mercoledì 26 agosto 2026

IL WOKE (E IL VAFFA)

 Molti articoli in questi giorni parlano di "woke", con una catena cominciata negli USA da Alexandra Ocasio-Cortez che ha "abiurato" (non è così, ma così è stato riportato dai giornali, almeno in Italia) al woke per la sinistra. In Italia ha colto la palla al balzo Conte per attaccare sul woke il PD e la Schlein.

Tutto questo mi infastidisce oltre misura, in particolare perché tutti parlano del "woke" senza sapere cos'è, identificando il woke con le sue frange più estreme (presenti solo in alcuni ambienti intellettuali statunitensi) che sarebbe come identificare la Destra storica con il fascismo. Così (come peraltro già successo storicamente con il socialismo, buttato via insieme al comunismo russo e all'affarismo craxiano) si butta via tutto per colpa del radicamento in un ambiente privo di senso della storia come quello statunitense.

Eppure, posso raccontare il mio aneddoto personale sull'incontro con un woke ante litteram che poi si sarebbe chiamato politically correct.

Nel 1992 ero negli Stati Uniti (Purdue University) dove frequentavo un Master in Education con una borsa collegata all'insegnamento di un corso universitario che mi avrebbe esentato dalle costose tasse del Master e mi avrebbe garantito un modesto reddito mensile. Avrei insegnato Italiano I livello agli undergraduate students. Prima del corso era obbligatorio frequentare un seminario di "classroom management", cioè una mattinata in cui ci parlavano di come dare i voti (da collocare in una curva di Bell e calcolati in relazione alla performance della classe - per questo motivo, ci avevano spiegato, gli studenti americani cercavano di non frequentare corsi dove erano presenti studenti cinesi), di come atteggiarci (es. non toccare mai gli studenti, nemmeno abbracciarli, non arrivare MAI in ritardo - il ritardo era considerato lesa maestà...) ecc. Una sezione era dedicata alla "language awareness" (consapevolezza del linguaggio che si usa) - eravamo agli albori di quello che la destra americana battezzava sprezzantemente "politically correct".

Il mio ricordo di quella sezione è la netta sensazione di avere imparato qualcosa di fondamentale. Stare attenti alle parole che si usano pensando alla sensibilità degli altri era una tematica che forse era diluita dentro la buona educazione che mi aveva insegnato la mia famiglia, ma mi era diventata molto più chiara durante quel paio d'ore in cui ne avevo sentito parlare - tra l'altro in una lingua che non è la tua, per quanto la parlassi bene, appare ancora più evidente. 

Ho sempre avuto ben chiaro che non fosse una soluzione, che la soluzione vera non è sanzionare nei tuoi interlocutori le battute sessiste, ma la soluzione è che le battute sessiste non vengano più pronunciate spontaneamente. Ci siamo molto molto lontani tuttora, non solo negli anni '90. C'è però da dire che il primo passo è riconoscerle e cominciare a farle risuonare nella mente come sbagliate e come sessiste.

Continuo a tutt'oggi a credere che la ricerca di un linguaggio e di contenuti inclusivi siano uno sforzo che può dare frutti in questo tempo in cui si cerca il conflitto e in cui regna l'individualismo. 

Tornando al tema di attualità, ho trovato interessante e condivisibile l'articolo di oggi su Repubblica di Luigi Manconi che riporto qui sotto (in particolare quando rileva l'inesistenza in Italia degli aspetti più penosi di un woke stravolto dagli ignoranti e quando sottolinea l'antistorica contrapposizione tra diritti sociali e diritti civili).



Aggiungerei anche un punto cinque. Leggere una lezioncina sul woke da parte di Conte, il cui movimento non ha certamente mai praticato il linguaggio inclusivo, ma ha anzi elevato ad icona il Vaffa, si colloca per me tra il ridicolo e il penoso e non so se mi fa più ridere o incazzare.

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