domenica 6 settembre 2026
venerdì 4 settembre 2026
SE IL MONDO...
Se il mondo assomigliasse un po' di più a lui non saremmo in pericoloHo avuto un sogno |
di Mario Calabresi, 4 SETTEMBRE 2029 |
Quando sono uscito da Repubblica, erano solo sette anni fa ma mi sembra un secolo, avevo un rovello, un tormento che tornava costantemente: come riuscire a informare le generazioni più giovani, con quale strumento, in che forma? Gli esperti mi ripetevano che era una sfida perduta, perché perduta era l’attenzione: nessuno ha più pazienza, ha più tempo e voglia di approfondire. Tutti, non solo i giovani, consumano ogni contenuto in fretta, nello spazio di secondi. Non rimaneva che il modello dello scroll infinito dei social, della dissipazione dell’attenzione.
In quel tempo lungo in cui non ho avuto un lavoro (e in cui ho scritto un libro fertile e felice come “La mattina dopo”) ho viaggiato e studiato e ho visto possibilità per provare a rompere l’incantesimodella disattenzione. Non si trattava solo di trattenere, ma anche di provare a ricostruire un rapporto di fiducia, una relazione continuativa con una comunità di lettori o ascoltatori. Farlo usando un tono di voce autentico e concentrandosi sulla qualità, anche con formati lunghi ma capaci di suscitare interesse e curiosità vera.

Come mi accade spesso di fare, userò una metafora che ha a che fare con il cibo: nel tempo degli aperitivi, degli spuntini, delle barrette, di un consumo veloce e distratto, esiste ancora la possibilità di sedersi a tavola e restarci a lungo se ci sono buoni piatti, cucinati con cura e con amore, e se c’è buona compagnia.
Così prima è nata questa newsletter, un appuntamento costante che prosegue da sei anni e mezzo, all’insegna del racconto e della gratuità. Ho sempre rinunciato a mettere un abbonamento o della pubblicità, scegliendo di caricarmi io tutti i costi, perché volevo che fosse uno spazio libero e aperto in cui leggere delle storie.
Poi è nata Chora, un’impresa che all’inizio pareva impossibile e velleitaria, dall’incontro con due persone così lontane da me per formazione e mestiere da creare un mix stranissimo. Il primo, Guido Brera, veniva dalla finanza, era molto critico con il suo mondo e sentiva il bisogno di provare a fare qualcosa di diverso, era convinto che i contenuti possono avere vita lunga, essere trasformati: un’idea può diventare un podcast, poi un programma televisivo o un libro e poi una serie o un film. L’altro è un uomo di cinema, si chiama Mario Gianani, e mi ha insegnato a immaginare oltre i limiti dell’abitudine, a pensare che le cose nuove sono possibili e che non bisogna mai farsi intrappolare dal “Non si può fare perché non lo abbiamo mai fatto”.

Abbiamo sempre osato, sempre creduto con passione nell’idea di sperimentare, di provare cose inedite, e quando Mario è tornato a tempo pieno a dedicarsi al cinema, Guido non ha fatto mai mancare la sua tenacia, la sua convinzione che si dovesse andare avanti, che la strada fosse quella giusta.
Così sono nate cose che, sulla carta, non avevano possibilità di riuscita.
Tutti dicevano: “Ai giovani non interessano gli Esteri” e con Cecilia Sala ci siamo inventati un podcast quotidiano come Stories, che racconta ogni pomeriggio una storia dal mondo. Secondo le regole non avrebbe dovuto ascoltarlo nessuno, invece è un successo straordinario.
Così, quando ho convinto Marco Bardazzi a fare un approfondimento settimanale sulla politica americana avevamo tarato le aspettative molto in basso: ma chi ha voglia di sentire mezz’ora di analisi su Trump e il caos a stelle e strisce? La risposta (siamo arrivati anche a 150mila ascoltatori per una singola puntata) ci ha detto qualcosa di molto significativo, che esiste la voglia di capire, di fermarsi a pensare, che l’attenzione esiste ed è l’offerta che scarseggia.


Ci sono state poi delle gioie del cui successo ero sicuro dal primo istante: “Non hanno un amico” di Luca Bizzarri, nato durante una chiacchierata all’Arco della Pace a Milano in cui gli ho detto che avrebbe dovuto prendere tutti i suoi tweet quotidiani, le sue polemiche, e trasformarli in un audio con suoni e rumori. E poi il professor Barbero con la sua infaticabile e contagiosa passione.
Quello con Chora (e poi con Will e ora con Cronache di spogliatoio) è stato un viaggio con due compagni di strada fondamentali: la pazienza e la tenacia. Abbiamo sempre tenuto la testa alta e anche nei momenti più cupi e difficili non abbiamo smesso di immaginare il futuro.
Abbiamo inventato Festival del suono, un nuovo modo di comunicare per università, aziende, musei, Ong, ospedali; un formato diverso per le inchieste e per le storie e abbiamo affrontato temi che non sembravano così popolari (personalmente ho amato molto parlare di gentilezza, di nonne e fare una serie in cui si cerca di fare pace con l’errore e si impara ad accettarlo).


Quando abbiamo cominciato, le riunioni si facevano con le mascherine o a distanza, molti si sono visti di persona dopo alcuni mesi di lavoro e la prima serie l’abbiamo fatta con lo scrittore Paolo Giordano proprio per raccontare quel tempo difficilissimo della pandemia: si chiamava “Ossigeno”. Allora eravamo in pochi, si decideva tutto con Sara Poma, Sabrina Tinelli e Luca Micheli. Poi con Nicola Lagioia abbiamo camminato per una Roma deserta per registrare “La città dei vivi”.
A quelle prime serie ne sono seguite altre 420, ricordo che per fare il primo milione di ascolti ci abbiamo messo un anno, per il secondo sei mesi e ora accade ogni quarantotto ore. Un milione di ascoltatori ogni due giorni. Questo è il risultato della pazienza e della tenacia.
Abbiamo tenuto duro quando i conti non tornavano, quando dicevano che saremmo falliti, che il nostro modello non sarebbe mai stato in piedi e quando – quello è stato il momento peggiore – hanno sequestrato Cecilia Sala a Teheran. Il momento più bello è quando l’ho abbracciata sulla pista di Ciampino e lei semplicemente mi ha detto: “Sono tornata”.

Oggi vado via, ma la barca è solida, piena di energie e di idee, e lascio con una gratitudine immensa verso tutte le persone con cui ho lavorato, che resteranno sempre una famiglia e una casa per me.
Quando poche settimane fa il poeta Franco Arminio mi ha chiesto se fosse vero che stessi pensando di lasciare una casa così bella e io gli ho risposto di sì, mi aspettavo mi replicasse che ero pazzo, invece mi ha detto: «Il senso della vita è rompere la vita, rimettersi in discussione e osare strade nuove».
