Ai teorici della deportazione importa rendere dicibile l'indicibile. L'obiezione "questa proposta non è realizzabile" è già una condivisione dell'osceno
Questo è il numero di venerdì 12 giugno 2026 della newsletter di Repubblica Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini.
Martin Sellner, il nazionalsocialista austriaco che è tra i più attivi teorici della remigrazione, dice una grande verità ai suoi seguaci: “Quando accettano di dibattere sulla remigrazione, se riusciamo a far passare la parola, abbiamo già vinto”. Ragionamento molto lucido. La vittoria dei remigrazionisti non è nell’applicazione del programma, e tanto meno nella definizione dei dettagli pratici del progetto, bensì nella diffusione dell’osceno. Ai fascisti, sia quelli che si presentano orgogliosamente come tali sia quelli che preferiscono dissimulare la propria natura dietro definizioni come sovranisti o antiglobalisti, importa questo: spostare il confine della decenza e della accettabilità, accogliere tra di noi l’indicibile e compiacersi della licenza, anzi suggerire lussuriosamente: come abbiamo fatto a non dirlo fin qui? Chi si cimenta nella discussione sulla remigrazione contribuisce a questo spostamento.
Dice: e quindi? Che si fa, non si dovrebbe replicare alla propaganda fascista? Si fa finta di niente? Difficile arrivare a questa conclusione, e però almeno qualche trappola andrebbe evitata. I remigrazionisti non sono contrari ai clandestini. Sono xenofobi. Sono razzisti. Sono islamofobi. Non distinguono il fondamentalista islamico dal semplice musulmano perché ciò che evocano agli occhi dell’elettorato è il ritorno a una presunta età dell’oro nella quale il colore della pelle di una nazione è uno solo, una la religione, una la cultura. Certo, il remigrazionista ti dice che per primi caccerebbe gli immigrati non in regola con i documenti (che in Italia sono anche tanti costretti all’irregolarità dalle maglie ideologiche della legge Bossi-Fini), ma è solo un amo. Il remigrazionista rivendica di voler cacciare chiunque non si assimili alla civiltà che lo ospita. Che significa non assimilarsi? Ovvio che una democrazia liberale ha il dovere di contrastare penalmente, e con tutti i mezzi legali a disposizione, forme di deviazione dallo Stato di diritto. Ha il dovere di rimpatriare chi delinque o attenta alla sicurezza pubblica. Per esempio, una comunità islamica che pretenda di applicare al suo interno la sharia, la legge islamica, non può essere tollerata. Ma chi decide su altre e più controverse forme di mancata “assimilazione”? Chi stabilisce il discrimine? Il giorno in cui una democrazia consente che qualcuno abbia il diritto di sindacare chi è assimilato e chi no ha già posto le basi della sua autodissoluzione. Quell’arbitrio può ritorcersi contro tutti: e perché non applicarlo a quel punto anche agli oppositori o a chi sceglie uno stile di vita sgradito o a chi comunque non si adegua a uno standard? Perciò la remigrazione, ovvero deportazione, è per natura una proposta squisitamente fascista: si basa sull’imposizione di un canone da cui non è consentita deviazione. Non bisognerebbe mai perdere di vista questo aspetto quando si discute con un remigrazionista.
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