando arrivano a Sanguigna per qualche giorno Anna ed Olivia, giusto il giorno dopo del sessantottesimo compleanno del nonno. Torta con candeline da spegnere per festeggiare e l’orgoglioso sorriso di Olivia mentre porge al nonno il loro regalo, il famoso orologio tornato integro, nuovo e fiammante. Torna quindi la diade uomo felice e il suo (nuovamente amato) orologio, una storia finita bene (a parte quanto è costato - io ho osato chiedere ad Anna quanto ha speso ancora, ma lei ha risposto piuttosto seccamente “È un regalo e quindi non si chiede e non importa” - il tono della risposta denunciava a mio parere una certa sofferenza per la cifra sborsata…). Fine della saga del Grande Orologio Impossibile? Eh, no, manca ancora l’ultimo atto (non lo definisco “finale” per scaramanzia).



Anna e Olivia ripartono il 3 maggio, domenica, e la sera stessa Roberto mi confessa che da un paio di giorni non trova più l’orologio. La sua ipotesi è che Olivia possa averci giocato e poi averlo lasciato in giro.  Passiamo quindi la domenica sera a cercare per tutta casa l’orologio senza risultato e sul tardi, passate le 23, Roberto si decide a mandare un Whatsapp all’Anna per farle chiedere a Olivia se ricorda qualcosa. A questo punto pur con la scarsa fede che possediamo ringraziamo il cielo di avere una figlia molto sveglia, perché l’Anna alle 7 del lunedí mattina ha risposto “Olivia é a letto e glielo chiederò quando si sveglia, ma tu hai provato a guardare nella borsa dello yoga che hai usato giovedì sera?”.

E niente, l’orologio è tornato (momentaneamente?) al polso.  Evviva.

lunedì 11 maggio 2026

RACCONTAMI UNA STORIA VERA

(Michele Serra, OK BOOMER, oggi)

Ho visto, l’altra sera a Propaganda Live, un reportage di Francesca Mannocchi dal sud del Libano. Bellissimo. Persone, volti, case distrutte. Sunt lacrimae rerum, Virgilio, primo libro dell’Eneide. Nessun commento, nessun giudizio, solo racconto. Puro racconto.
Che ogni racconto sia conseguenza della sensibilità e del punto di vista dell’autore è certamente vero. Non esiste “l’oggettività”, voglio dire. Ma quando la soggettività, la voce del singolo, si mette al servizio delle cose e dà voce al mondo, ci fa due regali preziosi, importanti.
Il primo regalo è aiutarci a conoscere. A saperne di più. Il secondo regalo è ammutolirci, almeno per la durata del racconto, perché se parliamo non possiamo ascoltare. E il racconto, dai tempi dei tempi, richiede che qualcuno racconti e qualcuno ascolti, o legga, o guardi il film. Adesso mettiamo da parte questo incipit. Ci servirà tra poco.
«Non si può avere una società mentalmente, fisicamente e psichicamente malata come quella americana e aspettarsi che le persone non cerchino la radicalizzazione». Sono parole di Stephen Markley, lo scrittore americano autore di Diluvio, tratte dalla lunga intervista di Annalisa Cuzzocrea su Repubblica.
Colpisce l’indicazione di un rapporto diretto, di tipo causa-effetto, tra disagio psichico e radicalizzazione. Come se lo squilibrio dei discorsi, delle opinioni, dei giudizi fosse conseguenza diretta dello squilibrio della mente che li produce. E la radicalizzazione (il fanatismo, per usare un termine più classico) fosse, dunque, il sintomo più evidente di una vera e propria patologia sociale.
Non sono uno psichiatra e non ho idea se questo nesso esista davvero, e in quale misura. Ovvero se il fanatismo sia direttamente proporzionale al livello di angoscia, o di insicurezza, o di paranoia che investe non solo singoli individui, ma il corpo sociale nella sua interezza.
Ma da persona che lavora con le parole da una vita posso solo dire che sì, la radicalizzazione delle opinioni, l’assertività dei giudizi, l’aggressività dei toni, l’uso delle parole come arma d’assalto fanno parte di una postura molto diffusa, e certo non in fase di regressione, alla quale l’avvento dei social ha fornito il medium più confacente: veloce, sovraffollato e caotico, laddove leggere, scrivere, conoscere, pensare sono attività che richiederebbero tempo e silenzio.
Aggiungo: anche capacità di ascolto, come ben sa chiunque, a qualunque livello, lavori per ricucire le ferite umane e le ferite sociali.
(Il linguaggio di Trump – per fare l’esempio più eclatante – è un caso impressionante di adozione “dall’alto” di un modo di comunicare rasoterra: “basso”, frettoloso, superficiale, autoriferito, sprezzante, come se anche il presidente degli Stati Uniti fosse solo una voce che inveisce in mezzo alla folla. Sarebbe indistinguibile dalle altre, la voce social di Trump, se non inalberasse, inverosimili sopra una merce così dozzinale e scadente, le insegne del potere. Il motto della comunicazione social di Trump potrebbe essere quel “baciatemi il culo” che almeno un paio di volte ha pronunciato: e parlava di altri capi di governo).
Del linguaggio dominante sui social si sa, è stato già detto: prevale il “baciatemi il culo”. Ma la postura giudicante e aggressiva, e la conseguente scrittura giudicante e aggressiva, prosperano anche in una parte non piccola dei media “classici”.
Ci sono giornalisti e giornali che ci campano. Che siano contagiati dai social oppure li contagino, o più classicamente ripetano le vecchie solfe dell’odio politico (che precede, eccome, la nascita dei social), importa poco: però importa ribadire che, rispetto ai social, hanno una responsabilità maggiore. Per loro la parola è un mestiere, non un passatempo. E a garantire la qualità del pane dovrebbero essere, prima di chiunque altro, i fornai.
Chi scrive per mestiere ha dunque il dovere di chiedersi, nella condizione data, se e come il suo racconto della realtà possa arginare l’alluvione dei giudizi sommari, che sono la materia prima del fanatismo politico – al netto della stupidità, che ne è una componente irrimediabile. La risposta è sì: un racconto ben fatto, che calandosi nel vivo delle cose umane non può che coglierne l’imponenza, la drammaticità e la complessità, è di per sé una cura di quel “male mentale” di cui parla Markley, che è la sopraffazione degli altri – nel terrore di esserne sopraffatti.
E qui torniamo a Mannocchi e al nostro incipit. Cercate di raccontare bene una cosa, e avrete costruito una piccola isola nella palude. Che poi questo racconto, in un secondo momento, possa essere fatto a brani o manipolato o frainteso, strappato dal suo contesto, usato come pretesto, fa parte del rischio della socialità contemporanea – quasi nessuno legge qualcosa per intero, ma tutti parlano di tutto in modo relato, indiretto, di rimbalzo, per sentito dire, in una specie di “telefono senza fili” che coinvolge ormai miliardi di persone.
Questo non toglie che l’intenzione narrante sia il contrario preciso dell’intenzione giudicante. Direi: l’antidoto. Ed è all’intenzione narrante che questo spazio cerca di essere devoto fino dai suoi primi episodi.
Fossi un terapeuta degli haters direi loro, per prima cosa: racconta qualcosa di tuo. Prova a farlo. Sospendi per un istante il tuo giudizio sugli altri. Metti in gioco quel poco o quel tanto che sei, quel poco o quel tanto che sai. Accendi il tuo computer e, siano dieci o dieci milioni i tuoi followers, dì loro qualcosa di tuo. Dai loro qualcosa che ti appartiene.


venerdì 8 maggio 2026

I GIORNI DEGLI AMARYLLIS

 

Come ogni anno, questi sono i giorni degli Amaryllis, fioriti nell’intensità di un rosso che sembra velluto, rigogliosi in pochi giorni e per pochi giorni, poi di ritorno nel riposo dei loro bulbi fino alla prossima chiamata alla fioritura.
Ho una storia per me tenera legata agli Amaryllis. Correva l’anno 1987 e con Roberto abbiamo deciso e compiuto una piccola impresa che da un po’ meditavamo: il Coast to Coast degli Stati Uniti, los Angeles - New York, diecimila chilometri di cieli americani.
Al ritorno, felici e piuttosto gasati, drogati da tutta la bellezza che avevamo incontrato, facciamo tappa all’aeroporto di Amsterdam, Schipol, e lí vediamo un bulbo di Amaryllis decisamente enorme, come mai ne avevamo visto uno. Ci ricordiamo che la mamma di Roberto, l’amorevole Bianca dal pollice verdissimo, amava molto gli Amaryllis e decidiamo di portarle a casa in regalo questo enorme bulbo. 
Gli Amaryllis della foto sono tutti figli di quel bulbo (mi sembra che qualche altro esemplare popoli il giardino di qualche amico) e di quel piccolo gesto d’amore scelto quel giorno di tanti anni fa. Quando li guardo non posso fare a meno di pensare quanta storia della nostra vita si sia dipanata con loro muti testimoni (ma anche quel bulbo ha avuto una vita passata al fianco della nostra…)

venerdì 24 aprile 2026

25 APRILE

"Il 25 non è unitario per chi ancora rimpiange il fascismo. Non vedo cosa ci sia da rimpiangere nel 2026... dopodiché, se me lo permette, io vorrei rasserenare il Presidente del Senato: noi storici, ogni anno, ce li ricordiamo bene i militi della RSI. Ci ricordiamo bene cos'hanno fatto le brigate nere quando torturavano, ammazzavano, impiccavano, quando infierivano sui corpi dei vecchi e dei bambini.

Io ho fatto parte di una commissione che ha censito circa 5800 casi di stragi in Italia. Abbiamo lavorato sulla documentazione che era stata occultata illegalmente, a proposito di apparati deviati dello Stato e a proposito di apparati occulti, nel famoso armadio della vergogna.

Quelle carte ci dicono che noi siamo il paese delle stragi nazifasciste. 

Quindi se nel 2026, nell'ottantesimo anniversario della Repubblica italiana nata dalla lotta antifascista che è durata vent'anni in questo paese. Non è iniziata con l'8 settembre (ovvero la fine dell'alleanza tra Italia e Germania e la resa incondizionata del Regno d'Italia agli alleati, ndr): è iniziata con Pertini che si era fatto la galera, con gente mandata a marcire al confino.

Si rimpiange ancora le frasi del vecchio e caro Giorgio Almirante, che diceva "ma che dobbiamo festeggiare?"... è un problema suo se lo fa in casa sua, è un problema nostro se quelle parole le pronuncia da Presidente del Senato e seconda carica dello Stato".

(Michela Ponzani, storica, Otto e mezzo)

Di mio, sottolineo che tutti i morti, specialmente quelli morti giovani, devono essere onorati, ma che è chiaro, nel giorno della Liberazione, chi era dalla parte giusta della storia e chi dobbiamo celebrare.

martedì 21 aprile 2026

“AGRARI PER SEMPRE” 2

 Lo scorso fine settimana i due (baldi?) vecchietti sono andati a vedere un bel film francese Il caso 137, originale e molto ben interpretato. A un certo punto c’è una scena tra la protagonista e i suoi anziani genitori in cui, come da stereotipo, la vecchia sposa si lamenta con la figlia del marito “Guarda è davvero cattivo e insensibile, pensa che uccide le povere talpe del giardino a colpi di badile, con un colpo di badile sul collo”. La figlia commenta sulla crudeltà di questa azione. 

A quel punto sento mugugnare di fianco a me l’agrario irredimibile della famiglia “Beh, certo, è ovvio, le talpe fanno i buchi nel giardino bisogna ammazzarle!”. Agrari per sempre.

domenica 19 aprile 2026

I "SEGRETI" DEGLI ADULTI

 Oggi dialogo Whatsapp nella chat di famiglia;

ANNA: Fase domande esistenziali è cominciata, qualche esempio della settimana: perché gli uomini costruiscono le case? Perché esistono i gabinetti? Perché gli uomini hanno una pancia? Da dove nascono i cani? E via dicendo 😂

LUIGI: oh shit!! buona fortuna 😁

IO: La più facile è perché esistono i gabinetti, secondo me

ANNA: Perché mi chiamo Olivia? Perché ti chiami Anna?

IO: Scusa, ci puoi elencare le tue risposte?

Qui il dialogo sul tema si è interrotto, deviato su altri pensieri. Peccato! avevo chiesto le risposte di Anna per portare avanti un piccolo bel ricordo. Avrei argomentato che dovevamo sapere le risposte che ognuno di noi  aveva dato per coordinarle, visto che mi sono ricordata di Gigi quando era anche lui nel periodo delle domande, che continuava a fare - le stesse domande - sia a me che a suo padre che all'Anna (allora quindicenne). Quando l'abbiamo scoperto abbiamo ipotizzato che partisse da un pregiudizio: secondo noi pensava che non gli dicessimo tutta la verità, che ci fossero dei segreti "da adulti" che tenevamo per noi, e quindi verificava le versioni di tutti. 

Era bello, era tenero. Ora è il momento di Olivia..