Alla sua biografia, insieme a Marco Bardazzi, abbiamo dedicato una lunga puntata speciale di Altre/Storie Americane, il nostro podcast che in questi giorni compie due anni. Donald Trump nasce il 14 giugno 1946, è il quarto di cinque figli, ha due sorelle e un fratello più grandi, il padre Fred era nato a New York da due emigrati tedeschi, il loro cognome originale era Trumpf, aveva una F finale che si fecero togliere all’arrivo in America. La madre Mary Anne Mac Leod era nata in Scozia, dopo l’arrivo negli Stati Uniti aveva lavorato come domestica. Aveva conosciuto Fred ad una festa e dopo un brevissimo fidanzamento si erano sposati. Trasferitisi in una villa in stile Tudor, con tanto di colonnato, nel quartiere newyorkese del Queens, l’infanzia di Donald, bambino biondissimo con grandi occhi azzurri, è il manifesto di quella America conformista e prospera degli Anni Cinquanta. Frequenta una scuola privata e si innamora del baseball. Tutto sembra perfetto anche se il padre non tollera errori o emozioni. La realtà però, e questa sarà una costante della sua vita, è diversa: Donald è un bambino indisciplinato, tira sassi ai vicini e quando ha undici anni comincia a saltare la scuola per andare in metropolitana fino a Times Square, allora malfamata, per comprare piccoli coltelli a serramanico. Quando, nel 1959, ha tredici anni, il padre Fred, stanco delle fughe di questo ragazzino fuori controllo lo carica in auto e lo porta alla New York Military Academy. Un collegio privato che ricreava l’ambiente dell’esercito, in cui si stava in divisa e la disciplina era militare. Trump ci resta fino al diploma, a cui arriverà con il grado di capitano, ma i documenti raccontano ancora di uno studente mediocre e spesso messo in punizione.
Farà l’università in Pennsylvania alla prestigiosa Wharton, una delle migliori facoltà di economia, dove si laurea nel maggio del 1968, un momento particolare per l’America: un mese prima era stato assassinato il reverendo Martin Luther King a Memphis e poche settimane dopo sarà la volta di Bob Kennedy. I suoi anni dell’università sono quelli delle battaglie per i diritti civili e della guerra del Vietnam, che lui eviterà prima grazie ai rinvii per gli studi e poi, nonostante fosse stato dichiarato idoneo e abile all’arruolamento, grazie a un provvidenziale certificato medico fatto da un inquilino di un appartamento del padre.
Dopo la laurea, e senza il problema di fare il soldato, torna a New York. Vuole farsi spazio in città, ma non nel Queens o a Brooklyn dove aveva fatto successo suo padre, ma dall’altra parte dell’East River, sull’isola di Manhattan. I suoi trent’anni sono la conquista di un posto al sole. Passa le sue giornate pranzando nei club esclusivi e le sue serate nelle discoteche come l’iconico Studio 54, locale simbolo dell’epoca disco, della cocaina e del sesso libero, etero e omosessuale. Ci andavano tutti da Andy Wharol a Elton John e Bianca Jagger il 2 maggio del 1977 per festeggiare il suo trentaduesimo compleanno, entrò in pista su un cavallo bianco. ll fondatore del club, Ian Schrager, ha raccontato che Trump non beveva mai, non assumeva droghe e non ballava, ma passava il suo tempo a costruire relazioni e a corteggiare modelle. Trump è sempre stato lontano dall’alcool, suo fratello maggiore Fred JR era alcolizzato ed è morto nel 1981 a 42 anni proprio a causa della dipendenza.  Una foto dell'interno dello storico Studio54. In origine era un studio radio-televisivo della CBS. Foto CC By 2.0 Wikimedia di Alan LightIn quel periodo sposa una modella, Ivana Zelníčková, nata in Cecoslovacchia e poi emigrata in America grazie al primo marito austriaco. Insieme avranno tre figli: Donald Jr, Ivanka e Eric. Inizia a costruire e a ristrutturare, comincia dal vecchio hotel Commodore davanti a Grand Central Station che diventa il Grand Hyatt e poi costruisce la Trump Tower sulla Quinta Strada, l'unica delle sue attività che abbia mai prodotto ricavi veri. La Trump Tower è la sua casa, dove abita ancora Melania e dove lui ha sempre tenuto il suo ufficio. Siamo entrati negli Anni Ottanta, quelli della presidenza di Ronald Reagan, gli anni del trionfo del capitalismo americano e del boom della borsa e della finanza più spregiudicata. Nel 1987 arriverà un film che fotografa alla perfezione quel tempo, "Wall Street" di Oliver Stone. Secondo il Wall Street Journal, lo spregiudicato protagonista Gordon Gekko, interpretato da Michael Douglas, era ispirato proprio a Trump.
I quarant’anni di Trump sono l'apice della sua celebrità. Trasforma e rilancia Atlantic City, la città dei casinò della Costa Est, la Las Vegas del New Jersey, la città dove i suoi genitori erano stati in viaggio di nozze. Si inventa casinò e resort, li trasforma in luoghi non solo di gioco ma di spettacolo. Al Trump Plaza, aperto nel 1984, combatte Mike Tyson, il pugile più famoso del mondo. La loro collaborazione fa di Atlantic City la città dove arrivano le star, da Madonna ai Rolling Stones, e dove vanno in scena i grandi spettacoli. Ma non gli basta mai, Trump vuole ancora di più, compra la residenza di Mar-a-Lago in Florida, una compagnia aerea, un maxi-yacht e inaugura il maestoso Taj Mahal, il casinò ispirato al mausoleo indiano considerato una delle meraviglie del mondo. Un luogo pieno di sfarzo che dal punto di vista finanziario sarà la sua rovina e trascinerà nel baratro anche il Plaza e tutto il suo impero.  Il Casino Resort Taj Mahal a Las Vegas, inaugurato nel 1990. Foto by cc 3.0 Wikimedia di JrBalleAlla fine degli Anni Ottanta Trump è sommerso dai debiti, lo salvano ancora una volta le banche e papà Fred, che continuerà a finanziarlo fino alla sua scomparsa nel 1999. Ma lui continua a raccontarsi come un uomo di immenso successo e pubblica un libro - "The Art of the Deal" – che diventerà un bestseller in cui vende il mito dell'imprenditore infallibile. La casa degli specchi in forma di libro. Non riesce a uscire dalla crisi debitoria, anche se continua a inaugurare grattacieli con il suo nome (che si scoprirà poi non essere suoi), finché nel 2004 arriva l’opportunità di diventare il protagonista del programma televisivo “The Apprentice” sul canale NBC. La parte prima era stata offerta a Bill Gates e a Warren Buffett, che avevano rifiutato, ma Donald coglie al volo l’occasione, si reinventa e fa dimenticare il suo fallimento da imprenditore.
Sono anni di crisi per l’America, con migliaia di famiglie che perdono la casa, il crollo della borsa, i fallimenti, la peggior situazione economica dai tempi della Grande Depressione. Nel 2008 viene eletto presidente Barack Obama, con un messaggio di speranza, ma Trump sente che l’America è piena di rabbia e paura e inizia a cavalcare questi sentimenti. Lo fa con una campagna di falsità, diventando il capofila della teoria che Obama fosse un presidente illegittimo perché non nato negli Stati Uniti ma in Kenya e che il suo certificato di nascita alle Hawaii fosse falso. Questo allarga il suo consenso e la sua popolarità in aree arrabbiate e razziste dell’America profonda. Quando Trump compie 69 anni capisce che un altro capitolo della sua vita è finito, il programma televisivo perde ascolti e sta per chiudere, e lui ha bisogno di un’altra capriola per restare in piedi. Così decide di scendere in politica.  Donald Trump poco prima di annunciare la sua intenzione di candidarsi a presidente nel 2015. Da un fotogramma della miniserie " Trump: An American Dream" La discesa in campo è una discesa sulla scala mobile dorata della Trump Tower, è il 16 giugno 2015. Sotto la scala c’erano un centinaio di persone ma le sue prime parole furono al solito esagerate: “Wow! Quanta gente, siamo migliaia!”, in parte erano giornalisti e suoi collaboratori, ma c’erano anche alcune comparse reclutate da una società cinematografica con un compenso di 50 dollari per tre ore di lavoro. Nessuno dei giornalisti lo prese sul serio, e invece quel giorno avrebbe cambiato la storia della politica mondiale. E le conseguenze sono sotto i nostri occhi. Lì c’era già tutto: i cartelli con il suo nuovo slogan “Make America Great Again” e nel discorso Trump se la prendeva con la Cina, minacciando dazi. Prometteva anche di costruire un muro per bloccare l’invasione di immigrati alla frontiera con il Messico. Un discorso dai toni violenti che aveva radici negli Anni Novanta, quelli del fallimento del suo impero. Nell’autunno del 1991 Trump aveva deposto davanti al Congresso e aveva parlato di un Paese “in piena depressione”, fregato commercialmente dai giapponesi, ingannato dal resto del mondo e che doveva difendersi proteggendo la propria economia, possibilmente con i dazi. Un’analisi, la sua, che avrebbe intercettato un malumore diffuso in una larga fetta della società americana. Il presunto miliardario era diventato il campione dell’uomo della strada, del perdente, del dimenticato dalla globalizzazione.
Con la sua elezione “La casa degli specchi” entra nello Studio Ovale, realtà e propaganda si mescolano continuamente e diventa difficile trovare un filo nella sua narrazione. La sua prima presidenza è affaticata, non preparata, caotica, piena di licenziamenti e di abbandoni, tanto che dopo la sconfitta del 2020, le inchieste e i processi, appare un uomo finito, perduto, nel fango. Invece torna, ma la rabbia e l’umiliazione lo hanno radicalizzato, la campagna elettorale è completamente diversa, ben organizzata, il programma è radicale e dettagliato. Quando giura il 20 gennaio 2025 è il presidente più anziano mai entrato in carica. Fa partire una serie di ordini esecutivi senza precedenti: la guerra dei dazi, l’Ice e la caccia agli immigrati illegali, la rissa alla Casa Bianca con Zelensky e il disimpegno in Ucraina, la frattura con l’Europa e la Nato, le minacce di annessione della Groenlandia, la decapitazione del regime di Maduro in Venezuela, l’accerchiamento di Cuba e la guerra con l’Iran.
Questi ultimi sedici mesi sembrano dieci anni ma l’uomo che a ogni curva sarebbe dovuto cadere non cade mai. La sua vita sono davvero le Montagne Russe, come la distanza tra i suoi indici di gradimento (mai così bassi) e il racconto che lui fa della sua presidenza. Le foto che crea con l’intelligenza artificiale e che posta ogni notte sui social lo mostrano come il Salvatore, e quello che vuole, ora che compie ottant’anni, è un posto nella Storia, così si spiegano l’Iran, il Venezuela e Cuba.  Una delle tante immagini prodotte con l’intelligenza artificiale che mostrano Trump come il Salvatore Per questo compleanno si è regalato qualcosa di inimmaginabile, un incontro di arti marziali miste allestito sul prato della Casa Bianca: Coney Island che torna, lo spettacolo fino all'ultimo. |