sabato 15 agosto 2026

DI CINA E DI VIAGGI

 È l’ultimo giorno in Cina. Partiremo stasera. Con un agile volo all’1.30 di notte. La devastazione delle traversate intercontinentali. Mio marito, che è un quacchero e non indulge mai in alcuna mollezza, dice spesso che, se fosse molto ricco, si concederebbe l’unico lusso della prima classe in aereo, o almeno della business.

È l’ultimo giorno in Cina. Siamo stati 20 giorni, sufficienti per venirne travolti. Pochi per capirla. 
Ho amato Shanghai perché ci somiglia un po’, almeno da fuori. Ho adorato le risaie terrazzate del Longji, il loro silenzio interrotto dal gracidare di rane, i loro villaggi di legno aggrappati alla collina perché non ci somigliano per niente, anche se mio figlio sostiene che anche la Liguria è parimenti terrazzata e dotata di carruggi. Strano come siamo attratti dal simile e dal dissimile contemporaneamente. Il primo ci fa stare in equilibrio, il secondo ci allarga lo sguardo. Il primo ci rassicura, il secondo ci regala vertigini.
Eppure, ovunque, nella calca di persone si perde il filo. La prossimità dei propri simili, alla lunga, è stordente. L’ecumenismo si sfilaccia al cospetto della quotidiana navigazione nella tempesta umana. Abbiamo fatto file di ore, ci siamo destreggiati tra la folla, soccombendo regolarmente perché loro, i cinesi, abituati a una diversa densità, sono molto più bravi di noi. Abbiamo percorso chilometri su scale mobili in quota, raggiungendo altitudini normalmente accessibili solo a piedi o in elicottero. Ci siamo inerpicati su gradini infiniti, sempre in fila - davanti una bambina che traccheggiava, dietro un anziano che scalpitava. Il turismo estivo cinese ci ha inghiottito. Con il senno di poi avremmo rinunciato a Zhangjiajie, alle sue montagne di Avatar, alle scimmie feroci che ci guardano come animali allo zoo, ai pullman gremiti sui tornanti, a una funivia spettacolare, al ponte di vetro con le sovrascarpe di gomma. Con il senno di poi, in questa stagione di vacanze scolastiche da noi come da loro, avremmo potuto scardinare alcune mete obbligate a favore di altre, meno frequentate. Perché alla fine le memorie di un viaggio si costruiscono ben più sullo stupore di un fuori programma che sulla prevedibilità di una strada battuta.



Forse per questa bulimia turistica, quando mi sono ritrovata immersa nel verde di coltivazioni terrazzate come scaglie di drago, in un paesaggio che non è mai stato mio, mi sono sentita a casa. Forse per questo, a 4.000 metri, con le orecchie nell’ovatta e un’emicrania cronica, ho pensato che vivere in una prateria in balia del vento, con gli yak e i loro allevatori nomadi, in tende tenute insieme con pelo ed escrementi animali, fosse una declinazione suggestiva e desiderabile della vita.
La Cina è tutto e il contrario di tutto. 
Futuro, passato e ben poco presente. Una storia antichissima e uno sviluppo furioso. Modernità e arretratezza. Autarchia e potenza. Naïveté e superiorità. Grattacieli e stamberghe. Traffico elettrico e code di yak esposte al mercato. Grilli da combattimento in una gabbia e robot camerieri nell’ascensore dell’albergo. Pagamenti via app anche per i mendicanti e sputi per strada. Treni velocissimi e puntualissimi, telecamere ovunque, metal detector in metropolitana, controllo passaporti per entrare al parco. Un cibo curato, vario, raffinato, sano, buono, piccante, curioso, diverso, sublime. Una cultura gastronomica sconfinata. La frustrazione dell’incomunicabilità, forse il peccato maggiore di queste tre settimane. La conversazione avrebbe dato un senso alle file, alle attese, alle folle selvagge. La parola ci avrebbe fornito chiavi di lettura troppo spesso mancanti.
La Cina non è una vacanza. Chi cerca riposo e silenzio non lo trova qui. 
La Cina è un viaggio. E come tutti i viaggi richiede rispetto, accoglienza, osservazione, sospensione del giudizio, porosità.
Ho amato la Cina e mi mancherà. E non solo perché ci sono andata con le mie quattro persone preferite al mondo. Non solo perché i figli che diventano grandi creano equilibri diversi, protezioni inaspettate, dinamiche nuove, un’interazione adulta, spesso esilarante. Non solo perché ogni esperienza tutti insieme è un regalo grandissimo e un privilegio enorme.
Ho amato la Cina perché è diversa, perché è nuova, perché non si capisce.
Viviamo quotidianità prevedibili, abitiamo bolle confortevoli, pronunciamo parole che abbiamo imparato da piccoli, percorriamo sentieri già noti. Coltiviamo un incanto domestico, piccole luci da cercare negli angoli.
Amo i viaggi lontani perché accendono fuochi d’artificio. Amo lo sconvolgimento del sottosopra. Mi divertono le contraddizioni, le crepe, gli ottovolanti e i punti interrogativi. Adoro il ribaltamento delle certezze. Voglio essere spiazzata da un viaggio, uscirne con i capelli sconvolti, l’aria stralunata e gli occhi più grandi.
Attraversare altri mondi fa di noi persone migliori, più morbide, più lucide, più aperte.



La Cina è stata tutto questo e anche di più. 
Tra qualche ora partiremo. Non sono triste. Sono sazia. E ho bisogno che le luci si abbassino e che il vortice si fermi. Devo fare respiri più lenti e più grandi per fare spazio a quello che è stato. 
Ho anche bisogno di mozzarella e di cioccolato, non necessariamente insieme.




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