OK BOOMER
Michele Serra, 16 marzo 2026
I HAD A BAD DREAM
Certe notti basta un cattivo sogno e il sonno si lacera, come una pellicola troppo sottile per contenere le intemperie dell’inconscio. Quando non riesci a riaddormentarti ti ritrovi a gironzolare per casa in attesa dell’alba. Dai da mangiare al gatto, molesto e seduttore, metti a posto qualcosa, fai piano per non svegliare chi dorme, cerchi di capire se l’ansia che ti ha svegliato ha consistenza reale o è solo un fantasma notturno che se ne andrà assieme al buio.
Poi, se non riesci a riaddormentarti, accendi il computer, come sto facendo ora, e vedi se mettere in fila i pensieri aiuta a renderli meno minacciosi, più governabili. Hai nella testa, mischiati alle tue ansie private come in un solo grumo tenebroso, i telegiornali, le città e le case inquadrate nel mirino dei bombardieri come in un videogame – fanno “puff” e in un istante tutto è cenere.
Vedi la terra come un immenso campo minato, il mare (il mare!) come una secchia contesa. Le navi squarciate. Le strade rotte. I bambini in fuga per mano alle madri. Le tende di Gaza stracciate dal vento. Gli inermi che piangono e i potenti che digrignano i denti e dicono che Dio lo vuole.
Troneggia al centro della scena quel signore grosso e volgare, con quel cappellino ridicolo che non è un elmo da condottiero, non è la corona di un re, non è l’alloro di un imperatore, è un cappellino ridicolo. Blatera minacce, rivendica vittorie, esulta per il sangue degli altri e tace sul lutto dei suoi, gongola per l’umiliazione di chiunque non abbia il suo cappellino, mente su tutto, non riflette su niente, e sempre adoperando le parole così come gli viene, alla rinfusa, senza una logica comprensibile, senza altro obiettivo evidente che non sia: sottomettere gli altri. Sottometterli come sola speranza di sentirsi forte, e vivo.
E allora, venendo al dunque di questo fioco e perturbato pensiero notturno: se Trump è un malato di mente, non lo sarà anche la società che lo esprime? Se un popolo si è scelto come capo quest’uomo violento e bugiardo, non sarà perché gli assomiglia, o vuole assomigliargli?
Potrei scrivere, per smentirmi e rassicurarmi, l’elenco interminabile di americani e cose americane che hanno nutrito la mia vita e l’hanno resa migliore, ma in fin dei conti si tratta di artisti, letteratura, cinema, musica, quel lungo racconto della vita che non è proprio la vita.
Basta niente, basta un ordine di attacco, basta un indice di borsa che si impenna, o precipita, per far sembrare il giovane Holden quello che è: solo il personaggio di un libro. E il professore di Dead Poets Society (L’attimo fuggente), che ha lo sguardo incantevole di Robin Williams: solo il personaggio di un film. E la piuma che Forrest Gump, sulla sua panchina, vede danzare su un refolo d’aria: solo una piuma. E la lealtà dei cowboy buoni: solo un mito ormai crivellato di colpi, hanno vinto i cowboy cattivi.
Anche mio nonno americano, il professore che insegnava filologia romanza alla Columbia University e che fu il primo a tradurre in italiano Emily Dickinson, quando porto l’orologio porto il suo. Anche mia mamma cresciuta a New York, tornata in Italia dopo la guerra, troppo cattolica per rimanere “tra quei protestanti”: alle cinque del mattino nuotano nella mia testa come figure vaghe e remote, ombre del passato, sento le loro voci, vedo i loro volti, mia madre ancora la sento ridere. Ma non saranno anche loro solo i personaggi di un film, il bel film nel quale ognuno di noi si protegge, si illude di vivere?
Il gatto passa sulla tastiera del computer (lo fa sempre). Ha lasciato scritto: h36v4jbh. Chissà cosa avrà voluto dire. Sono le cinque e mezza del mattino di domenica 15 marzo. Se non piove troppo, appena c’è un poco di luce esco con i cani. Stasera scenderò a Milano per andare da Fazio a Che Tempo Che Fa. Mi piacerebbe parlare della piuma. Parleremo invece della guerra.
Prima di lasciare il computer e farmi il secondo caffè, provo a scrivere un’ultima frase: quando il missile si schianta e scompare, la piuma ancora galleggia nella luce. Forse, però, l’ha detta meglio De Gregori: «gli uccellini nel vento non si fanno mai male, hanno ali più grandi di me». Se tutto vi sembra un poco sconnesso, è normale. Sono solo pensieri notturni. Tra poco meno di un’ora, rischiara.
Poi, se non riesci a riaddormentarti, accendi il computer, come sto facendo ora, e vedi se mettere in fila i pensieri aiuta a renderli meno minacciosi, più governabili. Hai nella testa, mischiati alle tue ansie private come in un solo grumo tenebroso, i telegiornali, le città e le case inquadrate nel mirino dei bombardieri come in un videogame – fanno “puff” e in un istante tutto è cenere.
Vedi la terra come un immenso campo minato, il mare (il mare!) come una secchia contesa. Le navi squarciate. Le strade rotte. I bambini in fuga per mano alle madri. Le tende di Gaza stracciate dal vento. Gli inermi che piangono e i potenti che digrignano i denti e dicono che Dio lo vuole.
Troneggia al centro della scena quel signore grosso e volgare, con quel cappellino ridicolo che non è un elmo da condottiero, non è la corona di un re, non è l’alloro di un imperatore, è un cappellino ridicolo. Blatera minacce, rivendica vittorie, esulta per il sangue degli altri e tace sul lutto dei suoi, gongola per l’umiliazione di chiunque non abbia il suo cappellino, mente su tutto, non riflette su niente, e sempre adoperando le parole così come gli viene, alla rinfusa, senza una logica comprensibile, senza altro obiettivo evidente che non sia: sottomettere gli altri. Sottometterli come sola speranza di sentirsi forte, e vivo.
E allora, venendo al dunque di questo fioco e perturbato pensiero notturno: se Trump è un malato di mente, non lo sarà anche la società che lo esprime? Se un popolo si è scelto come capo quest’uomo violento e bugiardo, non sarà perché gli assomiglia, o vuole assomigliargli?
Potrei scrivere, per smentirmi e rassicurarmi, l’elenco interminabile di americani e cose americane che hanno nutrito la mia vita e l’hanno resa migliore, ma in fin dei conti si tratta di artisti, letteratura, cinema, musica, quel lungo racconto della vita che non è proprio la vita.
Basta niente, basta un ordine di attacco, basta un indice di borsa che si impenna, o precipita, per far sembrare il giovane Holden quello che è: solo il personaggio di un libro. E il professore di Dead Poets Society (L’attimo fuggente), che ha lo sguardo incantevole di Robin Williams: solo il personaggio di un film. E la piuma che Forrest Gump, sulla sua panchina, vede danzare su un refolo d’aria: solo una piuma. E la lealtà dei cowboy buoni: solo un mito ormai crivellato di colpi, hanno vinto i cowboy cattivi.
Anche mio nonno americano, il professore che insegnava filologia romanza alla Columbia University e che fu il primo a tradurre in italiano Emily Dickinson, quando porto l’orologio porto il suo. Anche mia mamma cresciuta a New York, tornata in Italia dopo la guerra, troppo cattolica per rimanere “tra quei protestanti”: alle cinque del mattino nuotano nella mia testa come figure vaghe e remote, ombre del passato, sento le loro voci, vedo i loro volti, mia madre ancora la sento ridere. Ma non saranno anche loro solo i personaggi di un film, il bel film nel quale ognuno di noi si protegge, si illude di vivere?
Il gatto passa sulla tastiera del computer (lo fa sempre). Ha lasciato scritto: h36v4jbh. Chissà cosa avrà voluto dire. Sono le cinque e mezza del mattino di domenica 15 marzo. Se non piove troppo, appena c’è un poco di luce esco con i cani. Stasera scenderò a Milano per andare da Fazio a Che Tempo Che Fa. Mi piacerebbe parlare della piuma. Parleremo invece della guerra.
Prima di lasciare il computer e farmi il secondo caffè, provo a scrivere un’ultima frase: quando il missile si schianta e scompare, la piuma ancora galleggia nella luce. Forse, però, l’ha detta meglio De Gregori: «gli uccellini nel vento non si fanno mai male, hanno ali più grandi di me». Se tutto vi sembra un poco sconnesso, è normale. Sono solo pensieri notturni. Tra poco meno di un’ora, rischiara.
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