domenica 24 maggio 2026

A PROPOSITO DI GIANNI RODARI

A proposito di Gianni Rodari vorrei per l’ennesima volta confermare che un genio riesce a vedere lontano. Questo è un racconto di Rodari del 1973, nel libro Novelle fatte a macchina

  La macchina per fare i compiti 

Un giorno bussò alla nostra porta uno strano tipo: un ometto buffo vi dico alto poco più di due fiammiferi. Aveva in spalla una borsa più grande di lui.

- Ho qui delle macchine da vendere - disse.

- Fate vedere - disse il babbo.

- Ecco, questa è una macchina per fare i compiti. Si schiaccia il bottoncino rosso per fare i problemi, il bottoncino giallo per svolgere i temi, il bottoncino verde per imparare la geografia: La macchina fa tutto da sola in un minuto.

-Compramela, babbo!-dissi io.

-Va bene, quanto volete?

-Non voglio denari-disse l’omino.

-Ma non lavorerete mica per pigliar caldo!

-No, ma in cambio della macchina voglio il cervello del vostro bambino -

-Ma siete matto!-esclamò il babbo.

-State a sentire, signore – disse l’omino, sorridendo. -Se i compiti glieli fa la macchina, a che cosa gli serve il cervello?

 -Comprami la macchina. Babbo! Implorai.- Che cosa ne faccio del cervello? 

Il babbo mi guardò un poco e poi disse:-Va bene, prendete il suo cervello.

L’omino mi prese il cervello e se lo mise in una borsetta. Com’ero leggero, senza cervello! Tanto leggero che mi misi a volare per la stanza, e se il babbo non mi avesse afferrato in tempo sarei volato giù dalla finestra.

-Bisognerà tenerlo in gabbia- disse l’ometto.

-Ma perché?-domandò il babbo.

-Non ha più cervello, ecco perché. Se lo lasciate andare in giro, volerà nei boschi come un uccellino, e in pochi giorni morirà di fame!

Il babbo mi rinchiuse in una gabbia, come un canarino. La gabbia era piccola, stretta, non mi potevo muovere. Le stecche mi stringevano tanto che...alla fine mi svegliai spaventato. Meno male che era stato solo un sogno!

Vi assicuro che mi sono subito messo a fare i compiti.

Beh, nel 1973 spiegava con parole semplici l’Intelligenza Artificiale, l’AI. Vedeva molto lontano.

  


    

 

OGGI È PENTECOSTE

 Gigi ci ha ricordato durante la nostra videochiamata settimanale che oggi è Pentecoste, perché in Olanda, ma anche in Francia e in Svizzera, il lunedí di Pentecoste è un giorno festivo. Io ho commentato che da noi non si da più di tanto importanza alla festività di Pentecoste, ma Roberto ha osservato che invece per i nostri vecchi era una festività importante, tanto è vero che sua madre, per Pentecoste, ripeteva sempre, per sottolineare il carattere festivo,  il detto in dialetto “Inco’, fina i oslen in porten gnanca da magner ai picèn dal ní” (oggi perfino gli uccellini non portano da mangiare ai piccolini nel nido). Non l’avevo mai sentita, deliziosa, secondo me.

venerdì 22 maggio 2026

MA LO SA LA PRINCIPESSA?

Alcuni giorni fa, piccolo raggio di luce nel mare plumbeo della cronaca di questi giorni, la principessa Kate d’Inghilterra è venuta a Reggio Emilia per approfondire quello che è ormai internazionalmente noto come il Reggio Approach, un marchio durevole nel tempo perché all’inizio degli anni ‘90 , quando studiavo a Purdue University presso la School ef Education, appena sapevano che ero italiana mi chiedevano tutti del Reggio Approach. In seguito ho avuto la fortuna di vederlo operativo in loco. Non sto qui a parlarne, anche se ci sarebbe molto da dire sulle confusioni e mistificazioni e banalizzazioni che ho visto e sentito in abbondanza. Vorrei però parlare di un’altra cosa, di quella bella, alta, elegante ed evidentemente intelligente principessa che è andata in visita nelle scuole dell’infanzia reggiane. 

Quello che mi ha suscitato il sorriso è il pensiero che i più non realizzano che il Reggio Approach, nonostante il nome inglese, è una realizzazione, ma prima ancora un’idea, comunista.

Alcuni fanno derivare addirittura la genesi da un episodio storico avvenuto a Villa Cella (frazione di Reggio Emilia) nel 1945. A Villa Cella nel 1945 i tedeschi in ritirata avevano abbandonato un carro armato, sei cavalli e 3 camion. Invece di rottamare il carro e far carne da macello delle bestie le donne dell'UDI  (Unione donne italiane, gruppi di difesa recentissimamente formati), decisero di vendere tutto per raccogliere dei fondi. Con quel denaro nacque il primo asilo del popolo. L’idea era  di fare degli istituti che fossero nuovi e che fossero per tutti. Un'istituzione portata avanti e finanziata da giunte comunali comuniste che invece di mangiare i bambini pensavano alla scuola come strumento di emancipazione e come strada per per superare le diseguaglianze sociali.

Il momento storico più ricordato data comunque agli anni sessanta: il sindaco comunista Renzo Bonazzi decide di collaborare con il pedagogista Loris Malaguzzi per ripensare radicalmente il sistema dell’infanzia, transitandolo dalla logica assistenzialista (miseramente finanziata e pauperistica) in cui si trovava ad un luogo formativo attento allo sviluppo delle potenzialità e dei “linguaggi” dei bambini di ogni ceto sociale. Nei primi anni ‘70 poi arrivò a Reggio anche Gianni Rodari e la collaborazione tra Gianni Rodari e il pedagogista Loris Malaguzzi fu straordinaria e profonda. Da quell'esperienza e dal loro confronto nacque il celebre saggio "Grammatica della fantasia" (1973), che Rodari dedicò proprio alla città di Reggio Emilia. 

Il programma del Reggio Approach è stato scritto, realizzato, modificato, perfezionato ed è reperibile in tanti libri, articoli, documentazione,  ma spesso, e a ragione, vengono richiamate le parole di Ida Cavallini (militante UDI e accompagnatrice dei bambini che arrivavano in Emilia Romagna con i "treni della felicità") come sintesi del senso e del significato dell’hummus che l’ha immaginato, creato e protetto;

"Noi donne non abbiamo mai smobilitato. Venivamo dalla Resistenza e affrontavamo un’altra resistenza, lottavamo contro la miseria… e così ospitammo i bambini del Meridione e i bambini del Polesine. Le nostre organizzazioni, l’Udi, il Partito, le Camere del Lavoro, erano sempre presenti.  Ma il compito dell’accoglienza ai bambini fu solo l’inizio. Ci fu la lotta per gli asili, poi abbiam voluto le scuole a tempo pieno, poi abbiam voluto il centro ricreativo estivo e le colonie. Sono state lotte dure, ma le abbiam condotte e vinte. Non volevamo bambini in mezzo a una strada, volevamo che fin da piccoli imparassero ad associarsi, a volersi bene, a scrivere, a leggere, a diventare delle persone umane."

A Loris Malaguzzi gli amministatori e le amministratrici reggiane consegnarono il mandato di creare un mondo che aiutasse i bambini a crescere al meglio, ad aumentare le loro potenzialità, mentre le loro madri potevano uscire da casa a fare altro, a lavorare e a crescere come persone, come donne, come cittadine. E su questo mandato sono state investite le risorse pubbliche, economiche, culturali ed affettive della comunità reggiana, a fronte di un sentire conservatore e di destra, peraltro ancora molto attuale, che sosteneva che solo la famiglia fosse il luogo ideale dove crescere i nostri bambini e che la scuola dagli zero ai sei anni dovesse essere solo un pallido sostegno alle famiglie e non un luogo di crescita, incentrato sui diritti dei bambini, posti al centro della società in cui vivono. (E la famiglia sappiamo molto bene come deve essere composta, è chiaro).

Mi chiedo con un sorriso se la bella e sorridente principessa sa tutto questo e se tutti quei pinguini che si arrotano in bocca il Reggio Approach (no, non i reggiani, i reggiani, perfino i politici reggiani, fanno e non millantano, ma tanti altri, specie concentrati intorno a Roma) sanno tutto questo. Sono quasi certa che Kate Middleton non lo sa, è una parte di storia che non le hanno spiegato, ma sono quasi altrettanto certa che se lo sapesse non le importerebbe - le scuole dell’infanzia di Reggio Emilia (e tante altre) sono incantevoli, sono luoghi di pace e di crescita. Ne abbiamo tanto, tanto bisogno.

lunedì 18 maggio 2026

DONALD TRUMP

 Donald Trump non è un eroe populista incompreso che si è ritrovato per caso nell'autoritarismo. È un truffatore di lunga data che ha scoperto che la paura vende più velocemente degli appartamenti. Ogni capitolo della sua vita si ripete allo stesso modo: sfruttare le debolezze altrui, creare uno spettacolo, negare le responsabilità, ripetere. Come uomo d'affari vendeva illusioni. Come presidente vende risentimento. Il prodotto è sempre lo stesso: se stesso. Vendere se stesso è la merce più preziosa di Trump. Chi l'avrebbe mai detto?

Non è un leader. È un uomo di marketing. La leadership richiede verità, moderazione e servizio. Lui si nutre di performance, escalation e alimentazione del proprio ego. La campagna elettorale non finisce mai perché la campagna elettorale è fatta di applausi, e gli applausi sono ossigeno. Le politiche sono secondarie. La realtà è negoziabile. L'unico parametro che conta è se la narrazione protegge la sua fragile immagine di sé. Se la verità gli fa comodo, la usa. Se le bugie gli sono più utili, vi ricorre senza esitazione. In questa equazione non c'è bussola morale, solo utilità. E ciò che rende possibile questa metastasi non è solo l'uomo, ma anche il meccanismo che lo protegge. Un Congresso repubblicano che un tempo fingeva di credere nella Costituzione ora la tratta come una lettura facoltativa. Hanno barattato la supervisione con l'obbedienza, i principi con la vicinanza al potere. Sanno benissimo cosa fare. Questa è la parte più grave. Lo sanno, eppure obbediscono lo stesso. Non è solo codardia; è complicità.

La presidenza di Trump non è mai stata incentrata sul governo. È stata incentrata sul dominio. Considera le istituzioni come nemiche, non come fondamenti. La stampa deve essere punita. Il dissenso deve essere schiacciato. I giudici devono essere leali. I funzionari pubblici devono inginocchiarsi. Le minoranze, le donne, i veterani, i disabili, chiunque si rifiuti di orbitare attorno al suo ego diventa un bersaglio. La vendetta non è un effetto collaterale; è il sistema operativo. Ecco perché parlare di "caos" e "controversia" è un eufemismo. Ciò a cui stiamo assistendo è corrosione. Una minaccia interna alla stabilità democratica mascherata da populismo. Un uomo che equipara la lealtà personale al patriottismo e la critica al tradimento. Questa è la logica di un tiranno, non di un governo repubblicano.

Il mondo lo vede. Gli alleati vedono instabilità e si chiedono se ci si possa ancora fidare dell'America, in grado di onorare gli impegni presi anche dopo la fine dell'ego di un singolo individuo. Gli avversari vedono le crepe e bramano la vittoria. Una nazione divisa è più facile da manipolare. Una democrazia indebolita è più facile da minare. Il pericolo non è solo che Trump creda di avere sempre ragione. Il pericolo è che creda di averne diritto. Diritto al potere. Diritto all'immunità. Diritto a piegare il Paese per placare le proprie paure. E più a lungo continua questa normalizzazione, più difficile diventa ricordare cosa significhi una leadership stabile.

Invertire questa tendenza non si otterrà solo con l'indignazione. Richiede una forte volontà civica, elettori, istituzioni e leader disposti a scegliere il Paese anziché il culto, la Costituzione anziché la convenienza. Richiede americani che si rifiutino di confondere il rumore con la forza o la crudeltà con il coraggio. Perché se non tracciamo noi quella linea in modo chiaro e deciso, lo farà la storia. E raramente è indulgente nei suoi verdetti.


—Michael Jochum

"Non solo un batterista: Riflessioni su arte, politica, cani e condizione umana"

(Traduzione con Google)


giovedì 14 maggio 2026

UN UOMO E IL SUO OROLOGIO

 Roberto da lungo tempo è innamorato di questo orologio. È un orologio che fa parte della linea di orologi, molto riconoscibili, delle ferrovie svizzere, un brand.



Alcuni mesi fa, incoraggiato da noi tutti, ha pensato di meritarselo e se l’è comprato, a Zurigo, durante una delle visite a nostra figlia. 

Il primo segno del destino è cominciato con la commessa del negozio che dice a Roberto di presentarsi, al passaggio della frontiera, alla Dogana per avere il tax refund, cioè la restituzione delle tasse locali applicate sull’orologio. Diligentemente, quindi, Roberto parcheggia la macchina alla Dogana e va (io rimango ad aspettarlo in macchina) a fare l’operazione con lo scontrino col timbro del negozio. Purtroppo sbaglia e improvvidamente invece della Dogana svizzera va a quella italiana, dove, come mi informa furibondo tra improperi e bestemmie al suo ritorno alla macchina, non solo non gli ridanno dei soldi, ma gli applicano la differenza tra le tasse di importazione italiane e quelle svizzere. Risultato: 120 euro di tasse che vanno ad aggiungersi al prezzo esagerato di 660 euro pagati per l’orologio. 

Col tempo, l’incazzatura si attenua, in fondo sono solo soldi e alla fine c’è solo un uomo felice con il suo bell’orologio nuovo. Ma il destino è sempre lí, in agguato. Poco tempo dopo, Roberto si accorge che il vetro del quadrante dell’orologio è incrinato, percorso da raggi profondi, tagliato. Sulle cause non abbiamo insistito ad investigare più di tanto perché Roberto era davvero furibondo (il suo commento più dolce era “questa merda di orologio che mi hanno rifilato che sembra robusto e invece è una fregatura solenne” - ho usato sinonimi più, diciamo, ascoltabili delle parole veramente usate). Non restava altro, appena recuperata un po’ di lucidità (ci ha messo settimane, comunque) che appellarsi alla nostra paziente figlia perché si rivolgesse al negozio svizzero per chiedere lumi ed aiuto. Al negozio le hanno risposto che bisognava mandare l’orologio alla casa madre, corredato dalla garanzia, e chiedere a loro. 

Durante una visita successiva a Zurigo c’è stata la consegna poco convinta ad Anna dell’orologio perché tentasse la riparazione. La poca convinzione era anche legata al fatto che, come succede con tutti i documenti che passano per le mani e lo zaino di Roberto, la garanzia non si trovava più.

E arriviamo allo scorso 29 aprile, quando arrivano a Sanguigna per qualche giorno Anna ed Olivia, giusto il giorno dopo del sessantottesimo compleanno del nonno. Torta con candeline da spegnere per festeggiare e l’orgoglioso sorriso di Olivia mentre porge al nonno il loro regalo, il famoso orologio tornato integro, nuovo e fiammante. Torna quindi la diade uomo felice e il suo (nuovamente amato) orologio, una storia finita bene (a parte quanto è costato - io ho osato chiedere ad Anna quanto ha speso ancora, ma lei ha risposto piuttosto seccamente “È un regalo e quindi non si chiede e non importa” - il tono della risposta denunciava a mio parere una certa sofferenza per la cifra sborsata…). Fine della saga del Grande Orologio Impossibile? Eh, no, manca ancora l’ultimo atto (non lo definisco “finale” per scaramanzia).



Anna e Olivia ripartono il 3 maggio, domenica, e la sera stessa Roberto mi confessa che da un paio di giorni non trova più l’orologio. La sua ipotesi è che Olivia possa averci giocato e poi averlo lasciato in giro.  Passiamo quindi la domenica sera a cercare per tutta casa l’orologio senza risultato e sul tardi, passate le 23, Roberto si decide a mandare un Whatsapp all’Anna per farle chiedere a Olivia se ricorda qualcosa. A questo punto pur con la scarsa fede che possediamo ringraziamo il cielo di avere una figlia molto sveglia, perché l’Anna alle 7 del lunedí mattina ha risposto “Olivia é a letto e glielo chiederò quando si sveglia, ma tu hai provato a guardare nella borsa dello yoga che hai usato giovedì sera?”.

E niente, l’orologio è tornato (momentaneamente?) al polso.  Evviva.

lunedì 11 maggio 2026

RACCONTAMI UNA STORIA VERA

(Michele Serra, OK BOOMER, oggi)

Ho visto, l’altra sera a Propaganda Live, un reportage di Francesca Mannocchi dal sud del Libano. Bellissimo. Persone, volti, case distrutte. Sunt lacrimae rerum, Virgilio, primo libro dell’Eneide. Nessun commento, nessun giudizio, solo racconto. Puro racconto.
Che ogni racconto sia conseguenza della sensibilità e del punto di vista dell’autore è certamente vero. Non esiste “l’oggettività”, voglio dire. Ma quando la soggettività, la voce del singolo, si mette al servizio delle cose e dà voce al mondo, ci fa due regali preziosi, importanti.
Il primo regalo è aiutarci a conoscere. A saperne di più. Il secondo regalo è ammutolirci, almeno per la durata del racconto, perché se parliamo non possiamo ascoltare. E il racconto, dai tempi dei tempi, richiede che qualcuno racconti e qualcuno ascolti, o legga, o guardi il film. Adesso mettiamo da parte questo incipit. Ci servirà tra poco.
«Non si può avere una società mentalmente, fisicamente e psichicamente malata come quella americana e aspettarsi che le persone non cerchino la radicalizzazione». Sono parole di Stephen Markley, lo scrittore americano autore di Diluvio, tratte dalla lunga intervista di Annalisa Cuzzocrea su Repubblica.
Colpisce l’indicazione di un rapporto diretto, di tipo causa-effetto, tra disagio psichico e radicalizzazione. Come se lo squilibrio dei discorsi, delle opinioni, dei giudizi fosse conseguenza diretta dello squilibrio della mente che li produce. E la radicalizzazione (il fanatismo, per usare un termine più classico) fosse, dunque, il sintomo più evidente di una vera e propria patologia sociale.
Non sono uno psichiatra e non ho idea se questo nesso esista davvero, e in quale misura. Ovvero se il fanatismo sia direttamente proporzionale al livello di angoscia, o di insicurezza, o di paranoia che investe non solo singoli individui, ma il corpo sociale nella sua interezza.
Ma da persona che lavora con le parole da una vita posso solo dire che sì, la radicalizzazione delle opinioni, l’assertività dei giudizi, l’aggressività dei toni, l’uso delle parole come arma d’assalto fanno parte di una postura molto diffusa, e certo non in fase di regressione, alla quale l’avvento dei social ha fornito il medium più confacente: veloce, sovraffollato e caotico, laddove leggere, scrivere, conoscere, pensare sono attività che richiederebbero tempo e silenzio.
Aggiungo: anche capacità di ascolto, come ben sa chiunque, a qualunque livello, lavori per ricucire le ferite umane e le ferite sociali.
(Il linguaggio di Trump – per fare l’esempio più eclatante – è un caso impressionante di adozione “dall’alto” di un modo di comunicare rasoterra: “basso”, frettoloso, superficiale, autoriferito, sprezzante, come se anche il presidente degli Stati Uniti fosse solo una voce che inveisce in mezzo alla folla. Sarebbe indistinguibile dalle altre, la voce social di Trump, se non inalberasse, inverosimili sopra una merce così dozzinale e scadente, le insegne del potere. Il motto della comunicazione social di Trump potrebbe essere quel “baciatemi il culo” che almeno un paio di volte ha pronunciato: e parlava di altri capi di governo).
Del linguaggio dominante sui social si sa, è stato già detto: prevale il “baciatemi il culo”. Ma la postura giudicante e aggressiva, e la conseguente scrittura giudicante e aggressiva, prosperano anche in una parte non piccola dei media “classici”.
Ci sono giornalisti e giornali che ci campano. Che siano contagiati dai social oppure li contagino, o più classicamente ripetano le vecchie solfe dell’odio politico (che precede, eccome, la nascita dei social), importa poco: però importa ribadire che, rispetto ai social, hanno una responsabilità maggiore. Per loro la parola è un mestiere, non un passatempo. E a garantire la qualità del pane dovrebbero essere, prima di chiunque altro, i fornai.
Chi scrive per mestiere ha dunque il dovere di chiedersi, nella condizione data, se e come il suo racconto della realtà possa arginare l’alluvione dei giudizi sommari, che sono la materia prima del fanatismo politico – al netto della stupidità, che ne è una componente irrimediabile. La risposta è sì: un racconto ben fatto, che calandosi nel vivo delle cose umane non può che coglierne l’imponenza, la drammaticità e la complessità, è di per sé una cura di quel “male mentale” di cui parla Markley, che è la sopraffazione degli altri – nel terrore di esserne sopraffatti.
E qui torniamo a Mannocchi e al nostro incipit. Cercate di raccontare bene una cosa, e avrete costruito una piccola isola nella palude. Che poi questo racconto, in un secondo momento, possa essere fatto a brani o manipolato o frainteso, strappato dal suo contesto, usato come pretesto, fa parte del rischio della socialità contemporanea – quasi nessuno legge qualcosa per intero, ma tutti parlano di tutto in modo relato, indiretto, di rimbalzo, per sentito dire, in una specie di “telefono senza fili” che coinvolge ormai miliardi di persone.
Questo non toglie che l’intenzione narrante sia il contrario preciso dell’intenzione giudicante. Direi: l’antidoto. Ed è all’intenzione narrante che questo spazio cerca di essere devoto fino dai suoi primi episodi.
Fossi un terapeuta degli haters direi loro, per prima cosa: racconta qualcosa di tuo. Prova a farlo. Sospendi per un istante il tuo giudizio sugli altri. Metti in gioco quel poco o quel tanto che sei, quel poco o quel tanto che sai. Accendi il tuo computer e, siano dieci o dieci milioni i tuoi followers, dì loro qualcosa di tuo. Dai loro qualcosa che ti appartiene.


venerdì 8 maggio 2026

I GIORNI DEGLI AMARYLLIS

 

Come ogni anno, questi sono i giorni degli Amaryllis, fioriti nell’intensità di un rosso che sembra velluto, rigogliosi in pochi giorni e per pochi giorni, poi di ritorno nel riposo dei loro bulbi fino alla prossima chiamata alla fioritura.
Ho una storia per me tenera legata agli Amaryllis. Correva l’anno 1987 e con Roberto abbiamo deciso e compiuto una piccola impresa che da un po’ meditavamo: il Coast to Coast degli Stati Uniti, los Angeles - New York, diecimila chilometri di cieli americani.
Al ritorno, felici e piuttosto gasati, drogati da tutta la bellezza che avevamo incontrato, facciamo tappa all’aeroporto di Amsterdam, Schipol, e lí vediamo un bulbo di Amaryllis decisamente enorme, come mai ne avevamo visto uno. Ci ricordiamo che la mamma di Roberto, l’amorevole Bianca dal pollice verdissimo, amava molto gli Amaryllis e decidiamo di portarle a casa in regalo questo enorme bulbo. 
Gli Amaryllis della foto sono tutti figli di quel bulbo (mi sembra che qualche altro esemplare popoli il giardino di qualche amico) e di quel piccolo gesto d’amore scelto quel giorno di tanti anni fa. Quando li guardo non posso fare a meno di pensare quanta storia della nostra vita si sia dipanata con loro muti testimoni (ma anche quel bulbo ha avuto una vita passata al fianco della nostra…)