martedì 24 marzo 2026

AH, SÍ, ADESSO CE NE ACCORGEREMO…

 Cavolo, oggi me ne sono resa conto! Spero che tutti abbiano notato quanti stupratori, pedofili e immigrati illegali ci siano in giro oggi…

(PS. Ho anche notato con la coda dell’occhio, dietro l’angolo, i “plotoni di esecuzione” pronti all’azione. Attenzione!)

lunedì 16 marzo 2026

I HAD A BAD DREAM, TOO

 

OK BOOMER
Michele Serra, 16 marzo 2026
I HAD A BAD DREAM

Certe notti basta un cattivo sogno e il sonno si lacera, come una pellicola troppo sottile per contenere le intemperie dell’inconscio. Quando non riesci a riaddormentarti ti ritrovi a gironzolare per casa in attesa dell’alba. Dai da mangiare al gatto, molesto e seduttore, metti a posto qualcosa, fai piano per non svegliare chi dorme, cerchi di capire se l’ansia che ti ha svegliato ha consistenza reale o è solo un fantasma notturno che se ne andrà assieme al buio.

Poi, se non riesci a riaddormentarti, accendi il computer, come sto facendo ora, e vedi se mettere in fila i pensieri aiuta a renderli meno minacciosi, più governabili. Hai nella testa, mischiati alle tue ansie private come in un solo grumo tenebroso, i telegiornali, le città e le case inquadrate nel mirino dei bombardieri come in un videogame – fanno “puff” e in un istante tutto è cenere.

Vedi la terra come un immenso campo minato, il mare (il mare!) come una secchia contesa. Le navi squarciate. Le strade rotte. I bambini in fuga per mano alle madri. Le tende di Gaza stracciate dal vento. Gli inermi che piangono e i potenti che digrignano i denti e dicono che Dio lo vuole.

Troneggia al centro della scena quel signore grosso e volgare, con quel cappellino ridicolo che non è un elmo da condottiero, non è la corona di un re, non è l’alloro di un imperatore, è un cappellino ridicolo. Blatera minacce, rivendica vittorie, esulta per il sangue degli altri e tace sul lutto dei suoi, gongola per l’umiliazione di chiunque non abbia il suo cappellino, mente su tutto, non riflette su niente, e sempre adoperando le parole così come gli viene, alla rinfusa, senza una logica comprensibile, senza altro obiettivo evidente che non sia: sottomettere gli altri. Sottometterli come sola speranza di sentirsi forte, e vivo.

E allora, venendo al dunque di questo fioco e perturbato pensiero notturno: se Trump è un malato di mente, non lo sarà anche la società che lo esprime? Se un popolo si è scelto come capo quest’uomo violento e bugiardo, non sarà perché gli assomiglia, o vuole assomigliargli?
Potrei scrivere, per smentirmi e rassicurarmi, l’elenco interminabile di americani e cose americane che hanno nutrito la mia vita e l’hanno resa migliore, ma in fin dei conti si tratta di artisti, letteratura, cinema, musica, quel lungo racconto della vita che non è proprio la vita.

Basta niente, basta un ordine di attacco, basta un indice di borsa che si impenna, o precipita, per far sembrare il giovane Holden quello che è: solo il personaggio di un libro. E il professore di Dead Poets Society (L’attimo fuggente), che ha lo sguardo incantevole di Robin Williams: solo il personaggio di un film. E la piuma che Forrest Gump, sulla sua panchina, vede danzare su un refolo d’aria: solo una piuma. E la lealtà dei cowboy buoni: solo un mito ormai crivellato di colpi, hanno vinto i cowboy cattivi.

Anche mio nonno americano, il professore che insegnava filologia romanza alla Columbia University e che fu il primo a tradurre in italiano Emily Dickinson, quando porto l’orologio porto il suo. Anche mia mamma cresciuta a New York, tornata in Italia dopo la guerra, troppo cattolica per rimanere “tra quei protestanti”: alle cinque del mattino nuotano nella mia testa come figure vaghe e remote, ombre del passato, sento le loro voci, vedo i loro volti, mia madre ancora la sento ridere. Ma non saranno anche loro solo i personaggi di un film, il bel film nel quale ognuno di noi si protegge, si illude di vivere?

Il gatto passa sulla tastiera del computer (lo fa sempre). Ha lasciato scritto: h36v4jbh. Chissà cosa avrà voluto dire. Sono le cinque e mezza del mattino di domenica 15 marzo. Se non piove troppo, appena c’è un poco di luce esco con i cani. Stasera scenderò a Milano per andare da Fazio a Che Tempo Che Fa. Mi piacerebbe parlare della piuma. Parleremo invece della guerra.

Prima di lasciare il computer e farmi il secondo caffè, provo a scrivere un’ultima frase: quando il missile si schianta e scompare, la piuma ancora galleggia nella luce. Forse, però, l’ha detta meglio De Gregori: «gli uccellini nel vento non si fanno mai male, hanno ali più grandi di me». Se tutto vi sembra un poco sconnesso, è normale. Sono solo pensieri notturni. Tra poco meno di un’ora, rischiara.

venerdì 13 marzo 2026

LA FAMIGLIA NELLA CATAPECCHIA DEL BOSCO

 Causa non rinnegabili trascorsi professionali, capita che amici sollecitino la mia opinione sulla vicenda della c.d. "famiglia del bosco". Io mi sottraggo, non rispondo, non leggo alcun articolo in materia, spengo la televisione quando ne parlano ( ma sembra che risalti fuori spesso, anche in discorsi - proclami ?- di propaganda elettorale per il sì al prossimo referendum sulle punizioni da infliggere ai giudici - chiedo scusa per la faziosità del tutto conclamata, ma non riesco a dire referendum sulla giustizia perché immediatamente vengo presa da ridarella irrefrenabile - forse potrei dire referendum sulla magistratura?), ma c'é chi non capisce l'antifona e continua a sollecitarmi. L'ultimo articolo che mi ha mandato una amico riguarda tal T. C., consulente psicologo della famiglia del bosco che parla del "trauma conclamato" per i bambini causa l'allontanamento della madre. "Cosa ne pensi?" è il commento Whatsapp. L'unica cosa che riesco veramente a pensare è che a questo "esperto" bisognerebbe ritirare la licenza ad esercitare, visto che parla alla stampa (ma a chi parla? ribadisce "la piena fiducia nella perfetta buona fede e nella competenza del Tribunale dei Minori", ma invece di usare le sedi riservate e consone del Tribunale rilascia un intervento alla stampa) della salute dei suoi assistiti, quasi un tabù, espressamente vietato sia dal codice deontologico che da tutte le normative sulla privacy, sarebbe come se qualcuno discutesse con la stampa della non autosufficienza di mia madre e delle inadeguate cure che le assicuriamo (ma è peggio, perché questi sono bambini) ... e qui mi fermo, perché penso "ma chi ci fa caso?" - non è solo il diritto internazionale ad essere andato a puttane, ma tutto ciò che comporta essere in uno stato di diritto (compreso il bilanciamento dei poteri), sembra.

Asserisco che questo è l'unico pensiero perché il resto è un urlo, letteralmente un urlo STATE ZITTI! State zitti! state zitti tutti, quelli pro e quelli contro, VOI NON SAPETE CHE PEZZI DISTORTI E SINGOLI DI VERITA' - solo i giudici e gli assistenti sociali e in parte gli psichiatri e psicologi e educatori che sono a contatto con i bambini e la loro famiglia hanno il quadro completo e dettagliato e la competenza per analizzarlo e sbrogliarlo. Questo sguaiato, incompetente, dilettantesco e a volte aggressivo chiacchiericcio è diventato uno degli elementi del quadro compromesso e delicato di questa vicenda e francamente non se ne sentiva il bisogno. Tutti commentatori tuttologi, tutti psicologi d'accatto, tutti "che si fanno un'opinione" sul niente.

Faccio un esempio. All'inizio di questa vicenda leggevo le notizie che continuavano ogni giorno a uscire a spizzichi e bocconi (prendere tutte le fonti da cui sono partite e appenderle per le palle sarebbe l'azione più meritoria) e a un certo punto esce la notizia che i bambini e la madre stavano morendo e sono stati salvati per caso da un'intossicazione da funghi per il rifiuto dei genitori a chiamare l'ambulanza o andare all'ospedale (è ripetutamente anche uscita la notizia che la madre avrebbe rifiutato l'uso del sondino esogastrico sui suoi bimbi gravissimi in quanto contenente lattice). Quando ho letto la notizia ho recisamente asserito che dovevano togliere ai genitori la patria potestà già allora (era dicembre, forse..)  - eccola lì, la ieratica giudice da scrivania. Poi ho cominciato a pensare se la notizia fosse, nell'ordine, vera, corretta e completa dei dettagli e con grande probabilità non la era affatto. Da quel momento si è fatta pulizia dentro di me ed è rimasto solo l'urlo (che cerco di trattenere il più possibile) STATE ZITTI! Occupatevi delle vostre faccende che conoscete, cercate di farvi un'opinione fintamente professionale sul referendum di cui sopra, aggiungete un altro inutile commento alla guerre scatenate da criminali, leggete buoni libri, fate bei sogni e non occupatevi di quei bambini: ci sono assistenti sociali, giudici, educatori, avvocati e genitori che devono occuparsene e trovare compromessi e soluzioni - voi non solo non servite, ma siete elementi dannosi.

All'inizio di dicembre ho scritto una mail a Serra (OK Boomer) reagendo ad una sua stranamente superficiale osservazione sulla vicenda della famiglia del bosco (cogliendone l'aspetto romantico e del "buon selvaggio") e ne posto qui uno stralcio

gentile Michele Serra, la seguo da diverso tempo mi pare di avere un legame speciale di corrispondenza di pensiero con lei, sarà forse perché siamo quasi coetanei e anch'io vivo in campagna (in pianura, però, ma con orto trattore galline) a pochi chilometri da dove lei vive. Per questo motivo mi ha davvero negativamente colpito la sua newsletter sulla casa nel bosco, da cui emanava uno sbuffo di romanticismo che lei a volte incarna, ma in questo caso un romanticismo hollywoodiano che sinceramente credo non le si addica. 

Io ho lavorato per anni nel settore (Servizi Sociali, in posizione dirigenziale) e forse ho anche una visione particolare dovuta a queste mie precedenti esperienze e quindi ribollivo di ragionamenti sul tema con cui avrei voluto replicare alle sue affermazioni (alcune le ho ancora nella mail che avevo cominciato "osservo quanto sia superficiale l'abitudine di credere che sia progressista tutto quello che è contro  regole perché sono in fondo le regole del potere, ma le regole sono fatte principalmente per proteggere i deboli, non i forti" - "la nostra legislazione è costruita per proteggere i diritti dei genitori, più di quelli dei bambini e quindi se addirittura questi genitori si pongono contro il nostro corpo di leggi non oso pensare cosa ci sia sotto" ecc.).
non ho però poi mandato niente, invece, e ho immaginato che altri sarebbero massicciamente intervenuti (l'hanno fatto, a vedere l'ultima newsletter), ma soprattutto ho pensato che bisognerebbe tacere, a volte. Il Tribunale dei Minori agisce su atti e istruttorie che non possono e non devono uscire da lì e non è possibile davvero capire le vere motivazioni su cui agisce. Bisognerebbe tacere sapendo di NON SAPERE - non spesso, sono d'accordo, ma a volte è indispensabile. E, per chi è in una posizione intellettuale come la sua, invitare a tacere.
Ho poi assistito nei giorni scorsi, inorridita, a pezzi e bocconi di notizie (vere/false? ha quasi poca importanza) che uscivano a poco a poco, violando la vita e la privacy di questi genitori e soprattutto di questi bambini - una gara di inciviltà che mi ha lasciato veramente disgustata, cui hanno partecipato i soliti noti che sull'inciviltà costruiscono le loro fortune, ma anche molte persone in buona fede che pensavano di sapere, di giudicare, di dire la loro. Bisogna sapere quando stare zitti, quando affidarsi, quando fidarsi.
Ho letto i commenti che lei ha inserito nel blog e con molti sono d'accordo, anche se rimango dell'idea che sarebbe meglio non commentare. Voglio solo sottolineare un esito di questa vicenda che forse non appare a prima vista e che è uno degli esiti anche della vicenda di Bibbiano (che conosco benissimo perché lavoravo in un Servizio molto vicino a Bibbiano) ed è in sintesi riassumibile come la demotivazione degli operatori (ma si potrebbe anche definirla delusione e paura). Operatori sociali e sanitari che ogni giorno davvero letteralmente combattono per essere di aiuto e che allora dicevano sconfortati "non si fidano", "ma chi ce lo fa fare", e legittimamente temevano di finire sommersi dalla merda che vedevano spargere in abbondanza, gente con vite normali che temeva di finire nel tritacarne. E chi avrebbe sofferto di questo clima? Ma certo, le famiglie e i bambini in necessità di protezione. Spero che l'onda sia passata e quest'ultima onda venga presto riassorbita, ma desidererei moltissimo che non succedesse più, che si pensasse più agli interessi dei bambini che a scrivere articoli o prendere voti o alimentare curiosità morbose.

Ecco, ho detto cosa ne penso. Che fare, quindi? non so, non ho niente da insegnare a nessuno. Alcune cose mi vengono in mente:
- non votare tutti coloro che da qualsiasi parte (ma sono tutti di centro destra, mi sembra) commentano sulla vicenda, in particolare con intenti propagandistici
- non guardare NESSUNO dei programmi che discettano sul tema
- NON COMMENTARE
- riflettere, cercare di capire qual è il senso del commentare, dell'analizzare, dell'indignarsi
- cercare di elaborare una risposta decente alla domanda sempre fondamentale: DI CHI SONO I BAMBINI?

martedì 10 marzo 2026

WE LIVE IN ONE WORLD

 

Ecco, direi così. Siamo consapevoli che non è il momento delle utopie, che non possiamo tenere insieme tutto, i nostri desideri, i nostri giudizi, i nostri pre-giudizi, i nostri valori, i nostri sentimenti. Ma chissà, forse, potremmo almeno tenere lo sguardo abbastanza lucido da credere ancora al prevalere della vita, che niente, nessun interesse politico, nessun interesse economico, niente sia più importante della vita di un bambino. Dobbiamo concentrarci a salvare quel bambino, ogni singolo bambino, non solo i nostri bambini - sottrarre la vita alla distruzione e alla negazione. I corpi, concentriamoci sui corpi - e malediciamo, contrastiamo, disprezziamo, stiamo dalla parte opposta dei distruttori dei corpi.

martedì 3 marzo 2026

VI AUGURO ALBE

 VI AUGURO ALBE AL CANTO DEGLI UCCELLI

(La principessa Anna d’Inghilterra, nel 1988, ha interrato una capsula del tempo sotto il Princess Royal Pavillon del Jersey Zoo. Al suo interno si trova la lettera di GERARD DURREL che segue)

A chi leggerà. 

Molti di noi, anche se non tutti, condividono quanto segue.

1. Tutte le differenze politiche e religiose che oggi ci rallentano, ci intrappolano e soffocano il progresso nel mondo dovranno essere sanate in modo civile.

2. Tutte le altre forme di vita hanno lo stesso nostro diritto di esistere, anzi, senza di loro, noi stessi periremmo.

3. La sovrappopolazione è una minaccia per tutti i paesi; se non verranno presi provvedimenti, essa sarà un flagello che non porterà altro che rovina.

4. Gli ecosistemi sono complessi e vulnerabili; maltrattati, sfigurati o sfruttati con avidità, scompaiono a nostro danno. Se usati con saggezza, offrono tesori inesauribili; ma usati senza discernimento, generano miseria, fame e morte per l’umanità e per innumerevoli altre forme di vita.

5. È stupido distruggere ambienti come le foreste pluviali, soprattutto perché in queste immense reti di vita possono celarsi segreti di valore incalcolabile per l’umanità 

6. Per noi, il mondo è ciò che il Giardino dell’Eden avrebbe dovuto essere per Adamo ed Eva. Adamo ed Eva furono cacciati, mentre noi ci stiamo cacciando da soli. La differenza è che Adamo ed Eva avevano un altro luogo dove andare. Noi non ne abbiamo altri.

Ci auguriamo che quando leggerete queste parole avremo almeno in parte frenato la nostra sconsiderata avidità e stupidità. Se non ci saremo riusciti, per lo meno alcuni di noi ci avranno provato…

Ci auguriamo che ci saranno ancora per voi lucciole e vermi luminosi nelle notte a guidarvi, e farfalle tra le siepi e nei boschi a darvi il benvenuto.

Ci auguriamo che le vostre albe siano accompagnate da un’orchestra di canti di uccelli, e che il battito delle loro ali e l’opalescenza dei loro colori vi tolgano il fiato.

Ci auguriamo che il pianeta ospiti ancora la straordinaria varietà di creature che lo abitano, insieme a voi, per incantarvi e arricchire le vostre vite, come hanno fatto con le nostre.

Ci auguriamo che sarete grati di essere nati in un mondo così magico.

lunedì 2 marzo 2026

SERRA LO DICE BENE

 UN DERBY TRA LE MACELLERIE

Sarei molto felice se il regime tenebroso e bigotto che da quasi mezzo secolo governa l’Iran dovesse finalmente cadere, levando le mani di dosso alle ragazze persiane. Sarei molto infelice se quel regime dovesse cadere per l’imposizione armata di Stati Uniti e Israele. La sequenza di queste due frasi lascia intendere l’umore sbigottito e impotente con il quale seguo le notizie di queste ore.


Invidio chi riesce a prendere parte con nettezza all’ennesimo macello. Nel caso in questione lo definirei un derby tra macellerie. La macelleria arcaica del terrore religioso, la nuova macelleria tecnocratica del più potente esercito del pianeta, quello degli immobiliaristi in cerca di macerie da trasformare in oro.

Invidio, dicevo, chi riesce a prendere parte con nettezza e con convinzione. In estrema sintesi: ci sono quelli che considerano legittimo e anzi doveroso imporre, con le buone o con le cattive, “la libertà” – parola da prendere con le molle, perché ci si scotta facilmente a prenderla in mano se esce dalla bocca di Trump – a popoli che non riescono ad averla motu proprio; e neppure si sa bene se e come la intendono, questi popoli, “la libertà”: magari in un’altra lingua suona differente… Il famoso “la democrazia si esporta con le armi” ha portato, fin qui, a vergognosi fallimenti (Afghanistan, Iraq), ma i suoi fautori e i suoi faccendieri perseverano indisturbati.

Dall’altra parte ci sono quelli che negano alla cosiddetta “civiltà occidentale” il diritto di costringere ai propri costumi politici, e al proprio tornaconto economico, il resto del mondo; ed è un concetto in sé sacrosanto: ma non al punto di parteggiare per i regimi più feroci, o più scalcinati, o più osceni, pur di opporsi all’imperialismo e al neocolonialismo.

Non so voi, ma io non ce la faccio proprio a mettermi l’elmetto dei “liberatori”; neppure se penso alla “polizia morale”, ai Guardiani della rivoluzione e agli altri orribili strumenti di repressione della teocrazia.

Ma neppure riesco a spendere mezza parola che rischi di unirsi a quelle di chi, per le ragazze persiane, non ha mai mosso un dito, mai organizzato un corteo, perché Teheran è “nemica dell’Occidente” e tanto basta per alzare le spalle se qualcuno ti dice: e per le donne dell’Iran bastonate, rapate, incarcerate e ammazzate perché volevano ballare con i capelli al vento, come mai non ti sei indignato, perché non hai manifestato, cara e caro il mio rivoluzionario da tastiera? Perché farlo non rientrava nel tuo ottuso schemino “buoni/cattivi”?

Come vedete ho poco da dirvi, sul tema, che non sia “fuori dal gioco”, come se la mia squadra, in questa come in altre partite, non si fosse iscritta al torneo. Posso solo aggiungere che i due nomi dati da americani e israeliani al loro golpe dall’esterno (di questo, tecnicamente, di tratta: è l’obiettivo dichiarato) sono ridicoli e vanagloriosi: “Ruggito del leone” e “Furia epica”. Sembrano i titoli di due videogame per bambocci di tutte le età.

Così guardo i tigì, mescolo il minestrone, chiacchiero con gli amici e mi domando come andrà a finire. Ogni tanto un’occhiata a WhatsApp per avere notizie dei miei due amici italiani che vivono a Teheran. Un pensiero solidale vola fino alla piazza di Isfahan, una delle più belle del mondo, ci sono stato e mi piacerebbe tornarci. Un sorriso quando l’amico Stefano mi suggerisce, per adeguarsi al mutare dei tempi, di adattare il nome di Occidente e chiamarlo Uccidente.

Quando mi ha telefonato Fabio Fazio, domenica mattina, per dirmi che in trasmissione avremmo dovuto parlare dell’Iran, gli ho detto che l’avrei fatto volentieri, a patto di potere dire che non so esattamente che cosa dire. Mi ha risposto che gli sembrava un ottimo punto di partenza.
(Michele Serra, OK Boomer, il Post, oggi)

“Gli americani sono molto fortunati, perché dovunque vanno per esportare la libertà… trovano il petrolio”.
- Michele Serra a Che Tempo Che Fa

venerdì 27 febbraio 2026

FRULLATI DI FRUTTA

( Messaggio Whatsapp di Anna oggi)

Negozio di frullati questa mattina



Quando le chiedi la provenienza della “frutta” dice: “da casa dei nonni” 🤣🤣🤣

giovedì 26 febbraio 2026

QUINTESSENZA DI UNA VITA

 Come da alcuni anni capita, per due o tre giorni abbiamo i potatori nel giardino. Per anni, per decenni, è stato Roberto a potare tutte le nostre piante, abbarbicato per giorni su scale e con le mani che gli facevano male alla fine di una giornata di cesoie. Poi, non sembra, lentamente, ma poi le piante diventano grandi e sempre più numerose e forse noi rimpiccioliamo nella spinta, nell’entusiasmo, nel vigore.. insomma da qualche anno la potatura annuale viene affidata a competenti, attrezzati e fidatissimi potatori per quanto anche loro sulla via di avanzato invecchiamento.

Roberto torna dal lavoro la sera che è già buio e i potatori se ne sono già andati quindi interloquisce con loro la mattina quando arrivano, aggiornandosi, chiarendo e prendendo le eventuali necessarie decisioni sul prosieguo dei lavori. Esce a parlare con loro già vestito da ufficio, non in giacca e cravatta ma comunque mediamente elegantino, con le sue belle camicie e maglioncini e soprattutto con le sue amatissime, imprescindibili scarpe di cuoio simil-inglesi.

L’altra mattina è uscito a parlare con i potatori e poi è tornato verso la macchina per andare al lavoro e l’ho senntito brontolare tra sè e sè “ Ma guarda mi sono sporcato le scarpe di terra. Un’altra volta. Ho sempre le scarpe sporche di terra. Una vita con le scarpe sporche di terra.”. Dalla cucina, ho sorriso e ho pensato “In poche parole, la quintessenza di una vita…”

mercoledì 25 febbraio 2026

UNO SQUARCIO DI REALTA'

 La storia ha inizio con me che, con un altro paio di volontari,  il martedì mattina insegno italiano ad un gruppo di donne straniere (+ un uomo). La mia "classe" è composta da una tunisina, una ghanese, un'albanese, una senegalese, una peruviana e un peruviano (il signore peruviano, arrivato da poco, fa lezione a parte con uno o due volontari, perché le signore hanno un livello più avanzato di italiano). Il mondo, si può tranquillamente affermare. 

Martedì 17 febbraio era Martedì Grasso e ho deciso per un giorno di lasciare da parte gli esercizi di italiano e di parlare del Carnevale. Lo faccio spesso, perché quello di cui hanno bisogno queste signore è di chiacchierare e comunicare il più possibile, e di fare parte di un andamento collettivo che molto spesso le vede chiuse in una bolla dalla quale non capiscono perché intorno a loro succedono cose. Questo lo faccio soprattutto pensando ai loro bambini, che devono far parte del tessuto su cui vive la comunità intorno a loro. (quanti bambini? Tanti: 4+3+2+4+4, comprendendo anche 2 nipoti).

Insomma, quel martedì preparo la lezione sul carnevale, porto un po' di chiacchiere che ho fatto (quante vuoi che ne mangiamo Roberto ed io?), un po' di stelle filanti da lanciare e preparo una decina di maschere piegate con la tecnica origami. Poi mi metto a preparare il cartellone esplicativo del Carnevale (uso spesso i cartelloni scritti con pennarelli colorati, ho notato che li ricordano meglio).  Per spiegare il Carnevale però bisogna parlare della Quaresima (quattro di loro sono musulmane, due sole con il velo e non sanno nulla delle nostre ricorrenze religiose) e della Pasqua. Si va a ritroso, la Quaresima quaranta giorni indietro alla Pasqua e prima il Carnevale. Già, ma come si calcola la Pasqua? non lo sapevo.

Una piccola ricerca mi svela che la Pasqua si colloca nella prima domenica dopo la prima luna piena di primavera (cioè la prima luna piena dopo il 21 marzo) e quindi nel periodo 22 marzo-25 aprile. Qui mi si è accesa la mia prima lampadina del dubbio: ma cosa c'entra la luna piena con la religione cattolica? le fasi lunari mi danno la sensazione di paganesimo, di animismo, di qualcosa di pre-moderno e pre-religioso... comunque la Pasqua si calcola così, niente di religioso ne determina la data.

E insomma, facciamo la nostra lezione sul Carnevale, molte parole di vocabolario, mangiamo, un po' di divertimento. Chiacchierando (ho già scritto che uno dei momenti di maggiore godimento per me è quando le sento parlare tra di loro in italiano? E' l'italiano la lingua che hanno in comune) viene fuori che quest'anno il periodo del Ramadan inizia solo un giorno dopo la Quaresima. Vado allora a vedere in che modo viene calcolato il periodo del Ramadan: sono 29 o 30 giorni, un po' meno della Quaresima, ma con restrizioni molto più severe, come è noto. La finalità penitenziale sembra però abbastanza simile.  Però, come viene calcolato il periodo, visto che, come la Pasqua, varia ogni anno?

(Anche qui rapida ricerca) Il calendario islamico è un calendario di tipo lunare, ossia si basa su cicli di mesi sinodici (cioè il tempo che impiega la luna per riallineare nuovamente la sua posizione con il Sole e la Terra dopo aver compiuto una rivoluzione intorno alla Terra - praticamente il tempo che intercorre tra un novilunio e quello successivo, circa 29/30 giorni). Ramadan è il nono mese del calendario islamico (composto da 354 o 355 giorni) e la sua durata varia da 29 a 30 giorni. Il calendario lunare era adottato ancora prima della cultura musulmana dalle antiche tribù arabe.

Davvero interessante, ho pensato, ed ho anche intravisto (capita poche volte) un breve squarcio di realtà: le religioni sono nate tutte sullo stesso substrato di conoscenze e credenze ed è evidente che sono costruzioni culturali fondate sul potere prima di distinguersi (identità) e poi di governare (potere). 

Ma non date retta a un'atea come me..

Intanto, ci siamo divertite/i....



venerdì 13 febbraio 2026

ALBANESE E DINTORNI

" Francesca Albanese, ospite con un videomessaggio all'Al Jazeera forum, un panel di tre giorni tenutosi a Doha e dedicato al Medio Oriente, dove erano ospiti anche il ministro degli Esteri iraniano Araghchi e il capo di Hamas all'estero Khaled Meshal, ha detto che Israele «è il nemico comune dell'umanità». Parole che hanno scatenato la disapprovazione del ministro degli Esteri francese Barrot, che poi ne ha chiesto le dimissioni dal suo ruolo di relatrice speciale dell'Onu, e le proteste di Israele che ha definito «assurda» la presenza di una rappresentante delle Nazioni Unite «su un palco insieme a terroristi le cui mani sono sporche di sangue»".

Cosa ne penso? penso che Francesca Albanese sia una fanatica accecata dall'ideologia e come tutti i fanatici non eccessivamente intelligente. Penso che quelli che dicono “Ha contribuito a porre all’attenzione del mondo la questione palestinese” dicano una cazzata - ha invece procurato danni alla causa palestinese. Penso che una diplomatica (perché tali sono i dipendenti ONU) che scatena ad ogni intervento una bufera e deve spesso precisare quello che dice sia come minimo molto poco professionale.

Penso che accreditare un forum con presenti Hamas e l'Iran sia una cosa vomitevole. Se penso ad Hamas e all'Iran visualizzo solo assassini e montagne di morti.

Non ho dubbi nella convinzione di volere Francesca Albanese e tutti quelli e quelle come lei, da ina parte e dall’altra, fuori dai coglioni o almeno fuori dal dibattito pubblico in posizioni di presunta autorevolezza.

Però mi rendo conto che potrei pronunciare le stesse identiche parole che lei ha usato per definire Israele e penso a come le parole siano affascinanti, pericolose, magiche. Definire Israele "nemico dell'umanità" è a mio parere esatto. Israele è come minimo uno stato criminale che ha ammazzato decine di migliaia di palestinesi e  ha rovinato completamente le vite, le case, le aspirazioni, i desideri e le speranze di due milioni abbondanti di altri palestinesi. E' in atto un'aspra discussione sugli intenti genocidari dell'attuale governo israeliano, discussione nella quale mi colloco decisamente tra quelli che pensano che Israele stia tentando, con diversi livelli di consapevolezza, di eliminare il problema che sanguina eliminando TUTTO il popolo palestinese. La discussione è intensa e interessante, ma non sposta il vero nucleo dell'azione di Israele: Israele è nemico dell'umanità, del senso di umanità, di quel sentimento che riconosce il volto e le ragioni di coloro che dividono il mondo con noi, anche nemici. 

Una recente notizia è particolarmente significativa

Israele nega cure mediche salvavita a Mohammad Ahmad Abu Asad, bimbo di 5 anni malato di cancro, Ong: "Condanna a morte perché palestinese"

Un tribunale israeliano ha respinto una petizione che chiedeva cure mediche salvavita per un bambino palestinese di cinque anni affetto da cancro, consentendo alle autorità di continuare a negargli l’accesso alle cure esclusivamente sulla base del suo indirizzo ufficiale registrato a Gaza. La decisione, emessa domenica dal tribunale distrettuale di Gerusalemme, riguarda il caso di Mohammad Ahmad Abu Asad, nonostante il bambino viva con la sua famiglia in Cisgiordania occupata dal 2022.

In questo senso, dunque, è vero che "Israele è nemico dell'umanità".

lunedì 9 febbraio 2026

PENSARE È RESISTERE

 Due ore di scontri e violenze hanno cancellato mesi e mesi di dialogo fra i sostenitori di Askatasuna e le istituzioni. Un dialogo faticoso, coraggioso, mai scontato, per conciliare istanze sociali e legalità, dignità dei luoghi e delle persone. Quel dialogo stava mettendo radici, ma forse dava fastidio a qualcuno: i più intransigenti dall’una e dall’altra parte di un conflitto che provava a cambiare pelle, e trasformarsi in collaborazione per il bene della città.


Da molti anni sono accompagnato in ogni passo da persone della Polizia di Stato, verso cui provo affetto e gratitudine per la protezione che mi garantiscono in situazioni di pericolo e di fronte a concrete minacce criminali. La stessa criminalità che ad alcuni loro colleghi e colleghe ha strappato crudelmente la vita, lasciando nella disperazione tanti famigliari ai quali sono legato da profonda amicizia. Mi spiace che le forze di polizia siano considerate, da chi le aggredisce, una difesa del potere anziché della democrazia. Mi spiace ancora di più che quei giovani in divisa siano stati mandati a fronteggiare una violenza che altri, a livello politico, avrebbero forse potuto prevenire.

Prevenzione è la parola chiave, e non solo in riferimento al corteo di Torino, ma a qualunque situazione dove il conflitto sociale rischia di sfuggire di mano. Perché se oggi condanniamo senza ambiguità la violenza verso gli spazi pubblici e i rappresentanti delle istituzioni, non altrettanto chiaramente sentiamo condannare una certa violenza istituzionale che si scarica contro le persone più fragili e marginali: i poveri, i migranti, i giovani dei ceti meno tutelati. Anche le disuguaglianze crescenti, la precarietà del lavoro, il sovraffollamento delle carceri, la burocrazia a ostacoli e lo smantellamento della sanità pubblica sono una forma di violenza.

Gli scontri al corteo hanno passato un colpo di spugna sopra i suoi contenuti, fra cui temi universali come la pace e problemi reali di questa città, come l’emergenza casa o il malessere giovanile. Al centro del dibattito sono rimaste solo la brutalità e le sue radici ideologiche, vere o presunte, in un rimpallo di responsabilità che non risponde in alcun modo ai bisogni e alle paure della gente. Questa è la prima grande sconfitta.

Una sconfitta ancora più grave sarebbe fare leva sugli episodi del 31 gennaio per inasprire le politiche repressive a scapito di quelle preventive. La repressione non spegne i conflitti ma li rinfocola, come abbiamo visto. Non risolve i problemi ma ne crea di nuovi. Alla manifestazione di sabato c’erano anche tante persone impegnate ogni giorno in un’opera di ricucitura degli strappi sociali e ripristino dei diritti traditi. Loro sono ugualmente vittime delle violenze, non complici come qualcuno si è permesso di dire. Testimoni di quanto sia difficile vivere l’incertezza, il dubbio, la contraddizione, ma restare sulla strada comunque, per preservarla come luogo di costruzione e incontro, non di distruzione e scontro.

Oggi la scelta più coraggiosa sarebbe quella di rilanciare il dialogo fra la Città e i soggetti sociali “puliti”, invece di seppellirlo. Dimostrare che le giuste istanze collettive sopravvivono alle scelte sbagliate dei singoli, e trovano altre strade per realizzarsi grazie a chi crede davvero nella democrazia”.

Don Luigi Ciotti, presidente Libera e Gruppo Abele

Parole necessarie, a mio parere, nel solco della riflessione di Umberto Eco

Ma cosa ha prodotto tutto questo? Non siamo diventati stupidi all’improvviso. Questa non è solo una crisi culturale: è un addestramento sistematico che premia l’IDIOZIA ed esalta l’ignoranza.
Io vengo da un tempo in cui le parole pesavano. Prima di parlare si ascoltava, prima di giudicare si cercava di capire. Negli ultimi decenni invece ho assistito a un progressivo imbarbarimento non dirò della cultura, ma proprio dell’essere umano. I social media ne sono l’esempio perfetto. I social non informano: eccitano. Non spiegano: SEMPLIFICANO. Non creano il dialogo: mettono gli uni contro gli altri.
Sono lo specchio di una società che ha reso ridicola la critica, sospetto il dubbio, noiosa la competenza. Ci vuole una resistenza quasi eroica per sottrarsi a tutto questo. In un mondo che ti vuole stupido, pensare è già una forma di disobbedienza. Perché mentre tutto spinge verso l’idiozia, pensare resta l’ultima forma di resistenza.

Pensare e resistere, pensare è resistere.

venerdì 6 febbraio 2026

CERIMONIA DI APERTURA DELLE OLIMPIADI

 Stasera ho guardato la cerimonia di apertura delle Olimpiadi - Roberto no, ha deciso di guardare un vecchio bellissimo film, ma io sono un po’ romantica, mi piace la sfilata degli atleti, belli, giovani, eleganti, entusiasti di essere lí, mi piace l’alzabandiera olimpico, mi piace l’accensione della fiaccola, mi piacciono i riti collettivi, insomma ero e volevo essere  tra i due miliardi (DUE MILIARDI!) di persone che l’hanno guardata - e mi è piaciuta, l’ho trovata elegante, non volgare, piena di messaggi reiteratamente giusti, disattesi, ma necessari. E c’era il mio Presidente, quello che dice le cose che il mio cuore vuole sentire (ultimamente le occasioni in cui il mio cuore è felice sono davvero poche).

Il momento migliore, però, a mio parere è stato quando Ghali, circondato da una bellissima coreografia di giovanissimi ballerini, ha “rappato” in tre lingue una delle poesie che amo di più, una poesia di Rodari che sembra scritta per i bambini e che parla di cose semplici, di regole minime, di azioni necessarie alla vita e di azioni contro la vita

Promemoria di Gianni Rodari

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola,
a mezzogiorno.

Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.

Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra

E, ammetto, gran parte del godimento che ho tratto dal momento è stato che questa poesia è stata schiaffata su quella gran faccia da culo di Vance con i suoi trecento (TRECENTO) agenti di scorta che stava assistendo alla cerimonia. Poi ho pensato “ma tanto, per quel che ne capisce…”

(PS per un attimo ho pensato: ma Netanhyau c’era alla cerimonia? Perché la delegazione di Israele l’ho vista sfilare… poi mi sono ricordata: non c’era perchè su di lui pende il mandato di cattura per crimini contro l’umanità e per crimini di guerra… già)

martedì 3 febbraio 2026

IL GIORNO CHE PICCHIANO LA MARMOTTA

 Martedì 3 febbraio 2026, Michele Serra, il Post, OK Boomer

Il giorno che picchiano la marmotta 

«Ogni tanto (e per fortuna) il già visto e il già noto, per quanto tu ci sia abituato, ti mordono la pancia come quando avevi vent’anni»

Alla ripetizione del già visto, del già noto, ci si abitua con gli anni. È il famoso: “ormai ci ho fatto il callo”. Il mondo funziona così, e amen. Tranne che ogni tanto (e per fortuna) il già visto e il già noto, per quanto tu ci sia abituato, ti mordono la pancia come quando avevi vent’anni. E ti costringono a reagire come quando avevi vent’anni, e anche trenta e quaranta. Buon segno: vuol dire che invecchiare non è sinonimo di rassegnarsi.

Gli incidenti di Torino (ne avete trovato ampio resoconto sul Post e in molte cronache nazionali) rientrano nel novero delle cose che per quanto prevedibili, per quanto conosciute, analizzate, discusse da almeno un paio di generazioni, per quanto “giorno della marmotta” (già lo sai, è già successo e succederà all’infinito: tra un minuto, cento o duecento persone mascherate si staccheranno dal corteo e daranno fuoco al quartiere; e già conosci – perché sono sempre uguali, fatti con lo stampino – anche i commenti politici nei telegiornali della sera), e insomma per quanto identici nella genesi, nello svolgimento, nella discussione pre e post: gli incidenti di Torino, dicevo, sono indigeribili.

Come si dice classicamente: non si riesce a mandarli giù. È come se mancasse un enzima, un probiotico, un qualcosa, che ci aiuti finalmente a metabolizzarli, digerirli, infine espellerli come scorie. E a passare finalmente a un nuovo capitolo, che non puzzi di muffa come questo.

Per esempio. Leggo un’intervista a Marco Grimaldi, vice capogruppo alla Camera di Alleanza Verdi e Sinistra. Lui a Torino c’era. Dice, sull’accaduto, molte cose condivisibili. Ma dice anche questa cosa (a proposito di giorno della marmotta, l’avrò letta quasi identica decine, centinaia di volte, nell’ultimo mezzo secolo): «Attenzione a non fare quello che la destra si aspetta, a cadere nelle provocazioni, a essere il nemico che loro vogliono… Torino sta diventando un laboratorio di repressione… Vogliono prendersi lo scalpo di Torino per via militare, magari per giustificare una prossima Minneapolis anche in Italia».

In sostanza: se non si deve essere violenti non è tanto perché la violenza, in sé, è ripugnante. Non perché ci sia una forte convinzione etica (tale è la non violenza) che, come tutte le forti convinzioni etiche, non può che riguardare prima di tutto te stesso, i tuoi comportamenti, il tuo linguaggio, la tua responsabilità, il tuo ambiente, la tua cultura. No, si deve evitare la violenza perché altrimenti il potere (il padrone, lo Stato, il nemico di classe, le multinazionali, il capitale, insomma “gli altri”, a seconda dell’occasione) ne approfitta per dire che sei cattivo e vai punito.

Non bisogna picchiare in dieci un poliziotto steso a terra perché altrimenti Piantedosi ha gioco facile nel dire che i centri sociali sono covi sovversivi da chiudere. E in fin dei conti, sempre seguendo questa logica, chi può garantire che i black bloc, o come diavolo amano farsi chiamare adesso quei nevrastenici, non siano provocatori al soldo del governo?

Dimmi a chi giova (cui prodest?, un classico del cinismo politico) la violenza, e ti dirò in quale categoria di giudizio intendo metterla. Pensiero che fa sospettare, quasi in automatico, che nel caso un atto violento sia utile “alla causa”, giovevole al “movimento”, allora il giudizio sulla violenza diventerebbe un poco meno drastico.

Torna in mente, inevitabilmente, un lungo, lunghissimo passato. Era il 1978 quando, sul Manifesto, Rossana Rossanda, in due successivi articoli, in pieno sequestro Moro, coniò, a proposito del terrorismo rosso, il concetto di “album di famiglia”. E fece molto scalpore, come era inevitabile, proprio “in famiglia”, ovvero in quella famigliona molto ma molto allargata che era ed è la sinistra.

Diceva, in sostanza, lei dirigente e intellettuale comunista di lunga data, che le Brigate Rosse, per linguaggio e per genesi ideologica, appartenevano senza ombra di dubbio alla storia della sinistra comunista. Compresa la scelta della lotta armata come opzione possibile. Fino a lì, per diversi anni, dall’inizio dei Settanta, i violenti erano stati trattati da agenti provocatori, da corpo estraneo, da attori di un’efferata congiura ai danni del glorioso cammino democratico del movimento operaio. “Fanno il gioco dei padroni”. Oggi, sia pure nel consolante rimpicciolirsi degli attori e delle loro ambizioni politiche: fanno il gioco di Piantedosi.

Secondo ricordo – che non riguarda propriamente la politica, ma è almeno altrettanto rilevante della politica stessa. Verso la metà degli anni Settanta, quando la violenza di piazza e di strada, la violenza politica, si ingrossava come un fiume in piena, mi è capitato più di una volta, nei cortei, o nelle zuffe dentro l’università, di percepire tra le persone presenti una specie di improvvisa biforcazione.

Al primo lacrimogeno, alla prima carica di polizia, al primo sussulto del corteo che da bestione tranquillo cominciava a contorcersi come un serpe ferito, la gran parte delle persone era atterrita, o sgomenta, o spaventata, a seconda del carattere (io, per esempio: spaventato, la violenza mi ha sempre terrorizzato).

Ma alcuni no. Alcuni si eccitavano. Alcuni si accendevano. Negli occhi c’era il lampo della battaglia. Lo scontro, a loro, piaceva. È il verbo giusto, senza sinonimi possibili: gli piaceva! Come se fosse una forma di agonismo, di prova fisica, di esaltazione dei sensi. Sì, a qualcuno la violenza piace, la cerca, la vive come una fiammata vitale.

Dei black bloc, o come accidenti vogliono farsi chiamare, penso esattamente questo. Non sono antagonisti, sono agonisti, il corteo è il loro stadio, la loro occasione di sentirsi al centro della scena. Mentre gli altri fuggono, loro espropriano il corteo ai manifestanti e la città ai cittadini. Decine di migliaia di persone, i pacifici, vengono cancellati, le loro ragioni (le ragioni della manifestazione, e anche le ragioni del quartiere Vanchiglia e del centro sociale Askatasuna, che ne è parte viva) non contano più nulla.

Conta, per gli agonisti, che in campo rimangano solo due squadre: la polizia e loro. E che per un governo come questo l’ordine pubblico sia un’occasione di repressione, e di militarizzazione, non solo lo sanno benissimo: ne sono entusiasti, ne sono partecipi, perché solo così possono praticare, finalmente, liberamente, il loro sport senza regole. È un caso, eclatante, di privatizzazione violenta di un evento pubblico.

Mi importa poco sapere le storie di questi incazzati, non saprei nemmeno dire se siano più incazzati o più soddisfatti cultori di uno sport che piace solo a loro (degli altri, se ne fregano). Ma non credo, purtroppo, che piovano dal cielo. Credo che dentro i centri sociali (che sono tante cose, ma sono stufo di rifare ogni volta l’elenchino delle cose buone per controbilanciare quelle cattive), dentro circoli e partitini di fascia estrema, trovino alloggio, anche quando mal sopportati. Trattati come “compagni che sbagliano”, ma pur sempre compagni.

Da qualche parte, se arrivano dalla Francia o dalla Germania, dovranno pure dormire, e non credo scendano all’Hilton. In qualche cantina o garage dovranno pure alloggiare le loro mazze e le loro bombe carta. E fino a che la sinistra loro contigua si ostinerà a non vedere, o a fare finta di non vedere, questa contiguità, tutti i cortei come quello di sabato a Torino avranno lo stesso identico svolgimento: poche centinaia metteranno in minoranza molte migliaia.

I dirigenti del calcio, ormai da decenni, dando prova – con rare eccezioni – di una pochezza e di una ipocrisia quasi incredibili, di fronte alle violenze degli ultras ripetono la stessa frasetta: “non sono veri tifosi, sono elementi del tutto estranei al mondo del calcio”. Peccato che gli incidenti accadano negli stadi, non nei tennis club o al galoppatoio. Circostanza che ovviamente chiama in causa il mondo del calcio, non quello del tennis e dell’ippica.

La sinistra radicale rischia di fare la stessa figura fino a quando non riuscirà ad ammettere che sì, ha un problema con la violenza: verbale e fisica. Non riesce a levarsela di dosso, che sia di pochi parassiti o che le abiti dentro, fatica a farci i conti. Fare i conti con sé stessi: da Piantedosi non me lo aspetto, dal governo nemmeno, ma da chi si definisce alternativo, o antagonista, invece me lo aspetto. La violenza, oggi più che mai, è la più conformista delle espressioni umane. È una parola del potere, non dei cittadini.

Scusate se sono andato un po’ lungo. Considerate che è solo la decima parte di quello che avrei voluto dire. Ne avremo occasione.

sabato 31 gennaio 2026

CAUSE DELLA GUERRA

 


In un clima di guerre e guerrafondai, di dissesti mondiali, città distrutte, infrastrutture vitali colpite, corpi sepolti e insepolti, nuovi lager, bambine e bambini uccisi o lasciati a morire di freddo e di fame… il Papa cita Madre Teresa e punta il dito contro le donne, individuando nell’aborto “il più grande distruttore della pace”.

Non nelle bombe.

Non nei missili.

Non nei conflitti armati che devastano intere popolazioni.

Ma nelle donne che interrompono una gravidanza.

Le stesse parole vengono oggi applaudite da governi di destra che sostengono o legittimano quelle stesse guerre, e che da anni brandiscono la retorica ipocrita “pro life” come bandiera morale.

Un’ideologia per cui i bambini interessano solo nella misura in cui per “difenderli” bisogna controllare i corpi delle donne. 

Diciamolo, gridiamolo forte, che non è l’aborto la guerra contro l’umanità.

La guerra è quella vera, fatta di armi, potere, interessi economici e violenza disumana. 

È quella che passa sopra le teste e i destini di tutti, che cancella le vite già nate, che stupra il nostro presente e ipoteca il nostro futuro.

venerdì 16 gennaio 2026

BUON COMPLEANNO REPUBBLICA

 

Buon compleanno Repubblica

di Mario Calabresi


Avevo 14 anni, avevo appena iniziato la quarta ginnasio, e per andare a scuola ogni mattina dovevo prendere due tram. Davanti alla mia fermata c’era un’edicola e dopo qualche settimana di studio dei giornali impilati (allora c’erano pacchi immensi che aspettavano di essere acquistati) decisi di comprare Repubblica. Mi piaceva il formato, lo stile, mi sembrava fosse più adatto ad un ragazzo come me. Avrei continuato a comprarla per tutti gli anni del liceo, ero orgoglioso di entrare a scuola con il mio quotidiano che usciva dalla tasca del giubbotto. Mi piaceva leggere sul tram, durante quel tragitto viaggiavo per il mondo e, tra una fermata e l’altra, il giornalismo mi entrò nel cuore.

All’università i giornali che compravo ogni mattina diventarono due, anche tre. Cominciai ad andare verso mezzanotte in centro a Milano per comprare la prima edizione. La prima volta che lo feci fu quando cadde il Muro di Berlino, poi diventò un’abitudine.
Molte delle cose che leggevo durante quei viaggi adolescenziali in tram non le capivo, soprattutto non capivo la politica, ma quelle letture furono una palestra incredibile. Non pensavo ancora di fare il giornalista e mai avrei potuto immaginare che di quel quotidiano sarei stato un giorno giornalista politico, caporedattore centrale, corrispondente dagli Stati Uniti e poi direttore

Repubblica compie cinquant’anni e io ne ho passati ben undici in quel giornale, ho lavorato nella sede originale, in Piazza Indipendenza, dove la gente fumava, i pavimenti erano corrosi dal tempo, le sedie sfondate e le scrivanie erano piene di schegge che bucavano camicie e maglioni. Ma nessuno se ne preoccupava, la passione era tantissima e “bisognava fare il giornale”. Anzi: farlo, rifarlo e poi rifarlo ancora. C’era solo quella preoccupazione, quell’imperativo, le vite personali passavano sempre in secondo piano.
C’erano discussioni infinite, ricordo litigate feroci per un titolo, anche se i giornali erano monarchie assolute e alla fine comandava uno soltanto, quello che aveva la prima e l’ultima parola: il direttore. Mi assunse Ezio Mauro e da lui ho imparato tantissimo, è stato il direttore che ho avuto più a lungo e la cosa che mi piaceva di lui era che non dava solo ordini, ma spiegava sempre il perché delle cose.

Nel tempo avrei conosciuto anche il fondatore, e negli ultimi anni della sua vita saremmo anche diventati amici. Eugenio Scalfari aveva fatto un gesto importante: aveva trovato l’occasione per incontrare mia madre e chiederle scusa per essere stato uno dei settecento firmatari del manifesto degli intellettuali del 1971 contro mio padre. Della sua vecchiaia mi colpiva come avesse lasciato intatta la curiosità. Quando ero direttore veniva al giornale e mi chiedeva di spiegargli tutte le innovazioni che facevo: voleva sempre capire ogni cosa.

Oggi che guardo quel giornale da fuori, che ho avuto tempo per analizzarne con calma la sua parabola, vedo come sia stato il simbolo di un’idea dell’Italia, l’aggregatore di un’ampia comunità di lettori che amavano la politica, i libri, il cinema, avevano un’idea di progresso e tenevano in gran conto i diritti, anche se quella redazione era decisamente troppo maschile. Quella comunità, anche quando il mondo aveva cominciato a cambiare, è rimasta unita grazie al collante di un avversario politico comune come Silvio Berlusconi. Con la fine del berlusconismo e il governo di Matteo Renzi quel mondo ha cominciato a dividersi finendo per andare in pezzi. Il momento migliore della vita di Repubblica era La Repubblica delle Idee, il Festival annuale che riusciva a tenere ancora insieme tutto e tutti. Un miracolo che ci regalava la piazza di Bologna.

Io sono stato direttore in quegli anni della fine del governo Renzi e dell’arrivo di Conte e dei Cinque Stelle, la redazione, i collaboratori e i lettori non avevano più un sentimento comune sulle cose, sulla politica e su cosa fosse giusto e sbagliato. I miei ultimi tre anni di direzione sono stati faticosissimi e ne ho un ricordo anche doloroso. Abbiamo continuato a fare tanta innovazione (basti pensare alla nascita di Robinson, all’integrazione tra carta e digitale, alla app, alle grandi inchieste di Super8, che avrei poi trasformato in podcast e libri nella mia vita successiva) ma si era incrinata la fiducia, e il mio problema maggiore fu avere una visione del futuro dei giornali diversa rispetto a quella dell’editore. 

Oggi tutto è ormai lontano, l’editoria è cambiata profondamente in pochissimi anni e se guardo indietro sento ancora quell’energia bellissima di fare un giornale, di trovare una notizia, un’energia che non ti faceva mai sentire la fatica, che ti faceva sembrare normale andare a cena a mezzanotte, che ti spingeva ad imparare ogni giorno qualcosa di nuovo.

Ho fatto una fatica bellissima a Repubblica, i giornali sono stati fatica, ma si aveva la sensazione che valesse la pena farla ogni giorno, che non fosse mai sprecata o inutile. Si aveva la sensazione di fare la differenza, di scrivere non solo la cronaca ma anche pezzetti di storia. E io sarò sempre grato a quel giornale per avermi regalato anche una delle più belle esperienze giornalistiche che ho fatto: un viaggio americano durato tre anni che mi ha fatto conoscere ogni angolo e ogni sfumatura di quel paese che mi piace raccontare ancora oggi.
Buon Compleanno Repubblica.


Non ho trovato, tra i tanti sul tema, articolo migliore di questo per verità e tenerezza

venerdì 9 gennaio 2026

MERCANTI DI SCHIAVI

 oggi ho letto questo post che offre una prospettiva interessante, inedita, forse non completamente convincente ma con una sua forza

Schiavi. E mercanti di schiavi

È il petrolio, bellezza, e non ci puoi far niente. È davvero così? Oppure il petrolio è solo la parte per il tutto, la metonìmia per la rappresentazione del nuovo tipo di potere che si espande a livello globale? In sintesi, è proprio il petrolio venezuelano l’obiettivo dell’operazione da gangster di Trump, oppure è l’idea di un mondo che potremmo definire suddiviso tra schiavi e proprietari di schiavi?

Il petrolio è importante, eccome se lo è. Basti guardare a due tra gli ultimi paesi bombardati dall’attuale amministrazione statunitense, la Nigeria e il Venezuela, appunto. La Nigeria è il più grande produttore di petrolio in Africa, e il paese che più ha subìto la presenza delle società petrolifere, da quelle statunitensi alle europee, Eni compresa. È sempre importante ricordare il prezzo altissimo che la Nigeria ha pagato in termini umani, sociali, ambientali, simboleggiato dall’uccisione di Ken Saro Wiwa e degli altri otto attivisti, e dalle sofferenze del popolo Ogoni nel delta del Niger. E il Venezuela? È il paese al mondo con la maggiore quantità di riserve petrolifere. Guida una classifica, quella delle riserve a livello globale nel 2024, che, a oggi, sembra un trattato di relazioni internazionali. Non di geopolitica, per favore. Di relazioni internazionali, e in particolare di politica estera statunitense. Ecco la classifica. Venezuela al primo posto, seguito da Arabia Saudita, Iran, Iraq, Emirati Arabi, Kuwait, Russia, Libia. Al nono posto, appunto, gli Stati Uniti, che con i paesi che la precedono hanno, a seconda dei regimi e delle intese, rapporti tesi, tesissimi, buoni. Rapporti comunque di forza, in cui gli strumenti possono anche essere i ricatti e l’occupazione militare.

E allora, perché andare oltre il petrolio, se già l’oro nero fornisce una chiave di lettura semplice ed efficace? Perché bisogna andare al cuore delle questioni. Il petrolio è l’espressione di un capitalismo arrivato alla sua massima espansione, e dunque alla soglia di frattura. Gira virale sui social una frase attribuita a Josh Zepess (ho provato a cercare il testo originale, senza successo): “il capitalismo ha bisogno dell’imperialismo all’estero, del fascismo a casa, e della democrazia di fronte alle telecamere”. Non ci sarebbe neanche bisogno di spiegarla, perché contiene molto, di quello che sta succedendo, in questo tempo che non inizia il 7 ottobre 2023 (Gaza), e neanche il 24 febbraio 2022 (Ucraina), ma che trova in queste due date quelle faglie che ci fanno riconoscere punti importanti, e forse punti di non ritorno in questo inizio di storia del terzo millennio.

Mi convince di più, però, una descrizione che ha a che fare con una durata ancora più lunga di quella dell’era del capitalismo. L’era dello schiavismo, antico e contemporaneo, con tutte le variazioni della storia. Non è casuale, peraltro, che proprio gli Stati Uniti (con Trump, ma non solo) siano al centro di quella che si sta profilando come una vera e propria “guerra civile globale”. La schiavitù, il suo impatto nella storia dell’Africa, la necessità di una riparazione simbolica (non finanziaria) della più imponente opera di violazione dei diritti a livello globale della storia umana, è la passione e l’ossessione di Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura e, parimenti, un campione della dissidenza, un modello di dignità e coraggio. In un discorso tenuto all’Assemblea generale dell’Onu nella giornata internazionale dedicata nel marzo scorso – appunto – alla schiavitù, Soyinka, il Professore e lo scrittore, il drammaturgo e il dissidente che è stato anche ‘ospite’ delle patrie galere nigeriane, è andato al cuore della questione odierna con poche, potenti pennellate. “Slavery means, to be owned”. “Essere schiavi significa essere posseduti”. Essere proprietà di qualcuno.

Prosegue Soyinka: “Significa – indipendentemente dall’età, dal sesso, dalla fede o dallo status sociale – essere soggetti alla volontà altrui. Significa vedersi negata, come condizione stessa dell’esistenza quotidiana, quella dote umana fondamentale che è la volontà.

Questa condizione è rappresentata in più di un’occasione nel film Django Unchained, dove il cattivo della storia, infuriato per un tentativo di superarlo in astuzia in uno scambio di esseri umani, stringe violentemente il viso di quella merce femminile e ringhia:

“Questa è una mia proprietà. Posso fare di lei quello che voglio”. […]

Quel particolare momento cinematografico è emerso come un’eco, ironicamente, di una dichiarazione di una mente radicale, un leader comunitario e prelato molto stimato. Stava sfogando la sua indignazione per quella che considerava una posizione ipocrita dell’Occidente riguardo all’omicidio giudiziario dei Nove Ogoni, impiccati dopo un processo farsa. Le sue parole, non esatte ma abbastanza accurate, erano:

“Chi sono questi europei per dire a un governante africano chi impiccare e chi no?””

Per fare un esempio attualissimo: è l’arbitrio che decide chi ricevere con tutti gli onori e chi catturare. Lo ha fatto Trump, tra gli ultimi giorni del 2025 e i primi del 2026. Ha ricevuto con tutti gli onori Netanyahu, destinatario di un mandato di cattura  da parte della Corte Penale internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, e l’Italia ha concesso il nostro spazio aereo al velivolo che portava il premier israeliano in Florida. Lo stesso Trump ha dato l’ordine di sequestrare un capo di stato straniero nella residenza ufficiale, seguendo passo passo le operazioni, e lo ha fatto portare negli Stati Uniti. E la nostra presidente del consiglio ha sostenuto Trump, definendo quell’attacco senza regole come “un’azione difensiva legittima”.

Ecco, inserire il bombardamento illegittimo, e ancor di più, illegale compiuto dagli Stati Uniti contro un paese sovrano, il Venezuela, nella storia della schiavitù, quella che più ha segnato il mondo, e che il mondo (non occidentale) considera come il crimine più efferato, consente di comprendere meglio ciò che sta accadendo ovunque negli anni più recenti. Schiavitù che comprende tutte le rotte del ‘mercato’ degli esseri umani. Non solo quella Atlantica, ma quella mediterranea e quella dalla penisola arabica verso oriente.

Ed è ancora una volta l’attacco al Venezuela a renderlo trasparente: attuare un sequestro di persona (“Posso fare di lei ciò che voglio”), travestirlo da giustizia, piegare poi la giustizia ai voleri dell’esecutivo trumpiano (ricorda qualcosa che sta accadendo in casa nostra?) inserisce gli atti all’interno di una concezione precisa delle relazioni umane, e nonumane. Siamo schiavi, siamo subalterni, siamo commodity, siamo merce. Oppure siamo commercianti di schiavi, proprietari di schiavi, potenti. Ovunque. In Italia. In Nigeria e in Venezuela. In Iran. In Yemen. Ovunque. A Gaza soprattutto, perché – e lo si era intuito – Gaza era ed è laboratorio. Ciò che si consente a Gaza, si consente a Caracas e anche a Roma. Imperialismo all’estero, fascismo in casa. E con le parole, svuotate, della democrazia ci si può giocare un discorsetto a favore delle telecamere. Solo telecamere, però, non certo di fronte a giornalisti che fanno domande.

Perché saltare a piè pari il capitalismo e rivolgere lo sguardo ancora più indietro? Perché gli anni a cavallo tra XX e XXI secolo ci avevano abituato, con tutte le contraddizioni palesi, a una possibilità. La possibilità che le regole, pur limitate, costituite come corpus all’indomani della seconda guerra mondiale, si potessero applicare a tutte e tutti. Agli stati e agli individui, non solo in termini di diritti individuali e civili, ma persino in termini di diritti sociali. Un amico caro, che ha passato la vita professionale nell’Onu, me ne ha dato un giorno una lettura dall’interno. Negli anni Novanta l’Onu, la sua burocrazia e la sua struttura, si è trovata sola, senza la longa manus degli stati che contavano, e che contano ancora. Era caduto il muro di Berlino, grazie alla pressione popolare dei tedeschi dell’est, e i paesi si stavano ancora leccando le ferite per comprendere come rimettere in piedi un ‘ordine’. Non più quello ormai stantio della Guerra Fredda. È come quando un telegiornale non ha un direttore: nella fase di transizione, la macchina del tg va per conto proprio, applica le regole del giornalismo tout court. E così, l’Onu ha prodotto cose che non aveva mai prodotto in decenni: convenzioni sui diritti, rapporti, una parvenza di ordine costruito su regole di convivenza e difesa dei diritti. Con tutte le eccezioni tremende del caso, dal Ruanda al Kosovo. In nuce, però, si era capito cosa si sarebbe potuto fare. Poi i singoli paesi hanno ricominciato la danza solita: rapporti di forza e di potere, compromessi molto poco onorevoli, negoziati al ribasso.

Ora che l’Onu è stata svuotata di significato, in particolare da Israele sulla Palestina, con il silenzio/assenso dell’occidente, non c’è neanche la parvenza, neanche la possibilità delle regole che proteggano tutte e tutti. Così, perché non tornare alla legge del commerciante di schiavi? Nessuna regola, solo la forza di chi impone di essere proprietario. Capitalismo in nuce. Ma ben oltre il capitalismo.

È solo l’inizio. E sarà difficilissimo uscirne salvi e sani. A meno che i senzapotere non si accorgano che qualcosa lo hanno già fatto. I potenziali schiavi avevano deciso di agire e portare Zohran Mamdani a guidare la città di New York, la spina nel fianco di Trump. Trump, dopo alcuni giorni in compagnia di Netanyahu, ha guarda caso deciso di attaccare il Venezuela, sequestrare Maduro e portarlo in manette nella Grande Mela, dove una magistratura che ha la separazione delle carriere, dunque con un procuratore legato all’esecutivo, processerà un capo di stato straniero.

È solo l’inizio. E non sappiamo ancora come andrà a finire. Per fortuna.