lunedì 29 dicembre 2025

L’ORA TRA IL CANE E IL LUPO

 

Domenica mattina, alle prime luci dell’alba, i cani hanno cominciato ad abbaiare forte, come capita quando intorno a casa passa qualcuno, uomini o bestie. Prima di farli uscire dal loro dormitorio mi sono accertato che non fosse il lupo, ma i soliti caprioli, l’origine di quella fragorosa caciara canina. Erano i caprioli, che al risveglio della casa e dei suoi abitanti si sono allontanati senza troppa fretta, forti di un vantaggio incolmabile: sono velocissimi, e credo che ormai abbiano classificato i miei cani come tre inoffensivi cialtroni. Rumorosissimi, ma molto più lenti di loro.
Non era il lupo, ma poteva esserlo. Sono tanti, i lupi dell’Appennino Emiliano. E predano ciò che trovano, fauna selvatica, animali di allevamento e anche animali domestici, cani e gatti. Proteine e grassi, che specialmente in inverno valgono la sopravvivenza. Dunque è buona cosa monitorare, per quanto possibile, i dintorni di casa, e non lasciare i cani in giro quando cala il buio (il gatto, inutile tentare di farlo ragionare. Ragiona solo per conto suo). È la famosa “ora tra il cane il lupo”, che nei paesi mitteleuropei indica, proverbialmente e per esteso, una condizione di confine e di incertezza: l’ora sospesa tra luce e tenebre nella quale il lupo esce allo scoperto e il cane rincasa. L’ora nella quale il domestico prevale sul forastico, ci si rintana e si condividono – uomini e cani – i vantaggi della civilizzazione. Là fuori, nel nero notturno che continua comunque a tessere una fitta trama di odori e di suoni, forse transita il lupo, con il suo passo leggero e veloce e gli occhi dal colore di resina e ambra.
 

Vi ho già raccontato almeno un paio di volte dei lupi, che sono, nella mia vita di campagna, al tempo stesso un privilegio e un problema. (Quando sono in città ho altri privilegi e altri problemi). Un privilegio, perché avvistare un lupo è una grande emozione estetica, oltre che un’emozione “culturale”: non è solo un’apparizione, è una vera e propria resurrezione, quella del lupo, che l’uomo ha saputo organizzare, in extremis, dopo avere sterminato metodicamente i lupi, lungo i secoli, in tutto il pianeta. Vederne uno significa incontrare di persona Madre Natura e sentirsi trapassati (e oltrepassati) dal suo sguardo splendido e illeggibile. Un’allusione all’eternità.

Un problema perché condividere lo stesso territorio con un predatore di grossa taglia (più grosso di lui, in Europa, solo l’orso) richiede accortezza, per la serie: niente panico, ma adattamento alle nuove condizioni che il ritorno del lupo in Europa, da almeno due decenni, ci impone. La paura è un vizio, la prudenza una virtù.
Se vi riparlo, oggi, del lupo, un poco è perché negli ultimi giorni qui attorno ci sono stati diversi avvistamenti, e la mia testa è piena di orme e ululati. Un poco perché sto leggendo un magnifico libro, Il lupo solitario di Adam Weymouth (Iperborea), che contiene un impressionante numero di informazioni sul lungo e complicato rapporto tra uomini e lupi. Weymouth è inglese, ha scritto e pubblicato molto sugli ambienti naturali e il loro mutare per mano dell’uomo, e come spesso capita ai divulgatori anglosassoni unisce alla grande capacità di approfondimento scientifico e alla sensibilità naturalistica una scrittura “popolare” nel senso più alto: fa capire a tutti cose che di norma sono note solo agli accademici.

Mi ha impressionato, perché si sposa perfettamente ai miei pensieri di questi giorni, questa citazione storica. Nel 1843, ovvero nel pieno della sconquassante appropriazione dell’America del Nord da parte della civiltà dei bianchi, il colono e cacciatore Sewell Newhouse, inventore di una trappola per lupi, scrive che la trappola, assieme all’ascia e alla vanga, fa parte della triade “che scaccia la barbarica solitudine e fa spazio al campo di grano, alla biblioteca e al pianoforte”. È al suo culmine l’idea (diciamolo: non solo comprensibile, anche seducente) che il progresso sia una marcia trionfale e la natura, con i suoi spazi infiniti, le sue leggi pre-umane, le sue durezze micidiali, sia una bestia da domare e sottomettere. Come nelle immagini del cacciatore che poggia il piede sul capo della belva abbattuta. La natura non ha “biblioteca e pianoforte”: è uno stadio di barbarie da superare, da lasciarsi alle spalle.
Quell’idea di natura ha largamente prevalso, almeno nella civiltà europea (con le sue infinite propaggini coloniali, l’America più di ogni altra) fino a poco, pochissimo tempo fa. Fino a che il concetto di “limiti dello sviluppo” ha cominciato a fare capolino nella cultura umana, con il suo corollario di prove a carico: l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, i danni ambientali, la finitezza delle materie prime e delle fonti energetiche, il malessere che comporta vedere estinguersi migliaia di specie, e deteriorarsi centinaia di habitat. L’uomo ha dovuto (anche saputo; ma soprattutto dovuto, perché costretto) rendersi conto di essere parte della natura. Non suo padrone, semmai suo responsabile: che è tutt’altra cosa, perché il padrone vuole essere servito, il responsabile sa anche servire.

Il lupo, nel mutamento profondo del cammino dell’uomo e della sua cultura, è potentemente simbolico. Ci chiede, riapparendo, di decidere: siamo disposti a pagare un prezzo, anche minimo, per la salvezza della natura? O siamo così viziati e così avidi da non concepire costi, solo guadagni? Da non sopportare rischi, solo comodità? La sua intelligenza e la sua versatilità ne hanno fatto il ladro per definizione, l’assassino che viola il gregge, la stalla, perfino il focolare (nel caso dei “Tre porcellini”…). Il simbolo stesso della irriducibile vocazione predatoria della natura, vita che si nutre di morte, vita che non si piega ad altre regole che a quelle della sopravvivenza. Per questo è stato ucciso con implacabile accanimento per millenni, in qualità di nemico numero uno. Fino a quando esseri umani più sensibili e più intelligenti di altri, e anche più istruiti, hanno capito che con la natura, con quella “barbarica solitudine” della quale il lupo è la star indiscussa, l’amico geniale, noi dobbiamo convivere, se vogliamo salvare noi stessi. Perché la natura siamo noi: e quanto a predazione, invadenza, pericolosità, lo siamo al massimo grado. Chissà dunque che non riusciamo a diventare, al massimo grado, anche previdenti e lungimiranti.

Gli anni che stiamo vivendo sono di drammatica, appassionante transizione. Siamo davvero nell’ora tra il cane e il lupo, in bilico, sospesi. Impregnati di orgoglio tecnologico, storditi dall’avidità predatoria (L’ora dei predatori, il breve e fortunato saggio di Giuliano da Empoli sul potere dei nostri giorni, parla di uomini, non di animali), e al tempo stesso coscienti di quello che rischiamo di perdere, perdendo noi stessi: l’ordine naturale che governa la vita. La scommessa è riuscire a tenerci stretti sia il cane, che è la domesticazione, l’umanizzazione; sia il lupo, che è la natura in purezza: i suoi denti e il suo spirito, il suo sguardo di resina e ambra.

Michele Serra, OK BOOMER, Il Post, oggi

Anche in pianura abbiamo i lupi (non tanti, preferiscono  protettivi boschi).  Si aggirano in golena, davanti alla mia casa, e nei dintorni - non è facile intravederli, ma il nostro cagnolino, che dorme fuori nel nostro grande (recintato) giardino, evidentemente di notte ne avverte le scie (insieme a quelle di gatti, ricci, caprioli…) e abbaia furiosamente.

Credo potremo convivere, se riusciamo a pensarci come parte del mondo e non come padroni del mondo - ma i nostri vicini non so se hanno fatto questo spostamento e spero che il re dagli occhi d’ambra sia cauto nelle ombre della notte…


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