martedì 8 settembre 2026

L’AMORE CHE SI FA

 Michele Serra, OK BOOMER, il Post, 7 settembre 2026)


dedicato alla mia famiglia, di cui potrebbe essere quasi un manifesto.
Aggiungo solo una breve citazione da Guccini (Canzone quasi d'amore)
Fingo d'aver capito che vivere è incontrarsi
Aver sonno, appetito, far dei figli, mangiare
Bere, leggere, amare .... grattarsi



Martedì 8 settembre 2026

L’amore che si fa

«La terra, l’acqua, i campi coltivati, le montagne, le foreste, le bestie, le piante. E la cura che l’uomo deve averne per dare significato e valore alla sua presenza nel mondo»



Non credo che Wendell Berry (1934-2026) e Enzo Bianchi (1943-2026) si siano mai incontrati. Forse sapevano l’uno dell’altro attraverso il comune amico Carlo Petrini. E magari, l’uno dell’altro, avranno letto qualcosa.

Se non fossero morti a poche ore di distanza, tra il 31 agosto e il primo settembre, probabilmente non mi sarebbe mai venuto in mente di accostarli, di parlare di loro nella stessa pagina e con lo stesso spirito. Il poeta, saggista, coltivatore, ambientalista americano (del Kentucky) e il monaco piemontese che fondò la comunità di Bose.

Ma leggendo di loro, e richiamando alla mente quello che i loro scritti mi hanno lasciato negli anni, mi ha colpito l’intenzione comune del loro lavoro, la simile percezione del mondo, proprio il mondo fisico nel quale viviamo: la superficie del pianeta Terra. La terra, l’acqua, i campi coltivati, le montagne, le foreste, le bestie, le piante. E la cura che l’uomo deve averne per dare significato e valore alla sua presenza nel mondo.

Scrive Massimo Recalcati del monaco Enzo Bianchi: in lui «era la vita viva a salire in primo piano. Non l’ascesi sacrificale, la mortificazione della carne, la penitenza patibolare… L’alterità di Dio non è nei cieli ma appare sulla terra, non è lassù ma quaggiù… Mi ha detto una volta, quand’era già molto anziano, che di mattina amava abbracciare gli alberi e le grandi pietre. Immagino fosse anche quello un suo modo di pregare. Non alzando gli occhi al cielo ma trovando il cielo in terra».

Scrive Serenella Iovino, filosofa dell’ambiente, di Wendell Berry: «Se c’è una frase di Wendell Berry che vale la pena ricordare, una di quelle da usare come talismano politico ed esistenziale, probabilmente è questa: “Love is never abstract”, l’amore non è mai astratto. L’amore, diceva Berry, non aderisce all’universo, alla nazione o alle istituzioni, ma ai passeri della strada, ai gigli del campo, agli ultimi tra i nostri fratelli. Non desidera essere eroico: è anonimo, umile, senza ricompensa».

Questa idea materiale e a suo modo “semplice” dello stare nel mondo amandolo è contagiosa, perché trasmette concretezza e suggerisce di non rimanersene con le mani in mano. Per portare l’amore sulla terra, scriveva Berry, bisogna affondare le mani nel terreno: l’amore non è un concetto, è un’attività. È qualcosa che si fa, e se non la si fa è un’omissione.

Berry, che da giovane era ambientalista alla maniera americana (vedeva la natura solo nella wilderness, mondata dall’ingombro degli uomini) cambiò punto di vista durante un viaggio di studio a Firenze. Si innamorò del paesaggio toscano (quello degli anni Sessanta… ) e scoprì la misura di un mondo agricolo ben temperato, che teneva insieme le esigenze umane e il rispetto dei cicli naturali.

Coltivatore a sua volta, non solo teorizzò ma praticò la fattoria come “organismo vivente” fondato sulla cura, sullo spirito di comunità e sul rispetto dell’ambiente, in opposizione netta all’agroindustria che gli sembrava “snaturata” non solamente a danno della natura: anche a scapito dell’equilibrio e del benessere umano. La sua celebre frase “mangiare è un atto agricolo” è diventata il primo comandamento di Slow Food.

L’orto di Enzo Bianchi era di proverbiale salute e bellezza, la sua tavola anche. L’Ora et labora della regola benedettina, prega e lavora, ebbe in lui un grande interprete. Le mani di Enzo Bianchi, nell’edificazione del piccolo mondo di Bose, sono state importanti quanto la sua fede e il suo intelletto.

Coltivare, cucinare, organizzare il convivio come atto di fratellanza e come risposta attiva alla smaterializzazione della vita nei tempi del digitale e soprattutto della separazione drastica tra produttori e consumatori. Il famoso “i bambini di città non hanno mai visto una mucca” non è una oziosa lamentela, è la descrizione più immediata e comprensibile di una cesura tragica tra l’uomo e la natura – come se l’uomo non ne facesse più parte.

Che siano due cristiani (protestante Berry, cattolico Bianchi) ad attribuire salvezza e felicità alla cura materiale del mondo è una cosa che mi fa riflettere. Seppure non credente mi ci riconosco “spiritualmente”: in ogni gesto ben fatto, in ogni lavoro ben fatto, come l’operaio Faussone della Chiave a stella di Primo Levi, avverto l’appartenenza a un ordine del quale mi fa piacere sentirmi non solo partecipe, anche artefice, sia pure in infinitesima parte.

Recalcati intravede nel mito dell’incarnazione di Dio – il Dio che si fa uomo – il segreto e l’energia di cristiani come Enzo Bianchi: «se il Verbo entra nella carne, allora è proprio la carne il luogo nel quale la questione di Dio diventa inevitabilmente la questione dell’uomo».

Non mi sento teologicamente autorizzato a dire la mia, posso solo aggiungere che un gesto di affetto che arriva a buon fine, un campo ben curato e non infestato di chimica, un piatto cucinato con cura e per amicizia, una pagina scritta senza errori, e con le parole messe nell’ordine giusto, mi sembrano la conferma di quello che diceva Wendell Berry: l’amore non è mai astratto.

lunedì 7 settembre 2026

ANCORA SUL WOKE

 (mail inviata a OK BOOMER di Michele Serra, il Post)

“Ho venticinque anni, sono neolaureata in Ingegneria Nucleare e mi considero di sinistra da quando ho l'età della ragione. I miei sentimenti sulla recente ritirata del woke sono contraddittori.

Razionalmente, esulto: finalmente la smettiamo di parlare di pronomi, articoli e desinenze come se fossero questioni di stato (non mi è mai piaciuto studiare grammatica); finalmente la smettiamo di prendercela con la cultura di duecento anni fa perché non allineata alle attuali sensibilità (ma va...?), di considerare paccottiglia colonialista qualsiasi espressione della cultura occidentale (la società occidentale si è macchiata di orrendi crimini in passato, e tutt'oggi non è certo perfetta, ma ogni giorno ringrazio di essere nata in Europa e non altrove, con tutto il rispetto per gli altri popoli e le altre culture, e la mia infinita solidarietà a chi lotta per essere libero nel proprio Paese); e soprattutto la smettiamo di crocifiggere chi non la pensa come noi, non supporta ciecamente ogni nostra battaglia o semplicemente ha l'avventatezza di usare la parola sbagliata.

Eppure mi trovo a chiedermi a cosa porterà davvero questo backlash (rinculo, ndr), che effetto avrà sulla percezione che, come società, abbiamo delle questioni inerenti ai diritti. Il rifiuto degli eccessi del woke ci porterà a guardare con noncuranza alle discriminazioni che tuttora persistono?

Secondo me la cultura che oggi chiamiamo woke, spogliata del suo estremismo bacchettone e ridotta ai suoi principi fondamentali, ha ragione. Il razzismo, il sessismo, l'omotransfobia e tutte le altre forme di discriminazione esistono: si sovrappongono alla struttura economico-sociale della nostra società, la attraversano a tutti i livelli e colpiscono soprattutto le persone più povere, emarginate, meno istruite, proprio quelle che, volendo fare delle politiche sociali, vorremmo aiutare.

Mi sembra però che, al di fuori delle bolle dell'attivismo, la reazione delle persone di sinistra (soprattutto quelle un po' più attempate...) a queste istanze sia essenzialmente di insofferenza, di fastidio per battaglie che non si capiscono e si liquidano come frivole e inutili, magari perché relative a problemi che non si vivono in prima persona.

Penso al classico commento: "la sinistra perde perché pensa ai gay e non ai lavoratori", a cui mi viene sempre da rispondere: in che modo essere a favore dei diritti LGBT contrasta con l'impegnarsi per i diritti dei lavoratori? Possiamo davvero parlare delle condizioni dei braccianti nell'Agro Pontino senza parlare di razzismo, o chiedere dei congedi parentali dignitosi sia per le madri che per i padri senza parlare di ruoli di genere?

Dalla mia parte politica mi aspetto una presa di posizione su tutti, o almeno su una grossa parte dei temi che caratterizzano la contemporaneità: oppure dobbiamo rivolgerci esclusivamente ai vecchi operai che, per carità, hanno fatto una vita di fatica e di sacrifici, ma magari picchiavano la moglie e dicevano al figlio di stare alla larga da negri e froci, e non vogliono sentirsi dire che forse non era il caso?

Credo che le politiche economico-sociali debbano venire prima di qualsiasi altro progetto politico, perché la struttura della società in cui viviamo ci riguarda tutti, e impatta sulle nostre vite ben più dell'appartenenza a una qualsiasi categoria umana. Però l'impegno contro razzismo, sessismo, omofobia ecc. ecc. ci deve stare: voglio che queste battaglie accompagnino quelle di natura sociale, che avanzino insieme; voglio una società equa, solidale e progressista, e forse una cosa non può esistere senza l'altra.

Il mio timore è che, in quest'epoca così polarizzata e superficiale (in tutto lo spettro politico, purtroppo), la ritirata del woke non venga accolta, dai più, come il rientro di una frangia estremista e irragionevole, ma come una sconfitta di tutti i movimenti per l'uguaglianza in generale. Come la prova che, tutto sommato, in effetti di certe cose non frega niente a nessuno”.

Gemma Amato

HO UNA PROPOSTA INTERESSANTE

 Ho una proposta interessante, nientemeno che per far finire la guerra in Ucraina. Volete sentirla? ecco.

Proponiamo a Putin che si prenda la Sassonia-Anhalt al posto dell'Ucraina. E' più consenziente, vota già giusto, ha un PIL superiore a quello dell'Ucraina e solo trentacinque anni fa faceva ancora parte dell'orbita russa. I cittadini della Sassonia penso saranno contenti, si potranno fare le loro classi differenziali, le milizie nere, le istituzioni autocratiche. E la Russia dovrebbe essere più che contenta: un paese amico, nel centro dell'Europa, cosa volere di più? e quello veramente da denazificare come vogliono.

Andrebbe bene, no? scrivo a Kushner e Witkoff?

venerdì 4 settembre 2026

SE IL MONDO...

 

Se il mondo assomigliasse un po' di più a lui non saremmo in pericolo



Ho avuto un sogno

di Mario Calabresi, 4 SETTEMBRE 2029

Quando sono uscito da Repubblica, erano solo sette anni fa ma mi sembra un secolo, avevo un rovello, un tormento che tornava costantemente: come riuscire a informare le generazioni più giovani, con quale strumento, in che forma? Gli esperti mi ripetevano che era una sfida perduta, perché perduta era l’attenzione: nessuno ha più pazienza, ha più tempo e voglia di approfondire. Tutti, non solo i giovani, consumano ogni contenuto in fretta, nello spazio di secondi. Non rimaneva che il modello dello scroll infinito dei social, della dissipazione dell’attenzione.

In quel tempo lungo in cui non ho avuto un lavoro (e in cui ho scritto un libro fertile e felice come “La mattina dopo”) ho viaggiato e studiato e ho visto possibilità per provare a rompere l’incantesimodella disattenzione. Non si trattava solo di trattenere, ma anche di provare a ricostruire un rapporto di fiducia, una relazione continuativa con una comunità di lettori o ascoltatori. Farlo usando un tono di voce autentico e concentrandosi sulla qualità, anche con formati lunghi ma capaci di suscitare interesse e curiosità vera.

con Guido Brera e Mario Gianani

Come mi accade spesso di fare, userò una metafora che ha a che fare con il cibo: nel tempo degli aperitivi, degli spuntini, delle barrette, di un consumo veloce e distratto, esiste ancora la possibilità di sedersi a tavola e restarci a lungo se ci sono buoni piatti, cucinati con cura e con amore, e se c’è buona compagnia.
Così prima è nata questa newsletter, un appuntamento costante che prosegue da sei anni e mezzo, all’insegna del racconto e della gratuità. Ho sempre rinunciato a mettere un abbonamento o della pubblicità, scegliendo di caricarmi io tutti i costi, perché volevo che fosse uno spazio libero e aperto in cui leggere delle storie.

Poi è nata Chora, un’impresa che all’inizio pareva impossibile e velleitaria, dall’incontro con due persone così lontane da me per formazione e mestiere da creare un mix stranissimo. Il primo, Guido Brera, veniva dalla finanza, era molto critico con il suo mondo e sentiva il bisogno di provare a fare qualcosa di diverso, era convinto che i contenuti possono avere vita lunga, essere trasformati: un’idea può diventare un podcast, poi un programma televisivo o un libro e poi una serie o un film. L’altro è un uomo di cinema, si chiama Mario Gianani, e mi ha insegnato a immaginare oltre i limiti dell’abitudine, a pensare che le cose nuove sono possibili e che non bisogna mai farsi intrappolare dal “Non si può fare perché non lo abbiamo mai fatto”.

Io che registro un podcast da casa e cerco di attutire l’eco con la lana, l’alternativa era infilarsi dentro l’armadio

Abbiamo sempre osato, sempre creduto con passione nell’idea di sperimentare, di provare cose inedite, e quando Mario è tornato a tempo pieno a dedicarsi al cinema, Guido non ha fatto mai mancare la sua tenacia, la sua convinzione che si dovesse andare avanti, che la strada fosse quella giusta.
Così sono nate cose che, sulla carta, non avevano possibilità di riuscita.
Tutti dicevano: “Ai giovani non interessano gli Esteri” e con Cecilia Sala ci siamo inventati un podcast quotidiano come Stories, che racconta ogni pomeriggio una storia dal mondo. Secondo le regole non avrebbe dovuto ascoltarlo nessuno, invece è un successo straordinario.
Così, quando ho convinto Marco Bardazzi a fare un approfondimento settimanale sulla politica americana avevamo tarato le aspettative molto in basso: ma chi ha voglia di sentire mezz’ora di analisi su Trump e il caos a stelle e strisce? La risposta (siamo arrivati anche a 150mila ascoltatori per una singola puntata) ci ha detto qualcosa di molto significativo, che esiste la voglia di capire, di fermarsi a pensare, che l’attenzione esiste ed è l’offerta che scarseggia.

Il muro con le lampade che facevamo per ogni copertina di una nuova serie
A Chora ha preso subito piede la bella tradizione di portare ogni giorno qualcosa da condividere e di metterlo sul tavolo della redazione.

Ci sono state poi delle gioie del cui successo ero sicuro dal primo istante: “Non hanno un amico” di Luca Bizzarri, nato durante una chiacchierata all’Arco della Pace a Milano in cui gli ho detto che avrebbe dovuto prendere tutti i suoi tweet quotidiani, le sue polemiche, e trasformarli in un audio con suoni e rumori. E poi il professor Barbero con la sua infaticabile e contagiosa passione.
Quello con Chora (e poi con Will e ora con Cronache di spogliatoio) è stato un viaggio con due compagni di strada fondamentali: la pazienza e la tenacia. Abbiamo sempre tenuto la testa alta e anche nei momenti più cupi e difficili non abbiamo smesso di immaginare il futuro.
Abbiamo inventato Festival del suono, un nuovo modo di comunicare per università, aziende, musei, Ong, ospedali; un formato diverso per le inchieste e per le storie e abbiamo affrontato temi che non sembravano così popolari (personalmente ho amato molto parlare di gentilezza, di nonne e fare una serie in cui si cerca di fare pace con l’errore e si impara ad accettarlo).

L'appuntamento con il Festival di Chora, Volume, al Conservatorio di Milano
Con Steve McCurry

Quando abbiamo cominciato, le riunioni si facevano con le mascherine o a distanza, molti si sono visti di persona dopo alcuni mesi di lavoro e la prima serie l’abbiamo fatta con lo scrittore Paolo Giordano proprio per raccontare quel tempo difficilissimo della pandemia: si chiamava “Ossigeno”. Allora eravamo in pochi, si decideva tutto con Sara Poma, Sabrina Tinelli e Luca Micheli. Poi con Nicola Lagioia abbiamo camminato per una Roma deserta per registrare “La città dei vivi”.

A quelle prime serie ne sono seguite altre 420, ricordo che per fare il primo milione di ascolti ci abbiamo messo un anno, per il secondo sei mesi e ora accade ogni quarantotto ore. Un milione di ascoltatori ogni due giorni. Questo è il risultato della pazienza e della tenacia.
Abbiamo tenuto duro quando i conti non tornavano, quando dicevano che saremmo falliti, che il nostro modello non sarebbe mai stato in piedi e quando – quello è stato il momento peggiore – hanno sequestrato Cecilia Sala a Teheran. Il momento più bello è quando l’ho abbracciata sulla pista di Ciampino e lei semplicemente mi ha detto: “Sono tornata”.

L'abbraccio con Cecilia Sala

Oggi vado via, ma la barca è solida, piena di energie e di idee, e lascio con una gratitudine immensa verso tutte le persone con cui ho lavorato, che resteranno sempre una famiglia e una casa per me.

Quando poche settimane fa il poeta Franco Arminio mi ha chiesto se fosse vero che stessi pensando di lasciare una casa così bella e io gli ho risposto di sì, mi aspettavo mi replicasse che ero pazzo, invece mi ha detto: «Il senso della vita è rompere la vita, rimettersi in discussione e osare strade nuove».

La foto di gruppo scattata il primo settembre nella nuova redazione di Chora, Will e Cronache di spogliatoio sul Naviglio a Milano

domenica 30 agosto 2026

MANCA UNA SALVIETTA (UN’ALTRA VOLTA)

 Gigi è ripartito venerdì per Parigi. Era arrivato un mese fa e ha fatto tante cose in questo mese. La sua presenza era segnalata dalla sua salvietta nel bagno.


Oggi (giorno di cambio biancheria in casa, da tanti anni sempre la domenica) ho tolto la sua salvietta, un’operazione che mi mette sempre un po’ di malinconia.


L’appendino rimarrà vuoto fino a Natale. Sigh!