mercoledì 4 novembre 2026

BARACK OBAMA

 BARACK OBAMA su X


Tonight, the American people sent a clear message — they want a politics that brings people together rather than divides them, and leaders who offer concrete solutions to the challenges they face.

These results were only possible because outstanding candidates stepped forward in every region of the country — including in areas once considered long shots. They came from different backgrounds and represented a range of political perspectives, but were united by shared values, a belief in public service, and a commitment to putting the people of their districts and states first. We also owe a debt of gratitude to the thousands of election officials and volunteers from both parties who helped ensure a smooth election and carried out one of the most essential functions of our democracy. While this administration has another two years in office, our job now is to roll up our sleeves, make changes wherever we have the power to do so, prevent further damage, and lay the groundwork for the future.

(Stasera, il popolo americano ha inviato un messaggio chiaro: desidera una politica che unisca le persone anziché dividerle, e leader capaci di offrire soluzioni concrete alle sfide che deve affrontare. Questi risultati sono stati possibili solo grazie a candidati eccezionali che si sono fatti avanti in ogni regione del Paese, incluse aree in cui, in passato, le possibilità di successo sarebbero state considerate minime. Pur provenendo da contesti diversi e rappresentando una varietà di prospettive politiche, questi candidati erano uniti da valori condivisi, dalla fede nel servizio pubblico e dall'impegno a mettere al primo posto i cittadini dei propri distretti e stati. Dobbiamo inoltre un profondo ringraziamento alle migliaia di funzionari elettorali e volontari di entrambi gli schieramenti, che hanno contribuito a garantire lo svolgimento ordinato delle elezioni, assolvendo a una delle funzioni più essenziali della nostra democrazia. Sebbene a questa amministrazione restino ancora due anni di mandato, il nostro compito ora è rimboccarci le maniche, attuare cambiamenti laddove ne abbiamo il potere, prevenire ulteriori danni e gettare le basi per il futuro.)

POVERINO, PERÒ

 


lunedì 2 novembre 2026

THANKS, MR. PRESIDENT

 

(Da Facebook) 

GRAZIE SIGNOR PRESIDENTE

Donald Trump mi ha chiesto di votare come se fosse sulla scheda elettorale.

Volentieri.

Grazie per la guerra con l'Iran, l'interruzione del petrolio, i dazi a cavolo, i danni dell'economia globale e l'aumento del costo della vita per Americani.

Grazie per il 6 gennaio e per aver perdonato tutti i rivoltosi.

Grazie per aver messo milizie non identificate e mascherate per le strade americane per sorvegliare, tracciare e uccidere i cittadini statunitensi.

Grazie per l'implementazione di politiche di deportazione disumane, di  centri di detenzione e negazione del giusto processo.

Grazie per aver interrotto finanziamenti per miliardi nella ricerca medica, per avere stoppato iniziative energetiche alternative, destabilizzato il Dipartimento di Stato, la DHHS, il CDC, l’EPA, i Parchi Nazionali, lo  Smithsonian, il Kennedy Center e altro ancora.

Grazie per aver rovinato e politicizzato il DOJ, mentre il Segretario Hegseth stravagantemente ha decapitato la leadership militare e ha deciso di trasmettere l'esecuzione capitale in diretta streaming.

Grazie per aver aumentato il deficit di 11 trilioni di dollari durante la Presidenza e per discriminare i sostenitori repubblicani negli Stati “blu" trattenendo sovvenzioni, aiuti in caso di calamità e spese autorizzate dal Congresso.

Grazie per aver denigrato i nostri vicini canadesi, assolto la Russia per l’invasione dell'Ucraina da parte della Russia, indebolito la NATO, ignorato il  Diritto internazionale, lodando i dittatori e in generale distruggendo decenni di costruzione della fiducia e rispetto per l'influenza americana in tutto il mondo.

Grazie per aver dimostrato cosa possono fare i despoti autocratici per arricchire la famiglia e gli amici quando viene loro garantito un potere senza limiti.

Grazie per averci ricordato quanto sia facile minare il valore di una democrazia di 250 anni che fino ad oggi dipendeva da persone onorevoli di buona volontà al servizio dell'interesse del pubblico. La democrazia è in pericolo quando verità, fatti e storia sono distorti e una stampa libera viene minata.

Grazie per il caos.

Doug Whitley

Northport


venerdì 30 ottobre 2026

LE ELEZIONI ISRAELIANE

Da alcuni giorni non posso smettere di pensarci, anche se il pensiero fa male, fa molto male soprattutto a me stessa ed è un pensiero molto pericoloso, in cui si viaggia sul limite. Ma non posso smettere di pensarci. 

Per tre anni, ogni volta che ho letto, discusso e scritto di Gaza, ho tenuto separato il popolo israeliano da Netanyahu. Cerco di farlo e ci riesco con molta convinzione anche con l'Iran e la Russia. Da una parte la gente, dall'altra il governo - un governo lo puoi odiare, un popolo no. Con l'Iran e la Russia viene abbastanza facile: il popolo non ha mezzi per esprimersi se non attraverso il martirio (dici poco..). Ma dopo le elezioni israeliane questo non funziona più per Israele: sono andate a votare un sacco di persone (il 77%, quasi tutti..), c'erano file ai seggi, in settantamila sono tornati appositamente dall'estero. Volevano esserci tutti e tutti hanno votato. E in maggioranza (se togliamo i voti dei partiti arabi, molto collegati all'appartenenza e addirittura soggetto discriminato, i voti dei cittadini israeliani non arabi sono andati a Netanyahu in maggioranza) - hanno riscelto lui, di nuovo.

Dopo Hind, una bimba massacrata mentre implorava aiuto al telefono.

Dopo 18mila bambini uccisi

Dopo la carestia e la siccità inflitte coscientemente.

Dopo l'odio e il razzismo istituzionalizzato in Cisgiordania.

Dopo le accuse di corruzione e il mandato d'arresto internazionale. 

Dopo i trattati di pace firmati per finta e mai implementati, in una guerra continua su molti fronti.

Dopo guerra, guerra e ancora guerra e guerre.

Dopo tutto.

Cose che sono successe a un'ora di macchina da casa loro, per tre anni, ogni singolo giorno. 

Fino a ieri si poteva dire "è Netanyahu, non Israele", lo dicevo anch'io "la gente è ostaggio di questo governo, aspettiamo che voti". Hanno votato e hanno votato per essere ancora i massacratori. E un massacro lo può fare un uomo solo, ma per farlo durare ci vuole un popolo che lo rivota. Oggi la mia resistenza ad identificare i massacratori con il popolo che ha subito la più grande ingiustizia della storia, un popolo perseguitato, ricco di cultura, il popolo di Abram Yehoshua (da me amatissimo), David Grossman, Isaac Singer, Eshkol Nevo, Etgar Keret (oh, lo so, tutti schierati contro questo tipo di politica, con varie sfumature e voce più o meno potente, ma non è bastato) - la mia resistenza è crollata. E a quella metà scarsa di Israele che è andata a votare contro (tra l'altro la parte più intellettuale e tecnica di Israele), da varie e molto diverse posizioni, va il mio plauso, la mia solidarietà e il mio consiglio (che è lo stesso di Grossman nell'ultima intervista che ho letto prima delle elezioni): "andate via, andate in un altro paese e lasciate Israele al suo destino di trasformarsi in un altro Iran", alle prossime elezioni la componente ultraortodossa acquisirà percentuali di popolazione che renderanno impossibile formare un governo decente per il futuro, se fossi in voi andrei via.

Ma per me non è finita qui, purtroppo, pensieri ancora peggiori mi abitano e non li vorrei, ma non riesco a scacciarli, non riesco a trovare argomentazioni per confutarli. Insomma, questa tornata elettorale per me ha squarciato la facciata superficiale di Israele, un paese di livello occidentale, con una democrazia matura, sviluppato, con i grattacieli di una moderna Tel Aviv, le università, la cultura... una patina che è stata squarciata dal voto e ha reso visibile un cuore nero che sta al di sotto, un cuore antico, ribollente di odio, vendetta e paura e identità che forma il nucleo vero dell'essenza del paese, con gli sforzi di civilizzazione e razionalità che non riescono a contenerlo. E di fronte all'abisso per la prima volta ho pensato che il 7 ottobre, ovviamente ingiustificabile, avesse fondamenta di reazione all'abisso, una sorta di ineluttabilità - cosa potevano fare di altro? 

Questo pensiero mi spaventa, ancora più del primo. So benissimo che il primo riporta a sospetti di antisemitismo, in questo periodo storico di semplificazioni affrettate. Sottolineo con forza che la condanna del popolo di Israele, per quello che mi riguarda, non ha niente a che vedere con l'identità etnica e religiosa israeliana (questo è l'antisemitismo) ma con le azioni concrete che gli israeliani hanno scelto. Lo stesso, il sentiero mi fa paura.

Ancora peggio però è il secondo pensiero, perché potrebbe lentamente declinare verso la giustificazione dell'ingiustificabile e non vorrei mai arrivarci. Però penso che l'imbarbarimento sia iniziato molto prima del 7 ottobre e che non fosse esclusivo di una parte, ma di entrambe. E la parte più forte, da tutti i punti di vista (economico, sociale, culturale) ne detiene la colpa peggiore.

Soluzioni? non so, speriamo che i prossimi giorni siano migliori. Dubito però che il pozzo nero si possa richiudere molto facilmente. Sembra che non ci siano piani per il futuro.

Sì, è vero, siamo l’unica democrazia del Medioriente; ma la democrazia non è un’attenuante, in suo nome si possono fare anche cose orribili. (Abraham Yehoshua)

mercoledì 28 ottobre 2026

ELON E IL CERVELLO

 

Musk: Hitler era un socialista di sinistra estrema. È scritto letteralmente nel nome del suo partito!

Charlie: Elon sei un gran pezzo di deficiente! I Nazisti erano fascisti di estrema destra che hanno distrutto i sindacati, perseguitato i comunisti e i socialisti e ammazzato gli oppositori politici. Hitler ha letteralmente epurato l’ala sinistra del partito. Chiamare i Nazisti “socialisti” a causa del nome del loro partito è come credere che la Corea del Nord sia democratica perché si autodefinisce Repubblica Popolare Democratica della Corea.

Immaginate di essere l’uomo più ricco al mondo ed essere tuttavia troppo dannatamente imbecille da non riuscire a capire la storia a livello di uno studente di scuola media. Il denaro ti può comprare una piattaforma, ma apparentemente non riesce a comprarti un cervello funzionante.

martedì 27 ottobre 2026

E PAPÀ (NONNO) SERRA E ADOLESCENTI

 Martedì 27 ottobre 2026, Ok Boomer, Michele Serra

La violenza è perdente, oltre al resto

«Il solo fatto davvero rilevante, che lascia il segno, è quell’antichissimo strumento di creazione collettiva che si chiama: coscienza politica»






“Le scrivo per esprimerle la mia posizione riguardo le proteste a Milano. Io faccio parte di questi adolescenti incazzati con il mondo, ho 17 anni e credo ancora, forse per via dell’illusione della gioventù, che le manifestazioni, i moti di protesta, possano effettivamente cambiare le cose. Ho visto gli scontri, ho osservato la distruzione delle strade, dei negozi, degli spazi pubblici, ma l’unica cosa che sono riuscito a provare è orgoglio. Sono orgoglioso dei miei coetanei che hanno deciso di lottare contro un sistema ingiusto e inadeguato ad affrontare le nuove e difficili sfide che l’innovazione tecnologica impone.

Dall’alto della mia incoscienza giovanile, credo fortemente nella violenza come strumento di lotta, come mezzo per farsi sentire; sono stati colpiti i simboli dei padroni, punti vendita di grandissime multinazionali che, sicuramente, avevano ricche assicurazioni, edifici pubblici simbolo della corruzione della classe politica attuale. La protesta è sempre stata violenta, e per quanto a volte non abbia portato a successi, penso sia l’unico modo per agire. Mi faccia sapere come la pensa, se sono riuscito a cambiare anche solo minimamente la posizione di uno dei giornalisti che apprezzo di più, grazie”.
Giacomo

Caro Giacomo, non si può dire che non vai dritto al punto. Sei a volto scoperto (hai firmato, educatamente, con nome e cognome, ma vista l’aria che tira preferisco mettere solo il tuo nome), e meriti una risposta a volto scoperto.

Rinuncio in partenza a ogni tiritera morale su un tema, quello della violenza, che pure ha enorme rilievo etico e politico: da sempre. Generazioni e generazioni prima della tua, e della mia, ci si sono rotte la testa – la metafora è in tema… – senza venirne a capo: forse perché la violenza è un materiale sociale onnipresente, sotto mille forme, e illudersi di esorcizzarla con le buone intenzioni è come voler spegnere il fuoco facendogli una ramanzina. Lasciamo perdere, dunque, le esortazioni disciplinari e il richiamo alle buone maniere, che quelli già li sappiamo, sia tu che io.

(Mi limito a segnalare che, specie in rapporto al tema della guerra e della pace, esiste anche un potente pensiero non violento. Aldo Capitini, Danilo Dolci, Gandhi, Martin Luther King, Bertrand Russell sono i primi nomi che mi vengono in mente. Tenerli presenti, male non fa).

Venendo ai tumulti milanesi (tumulto è una parola che amo molto, etimologicamente vuol dire “gonfiarsi, ribollire”, qualcosa che non riesce a contenersi. Dà un’impronta fisiologica, non ideologica, ai moti di piazza). Tu dici: era ora, è un segno di vita dopo troppo sonno, rivendico la vitalità dei miei coetanei che spaccano tutto, come se si destassero da un lungo letargo.

Capisco l’atteggiamento emotivo (il sentimento vitale del risveglio) e arrivo a cogliere perfino il brivido estetico dello scontro. Io sono uno che già alla tua età scappava alla prima scintilla, la violenza fisica mi ha sempre fatto orrore, ma esiste una ricca iconografia (romantica?) sullo street fighter, il combattente di strada che affronta il potere quasi a mani nude. E una relativa mitologia: anche il pastorello seminudo Davide che lancia il sasso contro il guerriero catafratto Golia, in fin dei conti, era uno street fighter.

Proviamo, allora, a metterla proprio sul piano del fight, della lotta, del combattimento. Delle forze in campo. Di fronte alla forza dello Stato la violenza di strada è uno sputacchio che si stampa su una cattedrale. Già domani mattina lo sputacchio sarà ripulito, ma tutti i video del mondo ci avranno zoomato sopra, e quello che a te può sembrare un atto di salubre ribellione verrà accolto da una parte molto grande dell’opinione pubblica come una bestemmia inaccettabile.

La quiete pubblica, il decoro pubblico non sono solo pretesti della propaganda (anche se la propaganda di destra gongola sulle vetrine rotte), sono anche motori importanti, e comprensibili, della psicologia collettiva. La repressione delle rivolte urbane è tutt’altro che impopolare. Mentre io, te e molti altri stiamo a ragionare sulle cause dello sconquasso, un sacco di gente pensa: speriamo che questi rompiballe vengano messi nelle condizioni di non nuocere. Ed è un punto molto pesante, questo, a favore di Golia e a sfavore di Davide.

Il potere (per comodità chiamiamolo così, anche se è tante cose insieme) non solo non ha paura di questi scoppi spontanei (tumulti) di malessere sociale. Li usa, da sempre, per squalificare i rivoltosi, declassandoli da rivoluzionari a teppisti (oggi va di moda: “terroristi”, ridicola iperbole che tratta la sassata alla stessa stregua della bomba o dell’attentato) e speculando sulla paura e sull’insicurezza di chi non ha il tempo e la voglia di riflettere sull’iniquità economica e sulla discriminazione sociale. Di chi vuole solo che il casino finisca il più in fretta possibile, con le buone o con le cattive. E alle prossime elezioni è molto probabile che voterà per chi promette il pugno duro.

Il potere, caro Giacomo, teme una cosa soltanto: la politica. Teme che gli incazzati si organizzino, costituiscano movimenti e partiti nuovi o entrino in quelli già esistenti. Teme che poi vadano a votare, come avvenne negli anni Settanta quando l’onda lunga di quei movimenti capovolse letteralmente gli equilibri politici, generando lo Statuto dei Lavoratori (1970), dando forza al Welfare e mutando i rapporti di forza non solo nella società, anche in Parlamento.

Non spetta a me, che sono quasi vecchio, dire “quale” politica, in quali forme e con quali idee, possa trasformare un’esplosione di rabbia giovanile in qualcosa di solido e di vincente. Spetta ai protagonisti deciderlo, secondo la loro cultura e i loro convincimenti. Ma non ho nemmeno mezzo dubbio che il solo fatto davvero rilevante, che lascia il segno, sia quell’antichissimo strumento di creazione collettiva che si chiama: coscienza politica. Coscienza di ciò che si è e di ciò che si vuole ottenere.

Infine Giacomo, perdona questo finale nemmeno da genitore, che ormai sono nonno: non fatevi del male, per cortesia. C’è gente che vi aspetta a casa, e non ha a cuore il decoro pubblico: è per voi che si preoccupa. Politica a parte, sono le persone in carne e ossa a popolare le nostre case, le nostre speranze e le nostre paure.


PAPÀ, MAMMA E ADOLESCENTI

 “Caro papà e cara mamma, 

in piedi davanti alla questura o a casa con il cellulare in mano, genitore 1 e genitore 2, genitore di maranza, papà-ranza e mamma-ranza, ma anche mamma di una figlia delle Giovani Marmotte, che ieri, quando hai sentito la frase «Ciao ma’, io vado in centro», hai pensato: «Ma non potresti andare a combattere gli Houthi, che sto più tranquilla?».

Io ti capisco. Quando ti chiama la questura e ti dice «Abbiamo qui suo figlio», ti si accorcia la vita di colpo. Vorresti sprofondare, prendere una di quelle talpe automatiche che fanno le metropolitane e scavare, scavare, e poi sotterrarti lì sotto. Perché quando tuo figlio è in questura è come se il colpevole fossi tu. Tu che hai tutti i punti della patente, che paghi l’IMU persino per le case del Monopoli, che hai una fedina penale candida, lavata col Chanteclair. Per i genitori vedere il figlio in TV è motivo di orgoglio, se ci finisce perché canta, di sicuro. Se ci finisce mentre spacca una vetrina, l’orgoglio diventa vergogna.

Ma io ti capisco, cara mamma o caro papà, che ti rompi la schiena dalla mattina alla sera per guadagnare un salario da fame e tenere su la baracca. E le ore corrono e tu non riesci a stare dietro a tutto. E capisco anche te, che sei un professionista in carriera, quasi sempre in viaggio, pressato dagli impegni, e tuo figlio lo vedi da poco a quasi mai. La vita è dannatamente difficile e gli adolescenti hanno l’enorme talento di renderla ancora più un casino. Sono esseri mitologici, mezzi bambini e mezzi adulti, che sanno come prendere la tua esistenza, stracciarla e farne brandelli. Ma come? Un attimo fa era un bambino che si mangiava le caccole, ora spacca le vetrine e ruba le scarpe. Ma come? Un attimo fa sembrava felice, adesso sembra di avere in casa Jacopo Ortis che gioca alla PlayStation.

Fare i genitori in questi anni è come arare il Polo Nord: fatica immensa per raccogliere pochi frutti. Tu, mamma, tu, papà, siete gli unici influencer che non ascoltano. E allora che esempi gli vuoi dare? Il presidente degli Stati Uniti fa il bullo. Quello dell’Argentina va in giro con una motosega. Quello di Israele lasciamo perdere. Su TikTok sbancano quelli che si filmano mentre mangiano cinquanta hamburger in un colpo solo, oppure si danno fuoco alle scorregge. E quindi?

Quindi, proprio in questi tempi di repressione e di pene sempre più severe, a noi adulti è rimasto il compito più difficile. Capire. Capire che non è giustificare. Capire che non è assolvere. Capire è non fermarci alla colpa, domandarci la causa. Lo dobbiamo fare noi genitori, ma anche voi politici di maggioranza e di opposizione.

Ci concentriamo sul colpevole, sulla sua punizione, perché è più facile, più immediata, raccoglie applausi. Ordine e disciplina. Autorità dello Stato. Uno Stato autoritario, ma sempre meno autorevole, che delega alla polizia la gestione dei problemi. Un Paese che sta regredendo, con i deboli sempre più ai margini, anche da ragazzini.

Capire significa vedere che prima della vetrina sfasciata, forse, ci sono dei destini già sfasciati in partenza. Non si distruggono i negozi per ribellarsi alla cultura. Si sfascia perché si è vuoti di senso, si è soli, pieni di rabbia, di furore. Rompi tutto perché non hai uno straccio di futuro, non hai più niente da perdere. Ti rimane farti vedere. Una foto da pubblicare sui social, un passamontagna che ti fa sentire un eroe. È il «tanto ormai» che ci ha rubato ogni pensiero di cambiamento e di futuro.

Quindi, caro collega genitore, rispolvera una sana tradizione casalinga: il litigio. Ma non quello freddo su WhatsApp e neanche il silenzio passivo-aggressivo. Ma il sano, vecchio e dignitoso litigio tra genitori e figli. Che volino i vaffa***? Eh sì. Lascia che parli, che gridi, che pianga. Tu stacci dentro. Fagli sentire che c’è un adulto nella stanza, che quella rabbia, alla sua età, l’ha avuta anche lui. Alla fine sarai esausto, ma non hai alternative. Ricaricati e vai avanti, perché quello che ci serve per uscirne non sono più militari nelle strade, ma più dialoghi nelle case.

E ricordati che il più grande personaggio della letteratura italiana è Geppetto, il papà di Pinocchio, che anche lui era un bel maranza. Collodi non lo dice, ma secondo me Pinocchio le vetrine dell’IKEA o della Foppapedretti le avrebbe sfondate volentieri. Però Geppetto non molla mai. Ama talmente quella testa di legno che ha messo al mondo che lotta, si danna l’anima, si fa inghiottire addirittura da una balena, ma alla fine riesce a far diventare il suo burattino un bambino vero. Se ci è riuscito lui. "

(Letterina di Luciana Litizzetto a Che tempo che fa, 25 ottobre 2026)