C'è una domanda che non si fa mai. Una domanda difficile con una forma semplice: ti ricordi l'ultima volta che hai preso per mano tuo padre? Che hai appoggiato la testa sul cuore di tua madre? Due fotografi, due progetti diversi con dei temi in comune: i corpi, la memoria, essere padri, madri, figli. Non ha senso parlare di fotografie senza mostrarvele, ma in rete le trovate facilmente tutte.
Basta che scriviate i nomi degli artisti. Il primo è Valery Poshtarov, bulgaro. Nota padri e figli per strada, da straniero in viaggio, e li ferma. Ha pochi secondi: il tempo di spiegare, convincere, scattare. Il progetto si chiama Fathers and Sons e nasce da un sentimento domestico: accompagnando i propri figli a scuola, Poshtarov pensa al giorno in cui non gli chiederanno più di tenergli la mano. Da qui il desiderio di tornare al passato, al proprio padre, al proprio nonno, alle loro mani. E' l'idea di fotografare padri e figli che si tengono la mano. In Bulgaria, Georgia, Turchia, Armenia, Serbia, Grecia, Italia. Posharov preferisce non chiamarli ritratti, ma icone: immagini che eccedendo i singoli individui li attraversano.
"Dal momento in cui lasciamo la mano di nostro padre, fino al momento in cui troviamo il coraggio di riprenderla", dice, "passano decenni". Guardando quelle coppie padre-figlio mano nella mano ho scoperto con stupore quanto mi fossero familiari quegli uomini sconosciuti. Perché familiari mi erano le dinamiche del loro legame: la distanza, la nostalgia, la cura, la tenerezza, il perdono. Tutti temi che, in dosaggi diversi, toccano il nodo che riconosciamo nell'intreccio di quelle dita. Padre e figlio, entrambi in tuta da lavoro arancione, giubbotti catarifrangenti, pantaloni sporchi di terra. Sono operai, probabilmente ferrovieri: dietro di loro si intravede un binario e poi la vegetazione di un paesaggio dell'Est Europa. In piedi, uno accanto all'altro, rigidi nella postura come chi non è abituato a farsi fotografare. Hanno corporature simili, il padre ha un attrezzo da lavoro in mano. Si tengono per mano: il gesto è impacciato, appena tollerato. Guardano in macchina, come si fa nelle foto ufficiali.
Il progetto di Denis Dailleux, fotografo francese, si intitola "Egypte, mère et fils" e ritrae bodybuilder egiziani con le loro madri. Il contrasto fisico è immediato: uomini, giovani e meno giovani, corazzati nelle loro muscolature, abbracciati, appoggiati, rannicchiati accanto a donne composte e silenziose. Alcune sono velate, altre no. Fiere o avvilite, stanche o sognanti, sono le madri a sembrare più forti. E' loro il centro di gravità. Siamo al Cairo, un ragazzo dal collo taurino si lascia tenere dalla madre come se avesse ancora cinque anni. Un altro, a torso nudo, tiene un braccio intorno alla genitrice. Nel contrasto tra la presenza nuda del figlio e la compassione vestita della madre sembra emergere il ricordo del corpo quando non doveva essere forte. La memoria di come è stato tenuto o trattenuto o non tenuto. Fuoricampo, evidente ma sospeso, il desiderio dell'artista. Per quei corpi virili, certo. Ma anche la nostalgia per quelle maternità immobili e archetipiche.
Provo a tirare alcuni fili: il corpo maschile come luogo inaspettato di tenerezza; il ribaltamento della retorica maschile della distanza; la fisiognomica del ritratto che cede il passo all'evocazione della relazione. Non sono fotografie di persone, ma di legami. A Sofia, una donna chiede a Poshtarov di fotografare il marito accanto alla fotografia del figlio morto. Quello scatto, un padre e un'immagine, racconta la relazione nella stretta di mano che manca, dice che tenersi non è solo un gesto tra vivi, ma una tensione della memoria. La mano è un archivio minimo: contiene l'infanzia, la dipendenza, il distacco, il ritorno. E di nuovo la domanda: quando è stata l'ultima volta?
(Vittorio Lingiardi, rubrica L'ultimo metrò, D donna di Repubblica, 30 maggio 2026. Le foto le ho aggiunte io, quelle di Poshtarov non sono scaricabili, ma sono bellissime e commuoventi, come dice Lingiardi)
Nessun commento:
Posta un commento