lunedì 9 febbraio 2026

PENSARE È RESISTERE

 Due ore di scontri e violenze hanno cancellato mesi e mesi di dialogo fra i sostenitori di Askatasuna e le istituzioni. Un dialogo faticoso, coraggioso, mai scontato, per conciliare istanze sociali e legalità, dignità dei luoghi e delle persone. Quel dialogo stava mettendo radici, ma forse dava fastidio a qualcuno: i più intransigenti dall’una e dall’altra parte di un conflitto che provava a cambiare pelle, e trasformarsi in collaborazione per il bene della città.


Da molti anni sono accompagnato in ogni passo da persone della Polizia di Stato, verso cui provo affetto e gratitudine per la protezione che mi garantiscono in situazioni di pericolo e di fronte a concrete minacce criminali. La stessa criminalità che ad alcuni loro colleghi e colleghe ha strappato crudelmente la vita, lasciando nella disperazione tanti famigliari ai quali sono legato da profonda amicizia. Mi spiace che le forze di polizia siano considerate, da chi le aggredisce, una difesa del potere anziché della democrazia. Mi spiace ancora di più che quei giovani in divisa siano stati mandati a fronteggiare una violenza che altri, a livello politico, avrebbero forse potuto prevenire.

Prevenzione è la parola chiave, e non solo in riferimento al corteo di Torino, ma a qualunque situazione dove il conflitto sociale rischia di sfuggire di mano. Perché se oggi condanniamo senza ambiguità la violenza verso gli spazi pubblici e i rappresentanti delle istituzioni, non altrettanto chiaramente sentiamo condannare una certa violenza istituzionale che si scarica contro le persone più fragili e marginali: i poveri, i migranti, i giovani dei ceti meno tutelati. Anche le disuguaglianze crescenti, la precarietà del lavoro, il sovraffollamento delle carceri, la burocrazia a ostacoli e lo smantellamento della sanità pubblica sono una forma di violenza.

Gli scontri al corteo hanno passato un colpo di spugna sopra i suoi contenuti, fra cui temi universali come la pace e problemi reali di questa città, come l’emergenza casa o il malessere giovanile. Al centro del dibattito sono rimaste solo la brutalità e le sue radici ideologiche, vere o presunte, in un rimpallo di responsabilità che non risponde in alcun modo ai bisogni e alle paure della gente. Questa è la prima grande sconfitta.

Una sconfitta ancora più grave sarebbe fare leva sugli episodi del 31 gennaio per inasprire le politiche repressive a scapito di quelle preventive. La repressione non spegne i conflitti ma li rinfocola, come abbiamo visto. Non risolve i problemi ma ne crea di nuovi. Alla manifestazione di sabato c’erano anche tante persone impegnate ogni giorno in un’opera di ricucitura degli strappi sociali e ripristino dei diritti traditi. Loro sono ugualmente vittime delle violenze, non complici come qualcuno si è permesso di dire. Testimoni di quanto sia difficile vivere l’incertezza, il dubbio, la contraddizione, ma restare sulla strada comunque, per preservarla come luogo di costruzione e incontro, non di distruzione e scontro.

Oggi la scelta più coraggiosa sarebbe quella di rilanciare il dialogo fra la Città e i soggetti sociali “puliti”, invece di seppellirlo. Dimostrare che le giuste istanze collettive sopravvivono alle scelte sbagliate dei singoli, e trovano altre strade per realizzarsi grazie a chi crede davvero nella democrazia”.

Don Luigi Ciotti, presidente Libera e Gruppo Abele

Parole necessarie, a mio parere, nel solco della riflessione di Umberto Eco

Ma cosa ha prodotto tutto questo? Non siamo diventati stupidi all’improvviso. Questa non è solo una crisi culturale: è un addestramento sistematico che premia l’IDIOZIA ed esalta l’ignoranza.
Io vengo da un tempo in cui le parole pesavano. Prima di parlare si ascoltava, prima di giudicare si cercava di capire. Negli ultimi decenni invece ho assistito a un progressivo imbarbarimento non dirò della cultura, ma proprio dell’essere umano. I social media ne sono l’esempio perfetto. I social non informano: eccitano. Non spiegano: SEMPLIFICANO. Non creano il dialogo: mettono gli uni contro gli altri.
Sono lo specchio di una società che ha reso ridicola la critica, sospetto il dubbio, noiosa la competenza. Ci vuole una resistenza quasi eroica per sottrarsi a tutto questo. In un mondo che ti vuole stupido, pensare è già una forma di disobbedienza. Perché mentre tutto spinge verso l’idiozia, pensare resta l’ultima forma di resistenza.

Pensare e resistere, pensare è resistere.

venerdì 6 febbraio 2026

CERIMONIA DI APERTURA DELLE OLIMPIADI

 Stasera ho guardato la cerimonia di apertura delle Olimpiadi - Roberto no, ha deciso di guardare un vecchio bellissimo film, ma io sono un po’ romantica, mi piace la sfilata degli atleti, belli, giovani, eleganti, entusiasti di essere lí, mi piace l’alzabandiera olimpico, mi piace l’accensione della fiaccola, mi piacciono i riti collettivi, insomma ero e volevo essere  tra i due miliardi (DUE MILIARDI!) di persone che l’hanno guardata - e mi è piaciuta, l’ho trovata elegante, non volgare, piena di messaggi reiteratamente giusti, disattesi, ma necessari. E c’era il mio Presidente, quello che dice le cose che il mio cuore vuole sentire (ultimamente le occasioni in cui il mio cuore è felice sono davvero poche).

Il momento migliore, però, a mio parere è stato quando Ghali, circondato da una bellissima coreografia di giovanissimi ballerini, ha “rappato” in tre lingue una delle poesie che amo di più, una poesia di Rodari che sembra scritta per i bambini e che parla di cose semplici, di regole minime, di azioni necessarie alla vita e di azioni contro la vita

Promemoria di Gianni Rodari

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola,
a mezzogiorno.

Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.

Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra

E, ammetto, gran parte del godimento che ho tratto dal momento è stato che questa poesia è stata schiaffata su quella gran faccia da culo di Vance con i suoi trecento (TRECENTO) agenti di scorta che stava assistendo alla cerimonia. Poi ho pensato “ma tanto, per quel che ne capisce…”

(PS per un attimo ho pensato: ma Netanhyau c’era alla cerimonia? Perché la delegazione di Israele l’ho vista sfilare… poi mi sono ricordata: non c’era perchè su di lui pende il mandato di cattura per crimini contro l’umanità e per crimini di guerra… già)

martedì 3 febbraio 2026

IL GIORNO CHE PICCHIANO LA MARMOTTA

 Martedì 3 febbraio 2026, Michele Serra, il Post, OK Boomer

Il giorno che picchiano la marmotta 

«Ogni tanto (e per fortuna) il già visto e il già noto, per quanto tu ci sia abituato, ti mordono la pancia come quando avevi vent’anni»

Alla ripetizione del già visto, del già noto, ci si abitua con gli anni. È il famoso: “ormai ci ho fatto il callo”. Il mondo funziona così, e amen. Tranne che ogni tanto (e per fortuna) il già visto e il già noto, per quanto tu ci sia abituato, ti mordono la pancia come quando avevi vent’anni. E ti costringono a reagire come quando avevi vent’anni, e anche trenta e quaranta. Buon segno: vuol dire che invecchiare non è sinonimo di rassegnarsi.

Gli incidenti di Torino (ne avete trovato ampio resoconto sul Post e in molte cronache nazionali) rientrano nel novero delle cose che per quanto prevedibili, per quanto conosciute, analizzate, discusse da almeno un paio di generazioni, per quanto “giorno della marmotta” (già lo sai, è già successo e succederà all’infinito: tra un minuto, cento o duecento persone mascherate si staccheranno dal corteo e daranno fuoco al quartiere; e già conosci – perché sono sempre uguali, fatti con lo stampino – anche i commenti politici nei telegiornali della sera), e insomma per quanto identici nella genesi, nello svolgimento, nella discussione pre e post: gli incidenti di Torino, dicevo, sono indigeribili.

Come si dice classicamente: non si riesce a mandarli giù. È come se mancasse un enzima, un probiotico, un qualcosa, che ci aiuti finalmente a metabolizzarli, digerirli, infine espellerli come scorie. E a passare finalmente a un nuovo capitolo, che non puzzi di muffa come questo.

Per esempio. Leggo un’intervista a Marco Grimaldi, vice capogruppo alla Camera di Alleanza Verdi e Sinistra. Lui a Torino c’era. Dice, sull’accaduto, molte cose condivisibili. Ma dice anche questa cosa (a proposito di giorno della marmotta, l’avrò letta quasi identica decine, centinaia di volte, nell’ultimo mezzo secolo): «Attenzione a non fare quello che la destra si aspetta, a cadere nelle provocazioni, a essere il nemico che loro vogliono… Torino sta diventando un laboratorio di repressione… Vogliono prendersi lo scalpo di Torino per via militare, magari per giustificare una prossima Minneapolis anche in Italia».

In sostanza: se non si deve essere violenti non è tanto perché la violenza, in sé, è ripugnante. Non perché ci sia una forte convinzione etica (tale è la non violenza) che, come tutte le forti convinzioni etiche, non può che riguardare prima di tutto te stesso, i tuoi comportamenti, il tuo linguaggio, la tua responsabilità, il tuo ambiente, la tua cultura. No, si deve evitare la violenza perché altrimenti il potere (il padrone, lo Stato, il nemico di classe, le multinazionali, il capitale, insomma “gli altri”, a seconda dell’occasione) ne approfitta per dire che sei cattivo e vai punito.

Non bisogna picchiare in dieci un poliziotto steso a terra perché altrimenti Piantedosi ha gioco facile nel dire che i centri sociali sono covi sovversivi da chiudere. E in fin dei conti, sempre seguendo questa logica, chi può garantire che i black bloc, o come diavolo amano farsi chiamare adesso quei nevrastenici, non siano provocatori al soldo del governo?

Dimmi a chi giova (cui prodest?, un classico del cinismo politico) la violenza, e ti dirò in quale categoria di giudizio intendo metterla. Pensiero che fa sospettare, quasi in automatico, che nel caso un atto violento sia utile “alla causa”, giovevole al “movimento”, allora il giudizio sulla violenza diventerebbe un poco meno drastico.

Torna in mente, inevitabilmente, un lungo, lunghissimo passato. Era il 1978 quando, sul Manifesto, Rossana Rossanda, in due successivi articoli, in pieno sequestro Moro, coniò, a proposito del terrorismo rosso, il concetto di “album di famiglia”. E fece molto scalpore, come era inevitabile, proprio “in famiglia”, ovvero in quella famigliona molto ma molto allargata che era ed è la sinistra.

Diceva, in sostanza, lei dirigente e intellettuale comunista di lunga data, che le Brigate Rosse, per linguaggio e per genesi ideologica, appartenevano senza ombra di dubbio alla storia della sinistra comunista. Compresa la scelta della lotta armata come opzione possibile. Fino a lì, per diversi anni, dall’inizio dei Settanta, i violenti erano stati trattati da agenti provocatori, da corpo estraneo, da attori di un’efferata congiura ai danni del glorioso cammino democratico del movimento operaio. “Fanno il gioco dei padroni”. Oggi, sia pure nel consolante rimpicciolirsi degli attori e delle loro ambizioni politiche: fanno il gioco di Piantedosi.

Secondo ricordo – che non riguarda propriamente la politica, ma è almeno altrettanto rilevante della politica stessa. Verso la metà degli anni Settanta, quando la violenza di piazza e di strada, la violenza politica, si ingrossava come un fiume in piena, mi è capitato più di una volta, nei cortei, o nelle zuffe dentro l’università, di percepire tra le persone presenti una specie di improvvisa biforcazione.

Al primo lacrimogeno, alla prima carica di polizia, al primo sussulto del corteo che da bestione tranquillo cominciava a contorcersi come un serpe ferito, la gran parte delle persone era atterrita, o sgomenta, o spaventata, a seconda del carattere (io, per esempio: spaventato, la violenza mi ha sempre terrorizzato).

Ma alcuni no. Alcuni si eccitavano. Alcuni si accendevano. Negli occhi c’era il lampo della battaglia. Lo scontro, a loro, piaceva. È il verbo giusto, senza sinonimi possibili: gli piaceva! Come se fosse una forma di agonismo, di prova fisica, di esaltazione dei sensi. Sì, a qualcuno la violenza piace, la cerca, la vive come una fiammata vitale.

Dei black bloc, o come accidenti vogliono farsi chiamare, penso esattamente questo. Non sono antagonisti, sono agonisti, il corteo è il loro stadio, la loro occasione di sentirsi al centro della scena. Mentre gli altri fuggono, loro espropriano il corteo ai manifestanti e la città ai cittadini. Decine di migliaia di persone, i pacifici, vengono cancellati, le loro ragioni (le ragioni della manifestazione, e anche le ragioni del quartiere Vanchiglia e del centro sociale Askatasuna, che ne è parte viva) non contano più nulla.

Conta, per gli agonisti, che in campo rimangano solo due squadre: la polizia e loro. E che per un governo come questo l’ordine pubblico sia un’occasione di repressione, e di militarizzazione, non solo lo sanno benissimo: ne sono entusiasti, ne sono partecipi, perché solo così possono praticare, finalmente, liberamente, il loro sport senza regole. È un caso, eclatante, di privatizzazione violenta di un evento pubblico.

Mi importa poco sapere le storie di questi incazzati, non saprei nemmeno dire se siano più incazzati o più soddisfatti cultori di uno sport che piace solo a loro (degli altri, se ne fregano). Ma non credo, purtroppo, che piovano dal cielo. Credo che dentro i centri sociali (che sono tante cose, ma sono stufo di rifare ogni volta l’elenchino delle cose buone per controbilanciare quelle cattive), dentro circoli e partitini di fascia estrema, trovino alloggio, anche quando mal sopportati. Trattati come “compagni che sbagliano”, ma pur sempre compagni.

Da qualche parte, se arrivano dalla Francia o dalla Germania, dovranno pure dormire, e non credo scendano all’Hilton. In qualche cantina o garage dovranno pure alloggiare le loro mazze e le loro bombe carta. E fino a che la sinistra loro contigua si ostinerà a non vedere, o a fare finta di non vedere, questa contiguità, tutti i cortei come quello di sabato a Torino avranno lo stesso identico svolgimento: poche centinaia metteranno in minoranza molte migliaia.

I dirigenti del calcio, ormai da decenni, dando prova – con rare eccezioni – di una pochezza e di una ipocrisia quasi incredibili, di fronte alle violenze degli ultras ripetono la stessa frasetta: “non sono veri tifosi, sono elementi del tutto estranei al mondo del calcio”. Peccato che gli incidenti accadano negli stadi, non nei tennis club o al galoppatoio. Circostanza che ovviamente chiama in causa il mondo del calcio, non quello del tennis e dell’ippica.

La sinistra radicale rischia di fare la stessa figura fino a quando non riuscirà ad ammettere che sì, ha un problema con la violenza: verbale e fisica. Non riesce a levarsela di dosso, che sia di pochi parassiti o che le abiti dentro, fatica a farci i conti. Fare i conti con sé stessi: da Piantedosi non me lo aspetto, dal governo nemmeno, ma da chi si definisce alternativo, o antagonista, invece me lo aspetto. La violenza, oggi più che mai, è la più conformista delle espressioni umane. È una parola del potere, non dei cittadini.

Scusate se sono andato un po’ lungo. Considerate che è solo la decima parte di quello che avrei voluto dire. Ne avremo occasione.

sabato 31 gennaio 2026

CAUSE DELLA GUERRA

 


In un clima di guerre e guerrafondai, di dissesti mondiali, città distrutte, infrastrutture vitali colpite, corpi sepolti e insepolti, nuovi lager, bambine e bambini uccisi o lasciati a morire di freddo e di fame… il Papa cita Madre Teresa e punta il dito contro le donne, individuando nell’aborto “il più grande distruttore della pace”.

Non nelle bombe.

Non nei missili.

Non nei conflitti armati che devastano intere popolazioni.

Ma nelle donne che interrompono una gravidanza.

Le stesse parole vengono oggi applaudite da governi di destra che sostengono o legittimano quelle stesse guerre, e che da anni brandiscono la retorica ipocrita “pro life” come bandiera morale.

Un’ideologia per cui i bambini interessano solo nella misura in cui per “difenderli” bisogna controllare i corpi delle donne. 

Diciamolo, gridiamolo forte, che non è l’aborto la guerra contro l’umanità.

La guerra è quella vera, fatta di armi, potere, interessi economici e violenza disumana. 

È quella che passa sopra le teste e i destini di tutti, che cancella le vite già nate, che stupra il nostro presente e ipoteca il nostro futuro.

venerdì 16 gennaio 2026

BUON COMPLEANNO REPUBBLICA

 

Buon compleanno Repubblica

di Mario Calabresi


Avevo 14 anni, avevo appena iniziato la quarta ginnasio, e per andare a scuola ogni mattina dovevo prendere due tram. Davanti alla mia fermata c’era un’edicola e dopo qualche settimana di studio dei giornali impilati (allora c’erano pacchi immensi che aspettavano di essere acquistati) decisi di comprare Repubblica. Mi piaceva il formato, lo stile, mi sembrava fosse più adatto ad un ragazzo come me. Avrei continuato a comprarla per tutti gli anni del liceo, ero orgoglioso di entrare a scuola con il mio quotidiano che usciva dalla tasca del giubbotto. Mi piaceva leggere sul tram, durante quel tragitto viaggiavo per il mondo e, tra una fermata e l’altra, il giornalismo mi entrò nel cuore.

All’università i giornali che compravo ogni mattina diventarono due, anche tre. Cominciai ad andare verso mezzanotte in centro a Milano per comprare la prima edizione. La prima volta che lo feci fu quando cadde il Muro di Berlino, poi diventò un’abitudine.
Molte delle cose che leggevo durante quei viaggi adolescenziali in tram non le capivo, soprattutto non capivo la politica, ma quelle letture furono una palestra incredibile. Non pensavo ancora di fare il giornalista e mai avrei potuto immaginare che di quel quotidiano sarei stato un giorno giornalista politico, caporedattore centrale, corrispondente dagli Stati Uniti e poi direttore

Repubblica compie cinquant’anni e io ne ho passati ben undici in quel giornale, ho lavorato nella sede originale, in Piazza Indipendenza, dove la gente fumava, i pavimenti erano corrosi dal tempo, le sedie sfondate e le scrivanie erano piene di schegge che bucavano camicie e maglioni. Ma nessuno se ne preoccupava, la passione era tantissima e “bisognava fare il giornale”. Anzi: farlo, rifarlo e poi rifarlo ancora. C’era solo quella preoccupazione, quell’imperativo, le vite personali passavano sempre in secondo piano.
C’erano discussioni infinite, ricordo litigate feroci per un titolo, anche se i giornali erano monarchie assolute e alla fine comandava uno soltanto, quello che aveva la prima e l’ultima parola: il direttore. Mi assunse Ezio Mauro e da lui ho imparato tantissimo, è stato il direttore che ho avuto più a lungo e la cosa che mi piaceva di lui era che non dava solo ordini, ma spiegava sempre il perché delle cose.

Nel tempo avrei conosciuto anche il fondatore, e negli ultimi anni della sua vita saremmo anche diventati amici. Eugenio Scalfari aveva fatto un gesto importante: aveva trovato l’occasione per incontrare mia madre e chiederle scusa per essere stato uno dei settecento firmatari del manifesto degli intellettuali del 1971 contro mio padre. Della sua vecchiaia mi colpiva come avesse lasciato intatta la curiosità. Quando ero direttore veniva al giornale e mi chiedeva di spiegargli tutte le innovazioni che facevo: voleva sempre capire ogni cosa.

Oggi che guardo quel giornale da fuori, che ho avuto tempo per analizzarne con calma la sua parabola, vedo come sia stato il simbolo di un’idea dell’Italia, l’aggregatore di un’ampia comunità di lettori che amavano la politica, i libri, il cinema, avevano un’idea di progresso e tenevano in gran conto i diritti, anche se quella redazione era decisamente troppo maschile. Quella comunità, anche quando il mondo aveva cominciato a cambiare, è rimasta unita grazie al collante di un avversario politico comune come Silvio Berlusconi. Con la fine del berlusconismo e il governo di Matteo Renzi quel mondo ha cominciato a dividersi finendo per andare in pezzi. Il momento migliore della vita di Repubblica era La Repubblica delle Idee, il Festival annuale che riusciva a tenere ancora insieme tutto e tutti. Un miracolo che ci regalava la piazza di Bologna.

Io sono stato direttore in quegli anni della fine del governo Renzi e dell’arrivo di Conte e dei Cinque Stelle, la redazione, i collaboratori e i lettori non avevano più un sentimento comune sulle cose, sulla politica e su cosa fosse giusto e sbagliato. I miei ultimi tre anni di direzione sono stati faticosissimi e ne ho un ricordo anche doloroso. Abbiamo continuato a fare tanta innovazione (basti pensare alla nascita di Robinson, all’integrazione tra carta e digitale, alla app, alle grandi inchieste di Super8, che avrei poi trasformato in podcast e libri nella mia vita successiva) ma si era incrinata la fiducia, e il mio problema maggiore fu avere una visione del futuro dei giornali diversa rispetto a quella dell’editore. 

Oggi tutto è ormai lontano, l’editoria è cambiata profondamente in pochissimi anni e se guardo indietro sento ancora quell’energia bellissima di fare un giornale, di trovare una notizia, un’energia che non ti faceva mai sentire la fatica, che ti faceva sembrare normale andare a cena a mezzanotte, che ti spingeva ad imparare ogni giorno qualcosa di nuovo.

Ho fatto una fatica bellissima a Repubblica, i giornali sono stati fatica, ma si aveva la sensazione che valesse la pena farla ogni giorno, che non fosse mai sprecata o inutile. Si aveva la sensazione di fare la differenza, di scrivere non solo la cronaca ma anche pezzetti di storia. E io sarò sempre grato a quel giornale per avermi regalato anche una delle più belle esperienze giornalistiche che ho fatto: un viaggio americano durato tre anni che mi ha fatto conoscere ogni angolo e ogni sfumatura di quel paese che mi piace raccontare ancora oggi.
Buon Compleanno Repubblica.


Non ho trovato, tra i tanti sul tema, articolo migliore di questo per verità e tenerezza