sabato 13 giugno 2026

CANTERÒ SOLTANTO IL TEMPO 2

 


RENDERE DICIBILE L'INDICIBILE

 Ai teorici della deportazione importa rendere dicibile l'indicibile. L'obiezione "questa proposta non è realizzabile" è già una condivisione dell'osceno

Questo è il numero di venerdì 12 giugno 2026 della newsletter di Repubblica Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. 

Martin Sellner, il nazionalsocialista austriaco che è tra i più attivi teorici della remigrazione, dice una grande verità ai suoi seguaci: “Quando accettano di dibattere sulla remigrazione, se riusciamo a far passare la parola, abbiamo già vinto”. Ragionamento molto lucido. La vittoria dei remigrazionisti non è nell’applicazione del programma, e tanto meno nella definizione dei dettagli pratici del progetto, bensì nella diffusione dell’osceno. Ai fascisti, sia quelli che si presentano orgogliosamente come tali sia quelli che preferiscono dissimulare la propria natura dietro definizioni come sovranisti o antiglobalisti, importa questo: spostare il confine della decenza e della accettabilità, accogliere tra di noi l’indicibile e compiacersi della licenza, anzi suggerire lussuriosamente: come abbiamo fatto a non dirlo fin qui? Chi si cimenta nella discussione sulla remigrazione contribuisce a questo spostamento.

Dice: e quindi? Che si fa, non si dovrebbe replicare alla propaganda fascista? Si fa finta di niente? Difficile arrivare a questa conclusione, e però almeno qualche trappola andrebbe evitata. I remigrazionisti non sono contrari ai clandestini. Sono xenofobi. Sono razzisti. Sono islamofobi. Non distinguono il fondamentalista islamico dal semplice musulmano perché ciò che evocano agli occhi dell’elettorato è il ritorno a una presunta età dell’oro nella quale il colore della pelle di una nazione è uno solo, una la religione, una la cultura. Certo, il remigrazionista ti dice che per primi caccerebbe gli immigrati non in regola con i documenti (che in Italia sono anche tanti costretti all’irregolarità dalle maglie ideologiche della legge Bossi-Fini), ma è solo un amo. Il remigrazionista rivendica di voler cacciare chiunque non si assimili alla civiltà che lo ospita. Che significa non assimilarsi? Ovvio che una democrazia liberale ha il dovere di contrastare penalmente, e con tutti i mezzi legali a disposizione, forme di deviazione dallo Stato di diritto. Ha il dovere di rimpatriare chi delinque o attenta alla sicurezza pubblica. Per esempio, una comunità islamica che pretenda di applicare al suo interno la sharia, la legge islamica, non può essere tollerata. Ma chi decide su altre e più controverse forme di mancata “assimilazione”? Chi stabilisce il discrimine? Il giorno in cui una democrazia consente che qualcuno abbia il diritto di sindacare chi è assimilato e chi no ha già posto le basi della sua autodissoluzione. Quell’arbitrio può ritorcersi contro tutti: e perché non applicarlo a quel punto anche agli oppositori o a chi sceglie uno stile di vita sgradito o a chi comunque non si adegua a uno standard? Perciò la remigrazione, ovvero deportazione, è per natura una proposta squisitamente fascista: si basa sull’imposizione di un canone da cui non è consentita deviazione. Non bisognerebbe mai perdere di vista questo aspetto quando si discute con un remigrazionista.

Mi ha molto colpito l’altra sera la discussione che il generale Vannacci, un tipico fascista remigrazionista, ha ingaggiato con la conduttrice di Otto e mezzo Lilli Gruber. Gruber insisteva a definire irrealizzabile la remigrazione. Vannacci spiegava: ma no, abbiamo gli accordi con gli altri Paesi. E Gruber: non ce li abbiamo. E Vannacci: li abbiamo con quasi tutti. E Gruber: appunto, quasi… A un certo punto la conduttrice ha usato questo argomento: se fosse stato possibile remigrare, non l’avrebbe già fatto Meloni? Il generale, archetipo del mega – abbreviazione da megalomane – da bar sport non si è certo lasciato scoraggiare: noi lo faremo! Gruber usava senz’altro argomenti logici e razionali. Ma può davanti a un remigrazionista l’obiezione principale essere “non si può fare”? Certo che non si può fare, se non con i metodi della Gestapo ovvero dell’Ice trumpiana. Ma, a parte che questa non è purtroppo una evidenza condivisa da tutti, come ormai non lo è più nemmeno la tondità della Terra, qui si vede quanta ragione abbia Sellner: se invece si potesse fare concretamente, allora avrebbe senso parlarne? Portare il dibattito sul terreno della fattibilità della remigrazione è già una piena vittoria dei fascisti e certo Vannacci non è uscito indebolito dalla puntata di Otto e mezzo.
Infine, una riflessione fondata sulle baruffe a destra. Prendiamo proprio il caso della destra meloniana e di quella vannacciana. Ieri la presidente del Consiglio ha attaccato Vannacci(“Funzionale alla sinistra”) dopo che il giorno prima era accaduto il contrario (“Noi siamo la vera destra”, aveva detto il generale). Ci sono differenze tra Meloni e Vannacci? Certo, e non di poco conto. Chiunque si affretti a considerarli la medesima cosa compie una rozza opera di semplificazione. Tuttavia, esistono anche degli innegabili punti di contatto. Quando, come ha fatto la destra meloniana, per anni e anni ti sforzi di convincere l’elettorato che gli inciampi di una civiltà dipendono dalla sua “stranierizzazione”, quando si parla di “sostituzione etnica” evocando teorie del complotto (lo ha fatto Meloni prima di andare a Palazzo Chigi e Lollobrigida da ministro in carica), si fornisce una patente a chi propone di risolvere la questione con il più radicale degli approcci, ovvero l’amputazione. Se i migranti sono il problema dei problemi, perché esitare? Meglio chi non ha scrupoli di chi si fa fermare da leggi e leggine. Come diceva Sellner: quando a un remigrazionista obietti “questa cosa è irrealizzabile”, hai già condiviso l’oscenità.
Aggiungo solo un perfido commento. Tutti definiscono Vannacci "generale" e la definizione è corretta ma imprecisa. In realtà Vannacci è un "generale baby pensionato".

CANTERÒ SOLTANTO IL TEMPO

 Oggi piacevole tuffo nel passato

 


Mi sono accorta che quando cantavo Il tema (canterò soltanto il tempo) non mi rendevo conto di quello che veramente stavo cantando. Ora lo capisco meglio

Il tema (testo)


Canzone per la prima volta pubblicata nell'album "L'isola non trovata" del 1971



Un anno è andato via della mia vita, già vedo danzar l' altro che passerà.
Cantare il tempo andato sarà il mio tema perchè negli anni uguale sempre è il problema: 

e dirò sempre le stesse cose viste sotto mille angoli diversi, 
cercherò i minuti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni, i visi che si sono persi,
canterò soltanto il tempo... 

Ed ora dove sei tu che sapevi ridare ai giorni e ai mesi un qualche senso. 
La giostra dei miei simboli fluisce uguale per trarre anche dal male qualche compenso: 

e dirò di pietre consumate, di città finite, morte sensazioni, 
racconterò le mie visioni spente di fantasmi e gente lungo le stagioni 
e canterò soltanto il tempo... 

E via, e via, e via parole vane che scivolano piane dalle chitarre 
e se ne vanno e vibrano, non resta niente, un suono che si sente e poi scompare... 

E sono qui sempre le stesse cose viste sotto mille angoli diversi, 
e cercherò i minuti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni, i visi che si sono persi, 
e canterò soltanto il tempo...


venerdì 12 giugno 2026

E BUON COMPLEANNO?

 

Ottant’anni di Luna Park

di Mario Calabresi


Donald Trump compie ottant’anni anni e il luogo simbolo dove ambientare il racconto della sua vita è il Luna Park di Coney Island, all’estremità sud del quartiere newyorkese di Brooklyn di fronte all’Oceano Atlantico. Perché proprio lì il padre di Donald, Fred, fece fortuna costruendo complessi residenziali da mettere in affitto, ma soprattutto perché un parco dei divertimenti è il luogo che più di ogni altro aiuta a capire chi sia il Presidente. Dall’infanzia nel Queens alla Casa Bianca, passando per la televisione e la politica: la sua è la storia di un uomo che ha vissuto sulle montagne russe, ha cambiato la realtà come nella casa degli specchi e ha interpretato ogni confronto, prima come imprenditore, poi come personaggio televisivo e infine come presidente, come un autoscontro.

Potete vedere la puntata speciale di Altre/Storie Americane anche sul canale Youtube di Chora

Alla sua biografia, insieme a Marco Bardazzi, abbiamo dedicato una lunga puntata speciale di Altre/Storie Americane, il nostro podcast che in questi giorni compie due anni. 
Donald Trump nasce il 14 giugno 1946, è il quarto di cinque figli, ha due sorelle e un fratello più grandi, il padre Fred era nato a New York da due emigrati tedeschi, il loro cognome originale era Trumpf, aveva una F finale che si fecero togliere all’arrivo in America. La madre Mary Anne Mac Leod era nata in Scozia, dopo l’arrivo negli Stati Uniti aveva lavorato come domestica. Aveva conosciuto Fred ad una festa e dopo un brevissimo fidanzamento si erano sposati.  
Trasferitisi in una villa in stile Tudor, con tanto di colonnato, nel quartiere newyorkese del Queens, l’infanzia di Donald, bambino biondissimo con grandi occhi azzurri, è il manifesto di quella America conformista e prospera degli Anni Cinquanta. Frequenta una scuola privata e si innamora del baseball.
Tutto sembra perfetto anche se il padre non tollera errori o emozioni.

Donald J. Trump in una foto da bambino, pubblicata da lui stesso sul suo canale Instagram 

La realtà però, e questa sarà una costante della sua vita, è diversa: Donald è un bambino indisciplinato, tira sassi ai vicini e quando ha undici anni comincia a saltare la scuola per andare in metropolitana fino a Times Square, allora malfamata, per comprare piccoli coltelli a serramanico. Quando, nel 1959, ha tredici anni, il padre Fred, stanco delle fughe di questo ragazzino fuori controllo lo carica in auto e lo porta alla New York Military Academy. Un collegio privato che ricreava l’ambiente dell’esercito, in cui si stava in divisa e la disciplina era militare. Trump ci resta fino al diploma, a cui arriverà con il grado di capitano, ma i documenti raccontano ancora di uno studente mediocre e spesso messo in punizione.

Farà l’università in Pennsylvania alla prestigiosa Wharton, una delle migliori facoltà di economia, dove si laurea nel maggio del 1968, un momento particolare per l’America: un mese prima era stato assassinato il reverendo Martin Luther King a Memphis e poche settimane dopo sarà la volta di Bob Kennedy. I suoi anni dell’università sono quelli delle battaglie per i diritti civili e della guerra del Vietnam, che lui eviterà prima grazie ai rinvii per gli studi e poi, nonostante fosse stato dichiarato idoneo e abile all’arruolamento, grazie a un provvidenziale certificato medico fatto da un inquilino di un appartamento del padre.

Dopo la laurea, e senza il problema di fare il soldato, torna a New York. Vuole farsi spazio in città, ma non nel Queens o a Brooklyn dove aveva fatto successo suo padre, ma dall’altra parte dell’East River, sull’isola di Manhattan.
I suoi trent’anni sono la conquista di un posto al sole. Passa le sue giornate pranzando nei club esclusivi e le sue serate nelle discoteche come l’iconico Studio 54, locale simbolo dell’epoca disco, della cocaina e del sesso libero, etero e omosessuale. Ci andavano tutti da Andy Wharol a Elton John e Bianca Jagger il 2 maggio del 1977 per festeggiare il suo trentaduesimo compleanno, entrò in pista su un cavallo bianco.
ll fondatore del club, Ian Schrager, ha raccontato che Trump non beveva mai, non assumeva droghe e non ballava, ma passava il suo tempo a costruire relazioni e a corteggiare modelle. Trump è sempre stato lontano dall’alcool, suo fratello maggiore Fred JR era alcolizzato ed è morto nel 1981 a 42 anni proprio a causa della dipendenza.

Una foto dell'interno dello storico Studio54. In origine era un studio radio-televisivo della CBS. Foto CC By 2.0 Wikimedia di Alan Light

In quel periodo sposa una modella, Ivana Zelníčková, nata in Cecoslovacchia e poi emigrata in America grazie al primo marito austriaco. Insieme avranno tre figli: Donald Jr, Ivanka e Eric. 
Inizia a costruire e a ristrutturare, comincia dal vecchio hotel Commodore davanti a Grand Central Station che diventa il Grand Hyatt e poi costruisce la Trump Tower sulla Quinta Strada, l'unica delle sue attività che abbia mai prodotto ricavi veri. La Trump Tower è la sua casa, dove abita ancora Melania e dove lui ha sempre tenuto il suo ufficio.
Siamo entrati negli Anni Ottanta, quelli della presidenza di Ronald Reagan, gli anni del trionfo del capitalismo americano e del boom della borsa e della finanza più spregiudicata. Nel 1987 arriverà un film che fotografa alla perfezione quel tempo, "Wall Street" di Oliver Stone. Secondo il Wall Street Journal, lo spregiudicato protagonista Gordon Gekko, interpretato da Michael Douglas, era ispirato proprio a Trump.

I quarant’anni di Trump sono l'apice della sua celebrità. Trasforma e rilancia Atlantic City, la città dei casinò della Costa Est, la Las Vegas del New Jersey, la città dove i suoi genitori erano stati in viaggio di nozze. Si inventa casinò e resort, li trasforma in luoghi non solo di gioco ma di spettacolo. Al Trump Plaza, aperto nel 1984, combatte Mike Tyson, il pugile più famoso del mondo. La loro collaborazione fa di Atlantic City la città dove arrivano le star, da Madonna ai Rolling Stones, e dove vanno in scena i grandi spettacoli.
Ma non gli basta mai, Trump vuole ancora di più, compra la residenza di Mar-a-Lago in Florida, una compagnia aerea, un maxi-yacht e inaugura il maestoso Taj Mahal, il casinò ispirato al mausoleo indiano considerato una delle meraviglie del mondo. Un luogo pieno di sfarzo che dal punto di vista finanziario sarà la sua rovina e trascinerà nel baratro anche il Plaza e tutto il suo impero.

Il Casino Resort Taj Mahal a Las Vegas, inaugurato nel 1990. Foto by cc 3.0 Wikimedia di JrBalle

Alla fine degli Anni Ottanta Trump è sommerso dai debiti, lo salvano ancora una volta le banche e papà Fred, che continuerà a finanziarlo fino alla sua scomparsa nel 1999. Ma lui continua a raccontarsi come un uomo di immenso successo e pubblica un libro - "The Art of the Deal" – che diventerà un bestseller in cui vende il mito dell'imprenditore infallibile. La casa degli specchi in forma di libro.
Non riesce a uscire dalla crisi debitoria, anche se continua a inaugurare grattacieli con il suo nome (che si scoprirà poi non essere suoi), finché nel 2004 arriva l’opportunità di diventare il protagonista del programma televisivo “The Apprentice” sul canale NBC. La parte prima era stata offerta a Bill Gates e a Warren Buffett, che avevano rifiutato, ma Donald coglie al volo l’occasione, si reinventa e fa dimenticare il suo fallimento da imprenditore.

Sono anni di crisi per l’America, con migliaia di famiglie che perdono la casa, il crollo della borsa, i fallimenti, la peggior situazione economica dai tempi della Grande Depressione. Nel 2008 viene eletto presidente Barack Obama, con un messaggio di speranza, ma Trump sente che l’America è piena di rabbia e paura e inizia a cavalcare questi sentimenti. Lo fa con una campagna di falsità, diventando il capofila della teoria che Obama fosse un presidente illegittimo perché non nato negli Stati Uniti ma in Kenya e che il suo certificato di nascita alle Hawaii fosse falso. Questo allarga il suo consenso e la sua popolarità in aree arrabbiate e razziste dell’America profonda.
Quando Trump compie 69 anni capisce che un altro capitolo della sua vita è finito, il programma televisivo perde ascolti e sta per chiudere, e lui ha bisogno di un’altra capriola per restare in piedi. Così decide di scendere in politica.

Donald Trump poco prima di annunciare la sua intenzione di candidarsi a presidente nel 2015. Da un fotogramma della miniserie "Trump: An American Dream

La discesa in campo è una discesa sulla scala mobile dorata della Trump Tower, è il 16 giugno 2015. Sotto la scala c’erano un centinaio di persone ma le sue prime parole furono al solito esagerate: “Wow! Quanta gente, siamo migliaia!”, in parte erano giornalisti e suoi collaboratori, ma c’erano anche alcune comparse reclutate da una società cinematografica con un compenso di 50 dollari per tre ore di lavoro.  
Nessuno dei giornalisti lo prese sul serio, e invece quel giorno avrebbe cambiato la storia della politica mondiale. E le conseguenze sono sotto i nostri occhi.
Lì c’era già tutto: i cartelli con il suo nuovo slogan “Make America Great Again” e nel discorso Trump se la prendeva con la Cina, minacciando dazi. Prometteva anche di costruire un muro per bloccare l’invasione di immigrati alla frontiera con il Messico. Un discorso dai toni violenti che aveva radici negli Anni Novanta, quelli del fallimento del suo impero.
Nell’autunno del 1991 Trump aveva deposto davanti al Congresso e aveva parlato di un Paese “in piena depressione”, fregato commercialmente dai giapponesi, ingannato dal resto del mondo e che doveva difendersi proteggendo la propria economia, possibilmente con i dazi. Un’analisi, la sua, che avrebbe intercettato un malumore diffuso in una larga fetta della società americana. Il presunto miliardario era diventato il campione dell’uomo della strada, del perdente, del dimenticato dalla globalizzazione.

Con la sua elezione “La casa degli specchi” entra nello Studio Ovale, realtà e propaganda si mescolano continuamente e diventa difficile trovare un filo nella sua narrazione. La sua prima presidenza è affaticata, non preparata, caotica, piena di licenziamenti e di abbandoni, tanto che dopo la sconfitta del 2020, le inchieste e i processi, appare un uomo finito, perduto, nel fango.
Invece torna, ma la rabbia e l’umiliazione lo hanno radicalizzato, la campagna elettorale è completamente diversa, ben organizzata, il programma è radicale e dettagliato. Quando giura il 20 gennaio 2025 è il presidente più anziano mai entrato in carica. Fa partire una serie di ordini esecutivi senza precedenti: la guerra dei dazi, l’Ice e la caccia agli immigrati illegali, la rissa alla Casa Bianca con Zelensky e il disimpegno in Ucraina, la frattura con l’Europa e la Nato, le minacce di annessione della Groenlandia, la decapitazione del regime di Maduro in Venezuela, l’accerchiamento di Cuba e la guerra con l’Iran. 

Questi ultimi sedici mesi sembrano dieci anni ma l’uomo che a ogni curva sarebbe dovuto cadere non cade mai. La sua vita sono davvero le Montagne Russe, come la distanza tra i suoi indici di gradimento (mai così bassi) e il racconto che lui fa della sua presidenza. Le foto che crea con l’intelligenza artificiale e che posta ogni notte sui social lo mostrano come il Salvatore, e quello che vuole, ora che compie ottant’anni, è un posto nella Storia, così si spiegano l’Iran, il Venezuela e Cuba. 

Una delle tante immagini prodotte con l’intelligenza artificiale che mostrano Trump come il Salvatore

Per questo compleanno si è regalato qualcosa di inimmaginabile, un incontro di arti marziali miste allestito sul prato della Casa Bianca: Coney Island che torna, lo spettacolo fino all'ultimo.

giovedì 11 giugno 2026

PICCOLE STORIE DI OLIVIA E LA SUA MAMMA: DI DOMANDE E INTERROGATORI

( Dalla chat Whatsapp di Famiglia stasera)

Anna 

Domande in sequenza di questa sera di Olivia: “mamma ma anche noi dobbiamo morire tra tanto tempo?” “Si certo tutti”…. Silenzio…. “Ma prima i nonni, poi tu e poi io”, “si certo”…. “Vorrei rimanere per sempre piccola per non morire”.
Subito dopo: “mamma ma come fanno le persone a sposarsi?”, cerco di spiegare… subito dopo: “come si fa il burro?”
Dopo averle spiegato come si fa il burro le ho detto che può chiedermi tutte le domande su come sono fatti i cibi, che la mamma l’ha studiato a scuola. “Aaaah ma come hai studiato e perché?”
Fiuuuu sono esausta da questo interrogatorio 😜🫡
Ma penso di avere passato la prova

Roberto 
❤️❤️
Io
Meno male che è finita sul burro..❤️

(Ammetto che l'unica parte che non mi piace granché è la sequenza di chi morirà - ancora non mi sono abituata che i prossimi siamo noi. Trovo invece che la domanda più difficile sia "ma come fanno le persone a sposarsi?" - già, come fanno?)

mercoledì 10 giugno 2026

A PROPOSITO DEL SIGNOR HOOD - NOTA A MARGINE

 Mi è venuto in mente un piccolo commento rispetto al tema sollevato da De Gregori nel suo inopinato attacco a Bruce Springsteen ( su cui concordo con Sofri  "Che direi non abbia bisogno di essere difeso dalle critiche di De Gregori, per senso della misura") che come dice (e ha ragione) Sofri in realtà è solo un corollario minore della dichiarazione di De Gregori, ma che è la parte che ha fatto più "rumore". 

Mi è venuto in mente che nessuno deve stupirsi dell'uscita di De Gregori - era già tutto evidente e "scritto", bastava frequentare i loro concerti. Springsteen fa concerti di 2/3 ore in cui cerca spasmodicamente il contatto e il coinvolgimento del pubblico, cerca il fuoco, il rock, parla, parla, urla, canta fino allo stremo, capo di un happening collettivo che allarga i cuori, martella le menti, compatta i desideri e i sentimenti.

De Gregori arriva al concerto, non saluta nessuno, non dice nulla, canta le sue (belle) canzoni e se ne va, lasciando negli spettatori il (legittimo, credo) dubbio del perché ci si è presi la briga di venire al concerto quando bastava rimanere a casa ad ascoltare i suoi dischi (dico dischi per un vezzo da boomer, ma anche perché dire "ascoltare Spotify" mi suona malissimo).

Così, sono  servite le preferenze: o l'artista che canta, ma che è anche artista a tutto tondo, colui che custodisce il fuoco, o l'artista che parla solo attraverso le sue canzoni, in una illusione di "impoliticità" assurda, perché anche le canzoni sono politica.

Il toto-preferenze è aperto...

(PS un amico mi ha obiettato che Springsteen è vecchio, bolso, cotto, stanco e ripetitivo. In effetti ha settantasette anni - nove più di me - e si prende ancora la briga di coltivare il fuoco e di spendere il suo immenso credito per ciò a cui tiene - pensa che scandalo. Mi è venuto un po' da ridere e ho pensato a quali esempi di artisti giovani, rampanti, vivi, energici si rifaceva il termine di paragone. Non me ne sono venuti in mente...)

martedì 9 giugno 2026

IL SIGNOR HOOD

 

Con due pistole caricate a salve e un canestro di parole

A cose dette, e agitazioni già rimpiazzate da altre, metto qui delle considerazioni sulla cosiddetta “polemica De Gregori” che avevo scritto una settimana fa nella newsletter Le Canzoni, sperando di introdurre senso tra molte cose che mi sembravano dette un po’ sbrigativamente.

***

Torno sulle polemiche intorno alle cose che ha detto qualche giorno fa Francesco De Gregori, perché mi pare si siano nel frattempo affollati pareri in cerca di spazio, col risultato di confondere cose assai diverse. Ieri, per esempio, sia Repubblica che il Corriere della Sera avevano in prima pagina un proprio articolo in superflua difesa di De Gregori: non ho dubbi sulla buona fede di Luigi Manconi e mi immagino sia stato mosso da una solidarietà tenace per “l’artista” (oggi invece sul Corriere c’era Veltroni, animato dalle stesse intenzioni, e contagiato dalle stesse fallacie), mentre mi pare che da un po’ Antonio Polito si faccia spesso tentare dal facile consenso del fruttuoso format “ex di sinistra che se la prende con la sinistra”. Il fatto è che tutti e tre hanno scritto estesamente per attaccare chi avrebbe criticato la scelta di De Gregori di non intervenire su cose della politica e della vita pubblica, configurando tutti e tre il tipico “straw man argument”: perché la critica nei confronti di De Gregori non è ovviamente quella, e non ci sarebbe stato ovviamente niente da rimproverargli se si fosse limitato a dire «io non ho voglia di intervenire su questo o quello».

Invece De Gregori ne ha dette altre due, assai rimproverabili: due vere sciocchezze. La prima è un giudizio saccente e presuntuoso nei confronti degli “artisti” che invece hanno cose da dire sulle vicende pubbliche e politiche, citandone per giunta come esempio il più inattaccabile bersaglio, ovvero Bruce Springsteen. Che direi non abbia bisogno di essere difeso dalle critiche di De Gregori, per senso della misura.

La sciocchezza maggiore invece è quella di sostenere – come ha fatto De Gregori – che in generale tutti gli “artisti”, in quanto artisti, dovrebbero astenersi dal dire la loro sulle vicende pubbliche o mondiali, per mancanza di titoli, e che se si desiderano opinioni di questo genere si debba invece andare “da un filosofo”. La tesi è così sbilenca che si contraddice da sola, nel momento in cui De Gregori stesso ritiene invece di comunicare pubblicamente – un “proclama”, direbbe lui – che ritiene “imbarazzante” l’impegno di Springsteen.
Ma a parte questo, non è l’abito che fa il valore di un’opinione, di un impegno, o di un “proclama”: è il suo contenuto, come per ogni cosa. Ci sono impegni e opinioni di “artisti”, in giro e nella storia, di molto maggior senso e valore rispetto a certi impegni e opinioni di alcuni politici, commentatori di professione o persino “filosofi” (in qualche caso tre figure coincidenti).

La verità – utile da ricordare quando ci si trova scorati di fronte alla gran parte delle discussioni correnti – è che diventano fallimentari tutti i pensieri che assumono separazioni categoriche tra le cose della realtà. Quindi non solo quelle tra “artisti” e non artisti, o tra artisti e “filosofi”, o tra persone comuni e politici (tutto è politica), ma anche quelle tra argomenti “politici” e non (tutto è politica): dire – da artista – che Trump sta devastando l’America o che il governo israeliano è genocida non è una predicazione di una categoria diversa rispetto a scrivere Imagine ma neanche rispetto a scrivere All you need is love (il privato è politico, il mondo e le comunità migliorano se le persone si comportano bene le une con le altre), o Generale o Viva l’Italia. Farlo in una “canzone” non è più o meno adeguato che farlo in un libro o in un discorso (se Springsteen dice cose contro Trump sillabandole o cantandole sembrerebbe invece fare una gran differenza, per i teorici del “parlo con le mie canzoni”). Gli umani pensano di mettere le cose in cassetti separati perché la complessità e il “dipende” sono difficili da gestire per i nostri indaffarati cervelli, ma il risultato è che poi si irrigidiscono in quella lettura del mondo e finiscono a dire sciocchezze.
Qui andrebbe il telefonato finale in cui ricordo la grandezza delle canzoni di De Gregori, ma ce n’è bisogno?