Una decina di anni fa, Fondazione Intercultura, il ramo italiano di AFS, associazione no-profit dedita agli scambi internazionali di studenti (tra i fondatori, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, Ernest Hemingway) ha tenuto un importante convegno internazionale denominato “Ricomporre Babele. - Educare al cosmopolitismo”. Il convegno nasceva dall’esigenza di porre alcune domande. Mentre il termine “cittadino del mondo” è entrato nell’uso comune, mentre le innovazioni tecnologiche e l’economia si sono sviluppate verso connessioni quasi inimmaginabili, sembrava abbastanza giunto il momento di pensare se riprendere le pietre abbandonate di Babele e di ragionare sulla riconquista di un’unità perduta, cioè sulla struttura, l’organizzazione, l’ethos di una ipotetica città mondiale e sull’educazione dei suoi cittadini.
Devo confessare che ho sempre avuto un dubbio fondamentale sul mito di Babele, perché mi è stato insegnato come un castigo (punizione per la hybris), come la rottura di una precedente perfezione. Ho sempre però pensato che contenesse un’ambiguità. Il dio che disperse i costruttori della città voleva punirli per un atto di arroganza o voleva arricchirli e umanizzarli attraverso la scoperta delle differenze, il confronto, il dialogo su cui poggia una costruzione più solida? Insomma, quella diversità che nasce da Babele è una condanna da esorcizzare o un valore aggiunto della nostra umanità?
Mi è tornato in mente Babele in questi giorni. Luigi è in Italia per tutto agosto e per alcuni giorni ospitiamo quattro suoi amici parigini, tra cui i suoi due migliori amici (Hao Tien e Clara). La casa è piena, per fortuna è molto grande e in questi giorni di inerrabile caldo anche un rifugio climatico. Ve li presento.
Hao Tien
Hao Tien è cinese, della zona di Canton, un metro e novanta, recentemente ha sostenuto la sua tesi di PhD (dottorato) in Chimica dei materiali, si è preso l’estate libera e poi comincerà a cercare lavoro. È in Francia da più di dieci anni perché ha fatto tutto il corso di studi universitari in Francia. Recentemente è diventato anche cittadino francese. Parla cinese mandarino e cantonese, francese ( “come un madrelingua” a detta di Luigi, che è molto severo nei suoi giudizi sulle abilità linguistiche), inglese e spagnolo (per amore). È calmo e autorevole, l’intelligenza sprizza da tutti i pori. È il compagno di Clara.
Clara
Clara è una spagnola del Nord, di una zona al confine con i Paesi Baschi. È biologa e appassionata di uccelli. Lavora a Parigi per una ONG che mi è sembrato di capire sia l’equivalente della LIPU nostrana. Parla spagnolo e francese, inglese e parla come una macchinetta, velocissima, con il ritmo spagnolo in ogni lingua. È amorevole e molto attaccata alla sua famiglia. È la compagna di Hao Tien.
PS. La chiamano Clarà, alla francese
Freddy
Freddy si presenta come Federico ed è complicato dipanare la sua matassa. Nato in Germania da padre peruviano, ma con cognome italianissimo e da madre tedesca, è cresciuto ad Ispra sul Lago Maggiore nel Centro di Ricerca Internazionale dove i suoi genitori lavorano. Ha un dottorato in fisica teorica e attualmente sta svogendo un post-doc alla Sorbona. Parla francese, spagnolo, tedesco, italiano e inglese. Amorevole, un po’ svanito. Dei cinque quello con i capelli più lunghi. Compagno di Lena.
Lena
Lena è francese e sta facendo il suo dottorato in Chimica teorica. Parla francese, inglese e spagnolo e un po’ di tedesco (mamma tedesca). Rossa di capelli, filiforme, disegna continuamente e dappertutto. Moolto parigina. Compagna di Freddy.
(PS. Il suo nome è pronunciato Lenà, alla francese)
Gigi
Ed infine il padrone di casa e host, mio figlio. Italiano, sta facendo un dottorato nell’ambito chimico farmaceutico (Drug Design) - entra nel terzo anno. Parla italiano, inglese, spagnolo (un anno in Messico con AFS), tedesco (ha lavorato a Monaco di Baviera in un’azienda farmaceutica per più di un anno dopo la laurea) e francese - e anche giapponese, per suo interesse personale.
Tutti questi bei ragazzi si aggirano per casa e un meraviglioso accrocchio di lingue si annoda, si dipana, si estende in ogni momento. Parlano, parlano tutti insieme, a coppie, a gruppi, con noi e le lingue cambiano sapientemente. Per questo mi è venuta in mente Babele. A volte sento il senso di uno sfinente caos, ma anche una grande, confortante speranza.
Il mito di Babele a mio parere impartisce una lezione che può valere per ogni tempo e ogni popolo: il destino dell’umanità non è nella ricerca dell’immortalità o della perfezione, ma è nell’avventura della storia, nella diversificazione delle culture e nella disseminazione delle nazioni sulla vasta superficie del mondo.
E sarebbe meglio parlare non di unità, ma di cooperazione, non di unificazione, ma di armonia, non di uniformitá, ma di concordia. Non è possibile sognare un linguaggio unico per tutta l’umanità, ma possiamo sognare, come Dante, una lingua poetica comune, una lingua che colga il meglio di tutte le lingue della terra - forse un’antologia, più che una lingua.
Guardare questi ragazzi fa sperare che sia possibile.