Avevamo nel nostro giardino un magnifico, enorme albero di cachi. Estremamente generoso, ci consentiva di mangiare deliziosi cachi fino a Natale (nonostante, per tacito accordo non scritto con gli uccelli, mangiassimo solo circa la metà del prodotto di cachi, cioè quelli al di sotto della linea di alcuni metri dettata dalla scala da frutteto più i circa due metri di Roberto. I cachi che stavano al di sopra erano proprietà degli uccelli)
Poi il caco (Roberto lo chiama diospiro) ha cominciato ad ammalarsi e un paio di anni fa Roberto lo ha fatto tagliare (“Lo sai che anche gli alberi muoiono”, ha sentenziato) sostituendolo con un grazioso e smilzo alberello, più esile del nome altisonante di diospiro. Quest’anno l’alberello ha fatto i primi cachi, forse una trentina, piccini, poco più grandi di una pallina, ma buoni e dolci, così ho avuto il via libera per raccoglierli. Mentre li raccoglievo mi è venuta in mente questa bella storia che ho letto un po’ di tempo fa e che sono andata a cercare.
A fine raccolto, nelle campagne giapponesi, su ogni albero di cachi resta un frutto solo, in cima al ramo più alto. Non è una dimenticanza. È il frutto che non si deve cogliere.
Lo chiamano kimamori (木守り): "il guardiano dell'albero". Quando le ceste sono piene e i rami ormai spogli, l'ultimo caco viene lasciato lì, arancione contro il cielo grigio, dove resterà per tutto l'inverno. Chi attraversa quelle campagne a dicembre se li vede sfilare accanto, alberi nudi con un'unica lanterna accesa in cima, e capisce al primo sguardo che non può essere un caso: è un linguaggio. L'usanza è così radicata che la parola è entrata perfino nel vocabolario della poesia: nominarla, in un haiku, basta da sola a dire l'inverno.
I significati che i giapponesi danno a quel frutto solitario sono tre, e stanno uno dentro l'altro.
Il primo è la gratitudine: l'albero ha dato tanto, e portarsi via proprio tutto sarebbe un modo volgare di ringraziare. Il secondo è una preghiera: quel frutto si lascia perché il raccolto, l'anno prossimo, torni abbondante. Il terzo è il più concreto di tutti: con l'inverno alle porte, quel caco sfamerà gli uccelli quando non ci sarà rimasto nient'altro da mangiare. E non vale solo per i cachi: in certe zone si lascia sul ramo l'ultimo mandarino, l'ultimo yuzu.
Un frutto solo, e dentro c'è tutto: il grazie per quello che è stato, la fiducia in quello che verrà, la cura per chi avrà fame.
Noi raccogliamo in un altro modo: fino all'ultimo. L'ultima ora del giorno va riempita, l'ultimo giorno di vacanza va sfruttato, l'ultima energia della sera va investita in qualcosa di utile. Abbiamo trasformato "non sprecare" in un comandamento che non perdona: un pomeriggio lasciato vuoto ci sembra un pomeriggio buttato, un'occasione non presa un piccolo fallimento, e perfino una passeggiata deve avere i passi contati.
Spremiamo l'albero fino a spogliarlo. E poi ci chiediamo perché gennaio ci trova così a terra…
Il kimamori custodisce la sapienza opposta: un raccolto, per essere davvero buono, deve lasciare qualcosa sul ramo. Non per distrazione: per scelta. Quel frutto non colto non va contato tra gli sprechi. Va contato tra le semine: se l'anno prossimo l'albero darà ancora, è anche perché qualcosa gli è stato lasciato.
E vale per gli alberi come per le persone. Anche tu sei un albero da cui si raccoglie: il lavoro, la famiglia, le richieste, le scadenze, tutti passano con la cesta in mano. Hai diritto a un frutto in cima, fuori dalla portata di tutti. Un'ora che non serve a niente. Una domenica senza programma. Una piccola riserva di te che non si tocca, e che sta lì a garantire una cosa sola: che l'albero, l'anno prossimo, sarà ancora vivo.
Una finezza, in questa usanza, la rende ancora più saggia: il frutto del guardiano non si decide ogni volta. È una regola fissa, che torna ogni autunno. Nessun contadino, a novembre, si domanda se quest'anno può permettersi di lasciarlo: lo lascia, perché così si fa. Sapevano bene che le cose preziose, se vanno rinegoziate ogni volta, prima o poi cedono: la stanchezza vince, la cesta vince. Così hanno tolto la questione dal tavolo, per sempre: il guardiano non si discute.
Anch'io faccio parte di chi raschia il fondo: il tubetto piegato in due, la valigia incastrata al millimetro, l'ultimo quarto d'ora prima di uscire riempito con "ancora una cosa". Con le giornate, certe volte, mi accorgo che faccio uguale, e quasi sempre tardi, quando i rami sono già spogli… Quest'anno, sul calendario di dicembre, ho lasciato due giorni bianchi, senza niente scritto sopra. Ho resistito alla tentazione di assegnarli… per ora. Sono i miei kimamori: stanno in cima, fanno la guardia.
Anche la tua vita ha diritto a un frutto in cima, che nessuno coglie.
(Da un post FB di Elenagiappone, altre storie così nel suo libro. “Le crepe sono fatte per l’oro” su Amazon)
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