Martedì 27 ottobre 2026, Ok Boomer, Michele Serra
La violenza è perdente, oltre al resto
«Il solo fatto davvero rilevante, che lascia il segno, è quell’antichissimo strumento di creazione collettiva che si chiama: coscienza politica»
Caro Giacomo, non si può dire che non vai dritto al punto. Sei a volto scoperto (hai firmato, educatamente, con nome e cognome, ma vista l’aria che tira preferisco mettere solo il tuo nome), e meriti una risposta a volto scoperto.
Rinuncio in partenza a ogni tiritera morale su un tema, quello della violenza, che pure ha enorme rilievo etico e politico: da sempre. Generazioni e generazioni prima della tua, e della mia, ci si sono rotte la testa – la metafora è in tema… – senza venirne a capo: forse perché la violenza è un materiale sociale onnipresente, sotto mille forme, e illudersi di esorcizzarla con le buone intenzioni è come voler spegnere il fuoco facendogli una ramanzina. Lasciamo perdere, dunque, le esortazioni disciplinari e il richiamo alle buone maniere, che quelli già li sappiamo, sia tu che io.
(Mi limito a segnalare che, specie in rapporto al tema della guerra e della pace, esiste anche un potente pensiero non violento. Aldo Capitini, Danilo Dolci, Gandhi, Martin Luther King, Bertrand Russell sono i primi nomi che mi vengono in mente. Tenerli presenti, male non fa).
Venendo ai tumulti milanesi (tumulto è una parola che amo molto, etimologicamente vuol dire “gonfiarsi, ribollire”, qualcosa che non riesce a contenersi. Dà un’impronta fisiologica, non ideologica, ai moti di piazza). Tu dici: era ora, è un segno di vita dopo troppo sonno, rivendico la vitalità dei miei coetanei che spaccano tutto, come se si destassero da un lungo letargo.
Capisco l’atteggiamento emotivo (il sentimento vitale del risveglio) e arrivo a cogliere perfino il brivido estetico dello scontro. Io sono uno che già alla tua età scappava alla prima scintilla, la violenza fisica mi ha sempre fatto orrore, ma esiste una ricca iconografia (romantica?) sullo street fighter, il combattente di strada che affronta il potere quasi a mani nude. E una relativa mitologia: anche il pastorello seminudo Davide che lancia il sasso contro il guerriero catafratto Golia, in fin dei conti, era uno street fighter.
Proviamo, allora, a metterla proprio sul piano del fight, della lotta, del combattimento. Delle forze in campo. Di fronte alla forza dello Stato la violenza di strada è uno sputacchio che si stampa su una cattedrale. Già domani mattina lo sputacchio sarà ripulito, ma tutti i video del mondo ci avranno zoomato sopra, e quello che a te può sembrare un atto di salubre ribellione verrà accolto da una parte molto grande dell’opinione pubblica come una bestemmia inaccettabile.
La quiete pubblica, il decoro pubblico non sono solo pretesti della propaganda (anche se la propaganda di destra gongola sulle vetrine rotte), sono anche motori importanti, e comprensibili, della psicologia collettiva. La repressione delle rivolte urbane è tutt’altro che impopolare. Mentre io, te e molti altri stiamo a ragionare sulle cause dello sconquasso, un sacco di gente pensa: speriamo che questi rompiballe vengano messi nelle condizioni di non nuocere. Ed è un punto molto pesante, questo, a favore di Golia e a sfavore di Davide.
Il potere (per comodità chiamiamolo così, anche se è tante cose insieme) non solo non ha paura di questi scoppi spontanei (tumulti) di malessere sociale. Li usa, da sempre, per squalificare i rivoltosi, declassandoli da rivoluzionari a teppisti (oggi va di moda: “terroristi”, ridicola iperbole che tratta la sassata alla stessa stregua della bomba o dell’attentato) e speculando sulla paura e sull’insicurezza di chi non ha il tempo e la voglia di riflettere sull’iniquità economica e sulla discriminazione sociale. Di chi vuole solo che il casino finisca il più in fretta possibile, con le buone o con le cattive. E alle prossime elezioni è molto probabile che voterà per chi promette il pugno duro.
Il potere, caro Giacomo, teme una cosa soltanto: la politica. Teme che gli incazzati si organizzino, costituiscano movimenti e partiti nuovi o entrino in quelli già esistenti. Teme che poi vadano a votare, come avvenne negli anni Settanta quando l’onda lunga di quei movimenti capovolse letteralmente gli equilibri politici, generando lo Statuto dei Lavoratori (1970), dando forza al Welfare e mutando i rapporti di forza non solo nella società, anche in Parlamento.
Non spetta a me, che sono quasi vecchio, dire “quale” politica, in quali forme e con quali idee, possa trasformare un’esplosione di rabbia giovanile in qualcosa di solido e di vincente. Spetta ai protagonisti deciderlo, secondo la loro cultura e i loro convincimenti. Ma non ho nemmeno mezzo dubbio che il solo fatto davvero rilevante, che lascia il segno, sia quell’antichissimo strumento di creazione collettiva che si chiama: coscienza politica. Coscienza di ciò che si è e di ciò che si vuole ottenere.
Infine Giacomo, perdona questo finale nemmeno da genitore, che ormai sono nonno: non fatevi del male, per cortesia. C’è gente che vi aspetta a casa, e non ha a cuore il decoro pubblico: è per voi che si preoccupa. Politica a parte, sono le persone in carne e ossa a popolare le nostre case, le nostre speranze e le nostre paure.

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