mercoledì 19 novembre 2025

DI NEBBIA

 


Le prime notti fredde, le prime nebbie autunnali mi cambiano l’umore, e non in peggio. Si tende a una vita più domestica e riparata, si cominciano a cucinare i piatti più elaborati tipici dell’inverno, i bolliti, i risotti, i minestroni. I cibi freschi e leggeri dell’estate, tanto quanto i vestiti, lasciano il passo a cose più spesse, più strutturate, più sapide. Ci si copre, ci si rintana, ci si protegge. Si guarda fuori pensando (tal quale l’uomo delle caverne, che in fin dei conti è solo nostro nonno alla ennesima): che fortuna essere al riparo. E al caldo, con il fuoco (e forme più tecnologiche di riscaldamento) che ci custodisce, e noi per questo lo custodiamo. La differenza tra interno ed esterno diventa molto più rilevante rispetto a quando fa caldo e la luce sembra non finire mai. Ogni casa – quando arriva l’inverno – è un focolare che si oppone al buio.

Ogni volta che arriva questo momento dell’anno ripenso a una poesia che amo come poche altre, Grazie, nebbia di W.H. Auden, nella quale l’esterno dal quale proteggersi, rintanandosi in casa, è niente meno che il mondo tutto intero, con il suo carico di dolore e tragedia. “Le tenebre totali diffuse dai giornali/che vomitano in prosa trasandata/fatti violenti e sordidi/che non riusciamo, sciocchi, ad impedire”. Auden, in una casa della campagna inglese con gli amici più cari, vede la nebbia che scende a celare finalmente il mondo, se ne sente difeso e la ringrazia, la nebbia, come in una preghiera.

Mi capita spesso di invidiare chi sa poco del mondo, è poco informato, e nella nebbia (metaforica) vive avvolto per tutto l’anno. Non si sente iscritto al club (spesso infelice, perché frustrato dall’impotenza) che chiamiamo “opinione pubblica” - le persone che sanno quasi tutto, ma non possono farci niente. L’ignaro campa tranquillo in una porzione molto limitata del pianeta: la sua. Sa poco, e tanto meglio per lui, che di tutto il resto non conosce il peso.

Essere informato e fare vita pubblica, a tratti, mi sembra una condanna. Poi passa, mi rinfranco, mi riposo e mi sento di nuovo pronto per uscire allo scoperto. Per scrivere, parlare in televisione, cercare di essere o almeno sembrare autorevole. Ma ci sono momenti nei quali rimpicciolire, rintanarsi, scomparire è qualcosa di più di un conforto: è una vera e propria gioia. Spegnere il computer, mettersi il giubbotto peggiore, quello che ha subìto ogni affronto dal mondo, e uscire un attimo a prendere quattro ciocchi in legnaia, o a controllare che cosa stanno combinando i cani. Rendersi conto che oggi ancora non ti sei pettinato, non ancora guardato allo specchio, e ormai è quasi ora di pranzo. Illuderti che tutto sia lì, una cucina a legna, qualcosa che sobbolle sul fuoco, il vino in cantina, la nebbia fuori che si è impadronita del mondo, gli amici che presto arriveranno.
Eccola tutta intera, Grazie, nebbia di Auden, nella traduzione di Alessandro Gallenzi.

Abituato al clima newyorkese,
conoscendo lo Smog fin troppo bene,
mi ero dimenticato
di Te, la Sua Sorella immacolata,
di ciò che porti ai nostri inverni inglesi:
conoscenze native si risvegliano.

Acerrima nemica della fretta,
spauracchio di aerei e guidatori,
certo Ti maledice ogni volatile,
ma io sono felicissimo,
perché Ti sei convinta a visitare
le campagne incantevoli del Wiltshire
l’intera settimana di Natale,
e nessuno può correre,
nel mio cosmo ridotto ad una villa antica
e a quattro Monadi legate da amicizia:
Io, Sonia, Jimmy e Tania.

Fuori un silenzio informe:
persino quegli uccelli spinti a stare
dal loro sangue caldo
qui intorno tutto l’anno,
come il bottaccio e il merlo,
da Te allettati frenano
il loro verso allegro,
nessun gallo si azzarda a strepitare,
e le cime degli alberi, visibili
appena, non stormiscono ma restano
immobili e condensano efficienti
in gocce esatte la Tua umidità.

Dentro, spazi accoglienti ben precisi
rendono confortevole
la lettura e il ricordo, i cruciverba,
le affinità, le risa:
ristorati da sapide cenette
e allietati dal vino,
sediamo lieti in cerchio,
ignari di noi stessi ma solerti
nei confronti degli altri,
cercando quanto più di approfittarne,
perché ben presto occorrerà rientrare,
finiti questi giorni di clemenza,
nel mondo del denaro e del lavoro,
dove si è attenti ad ogni punto e virgola.

Nessun sole d’estate potrà mai dissolvere
le Tenebre totali diffuse dai Giornali,
che vomitano in prosa trasandata
fatti violenti e sordidi
che non riusciamo, sciocchi, ad impedire:
la terra è un brutto posto,
eppure, per quest’attimo speciale,
così tranquillo ma così festoso,
ti rendo Grazie: Grazie, Grazie, Nebbia.

A differenza di Auden, ho la fortuna e il privilegio di avere allungato i miei “giorni di clemenza” per la gran parte dell’anno, vivendo, come forse vi ho già detto anche troppe volte, sopra un crinale dell’Appennino, di fronte a un grande bosco; e attorno ho campi aperti e scoscesi sui quali corrono i caprioli e le lepri (nei fossi l’istrice). Lavoro anche da qui, ovviamente, e certi giorni, sprofondato nel computer, lavoro tanto da non accorgermi nemmeno dove sono. Fino a quassù, senza scampo, salgono dalla pianura quei “fatti violenti e sordidi” sui quali sono tenuto a farmi un’opinione. Me la farò, è il mio lavoro, direi anche il mio dovere: mi leggete in tanti (grazie, grazie lettore!). Ma se di solito Ok Boomer! comincia con un argomento politico di attualità, questa volta la nebbia ha preso il sopravvento e si è presa il suo spazio. Forse dovrei guardare meno dalla finestra, quando scrivo.

(Michele Serra, OK BOOMER, Il Post, 3 novembre 2025)

È piaciuto a parecchi di voi il mio “elogio della nebbia” di lunedì scorso. Mi ha sfacciatamente aiutato, devo ammetterlo, pubblicare quella meraviglia che è la poesia di Auden Grazie, nebbia. Maria Grazia Dallera me ne segnala una di Giovanni Pascoli che non conoscevo, o avevo completamente dimenticato (se non perché mi risuona, da chissà quale remota lettura scolastica, lo “stanco don don di campane”). La condivido volentieri con voi. Tra i poeti “scolastici”, quelli che si studiano (studiavano?) a scuola fino dalle elementari, Pascoli è sempre stato il mio preferito. (Messo Leopardi, ovviamente, in una categoria a parte). Anche qui, proprio come nella poesia di Auden, la nebbia è un benvenuto impedimento a guardare troppo lontano, nel mondo dove “le cose son ebbre di pianto”. Anche se non basta per dimenticare la morte, che in quasi tutta l’opera di Pascoli è una specie di fondale permanente.


Nascondi le cose lontane,
tu nebbia impalpabile e scialba,
tu fumo che ancora rampolli
su l'alba,
da' lampi notturni e da' crolli
d'aeree frane!
Nascondi le cose lontane,
nascondimi quello ch'è morto!
Ch'io veda soltanto la siepe
dell'orto,
la mura ch'ha piene le crepe
di valeriane.
Nascondi le cose lontane:
le cose son ebbre di pianto!
Ch'io veda i due peschi, i due meli,
soltanto,
che danno i soavi lor mieli
pel nero mio pane.
Nascondi le cose lontane
che vogliono ch'ami e che vada!
Ch'io veda là solo quel bianco
di strada,
che un giorno ho da fare tra stanco
don don di campane
Nascondi le cose lontane,
nascondile, involale al volo
del cuore! Ch'io veda il cipresso
là, solo,
qui, solo quest'orto, cui presso
sonnecchia il mio cane
”.

Tra le tante e i tanti, mi scrive Laura da Torino: “La nebbia vera, bianca e spessa, è quasi scomparsa, da bambina era paesaggio abituale dalla finestra, ne ricordo soprattutto l’odore, odore di umidità scomparso pure lui. A mia figlia cinquenne la mostrai una mattina dalla finestra di una pousada, al tempo abitavamo in Brasile, con meraviglia, nostalgia e stupore per uno spettacolo che ho sempre associato alla brumosa Padania piuttosto che alla rude e aspra serra del Minas Gerais. E lei, mia figlia, guardando fuori, mi rispose “mamma, dov’è la nebbia? non vedo niente!”. Per fortuna che ogni tanto, grazie alla penna e alle parole di alcuni come te a cui siamo affezionati, possiamo ancora permetterci di dimenticare gli orrori reali e perderci, per qualche minuto, nel nulla di ciò che non vediamo e che, come tale, ci fa sperare in meraviglie nascoste”.

Cristina Di Lernia mi ringrazia per “la celebrazione della nebbia. È una sensazione che ho spesso provato da giovane, quando a Milano la nebbia spessa si vedeva ancora. Ho sempre vissuto la nebbia come una coperta che ci accompagna nell’autunno verso il riposo dell’inverno, ma a causa della vita frenetica di città ho un po’ perso quel senso di pace ed isolamento che lei descrive così bene. Grazie per avermelo ricordato”.

Quasi tutte le altre lettere parlano della nebbia con forte accento di nostalgia. La nebbia che non c’è più, la nebbia che a Milano, in pieno centro, cancellava la casa di fronte alla tua, la nebbia dalla quale sbucava l’autobus quasi a tradimento, e se non stavi attento rischiavi di perderlo. La nebbia così fitta che il tuo amico precedeva la macchina a piedi per seguire la striscia bianca che delimita la carreggiata. La nebbia dell’infanzia. Dev’essere per davvero svanita, la nebbia, perché nessuno dei miei lettori più giovani ha voluto raccontarmi la sua.


 
(Michele Serra, OK BOOMER, Il Post, 10 novembre 2025)


Dopo Auden e dopo Pascoli, la nostra piccola collezione di letteratura sulla nebbia si arricchisce grazie a Gaia, che mi segnala un brano di prosa. Impressionante la qualità della scrittura. Rileggere Beppe Fenoglio!

“Pensando al suo post sulla nebbia, ma anche un po’ a quello sull’Occidente, mi sono venute in mente alcune pagine di ‘Una questione privata’ di Fenoglio. Quarto capitolo: ‘All’angolo dell’ultima casa si arrestò netto. Aveva sentito sulla rampa sassosa il passo di una mezza dozzina di uomini. Il passo era quello inconfondibile, lungo e rapido, dei partigiani ragazzi di città. Salivano muti, evidentemente con gola e polmoni intasati dalla nebbia. (…) Ancora turbato, uscì nella campagna. Aveva deciso di aspettar Giorgio all’aperto (…) La strada era invasa dalla nebbia, ma c’erano ancora spiragli e ondeggiamenti. I valloni ai due lati ne erano invece colmi rasi, di un’ovatta assestata, immota. La nebbia aveva anche risalito i versanti, solo alcuni pinastri in cresta ne emergevano, sembravano braccia di gente in punto di annegare”.

Nebbia di città, nebbia di campagna: spiega bene la differenza un lettore dal nome importante.

“Mi chiamo Nike (si legge "niche"), assiduo lettore di diciannove anni, e la poesia sulla nebbia mi ha molto colpito (tanto che mi ha fatto perdere la fermata del filobus). Proprio oggi la nebbia ha piacevolmente avvolto la montagna di fronte a casa mia, che si chiama Mottarone. Mi sono da poco trasferito a Milano per motivi di studio e ho notato che, da quelle parti, l'unica nebbia che si vede è quella lattiginosa e sporca dello smog, oppure è quella sorta di appannamento del cielo notturno causato dall'inquinamento luminoso, che impedisce di vedere le stelle. La mia zona, invece, in autunno e in inverno, ospita ancora la bella nebbia bianca e compatta che è stata descritta da altri lettori: quando ero bambino (un periodo non così lontano nel tempo), i giorni in cui lei arrivava i miei fratelli mi dicevano: hanno rubato il Mottarone! E io ci credevo, ovviamente. Oggi, anziché immaginare furti montani, posso ancora apprezzare quella lenta pigrizia che si accompagna sempre alla nebbia e che, senza riuscire a fermarmi o a isolarmi davvero, mi costringe comunque a rallentare un po'. In alto i cuori, talmente in alto da riposarsi nel vapore bianco”.
Nike

(Michele Serra, OK BOOMER, Il Post, 17 novembre 2025)

Siamo luce e siamo nebbia, luminosità contrastanti che vivono insieme

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