Da alcuni giorni non posso smettere di pensarci, anche se il pensiero fa male, fa molto male soprattutto a me stessa ed è un pensiero molto pericoloso, in cui si viaggia sul limite. Ma non posso smettere di pensarci.
Per tre anni, ogni volta che ho letto, discusso e scritto di Gaza, ho tenuto separato il popolo israeliano da Netanyahu. Cerco di farlo e ci riesco con molta convinzione anche con l'Iran e la Russia. Da una parte la gente, dall'altra il governo - un governo lo puoi odiare, un popolo no. Con l'Iran e la Russia viene abbastanza facile: il popolo non ha mezzi per esprimersi se non attraverso il martirio (dici poco..). Ma dopo le elezioni israeliane questo non funziona più per Israele: sono andate a votare un sacco di persone (il 77%, quasi tutti..), c'erano file ai seggi, in settantamila sono tornati appositamente dall'estero. Volevano esserci tutti e tutti hanno votato. E in maggioranza (se togliamo i voti dei partiti arabi, molto collegati all'appartenenza e addirittura soggetto discriminato, i voti dei cittadini israeliani non arabi sono andati a Netanyahu in maggioranza) - hanno riscelto lui, di nuovo.
Dopo Hind, una bimba massacrata mentre implorava aiuto al telefono.
Dopo 18mila bambini uccisi
Dopo la carestia e la siccità inflitte coscientemente.
Dopo l'odio e il razzismo istituzionalizzato in Cisgiordania.
Dopo le accuse di corruzione e il mandato d'arresto internazionale.
Dopo i trattati di pace firmati per finta e mai implementati, in una guerra continua su molti fronti.
Dopo guerra, guerra e ancora guerra e guerre.
Dopo tutto.
Cose che sono successe a un'ora di macchina da casa loro, per tre anni, ogni singolo giorno.
Fino a ieri si poteva dire "è Netanyahu, non Israele", lo dicevo anch'io "la gente è ostaggio di questo governo, aspettiamo che voti". Hanno votato e hanno votato per essere ancora i massacratori. E un massacro lo può fare un uomo solo, ma per farlo durare ci vuole un popolo che lo rivota. Oggi la mia resistenza ad identificare i massacratori con il popolo che ha subito la più grande ingiustizia della storia, un popolo perseguitato, ricco di cultura, il popolo di Abram Yehoshua (da me amatissimo), David Grossman, Isaac Singer, Eshkol Nevo, Etgar Keret (oh, lo so, tutti schierati contro questo tipo di politica, con varie sfumature e voce più o meno potente, ma non è bastato) - la mia resistenza è crollata. E a quella metà scarsa di Israele che è andata a votare contro (tra l'altro la parte più intellettuale e tecnica di Israele), da varie e molto diverse posizioni, va il mio plauso, la mia solidarietà e il mio consiglio (che è lo stesso di Grossman nell'ultima intervista che ho letto prima delle elezioni): "andate via, andate in un altro paese e lasciate Israele al suo destino di trasformarsi in un altro Iran", alle prossime elezioni la componente ultraortodossa acquisirà percentuali di popolazione che renderanno impossibile formare un governo decente per il futuro, se fossi in voi andrei via.
Ma per me non è finita qui, purtroppo, pensieri ancora peggiori mi abitano e non li vorrei, ma non riesco a scacciarli, non riesco a trovare argomentazioni per confutarli. Insomma, questa tornata elettorale per me ha squarciato la facciata superficiale di Israele, un paese di livello occidentale, con una democrazia matura, sviluppato, con i grattacieli di una moderna Tel Aviv, le università, la cultura... una patina che è stata squarciata dal voto e ha reso visibile un cuore nero che sta al di sotto, un cuore antico, ribollente di odio, vendetta e paura e identità che forma il nucleo vero dell'essenza del paese, con gli sforzi di civilizzazione e razionalità che non riescono a contenerlo. E di fronte all'abisso per la prima volta ho pensato che il 7 ottobre, ovviamente ingiustificabile, avesse fondamenta di reazione all'abisso, una sorta di ineluttabilità - cosa potevano fare di altro?
Questo pensiero mi spaventa, ancora più del primo. So benissimo che il primo riporta a sospetti di antisemitismo, in questo periodo storico di semplificazioni affrettate. Sottolineo con forza che la condanna del popolo di Israele, per quello che mi riguarda, non ha niente a che vedere con l'identità etnica e religiosa israeliana (questo è l'antisemitismo) ma con le azioni concrete che gli israeliani hanno scelto. Lo stesso, il sentiero mi fa paura.
Ancora peggio però è il secondo pensiero, perché potrebbe lentamente declinare verso la giustificazione dell'ingiustificabile e non vorrei mai arrivarci. Però penso che l'imbarbarimento sia iniziato molto prima del 7 ottobre e che non fosse esclusivo di una parte, ma di entrambe. E la parte più forte, da tutti i punti di vista (economico, sociale, culturale) ne detiene la colpa peggiore.
Soluzioni? non so, speriamo che i prossimi giorni siano migliori. Dubito però che il pozzo nero si possa richiudere molto facilmente. Sembra che non ci siano piani per il futuro.
Sì, è vero, siamo l’unica democrazia del Medioriente; ma la democrazia non è un’attenuante, in suo nome si possono fare anche cose orribili. (Abraham Yehoshua)



