martedì 27 ottobre 2026

E PAPÀ (NONNO) SERRA E ADOLESCENTI

 Martedì 27 ottobre 2026, Ok Boomer, Michele Serra

La violenza è perdente, oltre al resto

«Il solo fatto davvero rilevante, che lascia il segno, è quell’antichissimo strumento di creazione collettiva che si chiama: coscienza politica»






“Le scrivo per esprimerle la mia posizione riguardo le proteste a Milano. Io faccio parte di questi adolescenti incazzati con il mondo, ho 17 anni e credo ancora, forse per via dell’illusione della gioventù, che le manifestazioni, i moti di protesta, possano effettivamente cambiare le cose. Ho visto gli scontri, ho osservato la distruzione delle strade, dei negozi, degli spazi pubblici, ma l’unica cosa che sono riuscito a provare è orgoglio. Sono orgoglioso dei miei coetanei che hanno deciso di lottare contro un sistema ingiusto e inadeguato ad affrontare le nuove e difficili sfide che l’innovazione tecnologica impone.

Dall’alto della mia incoscienza giovanile, credo fortemente nella violenza come strumento di lotta, come mezzo per farsi sentire; sono stati colpiti i simboli dei padroni, punti vendita di grandissime multinazionali che, sicuramente, avevano ricche assicurazioni, edifici pubblici simbolo della corruzione della classe politica attuale. La protesta è sempre stata violenta, e per quanto a volte non abbia portato a successi, penso sia l’unico modo per agire. Mi faccia sapere come la pensa, se sono riuscito a cambiare anche solo minimamente la posizione di uno dei giornalisti che apprezzo di più, grazie”.
Giacomo

Caro Giacomo, non si può dire che non vai dritto al punto. Sei a volto scoperto (hai firmato, educatamente, con nome e cognome, ma vista l’aria che tira preferisco mettere solo il tuo nome), e meriti una risposta a volto scoperto.

Rinuncio in partenza a ogni tiritera morale su un tema, quello della violenza, che pure ha enorme rilievo etico e politico: da sempre. Generazioni e generazioni prima della tua, e della mia, ci si sono rotte la testa – la metafora è in tema… – senza venirne a capo: forse perché la violenza è un materiale sociale onnipresente, sotto mille forme, e illudersi di esorcizzarla con le buone intenzioni è come voler spegnere il fuoco facendogli una ramanzina. Lasciamo perdere, dunque, le esortazioni disciplinari e il richiamo alle buone maniere, che quelli già li sappiamo, sia tu che io.

(Mi limito a segnalare che, specie in rapporto al tema della guerra e della pace, esiste anche un potente pensiero non violento. Aldo Capitini, Danilo Dolci, Gandhi, Martin Luther King, Bertrand Russell sono i primi nomi che mi vengono in mente. Tenerli presenti, male non fa).

Venendo ai tumulti milanesi (tumulto è una parola che amo molto, etimologicamente vuol dire “gonfiarsi, ribollire”, qualcosa che non riesce a contenersi. Dà un’impronta fisiologica, non ideologica, ai moti di piazza). Tu dici: era ora, è un segno di vita dopo troppo sonno, rivendico la vitalità dei miei coetanei che spaccano tutto, come se si destassero da un lungo letargo.

Capisco l’atteggiamento emotivo (il sentimento vitale del risveglio) e arrivo a cogliere perfino il brivido estetico dello scontro. Io sono uno che già alla tua età scappava alla prima scintilla, la violenza fisica mi ha sempre fatto orrore, ma esiste una ricca iconografia (romantica?) sullo street fighter, il combattente di strada che affronta il potere quasi a mani nude. E una relativa mitologia: anche il pastorello seminudo Davide che lancia il sasso contro il guerriero catafratto Golia, in fin dei conti, era uno street fighter.

Proviamo, allora, a metterla proprio sul piano del fight, della lotta, del combattimento. Delle forze in campo. Di fronte alla forza dello Stato la violenza di strada è uno sputacchio che si stampa su una cattedrale. Già domani mattina lo sputacchio sarà ripulito, ma tutti i video del mondo ci avranno zoomato sopra, e quello che a te può sembrare un atto di salubre ribellione verrà accolto da una parte molto grande dell’opinione pubblica come una bestemmia inaccettabile.

La quiete pubblica, il decoro pubblico non sono solo pretesti della propaganda (anche se la propaganda di destra gongola sulle vetrine rotte), sono anche motori importanti, e comprensibili, della psicologia collettiva. La repressione delle rivolte urbane è tutt’altro che impopolare. Mentre io, te e molti altri stiamo a ragionare sulle cause dello sconquasso, un sacco di gente pensa: speriamo che questi rompiballe vengano messi nelle condizioni di non nuocere. Ed è un punto molto pesante, questo, a favore di Golia e a sfavore di Davide.

Il potere (per comodità chiamiamolo così, anche se è tante cose insieme) non solo non ha paura di questi scoppi spontanei (tumulti) di malessere sociale. Li usa, da sempre, per squalificare i rivoltosi, declassandoli da rivoluzionari a teppisti (oggi va di moda: “terroristi”, ridicola iperbole che tratta la sassata alla stessa stregua della bomba o dell’attentato) e speculando sulla paura e sull’insicurezza di chi non ha il tempo e la voglia di riflettere sull’iniquità economica e sulla discriminazione sociale. Di chi vuole solo che il casino finisca il più in fretta possibile, con le buone o con le cattive. E alle prossime elezioni è molto probabile che voterà per chi promette il pugno duro.

Il potere, caro Giacomo, teme una cosa soltanto: la politica. Teme che gli incazzati si organizzino, costituiscano movimenti e partiti nuovi o entrino in quelli già esistenti. Teme che poi vadano a votare, come avvenne negli anni Settanta quando l’onda lunga di quei movimenti capovolse letteralmente gli equilibri politici, generando lo Statuto dei Lavoratori (1970), dando forza al Welfare e mutando i rapporti di forza non solo nella società, anche in Parlamento.

Non spetta a me, che sono quasi vecchio, dire “quale” politica, in quali forme e con quali idee, possa trasformare un’esplosione di rabbia giovanile in qualcosa di solido e di vincente. Spetta ai protagonisti deciderlo, secondo la loro cultura e i loro convincimenti. Ma non ho nemmeno mezzo dubbio che il solo fatto davvero rilevante, che lascia il segno, sia quell’antichissimo strumento di creazione collettiva che si chiama: coscienza politica. Coscienza di ciò che si è e di ciò che si vuole ottenere.

Infine Giacomo, perdona questo finale nemmeno da genitore, che ormai sono nonno: non fatevi del male, per cortesia. C’è gente che vi aspetta a casa, e non ha a cuore il decoro pubblico: è per voi che si preoccupa. Politica a parte, sono le persone in carne e ossa a popolare le nostre case, le nostre speranze e le nostre paure.


PAPÀ, MAMMA E ADOLESCENTI

 “Caro papà e cara mamma, 

in piedi davanti alla questura o a casa con il cellulare in mano, genitore 1 e genitore 2, genitore di maranza, papà-ranza e mamma-ranza, ma anche mamma di una figlia delle Giovani Marmotte, che ieri, quando hai sentito la frase «Ciao ma’, io vado in centro», hai pensato: «Ma non potresti andare a combattere gli Houthi, che sto più tranquilla?».

Io ti capisco. Quando ti chiama la questura e ti dice «Abbiamo qui suo figlio», ti si accorcia la vita di colpo. Vorresti sprofondare, prendere una di quelle talpe automatiche che fanno le metropolitane e scavare, scavare, e poi sotterrarti lì sotto. Perché quando tuo figlio è in questura è come se il colpevole fossi tu. Tu che hai tutti i punti della patente, che paghi l’IMU persino per le case del Monopoli, che hai una fedina penale candida, lavata col Chanteclair. Per i genitori vedere il figlio in TV è motivo di orgoglio, se ci finisce perché canta, di sicuro. Se ci finisce mentre spacca una vetrina, l’orgoglio diventa vergogna.

Ma io ti capisco, cara mamma o caro papà, che ti rompi la schiena dalla mattina alla sera per guadagnare un salario da fame e tenere su la baracca. E le ore corrono e tu non riesci a stare dietro a tutto. E capisco anche te, che sei un professionista in carriera, quasi sempre in viaggio, pressato dagli impegni, e tuo figlio lo vedi da poco a quasi mai. La vita è dannatamente difficile e gli adolescenti hanno l’enorme talento di renderla ancora più un casino. Sono esseri mitologici, mezzi bambini e mezzi adulti, che sanno come prendere la tua esistenza, stracciarla e farne brandelli. Ma come? Un attimo fa era un bambino che si mangiava le caccole, ora spacca le vetrine e ruba le scarpe. Ma come? Un attimo fa sembrava felice, adesso sembra di avere in casa Jacopo Ortis che gioca alla PlayStation.

Fare i genitori in questi anni è come arare il Polo Nord: fatica immensa per raccogliere pochi frutti. Tu, mamma, tu, papà, siete gli unici influencer che non ascoltano. E allora che esempi gli vuoi dare? Il presidente degli Stati Uniti fa il bullo. Quello dell’Argentina va in giro con una motosega. Quello di Israele lasciamo perdere. Su TikTok sbancano quelli che si filmano mentre mangiano cinquanta hamburger in un colpo solo, oppure si danno fuoco alle scorregge. E quindi?

Quindi, proprio in questi tempi di repressione e di pene sempre più severe, a noi adulti è rimasto il compito più difficile. Capire. Capire che non è giustificare. Capire che non è assolvere. Capire è non fermarci alla colpa, domandarci la causa. Lo dobbiamo fare noi genitori, ma anche voi politici di maggioranza e di opposizione.

Ci concentriamo sul colpevole, sulla sua punizione, perché è più facile, più immediata, raccoglie applausi. Ordine e disciplina. Autorità dello Stato. Uno Stato autoritario, ma sempre meno autorevole, che delega alla polizia la gestione dei problemi. Un Paese che sta regredendo, con i deboli sempre più ai margini, anche da ragazzini.

Capire significa vedere che prima della vetrina sfasciata, forse, ci sono dei destini già sfasciati in partenza. Non si distruggono i negozi per ribellarsi alla cultura. Si sfascia perché si è vuoti di senso, si è soli, pieni di rabbia, di furore. Rompi tutto perché non hai uno straccio di futuro, non hai più niente da perdere. Ti rimane farti vedere. Una foto da pubblicare sui social, un passamontagna che ti fa sentire un eroe. È il «tanto ormai» che ci ha rubato ogni pensiero di cambiamento e di futuro.

Quindi, caro collega genitore, rispolvera una sana tradizione casalinga: il litigio. Ma non quello freddo su WhatsApp e neanche il silenzio passivo-aggressivo. Ma il sano, vecchio e dignitoso litigio tra genitori e figli. Che volino i vaffa***? Eh sì. Lascia che parli, che gridi, che pianga. Tu stacci dentro. Fagli sentire che c’è un adulto nella stanza, che quella rabbia, alla sua età, l’ha avuta anche lui. Alla fine sarai esausto, ma non hai alternative. Ricaricati e vai avanti, perché quello che ci serve per uscirne non sono più militari nelle strade, ma più dialoghi nelle case.

E ricordati che il più grande personaggio della letteratura italiana è Geppetto, il papà di Pinocchio, che anche lui era un bel maranza. Collodi non lo dice, ma secondo me Pinocchio le vetrine dell’IKEA o della Foppapedretti le avrebbe sfondate volentieri. Però Geppetto non molla mai. Ama talmente quella testa di legno che ha messo al mondo che lotta, si danna l’anima, si fa inghiottire addirittura da una balena, ma alla fine riesce a far diventare il suo burattino un bambino vero. Se ci è riuscito lui. "

(Letterina di Luciana Litizzetto a Che tempo che fa, 25 ottobre 2026)

domenica 25 ottobre 2026

KIMAMORI

Avevamo nel nostro giardino un magnifico, enorme albero di cachi. Estremamente generoso, ci consentiva di mangiare deliziosi cachi fino a Natale (nonostante, per tacito accordo non scritto con gli uccelli, mangiassimo solo circa la metà del prodotto di cachi, cioè quelli al di sotto della linea di alcuni metri dettata dalla scala da frutteto più i circa due metri di Roberto. I cachi che stavano al di sopra erano proprietà degli uccelli)

 Poi il caco (Roberto lo chiama diospiro) ha cominciato ad ammalarsi e un paio di anni fa Roberto lo ha fatto tagliare (“Lo sai che anche gli alberi muoiono”, ha sentenziato) sostituendolo con un grazioso e smilzo alberello, più esile del nome altisonante di diospiro. Quest’anno l’alberello ha fatto i primi cachi, forse una trentina, piccini, poco più grandi di una pallina, ma buoni e dolci, così ho avuto il via libera per raccoglierli. Mentre li raccoglievo mi è venuta in mente questa bella storia che ho letto un po’ di tempo fa e che sono andata a cercare.




A fine raccolto, nelle campagne giapponesi, su ogni albero di cachi resta un frutto solo, in cima al ramo più alto. Non è una dimenticanza. È il frutto che non si deve cogliere.

Lo chiamano kimamori (木守り): "il guardiano dell'albero". Quando le ceste sono piene e i rami ormai spogli, l'ultimo caco viene lasciato lì, arancione contro il cielo grigio, dove resterà per tutto l'inverno. Chi attraversa quelle campagne a dicembre se li vede sfilare accanto, alberi nudi con un'unica lanterna accesa in cima, e capisce al primo sguardo che non può essere un caso: è un linguaggio. L'usanza è così radicata che la parola è entrata perfino nel vocabolario della poesia: nominarla, in un haiku, basta da sola a dire l'inverno.

I significati che i giapponesi danno a quel frutto solitario sono tre, e stanno uno dentro l'altro.

Il primo è la gratitudine: l'albero ha dato tanto, e portarsi via proprio tutto sarebbe un modo volgare di ringraziare. Il secondo è una preghiera: quel frutto si lascia perché il raccolto, l'anno prossimo, torni abbondante. Il terzo è il più concreto di tutti: con l'inverno alle porte, quel caco sfamerà gli uccelli quando non ci sarà rimasto nient'altro da mangiare. E non vale solo per i cachi: in certe zone si lascia sul ramo l'ultimo mandarino, l'ultimo yuzu.

Un frutto solo, e dentro c'è tutto: il grazie per quello che è stato, la fiducia in quello che verrà, la cura per chi avrà fame.

Noi raccogliamo in un altro modo: fino all'ultimo. L'ultima ora del giorno va riempita, l'ultimo giorno di vacanza va sfruttato, l'ultima energia della sera va investita in qualcosa di utile. Abbiamo trasformato "non sprecare" in un comandamento che non perdona: un pomeriggio lasciato vuoto ci sembra un pomeriggio buttato, un'occasione non presa un piccolo fallimento, e perfino una passeggiata deve avere i passi contati.

Spremiamo l'albero fino a spogliarlo. E poi ci chiediamo perché gennaio ci trova così a terra…

Il kimamori custodisce la sapienza opposta: un raccolto, per essere davvero buono, deve lasciare qualcosa sul ramo. Non per distrazione: per scelta. Quel frutto non colto non va contato tra gli sprechi. Va contato tra le semine: se l'anno prossimo l'albero darà ancora, è anche perché qualcosa gli è stato lasciato.

E vale per gli alberi come per le persone. Anche tu sei un albero da cui si raccoglie: il lavoro, la famiglia, le richieste, le scadenze, tutti passano con la cesta in mano. Hai diritto a un frutto in cima, fuori dalla portata di tutti. Un'ora che non serve a niente. Una domenica senza programma. Una piccola riserva di te che non si tocca, e che sta lì a garantire una cosa sola: che l'albero, l'anno prossimo, sarà ancora vivo.

Una finezza, in questa usanza, la rende ancora più saggia: il frutto del guardiano non si decide ogni volta. È una regola fissa, che torna ogni autunno. Nessun contadino, a novembre, si domanda se quest'anno può permettersi di lasciarlo: lo lascia, perché così si fa. Sapevano bene che le cose preziose, se vanno rinegoziate ogni volta, prima o poi cedono: la stanchezza vince, la cesta vince. Così hanno tolto la questione dal tavolo, per sempre: il guardiano non si discute.

Anch'io faccio parte di chi raschia il fondo: il tubetto piegato in due, la valigia incastrata al millimetro, l'ultimo quarto d'ora prima di uscire riempito con "ancora una cosa". Con le giornate, certe volte, mi accorgo che faccio uguale, e quasi sempre tardi, quando i rami sono già spogli… Quest'anno, sul calendario di dicembre, ho lasciato due giorni bianchi, senza niente scritto sopra. Ho resistito alla tentazione di assegnarli… per ora. Sono i miei kimamori: stanno in cima, fanno la guardia.

Anche la tua vita ha diritto a un frutto in cima, che nessuno coglie.

(Da un post FB di Elenagiappone, altre storie così nel suo libro.  “Le crepe sono fatte per l’oro” su Amazon)

venerdì 23 ottobre 2026

FIGLI DI DUE STORIE

 Non si può essere figli di due storie, vivere nel secolo erede della sconfitta dei totalitarismi (con lo svelamento e l'insegnamento che ne deriva) e tenere ancora un piede e una parte del cuore nel vecchio mondo, rifiutando la piena accettazione della democrazia. Perché questo è il vero nodo centrale da sciogliere: ci si allontana dal sostegno al più debole, all'aggredito, prima di tutto perché non si crede compiutamente nei valori della democrazia, e perché non ci si riconosce nella cultura dell'Occidente (qualsiasi cosa, pur sbiadita, significhi ora Occidente). Qui, su questo punto della vicenda contemporanea, si saldano insieme gli obiettivi distinti e separati, ma convergenti, del trumpismo, del putinismo, del sovranismo di destra estrema di casa nostra e del "progressismo" populista dei Cinque Stelle. Tutti diversi tra loro: ma tutti uniti contro il sistema democratico, attaccato frontalmente da Putin, denunciato da Trump che opera quotidianamente per superarlo, smontato e corretto dalle politiche di Salvini e Vannacci, svillaneggiato dalla predicazione grillina che lo presenta come un grande inganno su scala italiana ed europea. So che molti a questo punto direbbero: ma e Hamas? E l’ISIS? - certo, certo, osservo solo che loro si autocollocano da sempre al di fuori dell’area democratica e io qui voglio pensare invece a coloro che sfruttano l’area democratica per smontarla e svilirla.

La parola "pace" che appartiene a tutti gli uomini e le donne compiuti e consapevoli e non è esclusiva di qualcuno, non assolve dalla mancanza di responsabilità democratica. Quale pace e a quali condizioni? Si può chiamare "pace" un nuovo ordine fondato sulla capitolazione dell’aggredito e sulla consacrazione dell'abuso? Il negoziato è indispensabile e dovrà costruire le condizioni per un sistema di sicurezza europeo che garantisca anche la Russia. Ma bisogna portare l'Ucraina viva al tavolo della trattativa (mentre invece la si disarma anche psicologicamente) e sapere in nome di quali principi e quali valori negoziamo: perché se si smarrisce il canone democratico si entra nella terra di nessuno, dove i mezzi giustificano qualsiasi fine.

So perfettamente (magari fossi ancora ingenua) che la “democrazia” non significa la stessa cosa per tutti. Provo a spiegare cosa vedo io.  Democrazia, come è noto, significa potere al popolo, dalle parole greche “demos” (popolo) e “kratos” (potere) e le modalità di esercizio di tale potere sono state molteplici e varie, a seconda delle esigenze politiche e delle caratteristiche delle civiltà che ne hanno fatto uso. Realizzazioni sempre imperfette e cariche di contraddizioni e ipocrisie (un esempio su tutti l’assassinio di Allende e il golpe in Cile a firma USA).

Ma ciò che a mio parere rende la democrazia un valore fondamentale per le società moderne sono i principi e i valori che essa incarna. La democrazia non si limita a garantire una forma di governo: essa riflette una visione del mondo, un insieme di valori morali e sociali che pongono l'accento sulla libertà, sull'uguaglianza, sulla partecipazione, sul pluralismo e sulla dignità umana. L'uguaglianza mi sembra sia il principio più dolente in questo periodo: se tutti devono essere liberi, non possono esserci discriminazioni tra gli individui. E l'uguaglianza non riguarda solo la parità formale davanti alla legge, ma implica anche l'opportunità di partecipare a pari condizioni alla vita politica e sociale. Ogni individuo deve, quindi, essere trattato con uguaglianza, ma, al tempo stesso, deve avere accesso alle stesse possibilità di realizzare il proprio potenziale. Le enormi disuguaglianze (economiche, di potere, di conoscenza) che caratterizzano il nostro tempo minano le fondamenta della democrazia. Se assisto allo spettacolo al tempo stesso spaventoso e ridicolo dell'arroganza di pochi maschi che detengono ricchezze (su cui peraltro praticamente non pagano tasse) superiori a quelle di molti stati sovrani, sento che la democrazia è negata, è in pericolo.

Altro principio fondamentale è il pluralismo: in una democrazia autentica non esiste un'unica verità o una sola visione del mondo. Le diverse opinioni e le diverse culture non sono solo tollerate, ma devono essere riconosciute come elementi essenziali per la crescita della società. Questo principio è quello maggiormente avversato dal putinismo, dal trumpismo, dal sionismo contemporaneo, dai sovranismi in genere, interessati a minare le fondamenta della democrazia in nome di un pensiero unico, "perfetto", insito nei loro credi, siano essi l'impero zarista, la "missione divina" degli USA o il territorio ebraico disegnato in un atlante di duemila anni fa.

E infine la dignità umana, cui la democrazia è indissolubilmente legata. Ogni individuo, nella visione democratica, deve essere tratto con rispetto, come fine in sé e non come mezzo per raggiungere altri scopi. Questo principio, che si intreccia profondamente con la Carta dei Diritti Umani, implica che le istituzioni democratiche debbano proteggere la libertà e l'integrità degli individui da qualsiasi forma di sfruttamento o abuso. La democrazia, infatti, non è solo una questione di potere politico, ma di potere etico, nel senso che mira a tutelare l'autonomia, la dignità e i diritti di ciascuna persona. Vedere le persone ormai ridotte a fantasmi aggirarsi tra le macerie di Gaza o in Cisgiordania, affamate, ridotte ad ombre (non posso dimenticare l'affermazione dell'ufficiale israeliano nel film NAZA che non solo uccidono le persone e tutti i loro familiari, ma bruciano e bombardano sistematicamente le loro case e i loro averi per cancellarne la storia stessa) grida contro la democrazia, non solo contro i diritti umani.

Mi chiedo davvero quanti lo capiscano e lo tengano in considerazione, in un tempo in cui il ragionamento e la razionalità sembrano perduti e smarriti, in cui il pensiero politico non è quasi mai protagonista, sostituito dalla politica come ricerca di potere e priva di principi, ma usata come un bilancino sui vantaggi personali e di breve termine. Non so se faccio bene a chiedermelo... di quale storia siamo figli?

(credits to Ezio Mauro)

lunedì 19 ottobre 2026

RITORNI

 Ieri, dopo quasi una settimana di visita “alla casa natìa”, Anna, Luigi e Olivia sono tornati in Svizzera e a Parigi. Dopo la loro partenza, circa alle 14, con Anna che tornava con la macchina e che ha dato uno strappo a Luigi fino a Milano dove ha preso il treno per Parigi, la casa è piombata nel silenzio, senza le chiacchiere degli adulti e la vocina continuamente in moto di Olivia.

 Roberto ed io abbiamo passato il resto della giornata occupandoci delle nostre faccende, Roberto in giardino, io a riordinare casa togliendo le tracce del passaggio di Olivia e dei suoi tanti piccoli giochi, libri e disegni sparsi ovunque. Ci siamo ritrovati ad ora di cena concordando su una parca cena (i fagioli all’uccelletto del pranzo ancora stazionavano in parte nell’area della digestione) e ci siamo accomodati davanti al TG la 7 e alle nostre verdure (e meat analogue). In silenzio, senza tanta voglia di parlare. 

A un certo punto ho pensato di aver trovato le parole giuste “ È un peccato non dover più aspettare il rientro di qualcuno, vero?”. Roberto ha annuito in silenzio. Domani, anzi oggi,  è lunedí.

Con questa foto Anna ha cambiato l’immagine della chat di famiglia. Qui siamo noi nell’Appennino parmense che da poco avevamo finito di strafogarci di funghi porcini.




domenica 18 ottobre 2026

MEGLIO PUTIN DELL'OCCIDENTE

 

(newsletter di Emiliano Fittipaldi, direttore del Domani. 17 ottobre 2026)
Care lettrici, cari lettori,
 sapete già che questa settimana l'Ucraina è tornata al centro del dibattito politico internazionale e italiano. E sapete perché: Donald Trump, che fin dall'inizio del suo mandato si è dimostrato più putiniano di Putin, per placare l'opinione pubblica in vista delle elezioni di midterm qualche giorno fa ha sottoscritto un patto scellerato con lo zar. Ossia, io ti tolgo le sanzioni sul diesel, tu lo vendi, così i prezzi calano (una pia illusione, ma con Trump la logica è sempre perdente). In cambio, gli Usa abbandonano l'Ucraina e il suo presidente Zelensky al loro destino. Come? Innanzitutto levandogli l'intelligence satellitare garantita dalla Cia, in modo che i missili di Putin possano colpire Kiev e dintorni senza più essere intercettati dalla contraerea ucraina. Poi, spegnendo di tanto in tanto le connessioni di Starlink (Elon Musk ha subito eseguito diligentemente gli ordini della Casa Bianca), oggi fondamentale per coordinare la difesa e i contrattacchi dell'esercito ucraino.
 
In pratica, Ucraina e Unione europea si trovano nuovamente davanti alle piroette dell'ex alleato americano che, piaccia o non piaccia, resta fondamentale per i destini del conflitto. In Italia il disastro geopolitico derivante dalle decisioni del tycoon è diventato nuovamente questione di dibattito, che spacca internamente i partiti, i due campi avversi e, naturalmente, l'opinione pubblica.

Ora, è un fatto che la guerra ideologica che si combatte sull'Ucraina in Italia e che trascende la stessa non ha confronti con nessun altro paese europeo. Ovunque, al netto dell'ovvio richiamo alla necessità di arrivare alla pace e alla svolta diplomatica essenziale per arrivarci, al netto pure degli errori fatti dall'Occidente, la stragrande maggioranza delle persone non ha dubbi su chi sono i buoni e chi i cattivi: gli aggressori russi guidati da un dittatore criminale vanno fermati (e certamente non premiati da una pace ingiusta che, proprio per questo, non durerebbe); mentre gli ucraini vanno aiutati, per quanto possibile, nella loro resistenza.

Gli europei hanno posizioni identiche anche per l'altra guerra che ha sconvolto l'ordine mondiale, quella in Medio Oriente: la stragrande maggioranza considera Israele come fautore di una vergognosa pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania, mentre i palestinesi (nonostante le responsabilità di Hamas del pogrom del 7 ottobre) sono le vittime con cui solidarizzare. Un sentiment che si “appoggia” anche alle decisioni della Corte penale internazionale, che ha emesso mandati d'arresto per crimini di guerra contro Netanyahu, l'ex ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant e i leader di Hamas e, per quanto riguarda l'Ucraina, contro Putin e Maria Lvova-Belova, l'architetta delle deportazioni di bambini ucraini in Russia.
 
Se l'opinione pubblica europea è coerente rispetto ai principi che fondano la civiltà democratica liberale, in Italia ahinoi la musica cambia. Qualche mese fa un sondaggio di YouGov, una delle società di ricerca più autorevoli al mondo, ha segnalato che solo il 33 per cento degli italiani spera in una vittoria dell'Ucraina, il dato più basso dei paesi monitorati.

Per fare un confronto, in Spagna, Gran Bretagna e Polonia chi crede nelle ragioni di Kiev è tra il 65 e il 70 per cento, nella Germania – dove trionfano i neonazisti russofili di AfD – è comunque al 54 per cento. In Francia l'appoggio all'Ucraina è solido per il 40 per cento, ma nessun partito, a parte il Front National di Le Pen che è stato finanziato in passato da una banca del Cremlino, ha posizioni morbide o ammiccanti come quelle di Roberto Vannacci e di grandi partiti di destra e sinistra come Lega e M5s.

Nessun paese, inoltre, ha media e giornali che ospitano quasi tutti i giorni in tv o sui quotidiani esperti e influencer che spiegano, spesso con la bava alla bocca, le ragioni del Cremlino, le vergogne presunte dell'Europa “bellicista”, le fake news sulla Nato che abbaia ai confini del povero Putin. Una propaganda martellante fatta attraverso l'uso sapiente della tecnica del cherry picking (letteralmente, “cogliere dal cesto solo le ciliegie più buone”), con cui si selezionano solo i dati e le evidenze utili alle proprie tesi, ignorando le argomentazioni antirusse che le smentiscono.
Un fenomeno che coinvolge solo la questione Ucraina. Un altro sondaggio YouGov di un anno fa sulla guerra a Gaza ci dava infatti un'altra volta in testa, ma dalla parte “giusta”: sono proprio gli italiani i cittadini europei più critici nei confronti di Israele, con giudizi durissimi sul governo di Tel Aviv per “il genocidio” ordito contro i palestinesi. Anche nel resto d'Europa l'aggressore israeliano (insieme ovviamente ai tagliagole di Hamas) è censurato senza troppe sfumature.

L'Italia è dunque un unicum. A mio parere, la propaganda russa – a differenza di quella israeliana, pur molto attiva sui media – riesce a diffondersi come un virus nel dibattito pubblico per due motivi. Il primo è “emotivo”: i palestinesi non hanno armi di difesa, non hanno un esercito, sono sostanzialmente abbandonati dalla comunità internazionale, sia occidentale sia araba. Gli ucraini hanno invece milizie organizzate, vengono appoggiati finanziariamente e militarmente dall'Ue e, fino all'arrivo di Trump, dagli Usa. Combattono, seppur aggrediti da una superpotenza che sulla carta doveva entrare a Kiev in una settimana, un conflitto alla pari.

Il secondo motivo è però quello più rilevante: la tradizione antioccidentalista in Italia resta fortissima, ed è molto più radicata rispetto a qualsiasi altro membro dell'Ue. Una cultura, sintetizzo, che considera l'Occidente sempre e comunque il primo responsabile del disordine mondiale, fondamentalmente imperialista, corrotto dal capitalismo e dagli interessi materiali. In questa logica, Israele va condannato perché pezzo di Occidente imperialista dentro il Medio Oriente. L'Ucraina anche, perché combatterebbe una guerra per procura per conto dell'odiato asse atlantico.

In Italia ereditiamo l'antioccidentalismo da radici diverse: dal vecchio Partito comunista di Togliatti, che si rifiutò di condannare l'invasione dell'Ungheria del 1956, dalle simpatie filorusse successive alla Liberazione (l'Armata rossa, insieme agli Usa, ha permesso la sconfitta del nazifascismo). L'antiamericanismo è rimasto forte durante la Guerra fredda in un pezzo del pacifismo cattolico radicale, e nella Seconda Repubblica tra i movimenti antagonisti di sinistra e, a destra, negli epigoni dell'Msi vicini ai rautiani, amanti delle teorie antiamericane di Evola.

Per i postfascisti, crollati l'Unione sovietica e il materialismo marxista, la Russia del dittatore Putin è diventata paradossalmente unico, vero custode della “nazione” e dei valori tradizionali della famiglia naturale, di contro alla flaccidità di un Occidente liberale e, di fatto, invertito dal capitalismo e il gender. Da qui la passione per Mosca, per intenderci, della Lega di Matteo Salvini prima e di Vannacci dopo, o di quotidiani nazionali come La Verità di Maurizio Belpietro.

L'antioccidentalismo duro e puro del M5s è di vecchia data. Il movimento nasce sulle ceneri delle istanze dei no global della fine degli anni Novanta e dei primi del nuovo millennio, sul terzomondismo “alla Di Battista”, sull'euroscetticismo: i veri nemici degli italiani starebbero a Bruxelles, non a Mosca o Pechino.

Chi pensa che, solo per fare degli esempi, il Fatto quotidiano, Vannacci, Giuseppe Conte o la Lega abbiano posizioni marcatamente filorusse perché “pagati” dal Cremlino non solo dice una cosa fino a prova contraria falsa (per quanto esponenti della Lega ci abbiano provato, come insegnano le intercettazioni dell'Hotel Metropol), ma sbaglia analisi: l'antioccidentalismo radicale in Italia è una posizione ideologica forse non dominante, ma “mainstream” per milioni e milioni di italiani. Semplicemente, partiti e media riempiono quella domanda. Anche a costo di vendersi (platonicamente) a un autocrate criminale, sterminatore di civili e rapitore di bambini, che guida un regime dove politici dissidenti e giornalisti critici vengono incarcerati e ammazzati: sempre meglio dell'Occidente.

PS. nei giorni scorsi sono andata a sentire un dibattito organizzato dai c.d. "moderati" di centro sinistra, piuttosto interessante per certi aspetti. L'unica nota stonata e direi esilarante l'ha fornita Ettore Rosato (ora Azione, ma a lungo capogruppo PD e se ci penso ho un mancamento) che non solo ha asserito che Azione è piuttosto contenta di questa legge elettorale (Stabilicum/Melonellum) ma l'ha motivato dicendo che nessuna delle due coalizioni raggiungerà il 42% e quindi il pareggio (con ritorno al proporzionale puro) aprirà la strada ad un governo di partiti "europeisti" (PD, Forza Italia, cespuglietti centristi) con la guida fondamentale di Azione (!). Mi è venuto in mente perché in mezzo a questo discorso ispirato ha dichiarato che è molto meglio Pichetto Fratin di un possibile Ministero dell'Ambiente a Bonelli - certo, per gli antiambientalisti di destra in effetti… - nella stessa linea folle di meglio Putin dell'Occidente.
PPS. anche sul concetto di "Occidente" converrebbe fare un ragionamento un po' più complesso, molti paradigmi sono in cambiamento - ma ancora quello democratico (nelle sue varie sfumature) sembra chiaro.