lunedì 10 marzo 2014

Albertina e Luciano sono in Brasile

Beati loro! Oggi l'Albe ci ha scritto che sarebbe bello che fossimo là insieme e l'ho trovato un pensiero molto carino

Cosa succede - taglio dell'IRAP o taglio dell'IRPEF?

Il primo commento che mi viene é: e che ne so?
Però alcune cose so e in particolare una cosa che non si visibilizza credo abbastanza. Non so se è l'IRPEF o l'IRAP, ma io credo che una delle emergenze sia che le persone trovino lavoro - e non solo per la sopravvivenza, per il denaro che guadagnano, ma per trovare identità, per trovare un posto, un posto nel mondo, per dispiegare le energie, in particolare le giovani energie. Provo una rabbia repressa nel vedere sprecati anni e vite che potrebbero essere utilmente immessi nella nostra narrazione di specie, nella nostra storia quotidiana, generando infelicità, ignoranza, rabbia sprecata - spreco.
E non so se sia l'IRAP o l'IRPEF e non so se è una riflessione borghese di chi non conosce il vero bisogno, ma più che aumentare gli stipendi vorrei che lavorasse più gente, in particolare più giovani, che si visualizzasse questa idea del lavoro come positivo per finalizzare le energie su un senso e non sul nonsenso, per recuperare un senso di futuro, di movimento e di progresso.
Sarà l'IRAP? Sarà l'IRPEF? Direi l'IRAP, se fossi sicura che le nostre aziende sappiano finalizzare al lavoro le risorse. Direi l'IRPEF se non avessi il dubbio che i consumi sono una risposta a circolo vizioso, che frega i più deboli e induce bisogni.
Direi sobrietà, onestà, consapevolezza - merce ancora più rara che i tagli.

PS Bottura direbbe "mi è partito il pippone"....

venerdì 7 marzo 2014

Futura (e la paura)

Ieri mattina prima di andare a lavorare su Rai news 24 ho visto per caso il video di save the chidren (consiglio di vederlo su savethechildren. it) sulla bimba siriana progressivamente intrappolata nella realtá della guerra (tra l'altro nel caso della Siria la guerra piú assurda di tutte, la guerra civile). Mi ha colpito molto in quel video la paura negli occhi di quella bambina (la paura peggiore, quella di cui non si riesce nemmeno a parlare).
Poi, in macchina, hannno tramesso "Futura" di Lucio Dalla che ci ha lasciato ormai da due anni. Lì mi è venuto un flash - ho ricordato una me stessa con una pancia già grossa nel 1988 che ascoltava il verso "Nascerà e non avrà paura nostro figlio" e, con quei tipici impeti anche supportati dai molti ormoni in circolo, giurava di fare il possibile perchè la sua bambina ( la pensava bambina, ma l'avrebbe effettivamente scoperta solo dopo qualche mese) non avrebbe dovuto avere paura - allora pensavo alla guerra.
Adesso, quasi 26 anni dopo quella bambina si va a laureare alla specialistica in un paio di settimane ed in effetti questa promessa che non avrebbe avuto paura della guerra si è realizzata, anche per merito di un periodo storico contingente pressochè mai verificatosi prima nella storia d'Europa (tendiamo a sottovalutarlo e darlo per scontato, ma dobbiamo ricordarlo con forza).
Questa giovane (e bella) donna non ha paura della guerra, si muove a suo agio in Europa e nel mondo, non ha paure di bisogni materiali (anche grazie al duro lavoro dei suoi nonni prima e dei suoi genitori poi -anche questo magari si dà un po' per scontato).
Residua nei suoi occhi una paura che è in parte fisiologica e in parte no ed è la paura del futuro.  Tutti noi alla sua età l'abbiamo avuta, in quel momento in cui si rende necessario cercare lavoro e impostare il futuro. Non è solo la ricerca del lavoro, credo, ma in generale il trovare il proprio senso, il dispiegarsi delle proprie capacità, desideri, attitudini in rapporto al mondo, la scegliere una strada che di per se stessa è al tempo stesso troppo limitante e troppo piena di bivi - la famosa strada nel bosco, con le sue aree inquietanti dove nel buio sono in agguato la bestie feroci e le sue radure piene di sole.
Oggi per i ragazzi c'è però anche un aspetto meno fisiologico di questa paura che viene da un contesto disastrato in cui la loro strada nel bosco va ad inserirsi. Di questo degrado io ( e la mia generazione) non assumiamo la colpa, credo, ma dobbiamo addossarci una riluttante responsabilità sia passata che futura.
"Nascerà e non avrà paura nostro figlio".



mercoledì 5 marzo 2014

Vignetta di Elle Kappa - l'8 marzo

Rsera, un numero speciale per l'8 marzo

















Bisogna ridere per non piangere. Non che piangere non faccia bene, ma ridere mi sembra più "rivoluzionario" - le lacrime affogano, ma le risate seppelliscono. 

domenica 2 marzo 2014

A proposito del genere giallo

Ho da poco finito di leggere la giallista per antonomasia che parla del giallo - potevo perderla?
http://www.anobii.com/books/A_proposito_del_giallo/9788804630227/011c50583e5a986dd4/ 

Ed é proprio lei, senza fronzoli, dritta al sodo, una piacevole conversazione, da cui ahimé manca però pressoché tutto il genere giallo degli ultimi 25/30 anni. Peccato! Sarebbe stato interessante capire la sua opinione anche sui giallisti odierni. Utile anche per recuperare qualche "buco" di lettura (non ho mai letto Dorothy Sayers e sembra indispensabile e confesso che non avevo mai sentito nominare Ngayo Marsh).
Cito quella che secondo me é la parte in cui lei dá la sua definizione di giallo, mi sembra molto interessante e condivisibile "...non si può negare che il giallo procuri un sollievo dalle tensioni e dalle responsabilitá della vita quotidiana; é particolarmente apprezzato in tempi di conflittualitá, ansia e incertezza, quando la societá affronta problemi che né il denaro, né le teorie politiche, né le buone intenzioni sono in grado di risolvere o ridurre. E lì, nel giallo, noi abbiamo un problema al centro del romanzo, un problema che si risolve, non per fortuna o per grazia divina ma con l'ingegno umano, l'umana intelligenza e il coraggio. Veniamo confermati nella speranza che, nonostante certe evidenze contrarie, viviamo in un universo benefico ed etico, in cui i problemi si possono risolvere con mezzi razionali, recuperando la pace e l'ordine dallo sconvolgimento e dal caos personale e collettivo."
Non si poteva dire meglio, forse bisogna avere 94 anni ed essere inglese ed avere scritto "I figli degli uomini" per dirlo cosí bene.