Oggi - che regalo il sole!
Gli ultimi fuochi
Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Contengo moltitudini... WALT WHITMAN
giovedì 5 febbraio 2026
martedì 3 febbraio 2026
IL GIORNO CHE PICCHIANO LA MARMOTTA
Martedì 3 febbraio 2026, Michele Serra, il Post, OK Boomer
Alla ripetizione del già visto, del già noto, ci si abitua con gli anni. È il famoso: “ormai ci ho fatto il callo”. Il mondo funziona così, e amen. Tranne che ogni tanto (e per fortuna) il già visto e il già noto, per quanto tu ci sia abituato, ti mordono la pancia come quando avevi vent’anni. E ti costringono a reagire come quando avevi vent’anni, e anche trenta e quaranta. Buon segno: vuol dire che invecchiare non è sinonimo di rassegnarsi.
Gli incidenti di Torino (ne avete trovato ampio resoconto sul Post e in molte cronache nazionali) rientrano nel novero delle cose che per quanto prevedibili, per quanto conosciute, analizzate, discusse da almeno un paio di generazioni, per quanto “giorno della marmotta” (già lo sai, è già successo e succederà all’infinito: tra un minuto, cento o duecento persone mascherate si staccheranno dal corteo e daranno fuoco al quartiere; e già conosci – perché sono sempre uguali, fatti con lo stampino – anche i commenti politici nei telegiornali della sera), e insomma per quanto identici nella genesi, nello svolgimento, nella discussione pre e post: gli incidenti di Torino, dicevo, sono indigeribili.
Per esempio. Leggo un’intervista a Marco Grimaldi, vice capogruppo alla Camera di Alleanza Verdi e Sinistra. Lui a Torino c’era. Dice, sull’accaduto, molte cose condivisibili. Ma dice anche questa cosa (a proposito di giorno della marmotta, l’avrò letta quasi identica decine, centinaia di volte, nell’ultimo mezzo secolo): «Attenzione a non fare quello che la destra si aspetta, a cadere nelle provocazioni, a essere il nemico che loro vogliono… Torino sta diventando un laboratorio di repressione… Vogliono prendersi lo scalpo di Torino per via militare, magari per giustificare una prossima Minneapolis anche in Italia».
In sostanza: se non si deve essere violenti non è tanto perché la violenza, in sé, è ripugnante. Non perché ci sia una forte convinzione etica (tale è la non violenza) che, come tutte le forti convinzioni etiche, non può che riguardare prima di tutto te stesso, i tuoi comportamenti, il tuo linguaggio, la tua responsabilità, il tuo ambiente, la tua cultura. No, si deve evitare la violenza perché altrimenti il potere (il padrone, lo Stato, il nemico di classe, le multinazionali, il capitale, insomma “gli altri”, a seconda dell’occasione) ne approfitta per dire che sei cattivo e vai punito.
Non bisogna picchiare in dieci un poliziotto steso a terra perché altrimenti Piantedosi ha gioco facile nel dire che i centri sociali sono covi sovversivi da chiudere. E in fin dei conti, sempre seguendo questa logica, chi può garantire che i black bloc, o come diavolo amano farsi chiamare adesso quei nevrastenici, non siano provocatori al soldo del governo?
Dimmi a chi giova (cui prodest?, un classico del cinismo politico) la violenza, e ti dirò in quale categoria di giudizio intendo metterla. Pensiero che fa sospettare, quasi in automatico, che nel caso un atto violento sia utile “alla causa”, giovevole al “movimento”, allora il giudizio sulla violenza diventerebbe un poco meno drastico.
Torna in mente, inevitabilmente, un lungo, lunghissimo passato. Era il 1978 quando, sul Manifesto, Rossana Rossanda, in due successivi articoli, in pieno sequestro Moro, coniò, a proposito del terrorismo rosso, il concetto di “album di famiglia”. E fece molto scalpore, come era inevitabile, proprio “in famiglia”, ovvero in quella famigliona molto ma molto allargata che era ed è la sinistra.
Diceva, in sostanza, lei dirigente e intellettuale comunista di lunga data, che le Brigate Rosse, per linguaggio e per genesi ideologica, appartenevano senza ombra di dubbio alla storia della sinistra comunista. Compresa la scelta della lotta armata come opzione possibile. Fino a lì, per diversi anni, dall’inizio dei Settanta, i violenti erano stati trattati da agenti provocatori, da corpo estraneo, da attori di un’efferata congiura ai danni del glorioso cammino democratico del movimento operaio. “Fanno il gioco dei padroni”. Oggi, sia pure nel consolante rimpicciolirsi degli attori e delle loro ambizioni politiche: fanno il gioco di Piantedosi.
Secondo ricordo – che non riguarda propriamente la politica, ma è almeno altrettanto rilevante della politica stessa. Verso la metà degli anni Settanta, quando la violenza di piazza e di strada, la violenza politica, si ingrossava come un fiume in piena, mi è capitato più di una volta, nei cortei, o nelle zuffe dentro l’università, di percepire tra le persone presenti una specie di improvvisa biforcazione.
Al primo lacrimogeno, alla prima carica di polizia, al primo sussulto del corteo che da bestione tranquillo cominciava a contorcersi come un serpe ferito, la gran parte delle persone era atterrita, o sgomenta, o spaventata, a seconda del carattere (io, per esempio: spaventato, la violenza mi ha sempre terrorizzato).
Ma alcuni no. Alcuni si eccitavano. Alcuni si accendevano. Negli occhi c’era il lampo della battaglia. Lo scontro, a loro, piaceva. È il verbo giusto, senza sinonimi possibili: gli piaceva! Come se fosse una forma di agonismo, di prova fisica, di esaltazione dei sensi. Sì, a qualcuno la violenza piace, la cerca, la vive come una fiammata vitale.
Dei black bloc, o come accidenti vogliono farsi chiamare, penso esattamente questo. Non sono antagonisti, sono agonisti, il corteo è il loro stadio, la loro occasione di sentirsi al centro della scena. Mentre gli altri fuggono, loro espropriano il corteo ai manifestanti e la città ai cittadini. Decine di migliaia di persone, i pacifici, vengono cancellati, le loro ragioni (le ragioni della manifestazione, e anche le ragioni del quartiere Vanchiglia e del centro sociale Askatasuna, che ne è parte viva) non contano più nulla.
Conta, per gli agonisti, che in campo rimangano solo due squadre: la polizia e loro. E che per un governo come questo l’ordine pubblico sia un’occasione di repressione, e di militarizzazione, non solo lo sanno benissimo: ne sono entusiasti, ne sono partecipi, perché solo così possono praticare, finalmente, liberamente, il loro sport senza regole. È un caso, eclatante, di privatizzazione violenta di un evento pubblico.
Mi importa poco sapere le storie di questi incazzati, non saprei nemmeno dire se siano più incazzati o più soddisfatti cultori di uno sport che piace solo a loro (degli altri, se ne fregano). Ma non credo, purtroppo, che piovano dal cielo. Credo che dentro i centri sociali (che sono tante cose, ma sono stufo di rifare ogni volta l’elenchino delle cose buone per controbilanciare quelle cattive), dentro circoli e partitini di fascia estrema, trovino alloggio, anche quando mal sopportati. Trattati come “compagni che sbagliano”, ma pur sempre compagni.
Da qualche parte, se arrivano dalla Francia o dalla Germania, dovranno pure dormire, e non credo scendano all’Hilton. In qualche cantina o garage dovranno pure alloggiare le loro mazze e le loro bombe carta. E fino a che la sinistra loro contigua si ostinerà a non vedere, o a fare finta di non vedere, questa contiguità, tutti i cortei come quello di sabato a Torino avranno lo stesso identico svolgimento: poche centinaia metteranno in minoranza molte migliaia.
I dirigenti del calcio, ormai da decenni, dando prova – con rare eccezioni – di una pochezza e di una ipocrisia quasi incredibili, di fronte alle violenze degli ultras ripetono la stessa frasetta: “non sono veri tifosi, sono elementi del tutto estranei al mondo del calcio”. Peccato che gli incidenti accadano negli stadi, non nei tennis club o al galoppatoio. Circostanza che ovviamente chiama in causa il mondo del calcio, non quello del tennis e dell’ippica.
La sinistra radicale rischia di fare la stessa figura fino a quando non riuscirà ad ammettere che sì, ha un problema con la violenza: verbale e fisica. Non riesce a levarsela di dosso, che sia di pochi parassiti o che le abiti dentro, fatica a farci i conti. Fare i conti con sé stessi: da Piantedosi non me lo aspetto, dal governo nemmeno, ma da chi si definisce alternativo, o antagonista, invece me lo aspetto. La violenza, oggi più che mai, è la più conformista delle espressioni umane. È una parola del potere, non dei cittadini.
Scusate se sono andato un po’ lungo. Considerate che è solo la decima parte di quello che avrei voluto dire. Ne avremo occasione.
sabato 31 gennaio 2026
CAUSE DELLA GUERRA
In un clima di guerre e guerrafondai, di dissesti mondiali, città distrutte, infrastrutture vitali colpite, corpi sepolti e insepolti, nuovi lager, bambine e bambini uccisi o lasciati a morire di freddo e di fame… il Papa cita Madre Teresa e punta il dito contro le donne, individuando nell’aborto “il più grande distruttore della pace”.
Non nelle bombe.
Non nei missili.
Non nei conflitti armati che devastano intere popolazioni.
Ma nelle donne che interrompono una gravidanza.
Le stesse parole vengono oggi applaudite da governi di destra che sostengono o legittimano quelle stesse guerre, e che da anni brandiscono la retorica ipocrita “pro life” come bandiera morale.
Un’ideologia per cui i bambini interessano solo nella misura in cui per “difenderli” bisogna controllare i corpi delle donne.
Diciamolo, gridiamolo forte, che non è l’aborto la guerra contro l’umanità.
La guerra è quella vera, fatta di armi, potere, interessi economici e violenza disumana.
È quella che passa sopra le teste e i destini di tutti, che cancella le vite già nate, che stupra il nostro presente e ipoteca il nostro futuro.
venerdì 16 gennaio 2026
BUON COMPLEANNO REPUBBLICA
Buon compleanno Repubblica |
di Mario Calabresi |
Avevo 14 anni, avevo appena iniziato la quarta ginnasio, e per andare a scuola ogni mattina dovevo prendere due tram. Davanti alla mia fermata c’era un’edicola e dopo qualche settimana di studio dei giornali impilati (allora c’erano pacchi immensi che aspettavano di essere acquistati) decisi di comprare Repubblica. Mi piaceva il formato, lo stile, mi sembrava fosse più adatto ad un ragazzo come me. Avrei continuato a comprarla per tutti gli anni del liceo, ero orgoglioso di entrare a scuola con il mio quotidiano che usciva dalla tasca del giubbotto. Mi piaceva leggere sul tram, durante quel tragitto viaggiavo per il mondo e, tra una fermata e l’altra, il giornalismo mi entrò nel cuore. All’università i giornali che compravo ogni mattina diventarono due, anche tre. Cominciai ad andare verso mezzanotte in centro a Milano per comprare la prima edizione. La prima volta che lo feci fu quando cadde il Muro di Berlino, poi diventò un’abitudine. Nel tempo avrei conosciuto anche il fondatore, e negli ultimi anni della sua vita saremmo anche diventati amici. Eugenio Scalfari aveva fatto un gesto importante: aveva trovato l’occasione per incontrare mia madre e chiederle scusa per essere stato uno dei settecento firmatari del manifesto degli intellettuali del 1971 contro mio padre. Della sua vecchiaia mi colpiva come avesse lasciato intatta la curiosità. Quando ero direttore veniva al giornale e mi chiedeva di spiegargli tutte le innovazioni che facevo: voleva sempre capire ogni cosa. Io sono stato direttore in quegli anni della fine del governo Renzi e dell’arrivo di Conte e dei Cinque Stelle, la redazione, i collaboratori e i lettori non avevano più un sentimento comune sulle cose, sulla politica e su cosa fosse giusto e sbagliato. I miei ultimi tre anni di direzione sono stati faticosissimi e ne ho un ricordo anche doloroso. Abbiamo continuato a fare tanta innovazione (basti pensare alla nascita di Robinson, all’integrazione tra carta e digitale, alla app, alle grandi inchieste di Super8, che avrei poi trasformato in podcast e libri nella mia vita successiva) ma si era incrinata la fiducia, e il mio problema maggiore fu avere una visione del futuro dei giornali diversa rispetto a quella dell’editore. Ho fatto una fatica bellissima a Repubblica, i giornali sono stati fatica, ma si aveva la sensazione che valesse la pena farla ogni giorno, che non fosse mai sprecata o inutile. Si aveva la sensazione di fare la differenza, di scrivere non solo la cronaca ma anche pezzetti di storia. E io sarò sempre grato a quel giornale per avermi regalato anche una delle più belle esperienze giornalistiche che ho fatto: un viaggio americano durato tre anni che mi ha fatto conoscere ogni angolo e ogni sfumatura di quel paese che mi piace raccontare ancora oggi. Non ho trovato, tra i tanti sul tema, articolo migliore di questo per verità e tenerezza |
lunedì 12 gennaio 2026
venerdì 9 gennaio 2026
MERCANTI DI SCHIAVI
oggi ho letto questo post che offre una prospettiva interessante, inedita, forse non completamente convincente ma con una sua forza
Schiavi. E mercanti di schiavi
È il petrolio, bellezza, e non ci puoi far niente. È davvero così? Oppure il petrolio è solo la parte per il tutto, la metonìmia per la rappresentazione del nuovo tipo di potere che si espande a livello globale? In sintesi, è proprio il petrolio venezuelano l’obiettivo dell’operazione da gangster di Trump, oppure è l’idea di un mondo che potremmo definire suddiviso tra schiavi e proprietari di schiavi?
Il petrolio è importante, eccome se lo è. Basti guardare a due tra gli ultimi paesi bombardati dall’attuale amministrazione statunitense, la Nigeria e il Venezuela, appunto. La Nigeria è il più grande produttore di petrolio in Africa, e il paese che più ha subìto la presenza delle società petrolifere, da quelle statunitensi alle europee, Eni compresa. È sempre importante ricordare il prezzo altissimo che la Nigeria ha pagato in termini umani, sociali, ambientali, simboleggiato dall’uccisione di Ken Saro Wiwa e degli altri otto attivisti, e dalle sofferenze del popolo Ogoni nel delta del Niger. E il Venezuela? È il paese al mondo con la maggiore quantità di riserve petrolifere. Guida una classifica, quella delle riserve a livello globale nel 2024, che, a oggi, sembra un trattato di relazioni internazionali. Non di geopolitica, per favore. Di relazioni internazionali, e in particolare di politica estera statunitense. Ecco la classifica. Venezuela al primo posto, seguito da Arabia Saudita, Iran, Iraq, Emirati Arabi, Kuwait, Russia, Libia. Al nono posto, appunto, gli Stati Uniti, che con i paesi che la precedono hanno, a seconda dei regimi e delle intese, rapporti tesi, tesissimi, buoni. Rapporti comunque di forza, in cui gli strumenti possono anche essere i ricatti e l’occupazione militare.
E allora, perché andare oltre il petrolio, se già l’oro nero fornisce una chiave di lettura semplice ed efficace? Perché bisogna andare al cuore delle questioni. Il petrolio è l’espressione di un capitalismo arrivato alla sua massima espansione, e dunque alla soglia di frattura. Gira virale sui social una frase attribuita a Josh Zepess (ho provato a cercare il testo originale, senza successo): “il capitalismo ha bisogno dell’imperialismo all’estero, del fascismo a casa, e della democrazia di fronte alle telecamere”. Non ci sarebbe neanche bisogno di spiegarla, perché contiene molto, di quello che sta succedendo, in questo tempo che non inizia il 7 ottobre 2023 (Gaza), e neanche il 24 febbraio 2022 (Ucraina), ma che trova in queste due date quelle faglie che ci fanno riconoscere punti importanti, e forse punti di non ritorno in questo inizio di storia del terzo millennio.
Mi convince di più, però, una descrizione che ha a che fare con una durata ancora più lunga di quella dell’era del capitalismo. L’era dello schiavismo, antico e contemporaneo, con tutte le variazioni della storia. Non è casuale, peraltro, che proprio gli Stati Uniti (con Trump, ma non solo) siano al centro di quella che si sta profilando come una vera e propria “guerra civile globale”. La schiavitù, il suo impatto nella storia dell’Africa, la necessità di una riparazione simbolica (non finanziaria) della più imponente opera di violazione dei diritti a livello globale della storia umana, è la passione e l’ossessione di Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura e, parimenti, un campione della dissidenza, un modello di dignità e coraggio. In un discorso tenuto all’Assemblea generale dell’Onu nella giornata internazionale dedicata nel marzo scorso – appunto – alla schiavitù, Soyinka, il Professore e lo scrittore, il drammaturgo e il dissidente che è stato anche ‘ospite’ delle patrie galere nigeriane, è andato al cuore della questione odierna con poche, potenti pennellate. “Slavery means, to be owned”. “Essere schiavi significa essere posseduti”. Essere proprietà di qualcuno.
Prosegue Soyinka: “Significa – indipendentemente dall’età, dal sesso, dalla fede o dallo status sociale – essere soggetti alla volontà altrui. Significa vedersi negata, come condizione stessa dell’esistenza quotidiana, quella dote umana fondamentale che è la volontà.
Questa condizione è rappresentata in più di un’occasione nel film Django Unchained, dove il cattivo della storia, infuriato per un tentativo di superarlo in astuzia in uno scambio di esseri umani, stringe violentemente il viso di quella merce femminile e ringhia:
“Questa è una mia proprietà. Posso fare di lei quello che voglio”. […]
Quel particolare momento cinematografico è emerso come un’eco, ironicamente, di una dichiarazione di una mente radicale, un leader comunitario e prelato molto stimato. Stava sfogando la sua indignazione per quella che considerava una posizione ipocrita dell’Occidente riguardo all’omicidio giudiziario dei Nove Ogoni, impiccati dopo un processo farsa. Le sue parole, non esatte ma abbastanza accurate, erano:
“Chi sono questi europei per dire a un governante africano chi impiccare e chi no?””
Per fare un esempio attualissimo: è l’arbitrio che decide chi ricevere con tutti gli onori e chi catturare. Lo ha fatto Trump, tra gli ultimi giorni del 2025 e i primi del 2026. Ha ricevuto con tutti gli onori Netanyahu, destinatario di un mandato di cattura da parte della Corte Penale internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, e l’Italia ha concesso il nostro spazio aereo al velivolo che portava il premier israeliano in Florida. Lo stesso Trump ha dato l’ordine di sequestrare un capo di stato straniero nella residenza ufficiale, seguendo passo passo le operazioni, e lo ha fatto portare negli Stati Uniti. E la nostra presidente del consiglio ha sostenuto Trump, definendo quell’attacco senza regole come “un’azione difensiva legittima”.
Ecco, inserire il bombardamento illegittimo, e ancor di più, illegale compiuto dagli Stati Uniti contro un paese sovrano, il Venezuela, nella storia della schiavitù, quella che più ha segnato il mondo, e che il mondo (non occidentale) considera come il crimine più efferato, consente di comprendere meglio ciò che sta accadendo ovunque negli anni più recenti. Schiavitù che comprende tutte le rotte del ‘mercato’ degli esseri umani. Non solo quella Atlantica, ma quella mediterranea e quella dalla penisola arabica verso oriente.
Ed è ancora una volta l’attacco al Venezuela a renderlo trasparente: attuare un sequestro di persona (“Posso fare di lei ciò che voglio”), travestirlo da giustizia, piegare poi la giustizia ai voleri dell’esecutivo trumpiano (ricorda qualcosa che sta accadendo in casa nostra?) inserisce gli atti all’interno di una concezione precisa delle relazioni umane, e nonumane. Siamo schiavi, siamo subalterni, siamo commodity, siamo merce. Oppure siamo commercianti di schiavi, proprietari di schiavi, potenti. Ovunque. In Italia. In Nigeria e in Venezuela. In Iran. In Yemen. Ovunque. A Gaza soprattutto, perché – e lo si era intuito – Gaza era ed è laboratorio. Ciò che si consente a Gaza, si consente a Caracas e anche a Roma. Imperialismo all’estero, fascismo in casa. E con le parole, svuotate, della democrazia ci si può giocare un discorsetto a favore delle telecamere. Solo telecamere, però, non certo di fronte a giornalisti che fanno domande.
Perché saltare a piè pari il capitalismo e rivolgere lo sguardo ancora più indietro? Perché gli anni a cavallo tra XX e XXI secolo ci avevano abituato, con tutte le contraddizioni palesi, a una possibilità. La possibilità che le regole, pur limitate, costituite come corpus all’indomani della seconda guerra mondiale, si potessero applicare a tutte e tutti. Agli stati e agli individui, non solo in termini di diritti individuali e civili, ma persino in termini di diritti sociali. Un amico caro, che ha passato la vita professionale nell’Onu, me ne ha dato un giorno una lettura dall’interno. Negli anni Novanta l’Onu, la sua burocrazia e la sua struttura, si è trovata sola, senza la longa manus degli stati che contavano, e che contano ancora. Era caduto il muro di Berlino, grazie alla pressione popolare dei tedeschi dell’est, e i paesi si stavano ancora leccando le ferite per comprendere come rimettere in piedi un ‘ordine’. Non più quello ormai stantio della Guerra Fredda. È come quando un telegiornale non ha un direttore: nella fase di transizione, la macchina del tg va per conto proprio, applica le regole del giornalismo tout court. E così, l’Onu ha prodotto cose che non aveva mai prodotto in decenni: convenzioni sui diritti, rapporti, una parvenza di ordine costruito su regole di convivenza e difesa dei diritti. Con tutte le eccezioni tremende del caso, dal Ruanda al Kosovo. In nuce, però, si era capito cosa si sarebbe potuto fare. Poi i singoli paesi hanno ricominciato la danza solita: rapporti di forza e di potere, compromessi molto poco onorevoli, negoziati al ribasso.
Ora che l’Onu è stata svuotata di significato, in particolare da Israele sulla Palestina, con il silenzio/assenso dell’occidente, non c’è neanche la parvenza, neanche la possibilità delle regole che proteggano tutte e tutti. Così, perché non tornare alla legge del commerciante di schiavi? Nessuna regola, solo la forza di chi impone di essere proprietario. Capitalismo in nuce. Ma ben oltre il capitalismo.
È solo l’inizio. E sarà difficilissimo uscirne salvi e sani. A meno che i senzapotere non si accorgano che qualcosa lo hanno già fatto. I potenziali schiavi avevano deciso di agire e portare Zohran Mamdani a guidare la città di New York, la spina nel fianco di Trump. Trump, dopo alcuni giorni in compagnia di Netanyahu, ha guarda caso deciso di attaccare il Venezuela, sequestrare Maduro e portarlo in manette nella Grande Mela, dove una magistratura che ha la separazione delle carriere, dunque con un procuratore legato all’esecutivo, processerà un capo di stato straniero.
È solo l’inizio. E non sappiamo ancora come andrà a finire. Per fortuna.
PUNTI DI VISTA: STUPRO E CONSENSO
Oggi leggevo queste righe, abbastanza note.
Ci avete detto di non portare vestiti attillati, gonne corte, scollature profonde: l’abbiamo fatto e ci hanno violentate lo stesso.
Ci avete detto di non uscire la sera, di non uscire da sole: e ci hanno ammazzate in casa.
Ci avete insegnato a diffidare degli estranei: e ci hanno ammazzate i mariti.
Ci avete raccomandato di non accettare l’appuntamento chiarificatore: e ci hanno aspettate sotto casa.
Ci avete suggerito di denunciare i violenti: l’abbiamo fatto e non è bastato.
Noi una cosa sola vi abbiamo detto: EDUCATE diversamente i MASCHI. Ci avete risposto delirando sul gender e affermando che non tutti gli uomini sono violenti.
Così ci siamo rassicurate: non moriremo tutte.
E leggevo anche del rilancio del centro-destra rispetto alla legge sullo stupro che per la prima volta si allontana dall'idea di "dissenso" per adottare il criterio del consenso libero e attuale. La legge (basata anche su una sentenza della Cassazione) è stata approvata tramite un accordo politico tra maggioranza ed opposizione alla Camera, ma ha poi ricevuto uno stop al Senato dalla maggioranza, con la Lega come sempre in testa. Adesso ritorna in agenda (potrebbe essere approvata in Senato a febbraio, ma richiederebbe un nuovo passaggio alla Camera in quanto modificata) con una proposta della Lega che la modifica in consenso "riconoscibile". Le pretese preoccupazioni riguardano la possibilità di vendette attuate dalle donne (notoriamente erinni vendicative) nei confronti degli uomini - in procedimenti che come è noto sono poco inquisitivi nei confronti delle donne, della loro vita precedente, del loro modi di vestirsi ed atteggiarsi e sono tutti sbilanciati verso le donne, non verso gli stupratori.
Purtroppo non ne capisco abbastanza di leggi per dare un'opinione informata, ma mi è venuto un pensiero diciamo "di contenuto". Ho pensato che è necessario stare molto attente agli aggettivi che vengono usati, alle svolte che determinano nelle narrazioni.
Il consenso "libero e attuale" spostava il punto di vista dallo stupratore, su cui era sempre stato incentrato, alla stuprata e abusata. Ora, se il consenso al rapporto sessuale torna ad essere “riconoscibile”, il punto di vista torna ad essere quello dello stupratore. Ed è gravissimo, secondo me.
Che stanchezza, però...
