sabato 3 gennaio 2026

DI NONNE

 

"Una casa ha bisogno di una nonna all’interno."

Louisa May Alcott

Era mia nonna

di Mario Calabresi


Eravamo seduti ai tavolini di un bar sul lungomare di Camogli, stavamo prendendo un aperitivo dopo un dibattito, quando lo scrittore Nicola Lagioia ha cominciato a raccontare le storie di sua nonna Antonia, contadina pugliese vissuta fino a 107 anni. Storie magiche, divertenti e piene di ricordi affettuosi. Mentre lui parlava io pensavo quanto quell’eredità sia stata importante per creare la scrittura di Nicola, il suo sguardo sul mondo e il suo modo di raccontare. Pensavo anche alla mia nonna materna, che è presente in quasi tutti i miei libri, a quanto mi abbia influenzato nella mia passione per la memoria e le storie. Poche settimane dopo quel pomeriggio ligure, alla fine della registrazione del podcast Due volte che sono morto, Paolo Nori ha citato sua nonna Carmela, sedicesima di diciassette fratelli e sorelle, che era nata in una famiglia così indigente da dire: «Il giorno che siamo diventati poveri abbiamo fatto una festa». In quel momento ho pensato che questo patrimonio di memorie fosse da raccontare, l’idea è rimasta per un paio d’anni nella mia testa e poi è diventata la mia nuova serie podcast che si intitola: Era mia nonna.

l rapporto con i propri genitori può essere faticoso, difficile o anche difficilissimo, quello con i nonni raramente è complicato. I nonni sono un luogo solitamente accogliente e sono il ponte con il passato e con le memorie familiari, per questo sono così amati. Anche se in questa serie di dialoghi, che parte proprio con Lagioia e Nori, non racconto solo nonne speciali e accoglienti, ma anche burbere, eccentriche e severe come Amalia, la nonna napoletana della comica Michela Giraud. 
È una serie che mi diverte talmente tanto che continuerà anche nei prossimi mesi, con interviste a nipoti che appartengono a mondi completamente diversi tra loro.

La quarta puntata è dedicata alla mia di nonna, Maria Tessa Capra, ed è un racconto mescolato con un’intervista che le feci quando aveva 84 anni. Ero andato a trovarla in montagna, in Valle d’Aosta, e mi ero portato dietro una piccola videocamera per intervistarla. Avevamo cominciato in cucina, dove l’avevo ripresa mentre faceva i piatti della sua tradizione piemontese, a partire dai peperoni in bagna cauda, fino alle cipolle ripiene e dalle pesche al forno con il cioccolato e gli amaretti. Poi mi aveva raccontato la sua vita. 
Io sono cresciuto con i suoi, la sua voce ha contribuito a formare la mia idea del Novecento, mi ha mostrato i limiti italiani, le miserie del nostro Paese, le sue cadute ma anche la capacità di rialzarsi.

Mia nonna Maria Tessa Capra

A mia nonna è sempre piaciuto parlare tantissimo, per questo il nonno la prendeva in giro. A lei piaceva raccontare, a me piaceva ascoltare, per cui fin dai tempi del liceo andavo a farmi raccontare le storie. Avevo capito subito, però, che lei accettava di raccontare solo se aveva tempo, se tu gli permettevi di raccontare bene le sue storie. Una delle prime volte in cui gli avevo chiesto di parlarmi della sua giovinezza, degli Anni Trenta, in particolare di quel 1935 in cui aveva conosciuto il nonno all’università, lei mi chiese: «Quanto tempo hai?». Devo averle detto qualcosa come: dieci minuti, un quarto d’ora. Allora lei si girò e andando via replicò: «Facciamo un’altra volta. Tu pensi che io ti possa raccontare gli Anni Trenta in un quarto d’ora? Una volta che hai tempo, vieni, ti siedi, facciamo il tè e ti racconto di quel tempo». E così da lì ho capito come si dovesse fare con lei. Bisognava sedersi e dire: ho tutto il tempo che serve

Allora lei preparava il tè e cominciava a raccontare, attenta ad ogni dettaglio, a spiegare bene ogni cosa, con molta passione e anche allegria.
Ma non era sempre stato così, la nonna, quando ero bambino, non era francamente una donna troppo simpatica. O almeno io non la vedevo così perché era troppo severa. Ricordo che una volta tornai a casa con una pistola giocattolo dall'asilo e lei me la portò via. Io iniziai a gridare. Mi diede uno schiaffo. Era una nonna severa. Era una nonna delle regole. Invece mio nonno Mario era più accogliente, più morbido. Dopo la sua morte, quando lei rimase vedova, anziché indurirsi, cambiò completamente. È come se avesse preso su di sé quelle parti più dolci del nonno, tra cui c’era la voglia di ricordare e di trasmettere.

Si può dire che mia nonna è nata due volte perché quel giorno del 1915 in cui lei è venuta al mondo non era il giorno in cui sarebbe dovuta nascere. Era il 5 gennaio e la madre, che era solo al sesto mese di gravidanza, cadde per le scale, ebbe una rottura di utero e questo le provocò un parto spontaneo. Nella nostra registrazione di quell’estate ho la sua voce che lo racconta: «allora è venuto subito il ginecologo a casa, mi ha esaminato e ha detto che ero nata morta. Ha chiesto qualcosa dove mettermi dentro, per fortuna i sacchetti di plastica non esistevano, gli diedero la federa di un cuscino, lui mi avvolse con quella e mi appoggio sul marmo del Como. Quel giorno faceva freddissimo e la casa non aveva riscaldamento e io fui lasciata lì. Il ginecologo aveva detto che avrebbe mandato qualcuno a ritirarmi, come se fossi qualcosa da buttare via. Finché dopo quattro ore passò il medico di famiglia che aveva sentito la notizia, visitò mia madre e poi mi volle vedere: Aprì il cartoccio, mi accarezzo e senti che ero ancora calda allora cominciò a dire questa bambina non è morta».

La madre era incredula e sconvolta, il medico si inventò una culla termica fatta con la bambagia: «Poi disse di tenermi vicino alla stufa e di darmi il latte con il contagocce. Così sono nata la seconda volta».
Mia nonna si è ricordata per tutta la vita il nome di quel medico che l’aveva salvata: il dottor Buscaglino. Aveva un senso profondissimo di gratitudine verso quell’uomo e quando raccontava questa storia ai suoi figli o ai suoi nipoti, aggiungeva sempre: «Se non fosse stato per lui, nessuno di voi sarebbe qui oggi, nessuno di voi sarebbe al mondo».

Avrebbe avuto sette figli e ventuno nipoti, non avrebbe mai avuto paura della fatica e si è alzata presto tutta la vita. Ha conosciuto due guerre, la stagione del terrorismo, ha perso un figlio, è rimasta vedova, ma è sempre stata positiva ed energica. Mi capita spessissimo di pensare a lei. Nelle tonnellate di appunti che ho preso delle nostre chiacchierate ho trovato un’ultima annotazione di quando aveva ormai passato i novanta (sarebbe vissuta fino a 94, è mancata nel 2009).

Ad un certo punto era caduta, allora mia madre e le sue sorelle la convinsero a prendere una badante, una persona che la potesse aiutare in casa. Mia nonna soffrì tantissimo questa cosa, le dava un fastidio terribile, sentiva messa in discussione la sua indipendenza. Ricordo che dopo un po’ di tempo andai a trovarla, entrai in casa e trovai mia nonna che cucinava e la badante seduta a tavola che aspettava di mangiare. Allora le dissi: «Nonna, ma scusa, ma cucini tu?». Lei mi fece segno che non voleva parlare davanti a lei. Finì di fare il risotto. Io rimasi a cena con loro. Quando la signora andò a dormire, la nonna mi disse: «Ascolta, ho provato a insegnarle a fare il risotto, ma non è capace. Ho provato a insegnarle a fare il vitello tonnato, il brasato, ma non c’è niente da fare. Così le ho detto: “Signora, lasci perdere, lei stia lì seduta che della cucina mi occupo io. Io non la posso mandarla via perché litigherei con le mie figlie. La tengo. Ma lei sta lì seduta e mi lasci fare”. Poi mi guardò scuotendo la testa e aggiunse: «Capisci? Io ho più di novantanni e adesso mi tocca cucinare non solo per me, ma anche per un'altra persona». Poi scoppiò in una bellissima risata.

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