venerdì 16 gennaio 2026

BUON COMPLEANNO REPUBBLICA

 

Buon compleanno Repubblica

di Mario Calabresi


Avevo 14 anni, avevo appena iniziato la quarta ginnasio, e per andare a scuola ogni mattina dovevo prendere due tram. Davanti alla mia fermata c’era un’edicola e dopo qualche settimana di studio dei giornali impilati (allora c’erano pacchi immensi che aspettavano di essere acquistati) decisi di comprare Repubblica. Mi piaceva il formato, lo stile, mi sembrava fosse più adatto ad un ragazzo come me. Avrei continuato a comprarla per tutti gli anni del liceo, ero orgoglioso di entrare a scuola con il mio quotidiano che usciva dalla tasca del giubbotto. Mi piaceva leggere sul tram, durante quel tragitto viaggiavo per il mondo e, tra una fermata e l’altra, il giornalismo mi entrò nel cuore.

All’università i giornali che compravo ogni mattina diventarono due, anche tre. Cominciai ad andare verso mezzanotte in centro a Milano per comprare la prima edizione. La prima volta che lo feci fu quando cadde il Muro di Berlino, poi diventò un’abitudine.
Molte delle cose che leggevo durante quei viaggi adolescenziali in tram non le capivo, soprattutto non capivo la politica, ma quelle letture furono una palestra incredibile. Non pensavo ancora di fare il giornalista e mai avrei potuto immaginare che di quel quotidiano sarei stato un giorno giornalista politico, caporedattore centrale, corrispondente dagli Stati Uniti e poi direttore

Repubblica compie cinquant’anni e io ne ho passati ben undici in quel giornale, ho lavorato nella sede originale, in Piazza Indipendenza, dove la gente fumava, i pavimenti erano corrosi dal tempo, le sedie sfondate e le scrivanie erano piene di schegge che bucavano camicie e maglioni. Ma nessuno se ne preoccupava, la passione era tantissima e “bisognava fare il giornale”. Anzi: farlo, rifarlo e poi rifarlo ancora. C’era solo quella preoccupazione, quell’imperativo, le vite personali passavano sempre in secondo piano.
C’erano discussioni infinite, ricordo litigate feroci per un titolo, anche se i giornali erano monarchie assolute e alla fine comandava uno soltanto, quello che aveva la prima e l’ultima parola: il direttore. Mi assunse Ezio Mauro e da lui ho imparato tantissimo, è stato il direttore che ho avuto più a lungo e la cosa che mi piaceva di lui era che non dava solo ordini, ma spiegava sempre il perché delle cose.

Nel tempo avrei conosciuto anche il fondatore, e negli ultimi anni della sua vita saremmo anche diventati amici. Eugenio Scalfari aveva fatto un gesto importante: aveva trovato l’occasione per incontrare mia madre e chiederle scusa per essere stato uno dei settecento firmatari del manifesto degli intellettuali del 1971 contro mio padre. Della sua vecchiaia mi colpiva come avesse lasciato intatta la curiosità. Quando ero direttore veniva al giornale e mi chiedeva di spiegargli tutte le innovazioni che facevo: voleva sempre capire ogni cosa.

Oggi che guardo quel giornale da fuori, che ho avuto tempo per analizzarne con calma la sua parabola, vedo come sia stato il simbolo di un’idea dell’Italia, l’aggregatore di un’ampia comunità di lettori che amavano la politica, i libri, il cinema, avevano un’idea di progresso e tenevano in gran conto i diritti, anche se quella redazione era decisamente troppo maschile. Quella comunità, anche quando il mondo aveva cominciato a cambiare, è rimasta unita grazie al collante di un avversario politico comune come Silvio Berlusconi. Con la fine del berlusconismo e il governo di Matteo Renzi quel mondo ha cominciato a dividersi finendo per andare in pezzi. Il momento migliore della vita di Repubblica era La Repubblica delle Idee, il Festival annuale che riusciva a tenere ancora insieme tutto e tutti. Un miracolo che ci regalava la piazza di Bologna.

Io sono stato direttore in quegli anni della fine del governo Renzi e dell’arrivo di Conte e dei Cinque Stelle, la redazione, i collaboratori e i lettori non avevano più un sentimento comune sulle cose, sulla politica e su cosa fosse giusto e sbagliato. I miei ultimi tre anni di direzione sono stati faticosissimi e ne ho un ricordo anche doloroso. Abbiamo continuato a fare tanta innovazione (basti pensare alla nascita di Robinson, all’integrazione tra carta e digitale, alla app, alle grandi inchieste di Super8, che avrei poi trasformato in podcast e libri nella mia vita successiva) ma si era incrinata la fiducia, e il mio problema maggiore fu avere una visione del futuro dei giornali diversa rispetto a quella dell’editore. 

Oggi tutto è ormai lontano, l’editoria è cambiata profondamente in pochissimi anni e se guardo indietro sento ancora quell’energia bellissima di fare un giornale, di trovare una notizia, un’energia che non ti faceva mai sentire la fatica, che ti faceva sembrare normale andare a cena a mezzanotte, che ti spingeva ad imparare ogni giorno qualcosa di nuovo.

Ho fatto una fatica bellissima a Repubblica, i giornali sono stati fatica, ma si aveva la sensazione che valesse la pena farla ogni giorno, che non fosse mai sprecata o inutile. Si aveva la sensazione di fare la differenza, di scrivere non solo la cronaca ma anche pezzetti di storia. E io sarò sempre grato a quel giornale per avermi regalato anche una delle più belle esperienze giornalistiche che ho fatto: un viaggio americano durato tre anni che mi ha fatto conoscere ogni angolo e ogni sfumatura di quel paese che mi piace raccontare ancora oggi.
Buon Compleanno Repubblica.


Non ho trovato, tra i tanti sul tema, articolo migliore di questo per verità e tenerezza

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