Gli ultimi fuochi
Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Contengo moltitudini... WALT WHITMAN
sabato 13 giugno 2026
RENDERE DICIBILE L'INDICIBILE
Ai teorici della deportazione importa rendere dicibile l'indicibile. L'obiezione "questa proposta non è realizzabile" è già una condivisione dell'osceno
Questo è il numero di venerdì 12 giugno 2026 della newsletter di Repubblica Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini.
Martin Sellner, il nazionalsocialista austriaco che è tra i più attivi teorici della remigrazione, dice una grande verità ai suoi seguaci: “Quando accettano di dibattere sulla remigrazione, se riusciamo a far passare la parola, abbiamo già vinto”. Ragionamento molto lucido. La vittoria dei remigrazionisti non è nell’applicazione del programma, e tanto meno nella definizione dei dettagli pratici del progetto, bensì nella diffusione dell’osceno. Ai fascisti, sia quelli che si presentano orgogliosamente come tali sia quelli che preferiscono dissimulare la propria natura dietro definizioni come sovranisti o antiglobalisti, importa questo: spostare il confine della decenza e della accettabilità, accogliere tra di noi l’indicibile e compiacersi della licenza, anzi suggerire lussuriosamente: come abbiamo fatto a non dirlo fin qui? Chi si cimenta nella discussione sulla remigrazione contribuisce a questo spostamento.
Dice: e quindi? Che si fa, non si dovrebbe replicare alla propaganda fascista? Si fa finta di niente? Difficile arrivare a questa conclusione, e però almeno qualche trappola andrebbe evitata. I remigrazionisti non sono contrari ai clandestini. Sono xenofobi. Sono razzisti. Sono islamofobi. Non distinguono il fondamentalista islamico dal semplice musulmano perché ciò che evocano agli occhi dell’elettorato è il ritorno a una presunta età dell’oro nella quale il colore della pelle di una nazione è uno solo, una la religione, una la cultura. Certo, il remigrazionista ti dice che per primi caccerebbe gli immigrati non in regola con i documenti (che in Italia sono anche tanti costretti all’irregolarità dalle maglie ideologiche della legge Bossi-Fini), ma è solo un amo. Il remigrazionista rivendica di voler cacciare chiunque non si assimili alla civiltà che lo ospita. Che significa non assimilarsi? Ovvio che una democrazia liberale ha il dovere di contrastare penalmente, e con tutti i mezzi legali a disposizione, forme di deviazione dallo Stato di diritto. Ha il dovere di rimpatriare chi delinque o attenta alla sicurezza pubblica. Per esempio, una comunità islamica che pretenda di applicare al suo interno la sharia, la legge islamica, non può essere tollerata. Ma chi decide su altre e più controverse forme di mancata “assimilazione”? Chi stabilisce il discrimine? Il giorno in cui una democrazia consente che qualcuno abbia il diritto di sindacare chi è assimilato e chi no ha già posto le basi della sua autodissoluzione. Quell’arbitrio può ritorcersi contro tutti: e perché non applicarlo a quel punto anche agli oppositori o a chi sceglie uno stile di vita sgradito o a chi comunque non si adegua a uno standard? Perciò la remigrazione, ovvero deportazione, è per natura una proposta squisitamente fascista: si basa sull’imposizione di un canone da cui non è consentita deviazione. Non bisognerebbe mai perdere di vista questo aspetto quando si discute con un remigrazionista.
CANTERÒ SOLTANTO IL TEMPO
Oggi piacevole tuffo nel passato
Mi sono accorta che quando cantavo Il tema (canterò soltanto il tempo) non mi rendevo conto di quello che veramente stavo cantando. Ora lo capisco meglio
Il tema (testo)
Canzone per la prima volta pubblicata nell'album "L'isola non trovata" del 1971
Un anno è andato via della mia vita, già vedo danzar l' altro che passerà.
Cantare il tempo andato sarà il mio tema perchè negli anni uguale sempre è il problema:
e dirò sempre le stesse cose viste sotto mille angoli diversi,
cercherò i minuti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni, i visi che si sono persi,
canterò soltanto il tempo...
Ed ora dove sei tu che sapevi ridare ai giorni e ai mesi un qualche senso.
La giostra dei miei simboli fluisce uguale per trarre anche dal male qualche compenso:
e dirò di pietre consumate, di città finite, morte sensazioni,
racconterò le mie visioni spente di fantasmi e gente lungo le stagioni
e canterò soltanto il tempo...
E via, e via, e via parole vane che scivolano piane dalle chitarre
e se ne vanno e vibrano, non resta niente, un suono che si sente e poi scompare...
E sono qui sempre le stesse cose viste sotto mille angoli diversi,
e cercherò i minuti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni, i visi che si sono persi,
e canterò soltanto il tempo...
venerdì 12 giugno 2026
E BUON COMPLEANNO?
Ottant’anni di Luna Park |
di Mario Calabresi |
Donald Trump compie ottant’anni anni e il luogo simbolo dove ambientare il racconto della sua vita è il Luna Park di Coney Island, all’estremità sud del quartiere newyorkese di Brooklyn di fronte all’Oceano Atlantico. Perché proprio lì il padre di Donald, Fred, fece fortuna costruendo complessi residenziali da mettere in affitto, ma soprattutto perché un parco dei divertimenti è il luogo che più di ogni altro aiuta a capire chi sia il Presidente. Dall’infanzia nel Queens alla Casa Bianca, passando per la televisione e la politica: la sua è la storia di un uomo che ha vissuto sulle montagne russe, ha cambiato la realtà come nella casa degli specchi e ha interpretato ogni confronto, prima come imprenditore, poi come personaggio televisivo e infine come presidente, come un autoscontro. |
![]() Potete vedere la puntata speciale di Altre/Storie Americane anche sul canale Youtube di Chora Alla sua biografia, insieme a Marco Bardazzi, abbiamo dedicato una lunga puntata speciale di Altre/Storie Americane, il nostro podcast che in questi giorni compie due anni. ![]() Donald J. Trump in una foto da bambino, pubblicata da lui stesso sul suo canale Instagram La realtà però, e questa sarà una costante della sua vita, è diversa: Donald è un bambino indisciplinato, tira sassi ai vicini e quando ha undici anni comincia a saltare la scuola per andare in metropolitana fino a Times Square, allora malfamata, per comprare piccoli coltelli a serramanico. Quando, nel 1959, ha tredici anni, il padre Fred, stanco delle fughe di questo ragazzino fuori controllo lo carica in auto e lo porta alla New York Military Academy. Un collegio privato che ricreava l’ambiente dell’esercito, in cui si stava in divisa e la disciplina era militare. Trump ci resta fino al diploma, a cui arriverà con il grado di capitano, ma i documenti raccontano ancora di uno studente mediocre e spesso messo in punizione. ![]() Una foto dell'interno dello storico Studio54. In origine era un studio radio-televisivo della CBS. Foto CC By 2.0 Wikimedia di Alan Light In quel periodo sposa una modella, Ivana Zelníčková, nata in Cecoslovacchia e poi emigrata in America grazie al primo marito austriaco. Insieme avranno tre figli: Donald Jr, Ivanka e Eric. ![]() Il Casino Resort Taj Mahal a Las Vegas, inaugurato nel 1990. Foto by cc 3.0 Wikimedia di JrBalle Alla fine degli Anni Ottanta Trump è sommerso dai debiti, lo salvano ancora una volta le banche e papà Fred, che continuerà a finanziarlo fino alla sua scomparsa nel 1999. Ma lui continua a raccontarsi come un uomo di immenso successo e pubblica un libro - "The Art of the Deal" – che diventerà un bestseller in cui vende il mito dell'imprenditore infallibile. La casa degli specchi in forma di libro. ![]() Donald Trump poco prima di annunciare la sua intenzione di candidarsi a presidente nel 2015. Da un fotogramma della miniserie "Trump: An American Dream" La discesa in campo è una discesa sulla scala mobile dorata della Trump Tower, è il 16 giugno 2015. Sotto la scala c’erano un centinaio di persone ma le sue prime parole furono al solito esagerate: “Wow! Quanta gente, siamo migliaia!”, in parte erano giornalisti e suoi collaboratori, ma c’erano anche alcune comparse reclutate da una società cinematografica con un compenso di 50 dollari per tre ore di lavoro. ![]() Una delle tante immagini prodotte con l’intelligenza artificiale che mostrano Trump come il Salvatore Per questo compleanno si è regalato qualcosa di inimmaginabile, un incontro di arti marziali miste allestito sul prato della Casa Bianca: Coney Island che torna, lo spettacolo fino all'ultimo. |
giovedì 11 giugno 2026
PICCOLE STORIE DI OLIVIA E LA SUA MAMMA: DI DOMANDE E INTERROGATORI
( Dalla chat Whatsapp di Famiglia stasera)
Anna
Subito dopo: “mamma ma come fanno le persone a sposarsi?”, cerco di spiegare… subito dopo: “come si fa il burro?”





mercoledì 10 giugno 2026
A PROPOSITO DEL SIGNOR HOOD - NOTA A MARGINE
Mi è venuto in mente un piccolo commento rispetto al tema sollevato da De Gregori nel suo inopinato attacco a Bruce Springsteen ( su cui concordo con Sofri "Che direi non abbia bisogno di essere difeso dalle critiche di De Gregori, per senso della misura") che come dice (e ha ragione) Sofri in realtà è solo un corollario minore della dichiarazione di De Gregori, ma che è la parte che ha fatto più "rumore".
Mi è venuto in mente che nessuno deve stupirsi dell'uscita di De Gregori - era già tutto evidente e "scritto", bastava frequentare i loro concerti. Springsteen fa concerti di 2/3 ore in cui cerca spasmodicamente il contatto e il coinvolgimento del pubblico, cerca il fuoco, il rock, parla, parla, urla, canta fino allo stremo, capo di un happening collettivo che allarga i cuori, martella le menti, compatta i desideri e i sentimenti.
De Gregori arriva al concerto, non saluta nessuno, non dice nulla, canta le sue (belle) canzoni e se ne va, lasciando negli spettatori il (legittimo, credo) dubbio del perché ci si è presi la briga di venire al concerto quando bastava rimanere a casa ad ascoltare i suoi dischi (dico dischi per un vezzo da boomer, ma anche perché dire "ascoltare Spotify" mi suona malissimo).
Così, sono servite le preferenze: o l'artista che canta, ma che è anche artista a tutto tondo, colui che custodisce il fuoco, o l'artista che parla solo attraverso le sue canzoni, in una illusione di "impoliticità" assurda, perché anche le canzoni sono politica.
Il toto-preferenze è aperto...
(PS un amico mi ha obiettato che Springsteen è vecchio, bolso, cotto, stanco e ripetitivo. In effetti ha settantasette anni - nove più di me - e si prende ancora la briga di coltivare il fuoco e di spendere il suo immenso credito per ciò a cui tiene - pensa che scandalo. Mi è venuto un po' da ridere e ho pensato a quali esempi di artisti giovani, rampanti, vivi, energici si rifaceva il termine di paragone. Non me ne sono venuti in mente...)
martedì 9 giugno 2026
IL SIGNOR HOOD
Con due pistole caricate a salve e un canestro di parole
A cose dette, e agitazioni già rimpiazzate da altre, metto qui delle considerazioni sulla cosiddetta “polemica De Gregori” che avevo scritto una settimana fa nella newsletter Le Canzoni, sperando di introdurre senso tra molte cose che mi sembravano dette un po’ sbrigativamente.
***
Torno sulle polemiche intorno alle cose che ha detto qualche giorno fa Francesco De Gregori, perché mi pare si siano nel frattempo affollati pareri in cerca di spazio, col risultato di confondere cose assai diverse. Ieri, per esempio, sia Repubblica che il Corriere della Sera avevano in prima pagina un proprio articolo in superflua difesa di De Gregori: non ho dubbi sulla buona fede di Luigi Manconi e mi immagino sia stato mosso da una solidarietà tenace per “l’artista” (oggi invece sul Corriere c’era Veltroni, animato dalle stesse intenzioni, e contagiato dalle stesse fallacie), mentre mi pare che da un po’ Antonio Polito si faccia spesso tentare dal facile consenso del fruttuoso format “ex di sinistra che se la prende con la sinistra”. Il fatto è che tutti e tre hanno scritto estesamente per attaccare chi avrebbe criticato la scelta di De Gregori di non intervenire su cose della politica e della vita pubblica, configurando tutti e tre il tipico “straw man argument”: perché la critica nei confronti di De Gregori non è ovviamente quella, e non ci sarebbe stato ovviamente niente da rimproverargli se si fosse limitato a dire «io non ho voglia di intervenire su questo o quello».
Invece De Gregori ne ha dette altre due, assai rimproverabili: due vere sciocchezze. La prima è un giudizio saccente e presuntuoso nei confronti degli “artisti” che invece hanno cose da dire sulle vicende pubbliche e politiche, citandone per giunta come esempio il più inattaccabile bersaglio, ovvero Bruce Springsteen. Che direi non abbia bisogno di essere difeso dalle critiche di De Gregori, per senso della misura.
La sciocchezza maggiore invece è quella di sostenere – come ha fatto De Gregori – che in generale tutti gli “artisti”, in quanto artisti, dovrebbero astenersi dal dire la loro sulle vicende pubbliche o mondiali, per mancanza di titoli, e che se si desiderano opinioni di questo genere si debba invece andare “da un filosofo”. La tesi è così sbilenca che si contraddice da sola, nel momento in cui De Gregori stesso ritiene invece di comunicare pubblicamente – un “proclama”, direbbe lui – che ritiene “imbarazzante” l’impegno di Springsteen.
Ma a parte questo, non è l’abito che fa il valore di un’opinione, di un impegno, o di un “proclama”: è il suo contenuto, come per ogni cosa. Ci sono impegni e opinioni di “artisti”, in giro e nella storia, di molto maggior senso e valore rispetto a certi impegni e opinioni di alcuni politici, commentatori di professione o persino “filosofi” (in qualche caso tre figure coincidenti).
La verità – utile da ricordare quando ci si trova scorati di fronte alla gran parte delle discussioni correnti – è che diventano fallimentari tutti i pensieri che assumono separazioni categoriche tra le cose della realtà. Quindi non solo quelle tra “artisti” e non artisti, o tra artisti e “filosofi”, o tra persone comuni e politici (tutto è politica), ma anche quelle tra argomenti “politici” e non (tutto è politica): dire – da artista – che Trump sta devastando l’America o che il governo israeliano è genocida non è una predicazione di una categoria diversa rispetto a scrivere Imagine ma neanche rispetto a scrivere All you need is love (il privato è politico, il mondo e le comunità migliorano se le persone si comportano bene le une con le altre), o Generale o Viva l’Italia. Farlo in una “canzone” non è più o meno adeguato che farlo in un libro o in un discorso (se Springsteen dice cose contro Trump sillabandole o cantandole sembrerebbe invece fare una gran differenza, per i teorici del “parlo con le mie canzoni”). Gli umani pensano di mettere le cose in cassetti separati perché la complessità e il “dipende” sono difficili da gestire per i nostri indaffarati cervelli, ma il risultato è che poi si irrigidiscono in quella lettura del mondo e finiscono a dire sciocchezze.
Qui andrebbe il telefonato finale in cui ricordo la grandezza delle canzoni di De Gregori, ma ce n’è bisogno?





