Ho letto molti commenti sulla morte di Robert Redford, in genere molto belli e commossi, ma il mio preferito è l'Amaca di Michele Serra ieri su La Repubblica:
«Ognuno ha il suo cinema che lo accompagna, metà memoria metà visione, e per me Redford sarà per sempre Jeremiah Johnson, il cacciatore solitario del film omonimo di Sydney Pollack che fu rititolato, in Italia, “Corvo rosso non avrai il mio scalpo”, alla maniera sgangherata del western nostrano. Insieme a “Dersu Uzala” di Kurosawa e a “Balla coi lupi” di Kevin Costner, quel film occupa, nel mio piccolo pantheon, uno spazio importante, quello dove si illustra e si illumina la dura simbiosi tra l’uomo e la natura. L’uomo che vive a stretto contatto con le bestie, i fiumi, i boschi, la neve, il vento, il gelo, la fame – e la civiltà è molto lontana. Solo Jack London, e certe poesie di Walt Whitman, si collegano, nella mia testa, a quel confondersi magnifico del corpo umano con gli elementi. Le riprese furono nello Utah, e il fiume dove è stata girata la scena finale è uno dei posti che vorrei sognare ogni notte. Dopo strenue vicende di sopravvivenza, di caccia, di lotta, Redford sta bevendo, sfinito, l’acqua di quel fiume. Alza la testa e vede, a pochi metri, il suo nemico acerrimo, il capo dei Corvi, che lo sovrasta dal suo cavallo. Il nativo e l’invasore bianco sono al varco del duello finale, e il bianco cerca di afferrare il fucile. Ma il capo alza la mano, inerme, in un segno di saluto, di rispetto e di conciliazione. Oggi nessuno ucciderà nessuno. L’acqua del fiume, e le montagne intorno, suggeriscono solo eternità e pace.
In omaggio a Redford e come antidoto ai veleni del presente, bisognerebbe fare vedere quel film nelle scuole americane. Non è woke (è durissimo) e nemmeno Maga (dà ai nativi ciò che è loro). Dice che il vero valore degli uomini è nella scoperta di vivere lungo lo stesso fiume.
Ero legata alla figura simbolica di Robert Redford, perché impersonava il biondo impossibile degli Stati Uniti che si mostravano e che si volevano ancora credere buoni, l’America delle grandi pianure e dei grandi silenzi, del baseball al tramonto, delle domande che restano sospese sul ciglio di una veranda, della semplicità, della ritrosia. Un'idea che non è mai stata completamente vera, ma ci piaceva, da giovanissimi che ci affacciavamo sul mondo. Un'idea che non è mai stata vera, ma che adesso è frantumata, triturata da nuovi barbari e consueta arroganza.
Robert Redford ha attraversato gli anni con la grazia sobria di chi sa restituire: una bellezza senza rumore e senza necessità di essere dichiarata, il talento come condizione naturale, la memoria viva di un cinema che non si accontentava di intrattenere.
Eravamo con te belli, sobri, eleganti e complicati, con ironia.
Come eravamo. Come vorremmo essere ancora.

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