martedì 29 settembre 2026

NAZA

(NB : una necessaria premessa. Questo è un bel film, per me inaspettatamente bello anche da un punto di vista estetico e cinematografico, oltre che documentaristico, ma ovviamente sono i contenuti a farne un film necessario, IMPERDIBILE davvero) 

Siamo andati a vedere NAZA, il film più atteso e più importante della Mostra del Cinema di Venezia, alla prima proiezione utile (tre giorni di programmazione, da lunedì a mercoledì) fregandocene del fatto che i registi avevano dichiarato che il film sarebbe stato posto gratuitamente on line da vedere in streaming - noi volevamo vederlo al cinema. Sapevamo, come tutti, che è diretto da due registi che avevano già lavorato al documentario No Other Land (vincitore dell’Oscar), Yuval Abraham e Rachel Szor, di cui ho già parlato in altro post (aprile 2025). E sapevamo che nel film parlano 24 esponenti dell’esercito e dell’Intelligence israeliani.

Avevo già letto che il titolo non era un gioco di parole fra “Gaza” e “Nazi”, come poteva sembrare, e dalle primissime battute il film chiarisce  che il termine “NAZA” è invece un acronimo che indica in ebraico i “danni collaterali”, le persone innocenti che potrebbero essere uccise nel momento in cui viene colpito un “obiettivo”, ovvero un militante (o presunto tale) di Hamas attivo nella striscia di Gaza. Ma può darsi che il gioco di parole , sotto sotto, rimanga per tutto il film: e il fatto che l’IDF e il Mossad definiscano così i morti palestinesi rende il tutto doppiamente sinistro.

No Other Land era un documentario sulla Cisgiordania, sulle violenze dei coloni. Era diretto da quattro registi: oltre ai due registi israeliani di NAZA c'erano Basel Adra e Hamdan Ballal, palestinesi. Era dunque un raro e coraggioso esempio di collaborazione fra cineasti israeliani e palestinesi. NAZA è firmato dai soli Abraham e Szor ed è facile capire perché: solo degli israeliani, probabilmente, potevano convincere dei militari a sbottonarsi in quel modo. Prima di ogni altra cosa mi piace riportare le loro parole: “Abbiamo realizzato questo film spinti dal dovere di usare la nostra posizione di israeliani per analizzare i sistemi dietro all’uccisione di massa di civili palestinesi di cui il nostro Paese è responsabile. Durante le riprese negli ultimi tre anni, ci siamo trovati a porci le stesse domande della generazione dei nostri nonni e di tutto il Novecento: come può un gruppo di persone permettere la totale disumanizzazione di un altro? Come funziona dall’interno un sistema del genere?”.

Per capire meglio il film sono inoltre fondamentali alcune informazioni sulla produzione. Le interviste montate negli 80 minuti di film sono già state pubblicate sul quotidiano britannico The Guardian, che co-produce il film e che le ha realizzate in collaborazione con due organi di stampa indipendenti, +972 Magazine e Local Call. Fra i produttori figura Jonathan Glazer, il regista di La zona d’interesse (il film su Auschwitz), e magari può essere interessante anche evidenziare che Glazer, nato a Londra, è un ebreo ashkenazita. Il Guardian è per così dire il “garante giornalistico” del film. È importante dirlo perché vedendo il film potrebbe sorgere il sospetto della messinscena: una didascalia iniziale ci informa che i volti dei testimoni sono volutamente invisibili e le loro voci sono state digitalmente alterate, per renderli non identificabili. Per cui qualcuno potrebbe alzare il ditino e chiedere: chi ci assicura che siano veri? Lo assicura il Guardian, uno dei giornali più seri del mondo.

NAZA ha trasformato i precedenti reportage di Abraham in notizie da prima pagina, diventando esso stesso un terreno di scontro. Questa è la definizione stessa di arte, a mio parere — se è valida, suscita una profonda risposta emotiva — e la distinzione tra arte e giornalismo riveste un’importanza cruciale quando si discute di NAZA, viste le implicazioni politiche e morali delle rivelazioni in esso contenute. Il clamore suscitato testimonia sia i risultati raggiunti dagli autori, sia i rischi corsi nella realizzazione del film.

E' bene descrivere un po' il film, perché è un film come minimo inusuale. NAZA è tutto girato di notte. I volti degli intervistati sono sempre al buio. Le interviste avvengono sul tetto di un palazzo di Tel Aviv: si vede tutta la città, i televisori accesi nelle case, il traffico, l’edificio dove ha sede il comando dell’IDF, l’esercito israeliano. La città è molto più di una semplice ambientazione: è una delle protagoniste del film. La pellicola include un montaggio di filmati d’epoca che raccontano la storia della città, partendo dalla cerimonia di posa della prima pietra negli anni Venti fino a evocare la metropoli degli anni Settanta. Nel corso del film, Abraham e Szor mostrano la Tel Aviv contemporanea di notte, osservata dall’alto dei tetti in tempo di guerra: una città sontuosamente moderna, scintillante di grattacieli, lampioni e audaci nuove costruzioni, con le strade illuminate dai fari delle auto e dai loghi aziendali luminosi. In quelli che si possono definire primi piani del volto notturno della città, la telecamera inquadra le finestre degli appartamenti, attraverso le quali si vedono i residenti mangiare, riposare, camminare o guardare la televisione; tra i programmi trasmessi vi sono i notiziari, che mostrano Netanyahu e altri funzionari intenti a tenere discorsi e rilasciare interviste per difendere con veemenza la guerra. In un programma televisivo, il Presidente di Israele afferma che, dopo gli attacchi del 7 ottobre, “è un’intera nazione a esserne responsabile”. La Tel Aviv evocata in NAZA è una città pervasa dai silenzi: da ciò che non viene detto nella vita quotidiana e nei mass media, e da ciò che le fonti del film stanno portando alla luce.

Poco dopo questa dichiarazione, le fonti del film descrivono la mentalità generata da tale visione: “Dobbiamo cancellare Gaza”; “Qualunque cosa facciamo, se la meritano”. L’uso militare dell’intelligenza artificiale ha perseguito questo obiettivo, affermano le fonti, creando una “fabbrica di bersagli” su “scala di massa”. Alcuni di questi bersagli sono individui, altri sono strutture architettoniche. Una fonte descrive gli ordini ricevuti per distruggere un intero quartiere e, carta e penna alla mano, illustra ai registi il ​​processo di selezione e distruzione degli obiettivi. Diverse fonti realizzano schizzi di questo tipo; tali immagini, che accompagnano i racconti degli intervistati, evocano visioni di guerra potenti, seppur immaginate. L’obiettivo — come afferma una persona parlando del piano per svuotare il nord di Gaza e costringere tutti gli abitanti a spostarsi verso sud — è “assicurarsi che non facciano più ritorno”. Un altro, descrivendo la distruzione di case, strade e quartieri – e praticamente di tutti i beni dei residenti – conclude: «Abbiamo cancellato loro e tutta la loro storia». Qualcun altro definisce Gaza «una fossa comune».

Tel Aviv fa da controcanto alle dichiarazioni. Che sono spaventose. A un certo punto Abraham – che invece è riconoscibile come intervistatore – chiede a uno dei tecnici dell’IDF se pensa che a Gaza sia in corso un genocidio. “Ovviamente sì”, è la risposta. Poi l’uomo, che è un tecnico video, di quelli che osservano Gaza attraverso i droni, racconta di quando i palestinesi sono accorsi a migliaia a una distribuzione di cibo. “C’era questa fiumana di persone, e ogni tanto qualcuno usciva dallo spazio prestabilito dove potevano camminare, e i nostri cecchini avevano l’ordine di abbatterli, chiunque fossero, anche bambini. Ne avranno ammazzati a decine”. E tu cosa provavi a vedere queste cose? “Beh, era divertente. Sembrava un videogioco. Era incredibilmente divertente”. Il videogioco sembra trama sottintesa del film.

Vanno dette due cose. Nessuno degli intervistati è un soldato che lavorava – diciamo così – sul campo. Sono tutti addetti alla sorveglianza video e audio, alle intercettazioni, all’individuazione del “nemico”. E questo è importante: non è gente che ha ammazzato qualcuno, e gli va riconosciuto il coraggio di testimoniare. Ma l’altra cosa da dire è che nessuno di loro sembra particolarmente sconvolto da ciò che ha visto e che ha contribuito a fare. Tre o quattro di loro lo dicono chiaramente: “Io sono un tecnico. Io individuo un terrorista nel suo appartamento e dico all’autorità militare che intorno a lui ci sono dieci, venti, cento naza, possibili vittime collaterali. Poi è l’ufficiale che decide se sparare o no. Sono le regole. Io obbedisco alle regole”. Più o meno quello che diceva Eichmann nel famoso processo di Norimberga raccontato da Hannah Arendt e descritto in quel libro fondamentale che è La banalità del male.

Uno dei passaggi più impressionanti, ma anche più illuminanti del film è la descrizione dell’operazione Lavender – l’hanno chiamata così, “lavanda”, come un profumo. È una pura operazione di Intelligence. IDF e Mossad, secondo questi testimoni, controllano TUTTI i telefoni cellulari attivi a Gaza. Possono entrarci, vedere le foto, leggere i messaggi. Basta che un telefono comunichi una volta con il telefono di un militante di Hamas perché quella persona diventi a sua volta un potenziale terrorista.

Ovviamente i telefoni sono localizzati. Quando si decide di eliminare un esponente di Hamas, lo si individua attraverso il cellulare, possibilmente a casa, di notte, mentre dorme: “È più sicuro”. Uno dei testimoni racconta che una volta si sono assicurati che il cellulare fosse nello stesso punto da un po’ di tempo, poi hanno colpito: “Il giorno dopo abbiamo scoperto che l’uomo era uscito e aveva dimenticato il telefono a casa. Abbiamo ammazzato tutti i suoi familiari e i suoi vicini e lui se l’è cavata. Dal punto di vista professionale è stato uno smacco”. Un altro confessa che Lavender funziona all’85%. Quindi – chiede Abraham – nel 15% dei casi ammazzate gente che non c’entra nulla. “Sì”. Il testimone non lo dice, ma si capisce chiaramente che – dal punto di vista dell’esercito israeliano – a Gaza non esistono persone “che non c’entrano nulla”.

NAZA è il film più terribile e spaventoso che io abbia mai visto. Perché è “freddo”. Non gioca sull’emotività. Questa gente non piange né si emoziona raccontando queste cose. È il loro lavoro. Sono i volonterosi carnefici di Netanyahu.

Sebbene il film offra informazioni estremamente significative, il suo fulcro a mio parere non risiede tanto nelle informazioni divulgate quanto nelle persone che utilizzano tali sistemi — coloro che seguono questi protocolli e compiono azioni consapevoli di provocare la morte e il ferimento di non combattenti, bambini inclusi — e che desiderano far conoscere questi sistemi e l'esperienza di lavorarvi all'interno. Invece di descrivere l'azione militare esclusivamente attraverso il linguaggio — e gli eufemismi — di tecnicismi e questioni legali, NAZA presenta tale azione in termini emotivi e morali. Mentre le fonti illustrano le intenzioni, i metodi e gli effetti della guerra di Israele a Gaza, esse trasmettono l'enormità di una guerra condotta in modo razionale e burocratico. Queste persone appaiono come individui comuni che compiono azioni che non dovrebbero avere nulla di ordinario, ma che sono state rese tali dal sistema in cui operano.

Una fonte, parlando degli moltissimi numeri di matricola assegnati a molti bersagli di basso livello di Hamas, conclude che "alla fine ti ritrovi con tutta Gaza". Anche senza aggiungere la parola "genocidio", l'implicazione della fonte è chiara.  I meccanismi di sorveglianza sono tali che le uccisioni mirate vengono spesso registrate e fotografate. Un intervistato afferma: "Sentivo gli ultimi istanti di vita di una persona", e un altro ricorda di aver sentito i familiari urlare e piangere dopo l'uccisione di un bambino. Questi atti, per le fonti che li descrivono, sono oltraggiosi, e parlandone, le fonti parlano anche, implicitamente o esplicitamente, di se stesse: che tipo di persone possono fare una cosa del genere, e che tipo di persone sono per avervi partecipato?

NAZA ritrae l’azione israeliana a Gaza come una terrificante macchina di morte onnicomprensiva; anche se potrebbe non uccidere tutti, gli ufficiali e i soldati coinvolti hanno la sensazione di poter potenzialmente uccidere chiunque. Brevi spezzoni conclusivi di filmati documentari da Gaza mostrano un padre che fruga nei recessi di un edificio distrutto alla ricerca dei suoi figli, corpi che sporgono da sotto una lastra di cemento. Dopo la complessa catena di cause che il resto del film ha dettagliato, quest’immagine finale si erge come un singolo effetto indicibile.

Basandosi sullo stesso corpus di informazioni degli articoli iniziali di Abraham, NAZA aggiunge un elemento espressivo e soggettivo: le risposte personali delle fonti. Espressioni di orgoglio, dovere e persino vendetta che, inizialmente, le motivavano, si fondono gradualmente in un coro di orrore, rimpianto e senso di colpa. I sistemi militari, suggeriscono le fonti, assumono un doppio ruolo: strategico, nel perseguimento di specifici obiettivi militari, e forense, che offre una plausibile negabilità, mascherando una guerra di ira biblica sotto una razionalità impassibile. L'oscurità letterale in cui le fonti parlano in NAZA trasforma lo schermo in uno specchio della soggettività, mettendo gli spettatori faccia a faccia con le loro motivazioni, le loro responsabilità, le loro identità. 

"Chi sono io?" è il grido nel buio.


domenica 27 settembre 2026

FERMARE L'ONDA NERA

 Ho cercato di riflettere su uno dei pochi temi su cui valga la pena di pensare, al netto dei vari Ranucci, burqa, Albanese, primarie e di tutto quel rumore di sottofondo che ci tiene via via occupati, preoccupati, divertiti, scandalizzati. Il tema, a mio avviso, è l'onda nera che pare si stia scaricando sull'Europa. Nera e non solo nera, comunque crescita di estremismi in quella che pensavamo fosse un'area ormai immune - noi che pensiamo che la storia insegni, ma molti non lo pensano. La domanda, anzi il tema da cercare di capire: cosa devono fare le forze democratiche, progressiste, liberali e autenticamente conservatrici per fermare l'onda nera (con qualche risacca rossobruna) che sta allagando le democrazie europee?

Il 43% della Sassonia-Anhalt recentemente mi è sembrato il superamento di una episodicità che finora avevo creduto possibile pur tra i vari segnali di allarme che provenivano da più parti (e non solo le parti più periferiche d'Europa) e non perché il risultato sia per se stesso importante (un Land con caratteristiche tali da poter essere facilmente collocato nell'ambito di cui si parla), ma perché segna un passaggio ad un pericolo vero. Quanto è avvenuto in Germania è l'ennesimo campanello dall'allarme, ma nel 2027 si voterà in Italia (con la prima premier di destra incalzata a destra), in Francia (dove la Le Pen arriva alla corsa per l'Eliseo da favorita, mentre sinistra, centro e destra sono divisi e irresoluti),  in Spagna (dove Vox di Pedro Abascal sarà probabilmente determinante per un eventuale governo di maggioranza con il Partito Popolare), in Polonia (dove proliferano le formazioni ancora più radicali e xenofobe della destra ipernazionalista dal PIS).

Al netto delle nostalgie naziste e dei rapporti effettivi con chi sostiene e vuol far rivivere le SS, il programma ufficiale di Alternative fur Deutschland è lì da vedere per tutti, aperto, senza infingimenti: pulizia etnica della Germania attraverso remigrazione e deportazione degli stranieri (ICE docet); milizie composte da cittadini; famiglia naturale composta solo da padre madre e figli di sesso biologico; scuola non obbligatoria (una costante questa della destra che preferisce cittadini ignoranti e manipolabili) con mutilazione dello spazio dedicato alla memoria del nazismo e dei suoi effetti; taglio dei fondi statali alle ONG antirazziste; istituti e classi ad hoc per bimbi disabili e bimbi stranieri. Come ha scritto la Zeit, "la vergogna è scomparsa" visto che AfD non nasconde più con giri di parole o circonvoluzioni  (di cui fino a ieri per esempio era maestro il nostro Fratelli d'Italia) la teoria della superiorità etnica. E non solo, gli allarmi sul ritorno del fascismo, del nazismo, dell'autoritarismo non hanno fermato AfD, il MAGA, il partito di Farage, Rassemblement National, Fratelli d'Italia, la Lega e la neonata Futuro Nazionale, giovane virgulto della destra che fa finta di istituzionalizzarsi. E questo nonostante scandali, condanne, dichiarazioni paradossali e parossistiche, mancanza di risultati concreti da vantare.

Dunque, continuare a gridare forte che l'AfD è un partito neonazista e stupirsi dell'appeal che il messaggio nazista esercita sui loro elettori non fermerà l'onda, che a mio parere è l'unico obiettivo valido. Ma non è nemmeno possibile per i democratici dare per persi quegli elettori, sarebbe un suicidio politico.

La tesi di molti analisti riguarda i forgotten men, quegli uomini bianchi dimenticati e lasciati indietro dalla globalizzazione, arrabbiati, con livelli di istruzione sotto la decenza. Questa categoria è stata abbondantemente descritta e riconosciuta come uno dei fattori fondamentali della vittoria di Donald Trump. E' sicuramente uno dei fattori, ma la rabbia nasce esclusivamente dalla povertà? davvero i fattori economici sono gli unici da tenere in conto e i preponderanti? Poi leggo che praticamente negli USA la disoccupazione non esiste, e allora faccio fatica a mettere insieme i due dati. L'Europa e gli USA hanno sicuramente perso potere economico e importanti quote del PIL mondiale e la Germania sta vivendo una grave crisi industriale. Ma leggo anche che nell'Unione Europea il welfare e la protezione sociale pesano circa il 27 % del PIL, che il reddito mediano dei tedeschi è ben superiore a quello della media OCSE (= tutti i paesi sviluppati) e anche il reddito medio della Sassonia-Anhalt, inferiore a quello medio tedesco, è comunque alto. In Sassonia Anhalt la popolazione a rischio povertà o esclusione sociale è circa al 20% (in Calabria il 48%, in Campania il 43%, in Sicilia il 41% - e finora Vannacci non ha preso il 43% in queste regioni). 

Mi sembra quindi più importante il dato che oggi si possa vivere in un paese relativamente benestante e sentirsi contemporaneamente meno benestanti, meno garantiti, meno fiduciosi nel futuro dei propri genitori, con un ascensore sociale bloccato e gravi e crescenti disuguaglianze, causa una distribuzione della ricchezza che ci si era illusi di poter rendere più equa. Inoltre, l'internazionale sovranista, grazie all'uso abile (so che si dice in genere "uso sapiente", ma non mi sembra questo il caso) di social e propagandisti specializzati (e molto spesso prezzolati) in verità alternative, anche le più folli e lontane dalla realtà, è bravissima a trasformare problemi reali e soprattutto frustrazioni individuali in rabbia cieca contro un nemico - è la via più semplice, d'altra parte. E il nemico indicato è via via: gli immigrati, la società multiculturale, l'Unione Europea, le èlite, i magistrati, i froci, senza dimenticare la tradizionale hit mai sbiadita, il corpo delle donne.

Per evitare che l'onda nera spazzi via quel che resta delle spirito europeista che tra mille contraddizioni e difficoltà ha garantito al Vecchio Continente ottanta anni di pace e sviluppo, la sinistra e la destra democratica (il centro non esiste, mi sembra) devono darsi da fare, devono rimboccarsi le maniche. Smetterla di urlare solo ai fascisti e guardare il proprio ombelico e le proprie divisioni e proporre all'elettorato una nuova idea di futuro. Bisogna secondo me insistere e convincere con proposte concrete sui salari, sulla casa come bene primario, sulla sanità pubblica, sul rilancio della scuola, sulla transizione ecologica fornita di un protezione del lavoro durante il periodo di transizione (la transizione ecologica non può essere pagata solo da chi ha meno). In Italia, in specifico, la coalizione di centro sinistra deve smettere di presentarsi come coloro che amministrano l'inevitabile declino, di chiedere voti solo per impedire il peggio, di apparire conservatrice e burocratica - e divisa, e magari iniziare ad occuparsi del paese invece che delle proprie beghe interne (oggi, ennesimo convegno dei c.d. "moderati" del PD teso ad attaccare la segretaria - con i problemi che abbiamo, sembra che il punto cruciale siano le primarie ed Elly Schlein da attaccare o difendere - nessun pudore o spirito di vergogna..). I fascisti vanno sicuramente chiamati con il loro nome, ma per batterli non bisogna abbandonare gli elettori al loro richiamo velenoso, alle sirene fasulle, e bisogna tornare a fare un'autentica politica popolare.

La destra "moderata" inoltre, viene tentata dalle sirene dell'imitazione e rincorsa degli estremismi, di cui adotta parole e ossessioni, incitando a guerre culturali, rasentando e a volte superando il ridicolo. Credo sarebbe necessario che i conservatori rimangano conservatori, ma dentro un perimetro entro cui si svolge il conflitto politico e che un tempo sembrava chiaro e condiviso: la Costituzione, l'indipendenza dei poteri terzi, la stampa libera, la memoria storica, i diritti delle minoranze.

Tutto questo sta accadendo? no, non mi sembra. Può accadere? sì. Sperare si deve.

(PS. piccola riflessione a latere. Mi sembra che i post-nazisti, post-fascisti riescano a comunicare energia, forza, orgoglio per il futuro, mentre i progressisti elencano soprattutto vincoli, serietà e impossibilità. Le promesse di AfD e camerati assortiti sono ovviamente fasulle, prive di qualsiasi concretezza e richiamo alla realtà, ma ho paura che una speranza sia pur falsa sia più attrattiva di un proposta politica che ne è priva) 


venerdì 18 settembre 2026

UNA CREPA NEL MURO

Il mondo fuori dalla bolla

di Mario Calabresi


Siamo alla Casa Bianca, è il 6 novembre 2025. Siamo nello Studio Ovale, il cuore del potere americano. C’è una conferenza stampa, il presidente è seduto alla sua scrivania mentre un gruppo di persone parlano accanto e dietro di lui. Stanno illustrando da quasi mezz’ora un piano di tagli ai costi dei farmaci antiobesità. Un uomo sulla sessantina, un paziente che assumeva una delle medicine dimagranti in questione, comincia a vacillare e sviene. Il Presidente, che fino ad allora era apparso stanco e distante, si alza per capire cosa stia succedendo e si gira verso la sua sinistra, a guardare chi cerca di prestare soccorso. Dopo pochi secondi, però, Donald Trump si gira dalla parte opposta e smette di occuparsi della situazione: resta in piedi, con la braccia lungo il corpo, immobile e con lo sguardo che fissa un punto indefinito davanti a sé. Come una statua volutamente inconsapevole della scena caotica che si svolge alle sue spalle.

Un'immagine da quell'incredibile conferenza stampa, da un fotogramma della diretta video online della rete CNN News18. Nota IA: ho fatto migliorare la resa fotografica di un frame video perché molto mosso

Ho negli occhi quell’immagine, mi sembra il simbolo della fine di qualcosa, di quella cosa che chiamiamo empatia, la fotografia perfetta della scelta di non vedere ciò che accade intorno a noi, soprattutto ciò che ci disturba e ci affatica.
Accade ovunque nel mondo, viviamo di nuovo un tempo, non è il primo nella Storia, in cui “gli altri” non sono più persone, ma numeri, categorie, simboli. Disumanizzare è l’operazione preliminare di ogni forma di crudele indifferenza. Perché se di questi “altri” ascoltassimo la voce, riconoscessimo i desideri, i sogni, le paure, le fragilità, il loro essere madri, padri, nonni, figli, allora non potremmo non sentirli. Non potremmo non pensare che ciò che riguarda loro non riguardi anche noi.
Dicevo che questo vento soffia a tutte le latitudini, ma è negli Stati Uniti che le cose accadono a una velocità e con una forza tali da diventare simboliche. Da trasformarsi in paradigmi, esempi, che poi vengono seguiti da tanti altri che provano ad applicarli anche a casa loro. Anche a casa nostra.

      Da cui sono partito per scrivere “Le voci degli altri”, per interrogarmi sull’incomunicabilità, sui        muri fisici e emotivi che costruiamo ogni giorno, sulla difficoltà di vedere e ascoltare gli     altri intorno a noi.


Ero nei Paesi Baschi per presentare un libro quando ho conosciuto un uomo a cui i terroristi dell’Eta avevano ucciso il padre. Era successo in mezzo alla piazza del paese il giorno della festa patronale. C’erano centinaia di persone e il killer aveva agito con calma e a volto scoperto. Nessuno aveva parlato e nessuno aveva testimoniato. Quell’uomo, che si chiama Ángel, allora era un ragazzino e per tutta la sua vita ha chiesto che qualcuno lo aiutasse ad avere verità e giustizia. Mentre lui raccontava, io pensavo ad una comunità che compatta non vede qualcuno che chiede aiuto, che lo ignora a tal punto da renderlo invisibile.
Prendete questo esempio e guardatevi intorno, pensate a quante situazioni si può applicare, a quanto si ripete in un mondo in cui siamo sempre più chiusi in bolle autoreferenziali e dove aumentano le solitudini.

Il viaggio di questo libro inizia in quella che è stata la mia scuola elementare, la Giuseppe Lombardo Radice di Via Paravia a Milano, non lontano dallo Stadio di San Siro.
Appena ho varcato il cancello mi si sono riaccesi un mare di ricordi: l’ansia della prima elementare con un grembiule nero lungo fino al ginocchio e un grande fiocco azzurro che si scioglieva in continuazione e che non riuscivo a riannodare.


Io in prima elementare

La scuola si trova a Milano in un immenso quartiere di case popolari costruito alla fine degli Anni Trenta e quello che le è successo dentro e intorno è il simbolo perfetto del nostro tempo: divisioni, muri, fatica e appartenenze che diventano esclusioni. E poi invisibilità, tantissime persone che si sentono invisibili. 
Allora era un luogo capace di mescolare, di mettere insieme bambini con famiglie e storie molto diverse, e di costruire il loro domani, oggi rischia di essere solo la fotografia di una situazione bloccata, in cui immaginare il futuro è difficile e faticoso. 
Tra i 108 scolari che oggi frequentano la mia scuola c’è una sola bambina con entrambi i genitori italiani, tutti gli altri sono di seconda generazione, figli di persone arrivate da ogni parte del mondo.
La descrivono come una scuola ghetto, io ho trovato un grande orto, una meravigliosa biblioteca, l’aula multimediale, una dirigente combattiva e maestre coraggiose con grande passione. Un mondo lontanissimo dalla eco delle polemiche della politica o dei programmi televisivi con la bava alla bocca.

Fuori dalla scuola sono andato a trovare la mamma di Paolo, il mio compagno di banco, che vive in uno di quei 6.135 appartamenti di edilizia pubblica progettati dal fascismo a metà degli anni Trenta. La signora Giuliana vive ancora lì, nella casa dove andavo a fare i compiti. Lei è la memoria storica del quartiere: è arrivata qui ottantanove anni fa, nel 1937, quando era una bambina di 3 anni. Avevano appena cominciato a costruire quell’immenso quadrilatero che la gente chiama «le case popolari di San Siro». 

   Ci siamo seduti sul suo balcone, che guarda la piazza, e lei mi ha raccontato la sua vita e tutto              quello che ha visto cambiare. Lei che è rimasta l’ultima italiana del suo caseggiato. Anche lei sente      di essere diventata invisibile. Sono tornato più volte e lei mi ha aiutato a vedere e capire, è uscita        dai luoghi comuni e mi ha fatto conoscere i suoi vicini di casa e mi ha mostrato l’incuria e il degrado che la amareggiano.


Negli anni ho annotato momenti e occasioni in cui ho visto le distanze fare un salto di qualità: la stanchezza trasformarsi in fastidio, poi in rabbia e poi in materia per costruire muri. In cui ho visto gli sguardi diventare assenti per non accorgersi più di cosa ci accade intorno.

Ma come in tutte le cose è necessario provare a fare uno sforzo, cambiare il punto di vista, avere la pazienza di ascoltare. E allora si possono ancora trovare segnali di speranza, appigli di fiducia, storie di persone che vanno in un’altra direzione, anche se la loro rotta è contraria al vento prevalente. Perché esiste uno sguardo che cerca tenacemente una crepa nel muro degli altri. 

mercoledì 16 settembre 2026

martedì 15 settembre 2026

UNA PROSPETTIVA DI LETTURA DELL’ODISSEA

 Interessante prospettiva con cui leggere la meravigliosa storia di Odisseo, così complessa da ospitare multiple narrazioni e significati





Perché l’Odissea, a ben vedere, è il racconto di ciò che il tempo fa agli esseri umani e, soprattutto, a quell’impresa infinitamente più difficile che chiamiamo matrimonio.

Lo penso ogni volta che, nel mio studio, ascolto un marito o una moglie pronunciare quella frase che, dopo tanti anni di professione, ho imparato a riconoscere come il vero termometro di una crisi: “Non siamo più quelli di una volta “. È una frase detta con amarezza, quasi sempre con nostalgia, come se il cambiamento fosse una colpa e la felicità consistesse nel riuscire a conservare intatta la persona che avevamo sposato. E invece mi viene sempre da rispondere, anche se spesso lo faccio solo dentro di me: come avreste potuto essere? Davvero pensate che sia possibile attraversare una vita, mettere al mondo figli, perdere i genitori, costruire un lavoro, affrontare malattie, delusioni, paure, tradimenti, successi e fallimenti senza che tutto questo lasci un’impronta sul nostro modo di amare?
Ecco perché continuo a pensare che Omero abbia scritto il più grande romanzo sul matrimonio mai esistito, pur senza avere mai pronunciato quella parola. Perché Ulisse, in fondo, non combatte solo contro Polifemo, o contro le Sirene, ma contro il Tempo, che è il solo nemico contro cui nessuno può dichiararsi vincitore. Le tempeste che attraversa sono, certo, spettacolari, ma non sono molto diverse da quelle che ogni giorno attraversano uomini e donne qualsiasi. Cambiano gli scenari, non la sostanza. Noi non verremo trattenuti da una ninfa immortale su un’isola incantata, ma possiamo rimanere prigionieri del lavoro, dell’ambizione, dell’ego, di una passione improvvisa che ci convince di meritare una vita diversa. Le nostre Sirene non cantano dagli scogli, ma vibrano dentro uno smartphone, arrivano con un messaggio apparentemente innocuo, da qualcuno che ci fa sentire nuovamente desiderati proprio quando, dentro casa, abbiamo smesso perfino di parlarci. Il nostro Ciclope non è un gigante con un occhio solo, ma quell’orgoglio ottuso che ci impedisce di pronunciare la parola più difficile del vocabolario di una coppia: ”scusa”.
Ed è qui, permettetemi, che il poema diventa straordinariamente moderno. perché nell'Odissea il mare non è altro che la vita stessa.  Ci sono giorni in cui sembra assecondarti, altri in cui ti costringe a cambiare rotta, altri ancora in cui ti fa credere di essere perduto, mentre, in realtà, ti sta solo portando altrove. E' esattamente quello che accade ai matrimoni. Noi li immaginiamo come fotografie immobili nella perfezione del giorno delle nozze: in realtà sono navigazioni continue, e pretendere che due persone restino identiche a se stesse significa non avere mai osservato il mare abbastanza a lungo.
forse è proprio questo l'errore che vedo più spesso nelle aule di giustizia: le persone arrivano convinte che la loro storia sia finita per un tradimento, per una bugia, per una scelta sbagliata. Quasi mai è così. Quelli sono gli ultimi capitoli di un libro che aveva cominciato a cambiare trama molto tempo prima. La verità è che ci si perde lentamente, senza accorgersene, perché si continua a condividere la casa ma non più il viaggio: ci si occupa dei figli, delle bollette, delle vacanze, delle scadenze, ma ci si dimentica di raccontarsi chi si sta diventando. E quando finalmente ci si guarda negli occhi, il volto dell'altro appare estraneo non perché sia cambiato all'improvviso, ma perché noi abbiamo smesso, da tempo, di accompagnarlo nel suo cambiamento.

domenica 13 settembre 2026

11 SETTEMBRE - VENTICINQUE ANNI DOPO

 

(interessante articolo che ho letto e tradotto)

GLI STATI UNITI NON SONO MAI STATI SUL PUNTO DI VINCERE LA “GUERRA AL TERRORISMO”
Nei venticinque anni trascorsi dall'11 settembre, gli Stati Uniti hanno condotto diverse campagne militari contro l'estremismo in tutto il mondo, causando la morte di quasi un milione di persone. Quali risultati hanno ottenuto?
Di Robin Wright
The New Yorker, 11 settembre 2026


Venticinque anni fa, il Presidente George W. Bush fece una promessa solenne poco dopo che i dirottatori di Al Qaeda avevano massacrato quasi tremila persone, provenienti da oltre cento paesi, presso il World Trade Center, il Pentagono e in Pennsylvania, l'11 settembre 2001. "La nostra guerra al terrorismo inizia con Al Qaeda, ma non finisce lì", dichiarò davanti a una seduta congiunta del Congresso, riferendosi all'attacco terroristico più letale della storia. "Non finirà finché ogni gruppo terroristico di portata globale non sarà stato individuato, fermato e sconfitto". Ricevette un applauso scrosciante.
Da allora, circa settemila militari americani — più del doppio delle vittime dell'11 settembre — sono morti nelle campagne statunitensi contro l'estremismo, e quasi un milione di persone hanno perso la vita come conseguenza diretta dei conflitti in Afghanistan, Iraq, Siria, Pakistan e Yemen; circa la metà di queste erano civili. Milioni di altre persone sono morte a causa delle ripercussioni di tali conflitti, secondo il progetto "Costs of War" della Brown University, oltre a subire innumerevoli ferite. A ciò si aggiungono i trilioni di dollari spesi per questi conflitti.
E quest'anno gli Stati Uniti, insieme a Israele, hanno avviato un'altra guerra dai contorni vaghi in Medio Oriente, questa volta contro l'Iran. Gli Stati Uniti hanno trascorso quasi tutto il ventunesimo secolo in conflitto con diverse forme di estremismo, forme che oggi si stanno moltiplicando. Eppure, l'opinione prevalente tra gli esperti che hanno dedicato la propria carriera ad affrontare le conseguenze dell'11 settembre è che la "guerra al terrorismo" non sia mai stata vincibile.

«In pratica ci siamo condannati al fallimento rendendo lo standard talmente irraggiungibile», mi ha detto Colin Clarke, direttore esecutivo del Soufan Center di New York e ricercatore presso l'International Centre for Counter-Terrorism dell'Aia. «Questo ha anche portato a una guerra senza fine, perché quando si può davvero sconfiggere il "terrorismo"? Una guerra contro al-Qaeda avrebbe avuto molto più senso, ma negli Stati Uniti amiamo combattere contro concetti astratti come droga, povertà e criminalità».
Ciononostante, gli Stati Uniti hanno impedito un altro attacco catastrofico sul territorio nazionale per oltre vent'anni, un «risultato straordinario», mi ha detto Bruce Hoffman, professore alla Georgetown University e autore di "Inside Terrorism". Dopo l'11 settembre, gli Stati Uniti si sono affrettati a riorganizzare le agenzie di sicurezza nazionale, approvare leggi, riallocare i finanziamenti e coordinarsi meglio a livello locale, statale e federale, ha affermato. Ma, ha spiegato Hoffman, "questo non è la stessa cosa che vincere una guerra. Per vincere la guerra al terrorismo era necessaria la sconfitta di al-Qaeda, obiettivo che gli Stati Uniti non hanno raggiunto. Sarebbe stato necessario contrastare la narrativa di al-Qaeda e trionfare sulla sua ideologia maligna. Abbiamo fallito anche in questo".

Nel 2000, ho guidato con un altro giornalista lungo le ripide e pericolose strade che dal Pakistan, attraverso il Passo Khyber, conducevano in Afghanistan. Sotto il regime dei talebani, le Nazioni Unite riferirono che, "sotto molti aspetti", l'Afghanistan si trovava in una situazione "peggiore di quasi tutti gli altri paesi del mondo". La povertà era dilagante. Il PIL pro capite annuo era inferiore a duecento dollari. Quasi due terzi degli adulti erano analfabeti. Con i contadini di Jalalabad, abbiamo camminato attraverso i campi di papaveri che all'epoca producevano una quantità significativa di oppio ed eroina a livello mondiale, una delle principali fonti di reddito dei talebani. Siamo passati vicino a un campo di addestramento di Al Qaeda, a cui i talebani avevano dato carta bianca. Nella capitale, le poche altre donne che vedevo erano nascoste dietro i burqa, con solo piccole reticelle attraverso cui guardare.
Abbiamo unito le risorse e acquistato ciabatte di plastica per ottocento bambini scalzi - ammassati  
in trentotto per stanza e due per letto—nell'orfanotrofio di Kabul; alcuni di loro avevano genitori ancora in vita che semplicemente non potevano permettersi di sfamarli.

Nel 2002 sono tornata a Kabul in circostanze completamente diverse. Facevo parte di un gruppo di giornalisti al seguito dell'allora Segretario di Stato Colin Powell, mentre riapriva l'ambasciata statunitense dopo che l'operazione "Enduring Freedom" aveva aiutato l'Alleanza del Nord — un gruppo di opposizione afghano — a rovesciare i talebani e a costringere Osama bin Laden alla fuga. "Siamo tornati in campo. Siamo qui per restare", dichiarò Powell. "Siamo impegnati per il futuro di questo Paese". Nei due decenni successivi, il Congresso degli Stati Uniti stanziò quasi centocinquanta miliardi di dollari per favorire lo sviluppo economico dell'Afghanistan e sostenere programmi di antiterrorismo. I benefici di quel periodo furono numerosi: vennero costruite migliaia di scuole e il numero di studenti aumentò quasi di dieci volte, con milioni di ragazze che iniziarono a frequentare la scuola e oltre centomila iscritte all'università. Nel 2021, le donne occupavano più di un quarto dei seggi di un parlamento democraticamente eletto. Le ultime due ambasciatrici afghane negli Stati Uniti, Adela Raz e Roya Rahmani, erano donne. L'assistenza sanitaria divenne più accessibile; l'aspettativa di vita aumentò di quasi vent'anni tra il 2004 e il 2010. Nacquero emittenti televisive e radiofoniche locali indipendenti e divenne disponibile l'accesso a Internet.
Tuttavia, la strategia statunitense per l'Afghanistan presentava difetti fatali. Il governo afghano sostenuto dagli Stati Uniti era corrotto da reti clientelari e da uomini forti locali che pretendevano tangenti in cambio di posti di lavoro o servizi essenziali. Gli aiuti internazionali venivano sottratti - con scarsa supervisione - da funzionari governativi e dai loro complici. La maggior parte dei fondi statunitensi fu destinata alla creazione di un nuovo esercito, ma molte forniture vennero trafugate
e i comandanti afghani crearono i cosiddetti "soldati fantasma" per intascarne le paghe e le provviste. Durante il mio ultimo viaggio in Afghanistan, nel 2021, mentre gli Stati Uniti si trovavano nelle fasi finali della pianificazione del ritiro, ho scattato una foto davanti a un murale raffigurante una poliziotta in uniforme, a volto scoperto e con un berretto militare in testa.
Vi era uno slogan a caratteri cubitali che recitava: "Polizia femminile afghana: una forza per il bene".
Cinque mesi dopo, la milizia talebana – priva di forze aeree e dotata di armamenti rudimentali – prese il controllo di Kabul in appena dieci giorni. In definitiva, gli afghani non erano più disposti a combattere per un governo sostenuto dagli Stati Uniti e profondamente carente. Il giorno della caduta di Kabul, mi recai alla Sezione 60 del Cimitero Nazionale di Arlington per visitare la tomba del sergente scelto Antonio Rey Rodriguez, uno degli ultimi soldati statunitensi a perdere la vita in Afghanistan. Aveva solo ventotto anni e si trovava alla sua nona missione. Sua moglie Ronaleen, anch'ella ufficiale delle Forze Speciali, si trovava nuovamente in Afghanistan per contribuire all'evacuazione delle truppe statunitensi. "Ultimo sprint", scrisse sui social media. Circa quattordici acri della Sezione 60 sono dedicati in gran parte ai militari statunitensi caduti in Afghanistan e in Iraq. Sono tanti gli eroi che, come Rodriguez, hanno nobilmente sacrificato la propria vita nella guerra al terrorismo; eppure, oggi l'Afghanistan versa in condizioni peggiori rispetto al primo regime talebano: è tornato sotto il controllo di un governo estremista, autoritario e misogino, per di più meglio armato rispetto al 2001. A dicembre, l'ONU ha segnalato che, dal ritorno dei talebani, Al Qaeda avrebbe stabilito una presenza in molte delle trentaquattro province afghane. Secondo il rapporto, Al Qaeda "fornisce orientamento ideologico a diversi gruppi" e "agisce come fornitore di servizi e moltiplicatore di capacità per altre organizzazioni in Afghanistan, offrendo addestramento, consulenza e supporto logistico". L'Afghanistan è tornato a essere un "rifugio sicuro".
"Siamo riusciti – per ora – a proteggere la patria da un grave attacco terroristico", ha affermato Hoffman, esperto di terrorismo della Georgetown University. "Tuttavia, abbiamo perso la battaglia delle idee – una battaglia che il presidente Bush aveva indicato come fondamentale subito dopo l'11 settembre e che era tanto importante quanto la nostra potenza militare ai fini della vittoria". Nell'ultimo quarto di secolo, il terrorismo ha metastatizzato, e non solo in Medio Oriente. Non esiste un "unico tabellone dei risultati", poiché gli Stati Uniti stanno combattendo "battaglie parallele contro diversi ecosistemi terroristici", secondo Magnus Ranstorp, un consulente strategico presso il Centro per la Sicurezza Sociale dell'Università della Difesa Svedese e autore di 
"Understanding Violent Radicalisation: Terrorist and Jihadist Movements in Europe" (Comprendere la radicalizzazione violenta: movimenti terroristici e jihadisti in Europa). Quattro presidenti americani, con il fondamentale sostegno della NATO o di coalizioni alleate, hanno inflitto pesanti sconfitte agli estremisti, ma né i gruppi né le minacce che essi rappresentano sono scomparsi. Al contrario, si sono adattati, spostati, frammentati e decentralizzati, evolvendosi in forme diverse, mi ha spiegato Ranstorp.

Lo Stato Islamico dell'Iraq e della Siria, o ISIS, è nato come una costola di Al Qaeda e arrivò a controllare oltre un terzo del territorio siriano e il quaranta per cento di quello iracheno, appena dodici anni dopo che gli Stati Uniti avevano contribuito a disperdere Al Qaeda in Afghanistan. L'ISIS divenne il primo stato terroristico transnazionale al mondo. Attirò oltre cinquantatremila combattenti stranieri provenienti da circa ottanta nazioni, tra cui, a quanto si dice, trecento americani. Le sue pratiche — come le decapitazioni, i massacri e l'atto di rinchiudere donne o presunti avversari in gabbie per poi dar loro fuoco — erano ancora più brutali di quelle dei talebani.
Nel 2017 mi trovavo in prima linea lungo il fiume Tigri, a Mosul, mentre le truppe curde e irachene — supportate in modo decisivo dalla potenza aerea e dall'intelligence statunitense — costringevano i combattenti dell'ISIS, scarsamente addestrati, a una lenta ritirata da quella che era stata la capitale commerciale dell'Iraq. I combattimenti si svolgevano casa per casa. Il tenente generale Stephen Townsend, comandante della coalizione a guida statunitense responsabile dell'operazione "Inherent Resolve", dichiarò: "Questo è il più importante combattimento urbano dai tempi della Seconda Guerra Mondiale". Vidi corpi in decomposizione disseminati nei quartieri devastati. Visitai le rovine della biblioteca dell'Università di Mosul, un tempo una delle più prestigiose del Medio Oriente, che custodiva manoscritti risalenti a un arco di mille anni. Era stata data alle fiamme dall'ISIS, che aveva usato i libri come combustibile. L'ISIS aveva inoltre nascosto ordigni esplosivi improvvisati nelle aule, nei corridoi e nelle scale di tutto il campus. Un paio d'anni dopo, nel 2019, mi trovavo in Siria mentre una coalizione di milizie sostenuta dagli Stati Uniti e a guida curda costringeva lo Stato Islamico al collasso. Nel complesso, le operazioni contro l'ISIS sono durate sei anni, con un costo di circa tredici milioni di dollari al giorno, secondo quanto riferito dal Congressional Research Service. Eppure, oggi l'ISIS sta ancora conducendo un'insurrezione sia in Iraq che in Siria e si sta espandendo in altri paesi e continenti. "L'Iraq è nel caos e i talebani sono tornati a Kabul", mi ha detto Ali Soufan, ex specialista dell'FBI in materia di terrorismo e fondatore del Soufan Center.
L'operazione Inherent Resolve, la campagna a guida statunitense contro l'ISIS in Iraq e Siria, è fallita per alcune delle stesse ragioni che hanno causato il fallimento dell'operazione Enduring Freedom in Afghanistan. Inherent Resolve ha interpretato erroneamente il sentimento pubblico e le culture locali. Ha arrestato e interrogato migliaia di persone — talvolta sottoponendole a tortura — generando a sua volta nuova rabbia e nuovi focolai di tensione. Ha cercato di risolvere i problemi semplicemente investendo denaro, senza una strategia politica a lungo termine o una prospettiva di conclusione militare.
Entro la fine del mese, gli Stati Uniti ritireranno le ultime truppe dall'Iraq. Tuttavia, oggi il Dipartimento di Stato elenca un numero di gruppi con ideologie estremiste cinque volte superiore a quello registrato nel 2001, ha osservato Hoffman. Al Qaeda ha generato oltre due dozzine di ramificazioni che minacciano governi in tre continenti: dall'Europa all'Africa profonda, fino all'Asia. Anche l'ISIS conta un numero quasi equivalente di filiali. "La strategia della 'decapitazione' ha destabilizzato le organizzazioni, ma non ha eliminato l'ideologia del jihadismo salafita", ha affermato Ranstorp. Prima dell'11 settembre, i gruppi militanti avevano basi operative identificabili; l'ecosistema terroristico del 2026, invece, "presenta ramificazioni regionali, piattaforme digitali e seguaci che aderiscono spontaneamente".
Oggi è più difficile definire il terrorismo, ha detto Soufan. I confini tra terrorismo, insurrezione, gruppi sostenuti da stati (proxy), crimini d'odio, violenza politica e violenza perpetrata da singoli individui si sono fatti "notevolmente sfumati". Inoltre, non esiste più una narrazione univoca; a volte l'ideologia può passare in secondo piano. Ranstorp ha aggiunto che, oggi, il terrorismo jihadista “coesiste con la violenza di matrice suprematista bianca, accelerazionista  
antigovernativa, misogina, di sinistra ed etno-nazionalista”. La minaccia più rilevante, mi ha spiegato Clarke, proviene dai cosiddetti estremisti “salad bar”, che “selezionano specifiche istanze attingendo all’intero spettro ideologico, da sinistra a destra”. Egli si dice preoccupato per il terrorismo “fast-food” e per la “radicalizzazione su TikTok”attraverso i social media e il dark web. Un processo di reclutamento che un tempo richiedeva molti mesi può ora avvenire nel giro di pochi giorni.

Le priorità degli Stati Uniti in materia di terrorismo sono cambiate sotto la presidenza di Donald Trump. Nel 2025, la sua decisione di classificare otto organizzazioni criminali messicane, come
il cartello di Sinaloa, ha ridefinito il concetto tradizionale di terrorismo internazionale includendovi il traffico di stupefacenti e la criminalità organizzata. L'inclusione di bande transnazionali, come la MS-13 (con base a El Salvador), ha inoltre richiesto l'impiego di risorse, fondi e personale statunitensi. Lo scorso gennaio, l'intervento militare USA per catturare l'allora presidente venezuelano Nicolás Maduro si è basato su accuse di narcoterroismo e traffico di droga. Mercoledì, gli Stati Uniti hanno aggiunto "Los Tiguerones", una banda con base in Ecuador, alla lista delle organizzazioni terroristiche straniere.
E, sebbene il terrorismo internazionale sul suolo statunitense sia "diminuito in modo significativo",
la minaccia del terrorismo interno perpetrato da cittadini americani nel Paese è aumentata dal 2012, e in particolare dal 2020: è quanto mi ha riferito Evelyn Farkas, ex vice sottosegretario alla Difesa e attuale direttrice esecutiva del McCain Institute. A livello globale, la Russia di Vladimir Putin è diventata "il principale Stato sponsor del terrorismo" dopo l'invasione dell'Ucraina nel 2022, ha affermato. Il governo di Putin ha sferrato oltre centoquaranta attacchi contro obiettivi militari, civili e commerciali nell'Europa orientale e occidentale per scoraggiare gli europei dal sostenere l'Ucraina e per indebolire la NATO.
In questo venticinquesimo anniversario dell'11 settembre, il terrorismo è enormemente più complesso e diffuso — e "i gruppi terroristici non esistono per restare inattivi", ha osservato Hoffman. Le attuali tendenze "riportano alla mente gli anni '90", quando la minaccia rappresentata da Al Qaeda veniva "liquidata" come "locale e irrilevante". Nonostante le vite perdute e le ingenti risorse impiegate, "le cause profonde del terrorismo internazionale, che hanno alimentato l'orientamento anti-occidentale di Al Qaeda, rimangono in gran parte irrisolte", ha dichiarato William Braniff, ex alto funzionario della Homeland Security e attuale direttore esecutivo del Polarization & Extremism Research & Innovation Lab (PERIL) della American University,
e ha spiegato: «Oggi la maggior parte delle organizzazioni terroristiche sembra convogliare quella violenza più a livello locale», mi ha detto. «Questo, naturalmente, è probabilmente ciò che la maggior parte degli analisti avrebbe detto delle organizzazioni terroristiche estere il 10 settembre 2001». ♦


giovedì 10 settembre 2026

VIZI PRIVATI E PUBBLICHE VIRTÙ

 Abbiamo diversi esempi anche a casa nostra. L’antesignano, come sempre, Silvio Berlusconi, ma anche il Matteo Salvini cosí strenuo sostenitore della famiglia tradizionale e un figlio da una moglie poi divorziata, un figlio da un’altra compagna ed attualmente una compagna con cui non è sposato; inoltre, baciatore di immagini sacre e professione gridata di cattolicesimo e incitatore di odio contro i migranti e massacratore di migranti nel Mediterraneo. Poi ovviamente la Giorgia nazionale, così adamantina sulla famiglia tradizionale e con una figlia fuori dal matrimonio (con un deficiente maschilista).

Ma tutti questi fulgidi esempi impallidiscono davanti agli esempi internazionali, in particolare questa


Arriverà il momento in cui la crescente incoerenza e irrazionalità prevarrà, travolgendoci tutti?

martedì 8 settembre 2026

L’AMORE CHE SI FA

 Michele Serra, OK BOOMER, il Post, 7 settembre 2026)


dedicato alla mia famiglia, di cui potrebbe essere quasi un manifesto.
Aggiungo solo una breve citazione da Guccini (Canzone quasi d'amore)
Fingo d'aver capito che vivere è incontrarsi
Aver sonno, appetito, far dei figli, mangiare
Bere, leggere, amare .... grattarsi



Martedì 8 settembre 2026

L’amore che si fa

«La terra, l’acqua, i campi coltivati, le montagne, le foreste, le bestie, le piante. E la cura che l’uomo deve averne per dare significato e valore alla sua presenza nel mondo»



Non credo che Wendell Berry (1934-2026) e Enzo Bianchi (1943-2026) si siano mai incontrati. Forse sapevano l’uno dell’altro attraverso il comune amico Carlo Petrini. E magari, l’uno dell’altro, avranno letto qualcosa.

Se non fossero morti a poche ore di distanza, tra il 31 agosto e il primo settembre, probabilmente non mi sarebbe mai venuto in mente di accostarli, di parlare di loro nella stessa pagina e con lo stesso spirito. Il poeta, saggista, coltivatore, ambientalista americano (del Kentucky) e il monaco piemontese che fondò la comunità di Bose.

Ma leggendo di loro, e richiamando alla mente quello che i loro scritti mi hanno lasciato negli anni, mi ha colpito l’intenzione comune del loro lavoro, la simile percezione del mondo, proprio il mondo fisico nel quale viviamo: la superficie del pianeta Terra. La terra, l’acqua, i campi coltivati, le montagne, le foreste, le bestie, le piante. E la cura che l’uomo deve averne per dare significato e valore alla sua presenza nel mondo.

Scrive Massimo Recalcati del monaco Enzo Bianchi: in lui «era la vita viva a salire in primo piano. Non l’ascesi sacrificale, la mortificazione della carne, la penitenza patibolare… L’alterità di Dio non è nei cieli ma appare sulla terra, non è lassù ma quaggiù… Mi ha detto una volta, quand’era già molto anziano, che di mattina amava abbracciare gli alberi e le grandi pietre. Immagino fosse anche quello un suo modo di pregare. Non alzando gli occhi al cielo ma trovando il cielo in terra».

Scrive Serenella Iovino, filosofa dell’ambiente, di Wendell Berry: «Se c’è una frase di Wendell Berry che vale la pena ricordare, una di quelle da usare come talismano politico ed esistenziale, probabilmente è questa: “Love is never abstract”, l’amore non è mai astratto. L’amore, diceva Berry, non aderisce all’universo, alla nazione o alle istituzioni, ma ai passeri della strada, ai gigli del campo, agli ultimi tra i nostri fratelli. Non desidera essere eroico: è anonimo, umile, senza ricompensa».

Questa idea materiale e a suo modo “semplice” dello stare nel mondo amandolo è contagiosa, perché trasmette concretezza e suggerisce di non rimanersene con le mani in mano. Per portare l’amore sulla terra, scriveva Berry, bisogna affondare le mani nel terreno: l’amore non è un concetto, è un’attività. È qualcosa che si fa, e se non la si fa è un’omissione.

Berry, che da giovane era ambientalista alla maniera americana (vedeva la natura solo nella wilderness, mondata dall’ingombro degli uomini) cambiò punto di vista durante un viaggio di studio a Firenze. Si innamorò del paesaggio toscano (quello degli anni Sessanta… ) e scoprì la misura di un mondo agricolo ben temperato, che teneva insieme le esigenze umane e il rispetto dei cicli naturali.

Coltivatore a sua volta, non solo teorizzò ma praticò la fattoria come “organismo vivente” fondato sulla cura, sullo spirito di comunità e sul rispetto dell’ambiente, in opposizione netta all’agroindustria che gli sembrava “snaturata” non solamente a danno della natura: anche a scapito dell’equilibrio e del benessere umano. La sua celebre frase “mangiare è un atto agricolo” è diventata il primo comandamento di Slow Food.

L’orto di Enzo Bianchi era di proverbiale salute e bellezza, la sua tavola anche. L’Ora et labora della regola benedettina, prega e lavora, ebbe in lui un grande interprete. Le mani di Enzo Bianchi, nell’edificazione del piccolo mondo di Bose, sono state importanti quanto la sua fede e il suo intelletto.

Coltivare, cucinare, organizzare il convivio come atto di fratellanza e come risposta attiva alla smaterializzazione della vita nei tempi del digitale e soprattutto della separazione drastica tra produttori e consumatori. Il famoso “i bambini di città non hanno mai visto una mucca” non è una oziosa lamentela, è la descrizione più immediata e comprensibile di una cesura tragica tra l’uomo e la natura – come se l’uomo non ne facesse più parte.

Che siano due cristiani (protestante Berry, cattolico Bianchi) ad attribuire salvezza e felicità alla cura materiale del mondo è una cosa che mi fa riflettere. Seppure non credente mi ci riconosco “spiritualmente”: in ogni gesto ben fatto, in ogni lavoro ben fatto, come l’operaio Faussone della Chiave a stella di Primo Levi, avverto l’appartenenza a un ordine del quale mi fa piacere sentirmi non solo partecipe, anche artefice, sia pure in infinitesima parte.

Recalcati intravede nel mito dell’incarnazione di Dio – il Dio che si fa uomo – il segreto e l’energia di cristiani come Enzo Bianchi: «se il Verbo entra nella carne, allora è proprio la carne il luogo nel quale la questione di Dio diventa inevitabilmente la questione dell’uomo».

Non mi sento teologicamente autorizzato a dire la mia, posso solo aggiungere che un gesto di affetto che arriva a buon fine, un campo ben curato e non infestato di chimica, un piatto cucinato con cura e per amicizia, una pagina scritta senza errori, e con le parole messe nell’ordine giusto, mi sembrano la conferma di quello che diceva Wendell Berry: l’amore non è mai astratto.

lunedì 7 settembre 2026

ANCORA SUL WOKE

 (mail inviata a OK BOOMER di Michele Serra, il Post)

“Ho venticinque anni, sono neolaureata in Ingegneria Nucleare e mi considero di sinistra da quando ho l'età della ragione. I miei sentimenti sulla recente ritirata del woke sono contraddittori.

Razionalmente, esulto: finalmente la smettiamo di parlare di pronomi, articoli e desinenze come se fossero questioni di stato (non mi è mai piaciuto studiare grammatica); finalmente la smettiamo di prendercela con la cultura di duecento anni fa perché non allineata alle attuali sensibilità (ma va...?), di considerare paccottiglia colonialista qualsiasi espressione della cultura occidentale (la società occidentale si è macchiata di orrendi crimini in passato, e tutt'oggi non è certo perfetta, ma ogni giorno ringrazio di essere nata in Europa e non altrove, con tutto il rispetto per gli altri popoli e le altre culture, e la mia infinita solidarietà a chi lotta per essere libero nel proprio Paese); e soprattutto la smettiamo di crocifiggere chi non la pensa come noi, non supporta ciecamente ogni nostra battaglia o semplicemente ha l'avventatezza di usare la parola sbagliata.

Eppure mi trovo a chiedermi a cosa porterà davvero questo backlash (rinculo, ndr), che effetto avrà sulla percezione che, come società, abbiamo delle questioni inerenti ai diritti. Il rifiuto degli eccessi del woke ci porterà a guardare con noncuranza alle discriminazioni che tuttora persistono?

Secondo me la cultura che oggi chiamiamo woke, spogliata del suo estremismo bacchettone e ridotta ai suoi principi fondamentali, ha ragione. Il razzismo, il sessismo, l'omotransfobia e tutte le altre forme di discriminazione esistono: si sovrappongono alla struttura economico-sociale della nostra società, la attraversano a tutti i livelli e colpiscono soprattutto le persone più povere, emarginate, meno istruite, proprio quelle che, volendo fare delle politiche sociali, vorremmo aiutare.

Mi sembra però che, al di fuori delle bolle dell'attivismo, la reazione delle persone di sinistra (soprattutto quelle un po' più attempate...) a queste istanze sia essenzialmente di insofferenza, di fastidio per battaglie che non si capiscono e si liquidano come frivole e inutili, magari perché relative a problemi che non si vivono in prima persona.

Penso al classico commento: "la sinistra perde perché pensa ai gay e non ai lavoratori", a cui mi viene sempre da rispondere: in che modo essere a favore dei diritti LGBT contrasta con l'impegnarsi per i diritti dei lavoratori? Possiamo davvero parlare delle condizioni dei braccianti nell'Agro Pontino senza parlare di razzismo, o chiedere dei congedi parentali dignitosi sia per le madri che per i padri senza parlare di ruoli di genere?

Dalla mia parte politica mi aspetto una presa di posizione su tutti, o almeno su una grossa parte dei temi che caratterizzano la contemporaneità: oppure dobbiamo rivolgerci esclusivamente ai vecchi operai che, per carità, hanno fatto una vita di fatica e di sacrifici, ma magari picchiavano la moglie e dicevano al figlio di stare alla larga da negri e froci, e non vogliono sentirsi dire che forse non era il caso?

Credo che le politiche economico-sociali debbano venire prima di qualsiasi altro progetto politico, perché la struttura della società in cui viviamo ci riguarda tutti, e impatta sulle nostre vite ben più dell'appartenenza a una qualsiasi categoria umana. Però l'impegno contro razzismo, sessismo, omofobia ecc. ecc. ci deve stare: voglio che queste battaglie accompagnino quelle di natura sociale, che avanzino insieme; voglio una società equa, solidale e progressista, e forse una cosa non può esistere senza l'altra.

Il mio timore è che, in quest'epoca così polarizzata e superficiale (in tutto lo spettro politico, purtroppo), la ritirata del woke non venga accolta, dai più, come il rientro di una frangia estremista e irragionevole, ma come una sconfitta di tutti i movimenti per l'uguaglianza in generale. Come la prova che, tutto sommato, in effetti di certe cose non frega niente a nessuno”.

Gemma Amato

HO UNA PROPOSTA INTERESSANTE

 Ho una proposta interessante, nientemeno che per far finire la guerra in Ucraina. Volete sentirla? ecco.

Proponiamo a Putin che si prenda la Sassonia-Anhalt al posto dell'Ucraina. E' più consenziente, vota già giusto, ha un PIL superiore a quello dell'Ucraina e solo trentacinque anni fa faceva ancora parte dell'orbita russa. I cittadini della Sassonia penso saranno contenti, si potranno fare le loro classi differenziali, le milizie nere, le istituzioni autocratiche. E la Russia dovrebbe essere più che contenta: un paese amico, nel centro dell'Europa, cosa volere di più? e quello veramente da denazificare come vogliono.

Andrebbe bene, no? scrivo a Kushner e Witkoff?

venerdì 4 settembre 2026

SE IL MONDO...

 

Se il mondo assomigliasse un po' di più a lui non saremmo in pericolo



Ho avuto un sogno

di Mario Calabresi, 4 SETTEMBRE 2029

Quando sono uscito da Repubblica, erano solo sette anni fa ma mi sembra un secolo, avevo un rovello, un tormento che tornava costantemente: come riuscire a informare le generazioni più giovani, con quale strumento, in che forma? Gli esperti mi ripetevano che era una sfida perduta, perché perduta era l’attenzione: nessuno ha più pazienza, ha più tempo e voglia di approfondire. Tutti, non solo i giovani, consumano ogni contenuto in fretta, nello spazio di secondi. Non rimaneva che il modello dello scroll infinito dei social, della dissipazione dell’attenzione.

In quel tempo lungo in cui non ho avuto un lavoro (e in cui ho scritto un libro fertile e felice come “La mattina dopo”) ho viaggiato e studiato e ho visto possibilità per provare a rompere l’incantesimodella disattenzione. Non si trattava solo di trattenere, ma anche di provare a ricostruire un rapporto di fiducia, una relazione continuativa con una comunità di lettori o ascoltatori. Farlo usando un tono di voce autentico e concentrandosi sulla qualità, anche con formati lunghi ma capaci di suscitare interesse e curiosità vera.

con Guido Brera e Mario Gianani

Come mi accade spesso di fare, userò una metafora che ha a che fare con il cibo: nel tempo degli aperitivi, degli spuntini, delle barrette, di un consumo veloce e distratto, esiste ancora la possibilità di sedersi a tavola e restarci a lungo se ci sono buoni piatti, cucinati con cura e con amore, e se c’è buona compagnia.
Così prima è nata questa newsletter, un appuntamento costante che prosegue da sei anni e mezzo, all’insegna del racconto e della gratuità. Ho sempre rinunciato a mettere un abbonamento o della pubblicità, scegliendo di caricarmi io tutti i costi, perché volevo che fosse uno spazio libero e aperto in cui leggere delle storie.

Poi è nata Chora, un’impresa che all’inizio pareva impossibile e velleitaria, dall’incontro con due persone così lontane da me per formazione e mestiere da creare un mix stranissimo. Il primo, Guido Brera, veniva dalla finanza, era molto critico con il suo mondo e sentiva il bisogno di provare a fare qualcosa di diverso, era convinto che i contenuti possono avere vita lunga, essere trasformati: un’idea può diventare un podcast, poi un programma televisivo o un libro e poi una serie o un film. L’altro è un uomo di cinema, si chiama Mario Gianani, e mi ha insegnato a immaginare oltre i limiti dell’abitudine, a pensare che le cose nuove sono possibili e che non bisogna mai farsi intrappolare dal “Non si può fare perché non lo abbiamo mai fatto”.

Io che registro un podcast da casa e cerco di attutire l’eco con la lana, l’alternativa era infilarsi dentro l’armadio

Abbiamo sempre osato, sempre creduto con passione nell’idea di sperimentare, di provare cose inedite, e quando Mario è tornato a tempo pieno a dedicarsi al cinema, Guido non ha fatto mai mancare la sua tenacia, la sua convinzione che si dovesse andare avanti, che la strada fosse quella giusta.
Così sono nate cose che, sulla carta, non avevano possibilità di riuscita.
Tutti dicevano: “Ai giovani non interessano gli Esteri” e con Cecilia Sala ci siamo inventati un podcast quotidiano come Stories, che racconta ogni pomeriggio una storia dal mondo. Secondo le regole non avrebbe dovuto ascoltarlo nessuno, invece è un successo straordinario.
Così, quando ho convinto Marco Bardazzi a fare un approfondimento settimanale sulla politica americana avevamo tarato le aspettative molto in basso: ma chi ha voglia di sentire mezz’ora di analisi su Trump e il caos a stelle e strisce? La risposta (siamo arrivati anche a 150mila ascoltatori per una singola puntata) ci ha detto qualcosa di molto significativo, che esiste la voglia di capire, di fermarsi a pensare, che l’attenzione esiste ed è l’offerta che scarseggia.

Il muro con le lampade che facevamo per ogni copertina di una nuova serie
A Chora ha preso subito piede la bella tradizione di portare ogni giorno qualcosa da condividere e di metterlo sul tavolo della redazione.

Ci sono state poi delle gioie del cui successo ero sicuro dal primo istante: “Non hanno un amico” di Luca Bizzarri, nato durante una chiacchierata all’Arco della Pace a Milano in cui gli ho detto che avrebbe dovuto prendere tutti i suoi tweet quotidiani, le sue polemiche, e trasformarli in un audio con suoni e rumori. E poi il professor Barbero con la sua infaticabile e contagiosa passione.
Quello con Chora (e poi con Will e ora con Cronache di spogliatoio) è stato un viaggio con due compagni di strada fondamentali: la pazienza e la tenacia. Abbiamo sempre tenuto la testa alta e anche nei momenti più cupi e difficili non abbiamo smesso di immaginare il futuro.
Abbiamo inventato Festival del suono, un nuovo modo di comunicare per università, aziende, musei, Ong, ospedali; un formato diverso per le inchieste e per le storie e abbiamo affrontato temi che non sembravano così popolari (personalmente ho amato molto parlare di gentilezza, di nonne e fare una serie in cui si cerca di fare pace con l’errore e si impara ad accettarlo).

L'appuntamento con il Festival di Chora, Volume, al Conservatorio di Milano
Con Steve McCurry

Quando abbiamo cominciato, le riunioni si facevano con le mascherine o a distanza, molti si sono visti di persona dopo alcuni mesi di lavoro e la prima serie l’abbiamo fatta con lo scrittore Paolo Giordano proprio per raccontare quel tempo difficilissimo della pandemia: si chiamava “Ossigeno”. Allora eravamo in pochi, si decideva tutto con Sara Poma, Sabrina Tinelli e Luca Micheli. Poi con Nicola Lagioia abbiamo camminato per una Roma deserta per registrare “La città dei vivi”.

A quelle prime serie ne sono seguite altre 420, ricordo che per fare il primo milione di ascolti ci abbiamo messo un anno, per il secondo sei mesi e ora accade ogni quarantotto ore. Un milione di ascoltatori ogni due giorni. Questo è il risultato della pazienza e della tenacia.
Abbiamo tenuto duro quando i conti non tornavano, quando dicevano che saremmo falliti, che il nostro modello non sarebbe mai stato in piedi e quando – quello è stato il momento peggiore – hanno sequestrato Cecilia Sala a Teheran. Il momento più bello è quando l’ho abbracciata sulla pista di Ciampino e lei semplicemente mi ha detto: “Sono tornata”.

L'abbraccio con Cecilia Sala

Oggi vado via, ma la barca è solida, piena di energie e di idee, e lascio con una gratitudine immensa verso tutte le persone con cui ho lavorato, che resteranno sempre una famiglia e una casa per me.

Quando poche settimane fa il poeta Franco Arminio mi ha chiesto se fosse vero che stessi pensando di lasciare una casa così bella e io gli ho risposto di sì, mi aspettavo mi replicasse che ero pazzo, invece mi ha detto: «Il senso della vita è rompere la vita, rimettersi in discussione e osare strade nuove».

La foto di gruppo scattata il primo settembre nella nuova redazione di Chora, Will e Cronache di spogliatoio sul Naviglio a Milano