martedì 9 giugno 2026

IL SIGNOR HOOD

 

Con due pistole caricate a salve e un canestro di parole

A cose dette, e agitazioni già rimpiazzate da altre, metto qui delle considerazioni sulla cosiddetta “polemica De Gregori” che avevo scritto una settimana fa nella newsletter Le Canzoni, sperando di introdurre senso tra molte cose che mi sembravano dette un po’ sbrigativamente.

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Torno sulle polemiche intorno alle cose che ha detto qualche giorno fa Francesco De Gregori, perché mi pare si siano nel frattempo affollati pareri in cerca di spazio, col risultato di confondere cose assai diverse. Ieri, per esempio, sia Repubblica che il Corriere della Sera avevano in prima pagina un proprio articolo in superflua difesa di De Gregori: non ho dubbi sulla buona fede di Luigi Manconi e mi immagino sia stato mosso da una solidarietà tenace per “l’artista” (oggi invece sul Corriere c’era Veltroni, animato dalle stesse intenzioni, e contagiato dalle stesse fallacie), mentre mi pare che da un po’ Antonio Polito si faccia spesso tentare dal facile consenso del fruttuoso format “ex di sinistra che se la prende con la sinistra”. Il fatto è che tutti e tre hanno scritto estesamente per attaccare chi avrebbe criticato la scelta di De Gregori di non intervenire su cose della politica e della vita pubblica, configurando tutti e tre il tipico “straw man argument”: perché la critica nei confronti di De Gregori non è ovviamente quella, e non ci sarebbe stato ovviamente niente da rimproverargli se si fosse limitato a dire «io non ho voglia di intervenire su questo o quello».

Invece De Gregori ne ha dette altre due, assai rimproverabili: due vere sciocchezze. La prima è un giudizio saccente e presuntuoso nei confronti degli “artisti” che invece hanno cose da dire sulle vicende pubbliche e politiche, citandone per giunta come esempio il più inattaccabile bersaglio, ovvero Bruce Springsteen. Che direi non abbia bisogno di essere difeso dalle critiche di De Gregori, per senso della misura.

La sciocchezza maggiore invece è quella di sostenere – come ha fatto De Gregori – che in generale tutti gli “artisti”, in quanto artisti, dovrebbero astenersi dal dire la loro sulle vicende pubbliche o mondiali, per mancanza di titoli, e che se si desiderano opinioni di questo genere si debba invece andare “da un filosofo”. La tesi è così sbilenca che si contraddice da sola, nel momento in cui De Gregori stesso ritiene invece di comunicare pubblicamente – un “proclama”, direbbe lui – che ritiene “imbarazzante” l’impegno di Springsteen.
Ma a parte questo, non è l’abito che fa il valore di un’opinione, di un impegno, o di un “proclama”: è il suo contenuto, come per ogni cosa. Ci sono impegni e opinioni di “artisti”, in giro e nella storia, di molto maggior senso e valore rispetto a certi impegni e opinioni di alcuni politici, commentatori di professione o persino “filosofi” (in qualche caso tre figure coincidenti).

La verità – utile da ricordare quando ci si trova scorati di fronte alla gran parte delle discussioni correnti – è che diventano fallimentari tutti i pensieri che assumono separazioni categoriche tra le cose della realtà. Quindi non solo quelle tra “artisti” e non artisti, o tra artisti e “filosofi”, o tra persone comuni e politici (tutto è politica), ma anche quelle tra argomenti “politici” e non (tutto è politica): dire – da artista – che Trump sta devastando l’America o che il governo israeliano è genocida non è una predicazione di una categoria diversa rispetto a scrivere Imagine ma neanche rispetto a scrivere All you need is love (il privato è politico, il mondo e le comunità migliorano se le persone si comportano bene le une con le altre), o Generale o Viva l’Italia. Farlo in una “canzone” non è più o meno adeguato che farlo in un libro o in un discorso (se Springsteen dice cose contro Trump sillabandole o cantandole sembrerebbe invece fare una gran differenza, per i teorici del “parlo con le mie canzoni”). Gli umani pensano di mettere le cose in cassetti separati perché la complessità e il “dipende” sono difficili da gestire per i nostri indaffarati cervelli, ma il risultato è che poi si irrigidiscono in quella lettura del mondo e finiscono a dire sciocchezze.
Qui andrebbe il telefonato finale in cui ricordo la grandezza delle canzoni di De Gregori, ma ce n’è bisogno?

MA C’ENTRANO GLI SVIZZERI?

Chiunque conosca almeno un po' nostra figlia Anna sa tutto della sua capacità organizzativa, efficienza ed energia. Potrebbe essere usata come effige della bellissima  espressione in dialetto parmigiano "la magna al fog" (mangia il fuoco)

Chat Whatsapp di Famiglia stamattina ore 10 - da Anna:

"Efficienza: stamattina, svegliato Olivia alle 7.40, bici a Thalwil, 8:00 appuntamento dal pediatra per vaccinazione contro le zecche + visita di controllo dei 5 anni, colazione in treno, 9.15 appuntamento a Zurigo (treno più tram) per rifare il passaporto e la carta d’identità ad Olivia, tornate in treno, preso bici, lasciato Olivia al kindergarten e sono già a casa. 💪🏼 gli svizzeri non devono insegnarmi l’efficienza 😜"

Io: "Lo sappiamo… però tutto questo vale solo se non devi aspettare dal pediatra, non devi aspettare il treno in ritardo, non devi aspettare dal passaporto e se il Kindergarten non chiude gli ingressi alle 9…"

Anna: "Ovvio 🫡 l’ufficio documenti è l’efficienza pura: appuntamento entri subito (addirittura noi in anticipo) consegni i vecchi documenti, hanno pronti di già le informazioni per i nuovi documenti che devi confermare su un computer, fai la foto, 2 domande e vai a pagare (70 chf, passaporto + carta d’identità)."

Io: "Volevo solo dire che gli svizzeri un po’ c’entrano"

Anna: "Hai ragione"

Ahimè, meglio non pensarci,,, poveri noi!

giovedì 4 giugno 2026

FARE CAPOLINO

 

È davvero carina l’espressione “fare capolino”, vero? In questi giorni mi viene sempre in mente quando esco dal cancello e ammiro questa splendida ortensia (regalo diversi anni fa da un’amica appassionata). Ogni giorno non posso fare a meno di salutare la piccola ortensia che si sporge tra la sbarra del cancello e la cassetta della posta. Con fatica e perseveranza “fa capolino” e mi augura buon viaggio, dovunque io vada.

mercoledì 3 giugno 2026

ANCORA DUE GIUGNO

 Ottant’anni fa nasceva la Repubblica Italiana. 

Nacque dalla lotta partigiana degli uomini e delle donne della resistenza. Nacque da una scheda piegata in una cabina elettorale, da un gesto semplice e insieme rivoluzionario; dal voto di un popolo che usciva stremato dalla guerra, dalla dittatura, dalla fame e dal lutto. E nacque, per la prima volta, anche dal voto delle donne.

Dopo aver potuto esprimere la loro preferenza nelle elezioni amministrative di marzo, il 2 e 3 giugno del 1946 le italiane entrarono nei seggi per partecipare a pieno titolo alla scelta tra Monarchia e Repubblica e all’elezione dell’Assemblea Costituente. Finalmente, almeno lí dentro, la loro voce aveva lo stesso peso di quella di chiunque altro.

Prima di quel momento, la maggior parte delle donne italiane era cresciuta dentro un’idea precisa di subordinazione e obbedienza. Sotto il regime fascista le donne non erano soltanto escluse dalla vita pubblica ma furono progressivamente ricondotte, anche per legge, a un unico ruolo considerato “naturale”: moglie, madre, custode del focolare.

La propaganda fascista celebrava la maternità come missione patriottica: dare figli alla nazione. Ma dietro quella retorica c’era un progetto preciso di limitazione dell’autonomia femminile.

Alle donne fu proibito di dirigere scuole medie e superiori di insegnare materie considerate di alto profilo come filosofia e storia nei licei. L’istruzione  di bambine e ragazze fu orientata verso “lavori donneschi” ovvero, mansioni domestiche. 

Gli studi superiori e le professioni intellettuali venivano altamente sconsigliati, E nel caso in cui una studentessa avesse avuto l’arroganza di proseguire gli studi avrebbe comunque trovato tasse universitarie raddoppiate rispetto a quelle degli studenti.

Accanto alle norme, anche gli scritti ideologici del tempo teorizzavano la subordinazione femminile. In questi passaggi del volume “Politica della famiglia” del 1938, scritto dall’economista fascista Ferdinando Loffredo, affiora, a voler pensar male, un certo pregiudizio misogino, seppur velatamente accennato tra le righe:

«La indiscutibile minor intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia»

E ancora: 

«Il lavoro femminile crea nel contempo due danni: la mascolinizzazione della donna e l’aumento della disoccupazione maschile.»

In sintesi: Vengono a rubarci il lavoro.

Detto ciò, con tali presupposti era facile che molte di loro si percepissero come delle nullità. Non potevano scegliere liberamente del proprio futuro, spesso non osavano nemmeno immaginarlo.

Eppure, in questo oscuro scenario di disuguaglianza ci furono ragazze giovanissime che decisero di ribellarsi; in un momento storico in cui dissentire non consisteva nel pubblicare una storia su Instagram ma voleva dire mettere a rischio la propria vita.

Adottarono un nome di battaglia come misura di sicurezza per sé e per i compagni e si unirono alle circa 300mila persone impegnate nella resistenza contro il nazifascismo.

Teresa Vergalli – nome di battaglia Annuska – staffetta, a 16 anni andava in bicicletta con i messaggi nascosti nelle trecce, e una piccola rivoltella nel reggipetto, per uccidersi qualora fosse caduta nelle mani dei nazisti. Non ne ebbe bisogno e dopo la guerra, girò per le campagne con il fac-simile della scheda elettorale per mostrare alle braccianti come apporre il proprio voto su questo misterioso ma importantissimo documento.

Tina Anselmi aveva 17 anni quando fu costretta ad assistere all’impiccagione di 31 prigionieri in piazza. Decise di unirsi alla Resistenza. Dedicò poi tutta la sua vita alla tutela dei diritti civili e sociali delle donne.

Irma Bandiera venne catturata da una squadra fascista e seviziata in ogni modo possibile per giorni affinché rivelasse informazioni sui propri compagni. Non lo fece. Venne accecata, uccisa da una raffica di mitra e il suo corpo fu esposto pubblicamente, perché tutti vedessero qual’ era la fine che toccava ai nemici del regime. Aveva 29 anni.

Molte di quelle ragazze erano adolescenti. Non avevano ancora il diritto di voto, ma stavano già scegliendo il futuro dell’Italia. E quella scelta aveva un prezzo reale: il carcere, la tortura, la morte.

Alcune partigiane, finita la guerra, entrarono persino nell’Assemblea Costituente. 

Nilde Iotti, che aveva partecipato alla Resistenza nei Gruppi di Difesa della Donna, divenne una delle ventuno donne costituenti, e anni dopo, la prima Presidente della Camera.

Teresa Mattei, partigiana a vent’anni, contribuì alla scrittura dell’articolo 3 della Costituzione, quello che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.

Ma accanto a queste figure straordinarie c’era la moltitudine silenziosa delle donne comuni. Quelle piegate dal lavoro fin dall’infanzia, indottrinate alla sottomissione; destinate, nei casi migliori, a una vita di obbedienza e nei peggiori a subire ogni sopruso, che avevano allevato i figli nella fame e sotto i bombardamenti, lavorato nei campi, fatto code interminabili per un pezzo di pane, e poi contribuito a ricostruire un paese devastato dalla guerra. Insomma, quelle che non sarebbero finite nei libri di storia e che raramente sono state ringraziate.

Proviamo a immaginare cosa abbia significato per quei milioni di donne essere finalmente considerate cittadine: non più soltanto madri o mogli ma persone titolari di una volontà politica e di diritti.

Essere convocate, attraverso il voto, a partecipare alle decisioni che riguardavano il futuro collettivo: si saranno percepite come una goccia nel mare o come parte attiva di qualcosa di più grande? Con quale emozione avranno vissuto quel momento?

La giornalista Anna Garofalo raccontò così quei giorni:

«Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere hanno un’autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane…»

«Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d’esame, ripassiamo mentalmente la lezione: quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel nome. Stringiamo le schede come biglietti d’amore. Le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un tono diverso, da pari…»

Da pari.

Con quel gesto nasceva la promessa di una Repubblica fondata sulla dignità e sull’uguaglianza. La promessa di un paese in cui si potesse parlare liberamente, dissentire, scegliere chi governa, partecipare alla vita pubblica senza paura.

Una Nazione in cui le donne potessero finalmente studiare, lavorare, votare, candidarsi, amministrare i propri beni, costruire il proprio destino fuori dall’obbedienza imposta. L’effettiva parità salariale – la libertà di camminare sole la sera o di separarsi da un compagno violento senza temere per la propria incolumità…

Ecco, queste ultime promesse non sono state ancora mantenute. Dobbiamo lavorarci. Dico “dobbiamo” perché se è vero che la sovranità appartiene al popolo allora ogni cittadino può e deve partecipare.

Molto è cambiato da allora. Ma la storia recente ci mostra con brutale chiarezza quanto velocemente il mondo possa cambiare e quel diritto conquistato ottant’anni fa continua a ricordarci che la democrazia non è qualcosa di scontato, e che ogni libertà esiste perché qualcuno ha avuto il coraggio di pretenderla.

Oggi festeggiare gli ottant’anni della Repubblica serve a tenere bene a mente quanto sia prezioso vivere in democrazia; che nessun tiranno decida per noi. Serve a ricordare da dove veniamo, a onorare il coraggio di uomini e donne che hanno combattuto per la nostra libertà e a impegnarci, ogni giorno, a meritarla.

Irma Bandiera prima di essere fucilata a 29 anni, fece in tempo a scrivere una lettera indirizzata a sua madre:

“Ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l’ho tanto voluto io stessa.”

Quelli “dopo di lei”, siamo noi.

Paola Cortellesi, monologo per la festa degli 80 anni della Repubblica  al Quirinale, 2 giugno 2026

2 GIUGNO

 Da alcuni anni a questa parte (non tanti, forse sono pensieri collegati all'età) ogni 2 giugno, ripercorrendo ogni volta l'epopea del referendum Monarchia-Repubblica, del primo voto delle donne, di un paese che usciva da una guerra e anche da una guerra civile, dei valori fondanti della nostra nuova democrazia... insomma, un po' di epopea controllata e poco trionfalistica, più romana che hollywoodiana, non fa male, anzi. Dicevo, ogni due giugno penso con rabbia che non ho mai chiesto ai miei nonni, e soprattutto alla mia amatissima nonna, cosa abbiano votato e cosa abbiano provato in quei giorni. I miei genitori erano troppo giovani: mia madre nel '46 aveva solo 11 anni, mio padre 18 (ma allora si votava a 21, ricordo il limite anch'io - anche se io ho votato a 18 anni per la Camera, perchè il limite è stato abbassato nel 1975, esattamente un anno prima che compissi 18 anni. Per il Senato, assurdamente a pensarci, è stato abbassato solo nel 2021).

Così non saprò mai cosa hanno pensato, soprattutto la nonna che votava per la prima volta, nè cosa hanno votato. Immagino che il nonno, uomo altamente razionale e poco incline a qualsiasi fede, abbia votato Repubblica - ma per lo più lo conosco tramite le narrazioni successive e i fatti che ha compiuto nella sua vita - di lui ricordo poco perchè è morto quando avevo solo otto anni. E la nonna sono pressochè sicura che abbia votato Repubblica, figlia di un socialista perseguitato e praticamente ammazzato dai fascisti, fortissimamente ostile al Fascismo (ricordo l'odio nella sua voce quando menzionava il Duce e l'episodio che raccontava sempre mia madre che il sabato, quando i bambini dovevano andare a scuola in divisa, lei si rifiutava di aiutare mia madre a vestirsi e non stirava la sua divisa e lei era sempre molto divisa tra la sua fascistissima maestra e la sua mamma riottosa. Inoltre, quando si era trattato di donare l'oro di casa al duce, la nonna si era guardata bene dal dare le poche cose d'oro che aveva). Immagino che la sua ostilità si estendesse agli alleati del fascismo, la casa Savoia.

Sono arrabbiata di non avere mai chiesto. Ci sono cose che non è più possibile fare, se si lascia passare il tempo giusto.

venerdì 29 maggio 2026

NOTTE

 Notte di grilli e cicale, un intenso concerto. 

Notte di luna piena e di nuvole.

Notte di profumo di gelsomino.

Sembra tutto in equilibrio, tutto in pace… per qualche attimo è possibile pensarlo



domenica 24 maggio 2026

A PROPOSITO DI GIANNI RODARI

A proposito di Gianni Rodari vorrei per l’ennesima volta confermare che un genio riesce a vedere lontano. Questo è un racconto di Rodari del 1973, nel libro Novelle fatte a macchina

  La macchina per fare i compiti 

Un giorno bussò alla nostra porta uno strano tipo: un ometto buffo vi dico alto poco più di due fiammiferi. Aveva in spalla una borsa più grande di lui.

- Ho qui delle macchine da vendere - disse.

- Fate vedere - disse il babbo.

- Ecco, questa è una macchina per fare i compiti. Si schiaccia il bottoncino rosso per fare i problemi, il bottoncino giallo per svolgere i temi, il bottoncino verde per imparare la geografia: La macchina fa tutto da sola in un minuto.

-Compramela, babbo!-dissi io.

-Va bene, quanto volete?

-Non voglio denari-disse l’omino.

-Ma non lavorerete mica per pigliar caldo!

-No, ma in cambio della macchina voglio il cervello del vostro bambino -

-Ma siete matto!-esclamò il babbo.

-State a sentire, signore – disse l’omino, sorridendo. -Se i compiti glieli fa la macchina, a che cosa gli serve il cervello?

 -Comprami la macchina. Babbo! Implorai.- Che cosa ne faccio del cervello? 

Il babbo mi guardò un poco e poi disse:-Va bene, prendete il suo cervello.

L’omino mi prese il cervello e se lo mise in una borsetta. Com’ero leggero, senza cervello! Tanto leggero che mi misi a volare per la stanza, e se il babbo non mi avesse afferrato in tempo sarei volato giù dalla finestra.

-Bisognerà tenerlo in gabbia- disse l’ometto.

-Ma perché?-domandò il babbo.

-Non ha più cervello, ecco perché. Se lo lasciate andare in giro, volerà nei boschi come un uccellino, e in pochi giorni morirà di fame!

Il babbo mi rinchiuse in una gabbia, come un canarino. La gabbia era piccola, stretta, non mi potevo muovere. Le stecche mi stringevano tanto che...alla fine mi svegliai spaventato. Meno male che era stato solo un sogno!

Vi assicuro che mi sono subito messo a fare i compiti.

Beh, nel 1973 spiegava con parole semplici l’Intelligenza Artificiale, l’AI. Vedeva molto lontano.