lunedì 22 giugno 2026

PERSONE DA REMIGRARE

 Classifica delle persone da remigrare prima di sera 

(Post Facebook  Prof. Guido Saraceni, 18 giugno)

10. Quelli che parcheggiano in doppia fila, occupano senza averne diritto il posto riservato alle persone con disabilità o lasciano la loro piccola auto in fondo al parcheggio - regalando, a tutti gli automobilisti onesti e normali, la fugace illusione di aver trovato un posto libero. 

9. Quelli che dopo aver comprato l’intero supermercato - un prodotto per ogni marca, in stile Arca di Noè o Incombente Minaccia Nucleare - sentono la insopprimibile necessità di bloccare la coda per andare a cambiare mezzo pomodoro.

8. Quelli che accompagnano il pranzo pasteggiando con grande gusto un cappuccino bollente. 

7. Quelli che indossano i calzini di spugna con i sandali.  

6. Chi abbandona sull’autostrada i cani, i gatti o la suocera. 

5. Quelli che scatenano infinite polemiche per una parola o mezza frase, avulsa dal contesto, come se il politicamente corretto fosse l’unico e più sacro valore da preservare, in un mondo che sta andando letteralmente a rotoli. 

4. Chi evade da sempre le tasse, ma continua beatamente a usufruire degli ospedali, della polizia e dell’istruzione pagate da noi fessi. 

3. Quelli che commentano baldanzosi: perché non li ospiti a casa tua? Sotto ogni post che parla di integrazione e tolleranza. Punto primo: l’Italia è anche casa mia; Punto secondo: perché vorrei che di ospitalità e accoglienza se ne occupasse lo Stato, utilizzando in questo modo il gettito fiscale invece di provare a costruire ponti sul nulla. 

Fatemi capire una cosa: invece voi che dite “Italia agli TAGLIANI” come vi organizzate? Affittate un pattino a Ladispoli per pattugliare le coste? Riportate personalmente in Africa gli immigrati senza permesso di soggiorno? 

2. Chi ancora giustifica il massacro dei palestinesi a opera di un governo criminale. 

1. I razzisti, i turbo-idioti e gli analfa-fasci, a prescindere dal nome e dalla maschera che indossano. 

Aiutiamoli a casa loro. 

18.6.2026 

Premio consapevolezza 

Chi sostiene che le nuove generazioni siano “deboli” perché abbiamo normalizzato la cura psicologica - come a dire che i denti si cariano perché le persone vanno dal dentista.

Premio qualunquismo e democrazia 

Quelli che non vanno mai a votare “tanto sono tutti uguali”. 

Premio 1920

“Il femminicidio non esiste”.

Avvertenze

Non combatto battaglie di intelligenza con persone palesemente disarmate. 

PS. Protervo e un po’ snob, ne prendo un po’ le distanze, ma mi ha fatto ridere 



sabato 20 giugno 2026

FRASI ICONICHE (DI GETTO)

 Desco familiare, stasera. Tg 7 manda un servizio sulle ambasce della Lega, tra cui le due campagne prodotte per Salvini al Ministero dell’Interno e candidato a Sindaco di Milano (con corollario di perfide insinuazioni sulla strumentalità di queste campagne - con i militanti nei gazebo nelle piazze - a cacciare Salvini dalla poltrona di segretario a cui però è attaccatissimo). Appena finito il servizio sulla candidatura a Sindaco di Milano, con inquadrature dei militanti che votano nei gazebo (fanno le “primarie”, santo cielo!) sento Roberto sbottare di getto, mentre mastica i suoi cetrioli “Ecco, cosí manda a culo anche Milano” (ha poi aggiunto qualche epiteto afferente all’intelligenza di Salvini che qui ometto per mantenere la levità del post). Si riferiva evidentemente, con facile riflesso spontaneo, al tocco magico di Salvini per le cose di cui teoricamente si occupa. Ineccepibile pensiero e reazione.

PS BEH LA MELONI …

 Stamattina una breve incazzatura mi suggerisce un PS - un po’ più serio, lo ammetto. 

Claudio Tito di Repubblica stamattina ad Omnibus, tra molte riflessioni serie e nteressanti, ha detto testualmente “Ma Trump ha insultato NELLO STESSO MODO anche gli altri leader europei”. Non entro nel merito di quello che volesse dire Tito con “nello stesso modo” ma mi ha  davvero infastidito. Trump non ha insultato “nello stesso modo” Meloni e per esempio, recentemente, Macron, semplicemente perché ha seguito il paradigma sessista e misogino che gli è proprio e che si inquadra pienamente nel pensiero patriarcale di cui (soprattutto, ma non esclusivamente) la sua parte politica è infarcita.

Prendiamo proprio i recenti esempi. Come ha insultato Macron quel “maiale” (Maria, cit.) di Trump? Attraverso la moglie che forse, nelle ricostruzioni di giornalisti che non sanno che cazzo fare, lo ha schiaffeggiato. E quindi l’insulto qual era? Un uomo debole, nemmeno capace di rimettere al suo posto sua moglie, di controllare sua moglie.

L’insulto alla Meloni? Mi ha “implorato”.  Ad essere cattivi tipica fantasia maschile di una donna implorante - a voler essere meno cattivi classico pensiero patriarcale della donna debole da proteggere (“mi ha fatto pena”).

In sintesi, due pesanti insulti, come nel non-stile di Trump personali e non politici. Ma è importante riconoscere insulti sessisti e personali da insulti personali, che non offendono “nello stesso modo”.

Che stanchezza, però….

venerdì 19 giugno 2026

BEH, LA MELONI HA UN PROBLEMA


 


Beh, mettiamola così: la Meloni (e anche sua sorella, sia pure in misura minore, però anche Lollobrigida…) ha un problema nella scelta degli uomini…compagni, amici… una carenza nella loro educazione, mi sembra. Forse avrebbero tratto vantaggio (e ne avrebbe tratto vantaggio anche l’Italia) da alcune ore di educazione sessuo-affettiva a scuola.

mercoledì 17 giugno 2026

FEMMINICIDIO

 Vannacci ha tuonato contro il reato di femminicidio e ho perfino letto un fine ragionamento giuridico (non suo, ovviamente, anzi da altre “sponde”) sul perchè non sia corretto (un “obbrobrio” giuridico, per l’esattezza) introdurre il reato di femminicidio quando nell’omicidio è già presente l’aggravante.

Tutto questo fa rabbrividire, non tanto Vannacci che sa quello che dice e il perché lo dice, ma mi fanno rabbrividire i “fini giuristi”. Cerco di spiegare, non so se ci riuscirò appieno.

I femminicidi sono sempre esistiti, anche prima che si cominciasse a lavorare sul concetto stesso di femminicidio. Qual è dunque la differenza, cosí pervicace a morire? La differenza è che allora ci si accontentava della cronaca. Una donna era stata uccisa, un uomo era stato arrestato e la storia finiva lì. Nessuno sentiva il bisogno di domandarsi che cosa avesse reso possibile tutto questo. Nessuno si chiedeva perché, con impressionante regolarità, fossero quasi sempre gli uomini a uccidere e le donne a morire.

La parola dà fastidio perché costringe a guardare dove molti preferirebbero non guardare. Se dico omicidio descrivo un fatto. Se dico femminicidio sono costretta a interrogarmi sul motivo. Ed è il motivo che crea disagio. Perché il motivo ci obbliga a parlare di possesso, di controllo, di una cultura che per secoli ha considerato normale che una donna dovesse adattarsi alle aspettative di un uomo. Perché definendo il femminicidio si definisce il patriarcato.

Per questo  considero il Generale Baby Pensionato e i “fini giuristi” parte del problema. Non perché abbiano espresso un'opinione. Le opinioni non  spaventano, preoccupano invece le conseguenze che certe opinioni producono quando vengono pronunciate da chi gode di autorevolezza, visibilità e consenso. Perché quando una figura pubblica trasforma un fenomeno in una caricatura ideologica, offre inevitabilmente un rifugio a chi quel fenomeno non ha mai voluto riconoscerlo. Credo che abbia rassicurato molte persone che non vedevano l'ora di sentirsi dire che il problema non era poi così grave, che si trattava di un'esagerazione, che le donne stavano ingigantendo la questione, che sono solo “due matti” e non una pseudo-cultura organizzata.

Non è la parola ad interessarmi e trovo singolare che si continui a preoccuparsi della parola usata per descrivere il fenomeno più di quanto sembri preoccuparsi del fenomeno stesso (era già successo recentemente con la parola “genocidio”).Il Generale Baby Pensionato è un coglione qualsiasi a cui viene data una visibilità gratuita e del tutto immotivata. I “fini giuristi” conducono i loro ragionamenti come se fossero fuori dal contesto e dalla storia (miserie che non li riguardano, evidentemente), come se la giustizia vivesse in una bolla “scientifica” e non fosse invece carne e sangue e vita. Infine, ho controllato: i “fini giuristi” in questione hanno votato SÍ al recente referendum sulla magistratura seguendo lo stesso modus acontestualizzato. Grazie, ma non ci serve.

martedì 16 giugno 2026

LUOGHI DI INASPETTATA TENEREZZA

 C'è una domanda che non si fa mai. Una domanda difficile con una forma semplice: ti ricordi l'ultima volta che hai preso per mano tuo padre? Che hai appoggiato la testa sul cuore di tua madre? Due fotografi, due progetti diversi con dei temi in comune: i corpi, la memoria, essere padri, madri, figli. Non ha senso parlare di fotografie senza mostrarvele, ma in rete le trovate facilmente tutte.

Basta che scriviate i nomi degli artisti. Il primo è Valery Poshtarov, bulgaro. Nota padri e figli per strada, da straniero in viaggio, e li ferma. Ha pochi secondi: il tempo di spiegare, convincere, scattare. Il progetto si chiama Fathers and Sons e nasce da un sentimento domestico: accompagnando i propri figli a scuola, Poshtarov pensa al giorno in cui non gli chiederanno più di tenergli la mano. Da qui il desiderio di tornare al passato, al proprio padre, al proprio nonno, alle loro mani. E' l'idea di fotografare padri e figli che si tengono la mano. In Bulgaria, Georgia, Turchia, Armenia, Serbia, Grecia, Italia. Posharov preferisce non chiamarli ritratti, ma icone: immagini che eccedendo i singoli individui li attraversano.

"Dal momento in cui lasciamo la mano di nostro padre, fino al momento in cui troviamo il coraggio di riprenderla", dice, "passano decenni". Guardando quelle coppie padre-figlio mano nella mano ho scoperto con stupore quanto mi fossero familiari quegli uomini sconosciuti. Perché familiari mi erano le dinamiche del loro legame: la distanza, la nostalgia, la cura, la tenerezza, il perdono. Tutti temi che, in dosaggi diversi, toccano il nodo che riconosciamo nell'intreccio di quelle dita. Padre e figlio, entrambi in tuta da lavoro arancione, giubbotti catarifrangenti, pantaloni sporchi di terra. Sono operai, probabilmente ferrovieri: dietro di loro si intravede un binario e poi la vegetazione di un paesaggio dell'Est Europa. In piedi, uno accanto all'altro, rigidi nella postura come chi non è abituato a farsi fotografare. Hanno corporature simili, il padre ha un attrezzo da lavoro in mano. Si tengono per mano: il gesto è impacciato, appena tollerato. Guardano in macchina, come si fa nelle foto ufficiali.


Il progetto di Denis Dailleux, fotografo francese, si intitola "Egypte, mère et fils" e ritrae bodybuilder egiziani con le loro madri. Il contrasto fisico è immediato: uomini, giovani e meno giovani, corazzati nelle loro muscolature, abbracciati, appoggiati, rannicchiati accanto a donne composte e silenziose. Alcune sono velate, altre no. Fiere o avvilite, stanche o sognanti, sono le madri a sembrare più forti. E' loro il centro di gravità. Siamo al Cairo, un ragazzo dal collo taurino si lascia tenere dalla madre come se avesse ancora cinque anni. Un altro, a torso nudo, tiene un braccio intorno alla genitrice. Nel contrasto tra la presenza nuda del figlio e la compassione vestita della madre sembra emergere il ricordo del corpo quando non doveva essere forte. La memoria di come è stato tenuto o trattenuto o non tenuto. Fuoricampo, evidente ma sospeso, il desiderio dell'artista. Per quei corpi virili, certo. Ma anche la nostalgia per quelle maternità immobili e archetipiche. 




Provo a tirare alcuni fili: il corpo maschile come luogo inaspettato di tenerezza; il ribaltamento della retorica maschile della distanza; la fisiognomica del ritratto che cede il passo all'evocazione della relazione. Non sono fotografie di persone, ma di legami. A Sofia, una donna chiede a Poshtarov di fotografare il marito accanto alla fotografia del figlio morto. Quello scatto, un padre e un'immagine, racconta la relazione nella stretta di mano che manca, dice che tenersi non è solo un gesto tra vivi, ma una tensione della memoria. La mano è un archivio minimo: contiene l'infanzia, la dipendenza, il distacco, il ritorno. E di nuovo la domanda: quando è stata l'ultima volta?

(Vittorio Lingiardi, rubrica L'ultimo metrò, D donna di Repubblica, 30 maggio 2026. Le foto le ho aggiunte io, quelle di Poshtarov non sono scaricabili, ma sono bellissime e commuoventi, come dice Lingiardi)


lunedì 15 giugno 2026

FESTA ANNUALE

 Festa dei dipendenti del Podere Stuard e Openfields venerdì sera scorso.


😓 eravamo nettamente i più vecchi

😊 che bello stare insieme a tanti giovani bravissimi e pieni di vita e progetti (anche progetti concreti e realizzati, per esempio bambini).

Io ho in braccio la più giovane - (quasi) quarant’anni dopo ho il privilegio e la fortuna di avere in braccio un’altra Anna. Ho approfittato della (abbastanza lunga) posa della foto per insegnarle un tratto fondamentale dell’educazione femminile odierna, cioè posare i suoi deliziosi e grassocci piedini sulla testa (rasata) dell’uomo (adorabile) inginocchiato davanti a lei.