lunedì 11 maggio 2026

RACCONTAMI UNA STORIA VERA

(Michele Serra, OK BOOMER, oggi)

Ho visto, l’altra sera a Propaganda Live, un reportage di Francesca Mannocchi dal sud del Libano. Bellissimo. Persone, volti, case distrutte. Sunt lacrimae rerum, Virgilio, primo libro dell’Eneide. Nessun commento, nessun giudizio, solo racconto. Puro racconto.
Che ogni racconto sia conseguenza della sensibilità e del punto di vista dell’autore è certamente vero. Non esiste “l’oggettività”, voglio dire. Ma quando la soggettività, la voce del singolo, si mette al servizio delle cose e dà voce al mondo, ci fa due regali preziosi, importanti.
Il primo regalo è aiutarci a conoscere. A saperne di più. Il secondo regalo è ammutolirci, almeno per la durata del racconto, perché se parliamo non possiamo ascoltare. E il racconto, dai tempi dei tempi, richiede che qualcuno racconti e qualcuno ascolti, o legga, o guardi il film. Adesso mettiamo da parte questo incipit. Ci servirà tra poco.
«Non si può avere una società mentalmente, fisicamente e psichicamente malata come quella americana e aspettarsi che le persone non cerchino la radicalizzazione». Sono parole di Stephen Markley, lo scrittore americano autore di Diluvio, tratte dalla lunga intervista di Annalisa Cuzzocrea su Repubblica.
Colpisce l’indicazione di un rapporto diretto, di tipo causa-effetto, tra disagio psichico e radicalizzazione. Come se lo squilibrio dei discorsi, delle opinioni, dei giudizi fosse conseguenza diretta dello squilibrio della mente che li produce. E la radicalizzazione (il fanatismo, per usare un termine più classico) fosse, dunque, il sintomo più evidente di una vera e propria patologia sociale.
Non sono uno psichiatra e non ho idea se questo nesso esista davvero, e in quale misura. Ovvero se il fanatismo sia direttamente proporzionale al livello di angoscia, o di insicurezza, o di paranoia che investe non solo singoli individui, ma il corpo sociale nella sua interezza.
Ma da persona che lavora con le parole da una vita posso solo dire che sì, la radicalizzazione delle opinioni, l’assertività dei giudizi, l’aggressività dei toni, l’uso delle parole come arma d’assalto fanno parte di una postura molto diffusa, e certo non in fase di regressione, alla quale l’avvento dei social ha fornito il medium più confacente: veloce, sovraffollato e caotico, laddove leggere, scrivere, conoscere, pensare sono attività che richiederebbero tempo e silenzio.
Aggiungo: anche capacità di ascolto, come ben sa chiunque, a qualunque livello, lavori per ricucire le ferite umane e le ferite sociali.
(Il linguaggio di Trump – per fare l’esempio più eclatante – è un caso impressionante di adozione “dall’alto” di un modo di comunicare rasoterra: “basso”, frettoloso, superficiale, autoriferito, sprezzante, come se anche il presidente degli Stati Uniti fosse solo una voce che inveisce in mezzo alla folla. Sarebbe indistinguibile dalle altre, la voce social di Trump, se non inalberasse, inverosimili sopra una merce così dozzinale e scadente, le insegne del potere. Il motto della comunicazione social di Trump potrebbe essere quel “baciatemi il culo” che almeno un paio di volte ha pronunciato: e parlava di altri capi di governo).
Del linguaggio dominante sui social si sa, è stato già detto: prevale il “baciatemi il culo”. Ma la postura giudicante e aggressiva, e la conseguente scrittura giudicante e aggressiva, prosperano anche in una parte non piccola dei media “classici”.
Ci sono giornalisti e giornali che ci campano. Che siano contagiati dai social oppure li contagino, o più classicamente ripetano le vecchie solfe dell’odio politico (che precede, eccome, la nascita dei social), importa poco: però importa ribadire che, rispetto ai social, hanno una responsabilità maggiore. Per loro la parola è un mestiere, non un passatempo. E a garantire la qualità del pane dovrebbero essere, prima di chiunque altro, i fornai.
Chi scrive per mestiere ha dunque il dovere di chiedersi, nella condizione data, se e come il suo racconto della realtà possa arginare l’alluvione dei giudizi sommari, che sono la materia prima del fanatismo politico – al netto della stupidità, che ne è una componente irrimediabile. La risposta è sì: un racconto ben fatto, che calandosi nel vivo delle cose umane non può che coglierne l’imponenza, la drammaticità e la complessità, è di per sé una cura di quel “male mentale” di cui parla Markley, che è la sopraffazione degli altri – nel terrore di esserne sopraffatti.
E qui torniamo a Mannocchi e al nostro incipit. Cercate di raccontare bene una cosa, e avrete costruito una piccola isola nella palude. Che poi questo racconto, in un secondo momento, possa essere fatto a brani o manipolato o frainteso, strappato dal suo contesto, usato come pretesto, fa parte del rischio della socialità contemporanea – quasi nessuno legge qualcosa per intero, ma tutti parlano di tutto in modo relato, indiretto, di rimbalzo, per sentito dire, in una specie di “telefono senza fili” che coinvolge ormai miliardi di persone.
Questo non toglie che l’intenzione narrante sia il contrario preciso dell’intenzione giudicante. Direi: l’antidoto. Ed è all’intenzione narrante che questo spazio cerca di essere devoto fino dai suoi primi episodi.
Fossi un terapeuta degli haters direi loro, per prima cosa: racconta qualcosa di tuo. Prova a farlo. Sospendi per un istante il tuo giudizio sugli altri. Metti in gioco quel poco o quel tanto che sei, quel poco o quel tanto che sai. Accendi il tuo computer e, siano dieci o dieci milioni i tuoi followers, dì loro qualcosa di tuo. Dai loro qualcosa che ti appartiene.


venerdì 8 maggio 2026

I GIORNI DEGLI AMARYLLIS

 

Come ogni anno, questi sono i giorni degli Amaryllis, fioriti nell’intensità di un rosso che sembra velluto, rigogliosi in pochi giorni e per pochi giorni, poi di ritorno nel riposo dei loro bulbi fino alla prossima chiamata alla fioritura.
Ho una storia per me tenera legata agli Amaryllis. Correva l’anno 1987 e con Roberto abbiamo deciso e compiuto una piccola impresa che da un po’ meditavamo: il Coast to Coast degli Stati Uniti, los Angeles - New York, diecimila chilometri di cieli americani.
Al ritorno, felici e piuttosto gasati, drogati da tutta la bellezza che avevamo incontrato, facciamo tappa all’aeroporto di Amsterdam, Schipol, e lí vediamo un bulbo di Amaryllis decisamente enorme, come mai ne avevamo visto uno. Ci ricordiamo che la mamma di Roberto, l’amorevole Bianca dal pollice verdissimo, amava molto gli Amaryllis e decidiamo di portarle a casa in regalo questo enorme bulbo. 
Gli Amaryllis della foto sono tutti figli di quel bulbo (mi sembra che qualche altro esemplare popoli il giardino di qualche amico) e di quel piccolo gesto d’amore scelto quel giorno di tanti anni fa. Quando li guardo non posso fare a meno di pensare quanta storia della nostra vita si sia dipanata con loro muti testimoni (ma anche quel bulbo ha avuto una vita passata al fianco della nostra…)

venerdì 24 aprile 2026

25 APRILE

"Il 25 non è unitario per chi ancora rimpiange il fascismo. Non vedo cosa ci sia da rimpiangere nel 2026... dopodiché, se me lo permette, io vorrei rasserenare il Presidente del Senato: noi storici, ogni anno, ce li ricordiamo bene i militi della RSI. Ci ricordiamo bene cos'hanno fatto le brigate nere quando torturavano, ammazzavano, impiccavano, quando infierivano sui corpi dei vecchi e dei bambini.

Io ho fatto parte di una commissione che ha censito circa 5800 casi di stragi in Italia. Abbiamo lavorato sulla documentazione che era stata occultata illegalmente, a proposito di apparati deviati dello Stato e a proposito di apparati occulti, nel famoso armadio della vergogna.

Quelle carte ci dicono che noi siamo il paese delle stragi nazifasciste. 

Quindi se nel 2026, nell'ottantesimo anniversario della Repubblica italiana nata dalla lotta antifascista che è durata vent'anni in questo paese. Non è iniziata con l'8 settembre (ovvero la fine dell'alleanza tra Italia e Germania e la resa incondizionata del Regno d'Italia agli alleati, ndr): è iniziata con Pertini che si era fatto la galera, con gente mandata a marcire al confino.

Si rimpiange ancora le frasi del vecchio e caro Giorgio Almirante, che diceva "ma che dobbiamo festeggiare?"... è un problema suo se lo fa in casa sua, è un problema nostro se quelle parole le pronuncia da Presidente del Senato e seconda carica dello Stato".

(Michela Ponzani, storica, Otto e mezzo)

Di mio, sottolineo che tutti i morti, specialmente quelli morti giovani, devono essere onorati, ma che è chiaro, nel giorno della Liberazione, chi era dalla parte giusta della storia e chi dobbiamo celebrare.

martedì 21 aprile 2026

“AGRARI PER SEMPRE” 2

 Lo scorso fine settimana i due (baldi?) vecchietti sono andati a vedere un bel film francese Il caso 137, originale e molto ben interpretato. A un certo punto c’è una scena tra la protagonista e i suoi anziani genitori in cui, come da stereotipo, la vecchia sposa si lamenta con la figlia del marito “Guarda è davvero cattivo e insensibile, pensa che uccide le povere talpe del giardino a colpi di badile, con un colpo di badile sul collo”. La figlia commenta sulla crudeltà di questa azione. 

A quel punto sento mugugnare di fianco a me l’agrario irredimibile della famiglia “Beh, certo, è ovvio, le talpe fanno i buchi nel giardino bisogna ammazzarle!”. Agrari per sempre.

domenica 19 aprile 2026

I "SEGRETI" DEGLI ADULTI

 Oggi dialogo Whatsapp nella chat di famiglia;

ANNA: Fase domande esistenziali è cominciata, qualche esempio della settimana: perché gli uomini costruiscono le case? Perché esistono i gabinetti? Perché gli uomini hanno una pancia? Da dove nascono i cani? E via dicendo 😂

LUIGI: oh shit!! buona fortuna 😁

IO: La più facile è perché esistono i gabinetti, secondo me

ANNA: Perché mi chiamo Olivia? Perché ti chiami Anna?

IO: Scusa, ci puoi elencare le tue risposte?

Qui il dialogo sul tema si è interrotto, deviato su altri pensieri. Peccato! avevo chiesto le risposte di Anna per portare avanti un piccolo bel ricordo. Avrei argomentato che dovevamo sapere le risposte che ognuno di noi  aveva dato per coordinarle, visto che mi sono ricordata di Gigi quando era anche lui nel periodo delle domande, che continuava a fare - le stesse domande - sia a me che a suo padre che all'Anna (allora quindicenne). Quando l'abbiamo scoperto abbiamo ipotizzato che partisse da un pregiudizio: secondo noi pensava che non gli dicessimo tutta la verità, che ci fossero dei segreti "da adulti" che tenevamo per noi, e quindi verificava le versioni di tutti. 

Era bello, era tenero. Ora è il momento di Olivia..

mercoledì 15 aprile 2026

IL COMPLOTTISTA CHE È IN ME

 Michele Serra, martedí 14 aprile 2026, OK BOOMER, Il Post

La mia teoria del complotto

Il complottista che è in me (in ognuno di noi) è sempre stato molto poco influente. Direi inoffensivo. Recluso dentro una solida gabbia di certezze politico-culturali e, direi, anche umane: né la società né la vita individuale sono spiegabili con formulette semplici. Nessun “complotto” basta a spiegare nulla. La famosa complessità (ogni avvenimento, ogni gruppo umano, ogni persona è il prodotto di un insieme di cause e di circostanze) è, per me, una certezza.

Chi ragiona – penso – si imbatte continuamente in nuove complicazioni e nuove sfumature. La vita è prevalentemente grigia, dividerla in zone solo bianche e solo nere può dare l’illusione di saperla leggere, ma è appunto un’illusione.

Va detto, però, che in questo periodo il complottista che è in me si sta prendendo qualche piccola rivincita. È sempre in catene, ma lo sento sogghignare alle mie spalle, e nelle notti di luna piena ulula: «avevo ragione ioooooooooooo…». Qual è la novità? Che cosa è accaduto, che possa averlo ringalluzzito?

Si è fatta strada l’idea che il nostro destino, il destino di tutti, sia nelle mani di pochi potenti, alcuni dei quali sciocchi e malvagi. E non è un’idea facile da digerire. Chi dice che è sempre stato così trascura di considerare che per un paio di secoli, su per giù l’ultimo e il penultimo, si era dato per acquisito il fatto che la politica e i destini del mondo fossero una faccenda collettiva: irriducibile all’arbitrio di qualche manciata di potenti.

La democrazia, il socialismo, il suffragio universale, l’opinione pubblica, la borghesia, il proletariato, i movimenti di massa, i partiti politici: non singole persone, ma soggetti composti da moltitudini di uomini e donne erano gli artefici del futuro.

Il momento storico, da questo punto di vista, è micidiale, spietato nell’escludere anche la sola ipotesi che esista un “noi” (o un “loro”) in grado di determinare gli avvenimenti, e di contrastare il dominio di minuscole lobbies con uno smisurato potere: Trump ne è l’espressione perfetta. Anche Putin, certo, ma nessuno ha mai pensato alla Russia come a un punto forte della democrazia. Tutt’altra è la storia dell’America.

Trump parla, e bombarda, come se niente e nessuno potesse interferire nel suo daffare e nei suoi affari. La cerchia ristretta dei suoi serventi (il genero immobiliarista che tratta gli assetti del mondo: ma vi rendete conto?) non vale che come conferma del suo potere. Che possa esistere uno scarto, anche minimo, tra i suoi interessi personali e quelli del suo popolo (tra l’io e il noi) è un dubbio che non lo sfiora. Quanto all’umanità non americana, per lui è solo un fondale, uno scenario inerte nel quale il Demiurgo (lui) plasma il mondo a suo piacimento. Come i selvaggi nei film di Tarzan, i non americani sono solo comparse da stendere a sberle o a fucilate.

Non sono complottista, dicevo: ma se c’è un momento nel quale vacilla ogni solida e ragionevole visione della società e della politica come una faccenda collettiva, nella quale ognuno di noi ha una sua parte, è questo. Se qualcuno mi dicesse che il mondo è nelle mani di una cinquantina di famiglie dedite alla magia nera, o di una lobby transnazionale di tecnocrati manipolatori, non gli crederei, ma lo ascolterei.

Il me complottista ha rialzato la testa, sente di avere qualche possibilità in più di dare una risposta a un bel po’ di domande: dove diavolo è finita la democrazia? Da quando è morta l’idea che la società umana, rispetto all’era tribale, non possa che evolvere? Come è possibile che Trump sia presidente degli Stati Uniti, e Pete Hegseth, un invasato convinto di avere indetto la nona crociata (l’ottava fu nel tredicesimo secolo), sia capo del più potente esercito della Terra? Che Israele sia governato da nazionalisti allucinati, aperti persecutori dell’umanità non israelita? Che la Persia sia la preda contesa tra un regime di preti sanguinari e un impero straniero? Che la Cina del partito unico, tutto tranne che un modello di democrazia, improvvisamente ci sembri, se accostata all’America fuori di testa, un polo di moderazione e di equilibrio?

Ovviamente non ho nessuna intenzione di dargli retta, al complottista che è in me. Sono sicuro che non avrebbe una risposta convincente a nessuna di queste domande – anche se in ogni bar c’è un complottista che te lo spiega lui, come sono andate le cose, e pure come andranno. Ma devo ammettere che la strada per zittirlo si è fatta più stretta.

Per esempio: bisogna credere nella politica come mobilitazione di moltitudini, capaci di cambiare la storia e magari di migliorarla. Credere nel peso quotidiano che ogni nostra azione e ogni nostra parola mantengono, anche se sembriamo tutti foglie secche in balìa dello spostamento d’aria delle bombe. Credere – e qui fatico a scrivere, per quanto mi sembra azzardato – nella libertà e nella pace, nell’uguaglianza tra gli uomini, nelle carte che sono state scritte per regolare il diritto internazionale.

Insomma credere in cose che in questo momento sembrano, tutte insieme, legate in un mazzo rinsecchito e buttate nel fuoco della violenza e della sopraffazione. Quelle famose cose che, a dirle, come minimo finisci nel novero delle “anime belle”, che è l’eufemismo derisorio con il quale i cinici classificano gli illusi.

La prossima volta che andrò a trovare il mio complottista, recluso in una celletta severa ma confortevole del mio cervello, gli spiegherò, per l’ennesima volta, che non credo nella magia nera, nemmeno in Satana, nella Spectre, nel Grande Algoritmo. Credo, in compenso, in cose perfino più fantasmatiche e inverosimili (la democrazia, per dirne una) e dunque sono molto più illuso di lui. Ma conservo, per lo meno, un pezzo di ragionevole speranza.

Poi berremo insieme il solito bicchiere, alla salute del mondo. Ci tiene anche lui, alla salute del mondo, anche se preferisce fare il duro e non vuole ammetterlo.

martedì 14 aprile 2026

PS. ANCORA PICCOLI COMMENTI A MARGINE

 Stamattina ad Omnibus su la 7 ho ascoltato Vittorio Emanuele Parsi (ordinario di Relazioni Internazionali alla Cattolica) commentare le ultime uscite di Trump (sul Papa, in specifico) e, dopo un accenno che mi ha divertito (“avete notato che Trump ormai ha detto peste e corna di tutti i leader e sottoleader mondiali tranne che di Putin e Netanhyau?”) ha fatto una affermazione che trovo abbastanza iconica e molto calzante a ciò che accade “le persone pensano ormai che sia normale fare proclami dalla toilette invece di ricevere ospiti nel soggiorno di casa”. Perfetto, direi, niente da aggiungere.

Anche un’osservazione di Mario Giro (Comunità di Sant’Egidio) è davvero illuminante. “Steve Bannon disprezza i cattolici perché dice che sono dei globalisti, dimostrando in pieno la sua ignoranza, visto che la parola cattolico ha un etimo che significa universale”.

Intanto la gente continua a morire in molti modi…