Michele Serra, OK BOOMER, il Post, 7 settembre 2026)
dedicato alla mia famiglia, di cui potrebbe essere quasi un manifesto.
Aggiungo solo una breve citazione da Guccini (Canzone quasi d'amore)
Fingo d'aver capito che vivere è incontrarsi
Aver sonno, appetito, far dei figli, mangiare
Bere, leggere, amare .... grattarsi
L’amore che si fa
«La terra, l’acqua, i campi coltivati, le montagne, le foreste, le bestie, le piante. E la cura che l’uomo deve averne per dare significato e valore alla sua presenza nel mondo»
Se non fossero morti a poche ore di distanza, tra il 31 agosto e il primo settembre, probabilmente non mi sarebbe mai venuto in mente di accostarli, di parlare di loro nella stessa pagina e con lo stesso spirito. Il poeta, saggista, coltivatore, ambientalista americano (del Kentucky) e il monaco piemontese che fondò la comunità di Bose.
Ma leggendo di loro, e richiamando alla mente quello che i loro scritti mi hanno lasciato negli anni, mi ha colpito l’intenzione comune del loro lavoro, la simile percezione del mondo, proprio il mondo fisico nel quale viviamo: la superficie del pianeta Terra. La terra, l’acqua, i campi coltivati, le montagne, le foreste, le bestie, le piante. E la cura che l’uomo deve averne per dare significato e valore alla sua presenza nel mondo.
Scrive Massimo Recalcati del monaco Enzo Bianchi: in lui «era la vita viva a salire in primo piano. Non l’ascesi sacrificale, la mortificazione della carne, la penitenza patibolare… L’alterità di Dio non è nei cieli ma appare sulla terra, non è lassù ma quaggiù… Mi ha detto una volta, quand’era già molto anziano, che di mattina amava abbracciare gli alberi e le grandi pietre. Immagino fosse anche quello un suo modo di pregare. Non alzando gli occhi al cielo ma trovando il cielo in terra».
Scrive Serenella Iovino, filosofa dell’ambiente, di Wendell Berry: «Se c’è una frase di Wendell Berry che vale la pena ricordare, una di quelle da usare come talismano politico ed esistenziale, probabilmente è questa: “Love is never abstract”, l’amore non è mai astratto. L’amore, diceva Berry, non aderisce all’universo, alla nazione o alle istituzioni, ma ai passeri della strada, ai gigli del campo, agli ultimi tra i nostri fratelli. Non desidera essere eroico: è anonimo, umile, senza ricompensa».
Questa idea materiale e a suo modo “semplice” dello stare nel mondo amandolo è contagiosa, perché trasmette concretezza e suggerisce di non rimanersene con le mani in mano. Per portare l’amore sulla terra, scriveva Berry, bisogna affondare le mani nel terreno: l’amore non è un concetto, è un’attività. È qualcosa che si fa, e se non la si fa è un’omissione.
Berry, che da giovane era ambientalista alla maniera americana (vedeva la natura solo nella wilderness, mondata dall’ingombro degli uomini) cambiò punto di vista durante un viaggio di studio a Firenze. Si innamorò del paesaggio toscano (quello degli anni Sessanta… ) e scoprì la misura di un mondo agricolo ben temperato, che teneva insieme le esigenze umane e il rispetto dei cicli naturali.
Coltivatore a sua volta, non solo teorizzò ma praticò la fattoria come “organismo vivente” fondato sulla cura, sullo spirito di comunità e sul rispetto dell’ambiente, in opposizione netta all’agroindustria che gli sembrava “snaturata” non solamente a danno della natura: anche a scapito dell’equilibrio e del benessere umano. La sua celebre frase “mangiare è un atto agricolo” è diventata il primo comandamento di Slow Food.
L’orto di Enzo Bianchi era di proverbiale salute e bellezza, la sua tavola anche. L’Ora et labora della regola benedettina, prega e lavora, ebbe in lui un grande interprete. Le mani di Enzo Bianchi, nell’edificazione del piccolo mondo di Bose, sono state importanti quanto la sua fede e il suo intelletto.
Coltivare, cucinare, organizzare il convivio come atto di fratellanza e come risposta attiva alla smaterializzazione della vita nei tempi del digitale e soprattutto della separazione drastica tra produttori e consumatori. Il famoso “i bambini di città non hanno mai visto una mucca” non è una oziosa lamentela, è la descrizione più immediata e comprensibile di una cesura tragica tra l’uomo e la natura – come se l’uomo non ne facesse più parte.
Che siano due cristiani (protestante Berry, cattolico Bianchi) ad attribuire salvezza e felicità alla cura materiale del mondo è una cosa che mi fa riflettere. Seppure non credente mi ci riconosco “spiritualmente”: in ogni gesto ben fatto, in ogni lavoro ben fatto, come l’operaio Faussone della Chiave a stella di Primo Levi, avverto l’appartenenza a un ordine del quale mi fa piacere sentirmi non solo partecipe, anche artefice, sia pure in infinitesima parte.
Recalcati intravede nel mito dell’incarnazione di Dio – il Dio che si fa uomo – il segreto e l’energia di cristiani come Enzo Bianchi: «se il Verbo entra nella carne, allora è proprio la carne il luogo nel quale la questione di Dio diventa inevitabilmente la questione dell’uomo».
Non mi sento teologicamente autorizzato a dire la mia, posso solo aggiungere che un gesto di affetto che arriva a buon fine, un campo ben curato e non infestato di chimica, un piatto cucinato con cura e per amicizia, una pagina scritta senza errori, e con le parole messe nell’ordine giusto, mi sembrano la conferma di quello che diceva Wendell Berry: l’amore non è mai astratto.







