martedì 6 ottobre 2026

INNOCENTI

 Uno dei più bei regali di Natale che riceviamo è il calendario che Anna ogni anno amorevolmente compone con le foto di Olivia con la nostra famiglia e vari luoghi come comprimari. Il calendario è sistemato in un posto d’onore nella stanza più frequentata della casa, la cucina. 

L’altra mattina, sorseggiando il mio tè verde, ho notato che era ora di cambiare il calendario di settembre, con due belle foto di Olivia e della sua mamma davanti alla nuova scuola di Olivia, il Kindergarten. Ho girato sul foglio di ottobre e ho trovato questa.



Una bella foto piena di allegria, con Olivia che, deliziata, ha sistemato il suo cerchietto rosa con le orecchie sul rassegnato Leo. Il pensiero che mi è uscito libero e spontaneo è che Olivia e Leo sono due innocenti, la parte più innocente della nostra famiglia - è un pensiero che mi è piaciuto. 😊😊

giovedì 1 ottobre 2026

IMBECILLI

 Stamattina, come quasi ogni mattina, siedo in cucina con il mio tè verde e il mio yogurt e guardo le previsioni meteo delle 8 su la 7. C’è adesso un coraggioso e simpatico meteorologo che cerca di imitare e (invano) riempire il vuoto lasciato dal grandissimo Paolo Sottocorona. Stamattina, essendo il primo di ottobre, il meteorologo ha raccolto un po’ di proverbi su ottobre. Uno di questi era “Ottobre gelato, ogni insetto è debellato” (il significato è chiaro: le gelate di ottobre ammazzano gli insetti nocivi). Vecchia saggezza popolare testata sulla realtà. 

 Un paio di minuti dopo arrivano le previsioni per oggi: oggi massima 28 gradi - come in piena estate. 

Mi crogiolo per qualche minuto nel disprezzo più profondo per quei minus habens che facendo i furbi dicono “ma in estate ha sempre fatto caldo” e addirittura vaneggiano di Caraibi. In estate, pensa un po’, ha sempre fatto caldo e in ottobre gelava. Imbecilli.



martedì 29 settembre 2026

NAZA

(NB : una necessaria premessa. Questo è un bel film, per me inaspettatamente bello anche da un punto di vista estetico e cinematografico, oltre che documentaristico, ma ovviamente sono i contenuti a farne un film necessario, IMPERDIBILE davvero) 

Siamo andati a vedere NAZA, il film più atteso e più importante della Mostra del Cinema di Venezia, alla prima proiezione utile (tre giorni di programmazione, da lunedì a mercoledì) fregandocene del fatto che i registi avevano dichiarato che il film sarebbe stato posto gratuitamente on line da vedere in streaming - noi volevamo vederlo al cinema. Sapevamo, come tutti, che è diretto da due registi che avevano già lavorato al documentario No Other Land (vincitore dell’Oscar), Yuval Abraham e Rachel Szor, di cui ho già parlato in altro post (aprile 2025). E sapevamo che nel film parlano 24 esponenti dell’esercito e dell’Intelligence israeliani.

Avevo già letto che il titolo non era un gioco di parole fra “Gaza” e “Nazi”, come poteva sembrare, e dalle primissime battute il film chiarisce  che il termine “NAZA” è invece un acronimo che indica in ebraico i “danni collaterali”, le persone innocenti che potrebbero essere uccise nel momento in cui viene colpito un “obiettivo”, ovvero un militante (o presunto tale) di Hamas attivo nella striscia di Gaza. Ma può darsi che il gioco di parole , sotto sotto, rimanga per tutto il film: e il fatto che l’IDF e il Mossad definiscano così i morti palestinesi rende il tutto doppiamente sinistro.

No Other Land era un documentario sulla Cisgiordania, sulle violenze dei coloni. Era diretto da quattro registi: oltre ai due registi israeliani di NAZA c'erano Basel Adra e Hamdan Ballal, palestinesi. Era dunque un raro e coraggioso esempio di collaborazione fra cineasti israeliani e palestinesi. NAZA è firmato dai soli Abraham e Szor ed è facile capire perché: solo degli israeliani, probabilmente, potevano convincere dei militari a sbottonarsi in quel modo. Prima di ogni altra cosa mi piace riportare le loro parole: “Abbiamo realizzato questo film spinti dal dovere di usare la nostra posizione di israeliani per analizzare i sistemi dietro all’uccisione di massa di civili palestinesi di cui il nostro Paese è responsabile. Durante le riprese negli ultimi tre anni, ci siamo trovati a porci le stesse domande della generazione dei nostri nonni e di tutto il Novecento: come può un gruppo di persone permettere la totale disumanizzazione di un altro? Come funziona dall’interno un sistema del genere?”.

Per capire meglio il film sono inoltre fondamentali alcune informazioni sulla produzione. Le interviste montate negli 80 minuti di film sono già state pubblicate sul quotidiano britannico The Guardian, che co-produce il film e che le ha realizzate in collaborazione con due organi di stampa indipendenti, +972 Magazine e Local Call. Fra i produttori figura Jonathan Glazer, il regista di La zona d’interesse (il film su Auschwitz), e magari può essere interessante anche evidenziare che Glazer, nato a Londra, è un ebreo ashkenazita. Il Guardian è per così dire il “garante giornalistico” del film. È importante dirlo perché vedendo il film potrebbe sorgere il sospetto della messinscena: una didascalia iniziale ci informa che i volti dei testimoni sono volutamente invisibili e le loro voci sono state digitalmente alterate, per renderli non identificabili. Per cui qualcuno potrebbe alzare il ditino e chiedere: chi ci assicura che siano veri? Lo assicura il Guardian, uno dei giornali più seri del mondo.

NAZA ha trasformato i precedenti reportage di Abraham in notizie da prima pagina, diventando esso stesso un terreno di scontro. Questa è la definizione stessa di arte, a mio parere — se è valida, suscita una profonda risposta emotiva — e la distinzione tra arte e giornalismo riveste un’importanza cruciale quando si discute di NAZA, viste le implicazioni politiche e morali delle rivelazioni in esso contenute. Il clamore suscitato testimonia sia i risultati raggiunti dagli autori, sia i rischi corsi nella realizzazione del film.

E' bene descrivere un po' il film, perché è un film come minimo inusuale. NAZA è tutto girato di notte. I volti degli intervistati sono sempre al buio. Le interviste avvengono sul tetto di un palazzo di Tel Aviv: si vede tutta la città, i televisori accesi nelle case, il traffico, l’edificio dove ha sede il comando dell’IDF, l’esercito israeliano. La città è molto più di una semplice ambientazione: è una delle protagoniste del film. La pellicola include un montaggio di filmati d’epoca che raccontano la storia della città, partendo dalla cerimonia di posa della prima pietra negli anni Venti fino a evocare la metropoli degli anni Settanta. Nel corso del film, Abraham e Szor mostrano la Tel Aviv contemporanea di notte, osservata dall’alto dei tetti in tempo di guerra: una città sontuosamente moderna, scintillante di grattacieli, lampioni e audaci nuove costruzioni, con le strade illuminate dai fari delle auto e dai loghi aziendali luminosi. In quelli che si possono definire primi piani del volto notturno della città, la telecamera inquadra le finestre degli appartamenti, attraverso le quali si vedono i residenti mangiare, riposare, camminare o guardare la televisione; tra i programmi trasmessi vi sono i notiziari, che mostrano Netanyahu e altri funzionari intenti a tenere discorsi e rilasciare interviste per difendere con veemenza la guerra. In un programma televisivo, il Presidente di Israele afferma che, dopo gli attacchi del 7 ottobre, “è un’intera nazione a esserne responsabile”. La Tel Aviv evocata in NAZA è una città pervasa dai silenzi: da ciò che non viene detto nella vita quotidiana e nei mass media, e da ciò che le fonti del film stanno portando alla luce.

Poco dopo questa dichiarazione, le fonti del film descrivono la mentalità generata da tale visione: “Dobbiamo cancellare Gaza”; “Qualunque cosa facciamo, se la meritano”. L’uso militare dell’intelligenza artificiale ha perseguito questo obiettivo, affermano le fonti, creando una “fabbrica di bersagli” su “scala di massa”. Alcuni di questi bersagli sono individui, altri sono strutture architettoniche. Una fonte descrive gli ordini ricevuti per distruggere un intero quartiere e, carta e penna alla mano, illustra ai registi il ​​processo di selezione e distruzione degli obiettivi. Diverse fonti realizzano schizzi di questo tipo; tali immagini, che accompagnano i racconti degli intervistati, evocano visioni di guerra potenti, seppur immaginate. L’obiettivo — come afferma una persona parlando del piano per svuotare il nord di Gaza e costringere tutti gli abitanti a spostarsi verso sud — è “assicurarsi che non facciano più ritorno”. Un altro, descrivendo la distruzione di case, strade e quartieri – e praticamente di tutti i beni dei residenti – conclude: «Abbiamo cancellato loro e tutta la loro storia». Qualcun altro definisce Gaza «una fossa comune».

Tel Aviv fa da controcanto alle dichiarazioni. Che sono spaventose. A un certo punto Abraham – che invece è riconoscibile come intervistatore – chiede a uno dei tecnici dell’IDF se pensa che a Gaza sia in corso un genocidio. “Ovviamente sì”, è la risposta. Poi l’uomo, che è un tecnico video, di quelli che osservano Gaza attraverso i droni, racconta di quando i palestinesi sono accorsi a migliaia a una distribuzione di cibo. “C’era questa fiumana di persone, e ogni tanto qualcuno usciva dallo spazio prestabilito dove potevano camminare, e i nostri cecchini avevano l’ordine di abbatterli, chiunque fossero, anche bambini. Ne avranno ammazzati a decine”. E tu cosa provavi a vedere queste cose? “Beh, era divertente. Sembrava un videogioco. Era incredibilmente divertente”. Il videogioco sembra trama sottintesa del film.

Vanno dette due cose. Nessuno degli intervistati è un soldato che lavorava – diciamo così – sul campo. Sono tutti addetti alla sorveglianza video e audio, alle intercettazioni, all’individuazione del “nemico”. E questo è importante: non è gente che ha ammazzato qualcuno, e gli va riconosciuto il coraggio di testimoniare. Ma l’altra cosa da dire è che nessuno di loro sembra particolarmente sconvolto da ciò che ha visto e che ha contribuito a fare. Tre o quattro di loro lo dicono chiaramente: “Io sono un tecnico. Io individuo un terrorista nel suo appartamento e dico all’autorità militare che intorno a lui ci sono dieci, venti, cento naza, possibili vittime collaterali. Poi è l’ufficiale che decide se sparare o no. Sono le regole. Io obbedisco alle regole”. Più o meno quello che diceva Eichmann nel famoso processo di Norimberga raccontato da Hannah Arendt e descritto in quel libro fondamentale che è La banalità del male.

Uno dei passaggi più impressionanti, ma anche più illuminanti del film è la descrizione dell’operazione Lavender – l’hanno chiamata così, “lavanda”, come un profumo. È una pura operazione di Intelligence. IDF e Mossad, secondo questi testimoni, controllano TUTTI i telefoni cellulari attivi a Gaza. Possono entrarci, vedere le foto, leggere i messaggi. Basta che un telefono comunichi una volta con il telefono di un militante di Hamas perché quella persona diventi a sua volta un potenziale terrorista.

Ovviamente i telefoni sono localizzati. Quando si decide di eliminare un esponente di Hamas, lo si individua attraverso il cellulare, possibilmente a casa, di notte, mentre dorme: “È più sicuro”. Uno dei testimoni racconta che una volta si sono assicurati che il cellulare fosse nello stesso punto da un po’ di tempo, poi hanno colpito: “Il giorno dopo abbiamo scoperto che l’uomo era uscito e aveva dimenticato il telefono a casa. Abbiamo ammazzato tutti i suoi familiari e i suoi vicini e lui se l’è cavata. Dal punto di vista professionale è stato uno smacco”. Un altro confessa che Lavender funziona all’85%. Quindi – chiede Abraham – nel 15% dei casi ammazzate gente che non c’entra nulla. “Sì”. Il testimone non lo dice, ma si capisce chiaramente che – dal punto di vista dell’esercito israeliano – a Gaza non esistono persone “che non c’entrano nulla”.

NAZA è il film più terribile e spaventoso che io abbia mai visto. Perché è “freddo”. Non gioca sull’emotività. Questa gente non piange né si emoziona raccontando queste cose. È il loro lavoro. Sono i volonterosi carnefici di Netanyahu.

Sebbene il film offra informazioni estremamente significative, il suo fulcro a mio parere non risiede tanto nelle informazioni divulgate quanto nelle persone che utilizzano tali sistemi — coloro che seguono questi protocolli e compiono azioni consapevoli di provocare la morte e il ferimento di non combattenti, bambini inclusi — e che desiderano far conoscere questi sistemi e l'esperienza di lavorarvi all'interno. Invece di descrivere l'azione militare esclusivamente attraverso il linguaggio — e gli eufemismi — di tecnicismi e questioni legali, NAZA presenta tale azione in termini emotivi e morali. Mentre le fonti illustrano le intenzioni, i metodi e gli effetti della guerra di Israele a Gaza, esse trasmettono l'enormità di una guerra condotta in modo razionale e burocratico. Queste persone appaiono come individui comuni che compiono azioni che non dovrebbero avere nulla di ordinario, ma che sono state rese tali dal sistema in cui operano.

Una fonte, parlando degli moltissimi numeri di matricola assegnati a molti bersagli di basso livello di Hamas, conclude che "alla fine ti ritrovi con tutta Gaza". Anche senza aggiungere la parola "genocidio", l'implicazione della fonte è chiara.  I meccanismi di sorveglianza sono tali che le uccisioni mirate vengono spesso registrate e fotografate. Un intervistato afferma: "Sentivo gli ultimi istanti di vita di una persona", e un altro ricorda di aver sentito i familiari urlare e piangere dopo l'uccisione di un bambino. Questi atti, per le fonti che li descrivono, sono oltraggiosi, e parlandone, le fonti parlano anche, implicitamente o esplicitamente, di se stesse: che tipo di persone possono fare una cosa del genere, e che tipo di persone sono per avervi partecipato?

NAZA ritrae l’azione israeliana a Gaza come una terrificante macchina di morte onnicomprensiva; anche se potrebbe non uccidere tutti, gli ufficiali e i soldati coinvolti hanno la sensazione di poter potenzialmente uccidere chiunque. Brevi spezzoni conclusivi di filmati documentari da Gaza mostrano un padre che fruga nei recessi di un edificio distrutto alla ricerca dei suoi figli, corpi che sporgono da sotto una lastra di cemento. Dopo la complessa catena di cause che il resto del film ha dettagliato, quest’immagine finale si erge come un singolo effetto indicibile.

Basandosi sullo stesso corpus di informazioni degli articoli iniziali di Abraham, NAZA aggiunge un elemento espressivo e soggettivo: le risposte personali delle fonti. Espressioni di orgoglio, dovere e persino vendetta che, inizialmente, le motivavano, si fondono gradualmente in un coro di orrore, rimpianto e senso di colpa. I sistemi militari, suggeriscono le fonti, assumono un doppio ruolo: strategico, nel perseguimento di specifici obiettivi militari, e forense, che offre una plausibile negabilità, mascherando una guerra di ira biblica sotto una razionalità impassibile. L'oscurità letterale in cui le fonti parlano in NAZA trasforma lo schermo in uno specchio della soggettività, mettendo gli spettatori faccia a faccia con le loro motivazioni, le loro responsabilità, le loro identità. 

"Chi sono io?" è il grido nel buio.


domenica 27 settembre 2026

FERMARE L'ONDA NERA

 Ho cercato di riflettere su uno dei pochi temi su cui valga la pena di pensare, al netto dei vari Ranucci, burqa, Albanese, primarie e di tutto quel rumore di sottofondo che ci tiene via via occupati, preoccupati, divertiti, scandalizzati. Il tema, a mio avviso, è l'onda nera che pare si stia scaricando sull'Europa. Nera e non solo nera, comunque crescita di estremismi in quella che pensavamo fosse un'area ormai immune - noi che pensiamo che la storia insegni, ma molti non lo pensano. La domanda, anzi il tema da cercare di capire: cosa devono fare le forze democratiche, progressiste, liberali e autenticamente conservatrici per fermare l'onda nera (con qualche risacca rossobruna) che sta allagando le democrazie europee?

Il 43% della Sassonia-Anhalt recentemente mi è sembrato il superamento di una episodicità che finora avevo creduto possibile pur tra i vari segnali di allarme che provenivano da più parti (e non solo le parti più periferiche d'Europa) e non perché il risultato sia per se stesso importante (un Land con caratteristiche tali da poter essere facilmente collocato nell'ambito di cui si parla), ma perché segna un passaggio ad un pericolo vero. Quanto è avvenuto in Germania è l'ennesimo campanello dall'allarme, ma nel 2027 si voterà in Italia (con la prima premier di destra incalzata a destra), in Francia (dove la Le Pen arriva alla corsa per l'Eliseo da favorita, mentre sinistra, centro e destra sono divisi e irresoluti),  in Spagna (dove Vox di Pedro Abascal sarà probabilmente determinante per un eventuale governo di maggioranza con il Partito Popolare), in Polonia (dove proliferano le formazioni ancora più radicali e xenofobe della destra ipernazionalista dal PIS).

Al netto delle nostalgie naziste e dei rapporti effettivi con chi sostiene e vuol far rivivere le SS, il programma ufficiale di Alternative fur Deutschland è lì da vedere per tutti, aperto, senza infingimenti: pulizia etnica della Germania attraverso remigrazione e deportazione degli stranieri (ICE docet); milizie composte da cittadini; famiglia naturale composta solo da padre madre e figli di sesso biologico; scuola non obbligatoria (una costante questa della destra che preferisce cittadini ignoranti e manipolabili) con mutilazione dello spazio dedicato alla memoria del nazismo e dei suoi effetti; taglio dei fondi statali alle ONG antirazziste; istituti e classi ad hoc per bimbi disabili e bimbi stranieri. Come ha scritto la Zeit, "la vergogna è scomparsa" visto che AfD non nasconde più con giri di parole o circonvoluzioni  (di cui fino a ieri per esempio era maestro il nostro Fratelli d'Italia) la teoria della superiorità etnica. E non solo, gli allarmi sul ritorno del fascismo, del nazismo, dell'autoritarismo non hanno fermato AfD, il MAGA, il partito di Farage, Rassemblement National, Fratelli d'Italia, la Lega e la neonata Futuro Nazionale, giovane virgulto della destra che fa finta di istituzionalizzarsi. E questo nonostante scandali, condanne, dichiarazioni paradossali e parossistiche, mancanza di risultati concreti da vantare.

Dunque, continuare a gridare forte che l'AfD è un partito neonazista e stupirsi dell'appeal che il messaggio nazista esercita sui loro elettori non fermerà l'onda, che a mio parere è l'unico obiettivo valido. Ma non è nemmeno possibile per i democratici dare per persi quegli elettori, sarebbe un suicidio politico.

La tesi di molti analisti riguarda i forgotten men, quegli uomini bianchi dimenticati e lasciati indietro dalla globalizzazione, arrabbiati, con livelli di istruzione sotto la decenza. Questa categoria è stata abbondantemente descritta e riconosciuta come uno dei fattori fondamentali della vittoria di Donald Trump. E' sicuramente uno dei fattori, ma la rabbia nasce esclusivamente dalla povertà? davvero i fattori economici sono gli unici da tenere in conto e i preponderanti? Poi leggo che praticamente negli USA la disoccupazione non esiste, e allora faccio fatica a mettere insieme i due dati. L'Europa e gli USA hanno sicuramente perso potere economico e importanti quote del PIL mondiale e la Germania sta vivendo una grave crisi industriale. Ma leggo anche che nell'Unione Europea il welfare e la protezione sociale pesano circa il 27 % del PIL, che il reddito mediano dei tedeschi è ben superiore a quello della media OCSE (= tutti i paesi sviluppati) e anche il reddito medio della Sassonia-Anhalt, inferiore a quello medio tedesco, è comunque alto. In Sassonia Anhalt la popolazione a rischio povertà o esclusione sociale è circa al 20% (in Calabria il 48%, in Campania il 43%, in Sicilia il 41% - e finora Vannacci non ha preso il 43% in queste regioni). 

Mi sembra quindi più importante il dato che oggi si possa vivere in un paese relativamente benestante e sentirsi contemporaneamente meno benestanti, meno garantiti, meno fiduciosi nel futuro dei propri genitori, con un ascensore sociale bloccato e gravi e crescenti disuguaglianze, causa una distribuzione della ricchezza che ci si era illusi di poter rendere più equa. Inoltre, l'internazionale sovranista, grazie all'uso abile (so che si dice in genere "uso sapiente", ma non mi sembra questo il caso) di social e propagandisti specializzati (e molto spesso prezzolati) in verità alternative, anche le più folli e lontane dalla realtà, è bravissima a trasformare problemi reali e soprattutto frustrazioni individuali in rabbia cieca contro un nemico - è la via più semplice, d'altra parte. E il nemico indicato è via via: gli immigrati, la società multiculturale, l'Unione Europea, le èlite, i magistrati, i froci, senza dimenticare la tradizionale hit mai sbiadita, il corpo delle donne.

Per evitare che l'onda nera spazzi via quel che resta delle spirito europeista che tra mille contraddizioni e difficoltà ha garantito al Vecchio Continente ottanta anni di pace e sviluppo, la sinistra e la destra democratica (il centro non esiste, mi sembra) devono darsi da fare, devono rimboccarsi le maniche. Smetterla di urlare solo ai fascisti e guardare il proprio ombelico e le proprie divisioni e proporre all'elettorato una nuova idea di futuro. Bisogna secondo me insistere e convincere con proposte concrete sui salari, sulla casa come bene primario, sulla sanità pubblica, sul rilancio della scuola, sulla transizione ecologica fornita di un protezione del lavoro durante il periodo di transizione (la transizione ecologica non può essere pagata solo da chi ha meno). In Italia, in specifico, la coalizione di centro sinistra deve smettere di presentarsi come coloro che amministrano l'inevitabile declino, di chiedere voti solo per impedire il peggio, di apparire conservatrice e burocratica - e divisa, e magari iniziare ad occuparsi del paese invece che delle proprie beghe interne (oggi, ennesimo convegno dei c.d. "moderati" del PD teso ad attaccare la segretaria - con i problemi che abbiamo, sembra che il punto cruciale siano le primarie ed Elly Schlein da attaccare o difendere - nessun pudore o spirito di vergogna..). I fascisti vanno sicuramente chiamati con il loro nome, ma per batterli non bisogna abbandonare gli elettori al loro richiamo velenoso, alle sirene fasulle, e bisogna tornare a fare un'autentica politica popolare.

La destra "moderata" inoltre, viene tentata dalle sirene dell'imitazione e rincorsa degli estremismi, di cui adotta parole e ossessioni, incitando a guerre culturali, rasentando e a volte superando il ridicolo. Credo sarebbe necessario che i conservatori rimangano conservatori, ma dentro un perimetro entro cui si svolge il conflitto politico e che un tempo sembrava chiaro e condiviso: la Costituzione, l'indipendenza dei poteri terzi, la stampa libera, la memoria storica, i diritti delle minoranze.

Tutto questo sta accadendo? no, non mi sembra. Può accadere? sì. Sperare si deve.

(PS. piccola riflessione a latere. Mi sembra che i post-nazisti, post-fascisti riescano a comunicare energia, forza, orgoglio per il futuro, mentre i progressisti elencano soprattutto vincoli, serietà e impossibilità. Le promesse di AfD e camerati assortiti sono ovviamente fasulle, prive di qualsiasi concretezza e richiamo alla realtà, ma ho paura che una speranza sia pur falsa sia più attrattiva di un proposta politica che ne è priva) 


venerdì 18 settembre 2026

UNA CREPA NEL MURO

Il mondo fuori dalla bolla

di Mario Calabresi


Siamo alla Casa Bianca, è il 6 novembre 2025. Siamo nello Studio Ovale, il cuore del potere americano. C’è una conferenza stampa, il presidente è seduto alla sua scrivania mentre un gruppo di persone parlano accanto e dietro di lui. Stanno illustrando da quasi mezz’ora un piano di tagli ai costi dei farmaci antiobesità. Un uomo sulla sessantina, un paziente che assumeva una delle medicine dimagranti in questione, comincia a vacillare e sviene. Il Presidente, che fino ad allora era apparso stanco e distante, si alza per capire cosa stia succedendo e si gira verso la sua sinistra, a guardare chi cerca di prestare soccorso. Dopo pochi secondi, però, Donald Trump si gira dalla parte opposta e smette di occuparsi della situazione: resta in piedi, con la braccia lungo il corpo, immobile e con lo sguardo che fissa un punto indefinito davanti a sé. Come una statua volutamente inconsapevole della scena caotica che si svolge alle sue spalle.

Un'immagine da quell'incredibile conferenza stampa, da un fotogramma della diretta video online della rete CNN News18. Nota IA: ho fatto migliorare la resa fotografica di un frame video perché molto mosso

Ho negli occhi quell’immagine, mi sembra il simbolo della fine di qualcosa, di quella cosa che chiamiamo empatia, la fotografia perfetta della scelta di non vedere ciò che accade intorno a noi, soprattutto ciò che ci disturba e ci affatica.
Accade ovunque nel mondo, viviamo di nuovo un tempo, non è il primo nella Storia, in cui “gli altri” non sono più persone, ma numeri, categorie, simboli. Disumanizzare è l’operazione preliminare di ogni forma di crudele indifferenza. Perché se di questi “altri” ascoltassimo la voce, riconoscessimo i desideri, i sogni, le paure, le fragilità, il loro essere madri, padri, nonni, figli, allora non potremmo non sentirli. Non potremmo non pensare che ciò che riguarda loro non riguardi anche noi.
Dicevo che questo vento soffia a tutte le latitudini, ma è negli Stati Uniti che le cose accadono a una velocità e con una forza tali da diventare simboliche. Da trasformarsi in paradigmi, esempi, che poi vengono seguiti da tanti altri che provano ad applicarli anche a casa loro. Anche a casa nostra.

      Da cui sono partito per scrivere “Le voci degli altri”, per interrogarmi sull’incomunicabilità, sui        muri fisici e emotivi che costruiamo ogni giorno, sulla difficoltà di vedere e ascoltare gli     altri intorno a noi.


Ero nei Paesi Baschi per presentare un libro quando ho conosciuto un uomo a cui i terroristi dell’Eta avevano ucciso il padre. Era successo in mezzo alla piazza del paese il giorno della festa patronale. C’erano centinaia di persone e il killer aveva agito con calma e a volto scoperto. Nessuno aveva parlato e nessuno aveva testimoniato. Quell’uomo, che si chiama Ángel, allora era un ragazzino e per tutta la sua vita ha chiesto che qualcuno lo aiutasse ad avere verità e giustizia. Mentre lui raccontava, io pensavo ad una comunità che compatta non vede qualcuno che chiede aiuto, che lo ignora a tal punto da renderlo invisibile.
Prendete questo esempio e guardatevi intorno, pensate a quante situazioni si può applicare, a quanto si ripete in un mondo in cui siamo sempre più chiusi in bolle autoreferenziali e dove aumentano le solitudini.

Il viaggio di questo libro inizia in quella che è stata la mia scuola elementare, la Giuseppe Lombardo Radice di Via Paravia a Milano, non lontano dallo Stadio di San Siro.
Appena ho varcato il cancello mi si sono riaccesi un mare di ricordi: l’ansia della prima elementare con un grembiule nero lungo fino al ginocchio e un grande fiocco azzurro che si scioglieva in continuazione e che non riuscivo a riannodare.


Io in prima elementare

La scuola si trova a Milano in un immenso quartiere di case popolari costruito alla fine degli Anni Trenta e quello che le è successo dentro e intorno è il simbolo perfetto del nostro tempo: divisioni, muri, fatica e appartenenze che diventano esclusioni. E poi invisibilità, tantissime persone che si sentono invisibili. 
Allora era un luogo capace di mescolare, di mettere insieme bambini con famiglie e storie molto diverse, e di costruire il loro domani, oggi rischia di essere solo la fotografia di una situazione bloccata, in cui immaginare il futuro è difficile e faticoso. 
Tra i 108 scolari che oggi frequentano la mia scuola c’è una sola bambina con entrambi i genitori italiani, tutti gli altri sono di seconda generazione, figli di persone arrivate da ogni parte del mondo.
La descrivono come una scuola ghetto, io ho trovato un grande orto, una meravigliosa biblioteca, l’aula multimediale, una dirigente combattiva e maestre coraggiose con grande passione. Un mondo lontanissimo dalla eco delle polemiche della politica o dei programmi televisivi con la bava alla bocca.

Fuori dalla scuola sono andato a trovare la mamma di Paolo, il mio compagno di banco, che vive in uno di quei 6.135 appartamenti di edilizia pubblica progettati dal fascismo a metà degli anni Trenta. La signora Giuliana vive ancora lì, nella casa dove andavo a fare i compiti. Lei è la memoria storica del quartiere: è arrivata qui ottantanove anni fa, nel 1937, quando era una bambina di 3 anni. Avevano appena cominciato a costruire quell’immenso quadrilatero che la gente chiama «le case popolari di San Siro». 

   Ci siamo seduti sul suo balcone, che guarda la piazza, e lei mi ha raccontato la sua vita e tutto              quello che ha visto cambiare. Lei che è rimasta l’ultima italiana del suo caseggiato. Anche lei sente      di essere diventata invisibile. Sono tornato più volte e lei mi ha aiutato a vedere e capire, è uscita        dai luoghi comuni e mi ha fatto conoscere i suoi vicini di casa e mi ha mostrato l’incuria e il degrado che la amareggiano.


Negli anni ho annotato momenti e occasioni in cui ho visto le distanze fare un salto di qualità: la stanchezza trasformarsi in fastidio, poi in rabbia e poi in materia per costruire muri. In cui ho visto gli sguardi diventare assenti per non accorgersi più di cosa ci accade intorno.

Ma come in tutte le cose è necessario provare a fare uno sforzo, cambiare il punto di vista, avere la pazienza di ascoltare. E allora si possono ancora trovare segnali di speranza, appigli di fiducia, storie di persone che vanno in un’altra direzione, anche se la loro rotta è contraria al vento prevalente. Perché esiste uno sguardo che cerca tenacemente una crepa nel muro degli altri. 

mercoledì 16 settembre 2026

martedì 15 settembre 2026

UNA PROSPETTIVA DI LETTURA DELL’ODISSEA

 Interessante prospettiva con cui leggere la meravigliosa storia di Odisseo, così complessa da ospitare multiple narrazioni e significati





Perché l’Odissea, a ben vedere, è il racconto di ciò che il tempo fa agli esseri umani e, soprattutto, a quell’impresa infinitamente più difficile che chiamiamo matrimonio.

Lo penso ogni volta che, nel mio studio, ascolto un marito o una moglie pronunciare quella frase che, dopo tanti anni di professione, ho imparato a riconoscere come il vero termometro di una crisi: “Non siamo più quelli di una volta “. È una frase detta con amarezza, quasi sempre con nostalgia, come se il cambiamento fosse una colpa e la felicità consistesse nel riuscire a conservare intatta la persona che avevamo sposato. E invece mi viene sempre da rispondere, anche se spesso lo faccio solo dentro di me: come avreste potuto essere? Davvero pensate che sia possibile attraversare una vita, mettere al mondo figli, perdere i genitori, costruire un lavoro, affrontare malattie, delusioni, paure, tradimenti, successi e fallimenti senza che tutto questo lasci un’impronta sul nostro modo di amare?
Ecco perché continuo a pensare che Omero abbia scritto il più grande romanzo sul matrimonio mai esistito, pur senza avere mai pronunciato quella parola. Perché Ulisse, in fondo, non combatte solo contro Polifemo, o contro le Sirene, ma contro il Tempo, che è il solo nemico contro cui nessuno può dichiararsi vincitore. Le tempeste che attraversa sono, certo, spettacolari, ma non sono molto diverse da quelle che ogni giorno attraversano uomini e donne qualsiasi. Cambiano gli scenari, non la sostanza. Noi non verremo trattenuti da una ninfa immortale su un’isola incantata, ma possiamo rimanere prigionieri del lavoro, dell’ambizione, dell’ego, di una passione improvvisa che ci convince di meritare una vita diversa. Le nostre Sirene non cantano dagli scogli, ma vibrano dentro uno smartphone, arrivano con un messaggio apparentemente innocuo, da qualcuno che ci fa sentire nuovamente desiderati proprio quando, dentro casa, abbiamo smesso perfino di parlarci. Il nostro Ciclope non è un gigante con un occhio solo, ma quell’orgoglio ottuso che ci impedisce di pronunciare la parola più difficile del vocabolario di una coppia: ”scusa”.
Ed è qui, permettetemi, che il poema diventa straordinariamente moderno. perché nell'Odissea il mare non è altro che la vita stessa.  Ci sono giorni in cui sembra assecondarti, altri in cui ti costringe a cambiare rotta, altri ancora in cui ti fa credere di essere perduto, mentre, in realtà, ti sta solo portando altrove. E' esattamente quello che accade ai matrimoni. Noi li immaginiamo come fotografie immobili nella perfezione del giorno delle nozze: in realtà sono navigazioni continue, e pretendere che due persone restino identiche a se stesse significa non avere mai osservato il mare abbastanza a lungo.
forse è proprio questo l'errore che vedo più spesso nelle aule di giustizia: le persone arrivano convinte che la loro storia sia finita per un tradimento, per una bugia, per una scelta sbagliata. Quasi mai è così. Quelli sono gli ultimi capitoli di un libro che aveva cominciato a cambiare trama molto tempo prima. La verità è che ci si perde lentamente, senza accorgersene, perché si continua a condividere la casa ma non più il viaggio: ci si occupa dei figli, delle bollette, delle vacanze, delle scadenze, ma ci si dimentica di raccontarsi chi si sta diventando. E quando finalmente ci si guarda negli occhi, il volto dell'altro appare estraneo non perché sia cambiato all'improvviso, ma perché noi abbiamo smesso, da tempo, di accompagnarlo nel suo cambiamento.