Buon compleanno Repubblica |
di Mario Calabresi |
Avevo 14 anni, avevo appena iniziato la quarta ginnasio, e per andare a scuola ogni mattina dovevo prendere due tram. Davanti alla mia fermata c’era un’edicola e dopo qualche settimana di studio dei giornali impilati (allora c’erano pacchi immensi che aspettavano di essere acquistati) decisi di comprare Repubblica. Mi piaceva il formato, lo stile, mi sembrava fosse più adatto ad un ragazzo come me. Avrei continuato a comprarla per tutti gli anni del liceo, ero orgoglioso di entrare a scuola con il mio quotidiano che usciva dalla tasca del giubbotto. Mi piaceva leggere sul tram, durante quel tragitto viaggiavo per il mondo e, tra una fermata e l’altra, il giornalismo mi entrò nel cuore. All’università i giornali che compravo ogni mattina diventarono due, anche tre. Cominciai ad andare verso mezzanotte in centro a Milano per comprare la prima edizione. La prima volta che lo feci fu quando cadde il Muro di Berlino, poi diventò un’abitudine. Nel tempo avrei conosciuto anche il fondatore, e negli ultimi anni della sua vita saremmo anche diventati amici. Eugenio Scalfari aveva fatto un gesto importante: aveva trovato l’occasione per incontrare mia madre e chiederle scusa per essere stato uno dei settecento firmatari del manifesto degli intellettuali del 1971 contro mio padre. Della sua vecchiaia mi colpiva come avesse lasciato intatta la curiosità. Quando ero direttore veniva al giornale e mi chiedeva di spiegargli tutte le innovazioni che facevo: voleva sempre capire ogni cosa. Io sono stato direttore in quegli anni della fine del governo Renzi e dell’arrivo di Conte e dei Cinque Stelle, la redazione, i collaboratori e i lettori non avevano più un sentimento comune sulle cose, sulla politica e su cosa fosse giusto e sbagliato. I miei ultimi tre anni di direzione sono stati faticosissimi e ne ho un ricordo anche doloroso. Abbiamo continuato a fare tanta innovazione (basti pensare alla nascita di Robinson, all’integrazione tra carta e digitale, alla app, alle grandi inchieste di Super8, che avrei poi trasformato in podcast e libri nella mia vita successiva) ma si era incrinata la fiducia, e il mio problema maggiore fu avere una visione del futuro dei giornali diversa rispetto a quella dell’editore. Ho fatto una fatica bellissima a Repubblica, i giornali sono stati fatica, ma si aveva la sensazione che valesse la pena farla ogni giorno, che non fosse mai sprecata o inutile. Si aveva la sensazione di fare la differenza, di scrivere non solo la cronaca ma anche pezzetti di storia. E io sarò sempre grato a quel giornale per avermi regalato anche una delle più belle esperienze giornalistiche che ho fatto: un viaggio americano durato tre anni che mi ha fatto conoscere ogni angolo e ogni sfumatura di quel paese che mi piace raccontare ancora oggi. Non ho trovato, tra i tanti sul tema, articolo migliore di questo per verità e tenerezza |
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