La settimana scorsa ho scritto di riforma della magistratura e di cachi. Sono arrivate tre o quattro lettere sui magistrati, una montagna di lettere sui cachi. Facciamocene una ragione. Questo può voler dire che la comunità dei miei lettori ha una deplorevole mancanza di spirito civico, e snobba questioni di grande rilievo politico. Ma può anche voler dire che la natura, in tutti i suoi aspetti, è tenuta in grande considerazione, e dunque posso dirmi fiero di voi. La natura non è soltanto un potere autonomo, tanto quanto la magistratura, è anche un potere primario: viene prima di tutte le altre cose. E non si finisce mai di conoscerla. Per esempio, lo sapevate che…
“I cachi in Italia li ha importati per primo Giuseppe Verdi, li assaggiò a Parigi e decise di piantarli a Sant'Agata. Si fece mandare le piantine dai fratelli Ingegnoli, famosi vivaisti in Milano. Li ringraziò con questa lettera: ‘Sant’Agata, 21 Marzo 1888. Ricevetti la cassettina con entro i sei kaki, e la gentilissima lettera. Io non posso che ringraziarvi della squisita gentilezza ed augurarvi che presto sia anche da noi conosciuta ed apprezzata questa pianta i cui frutti sono splendidi. Con tutta stima saluto’. Dev. G. Verdi”.
Marco Dell’Acqua (autore del libro Milano in tutti i sensi).
Dato a Verdi ciò che è di Verdi, ecco qui di seguito una piccola saga dei cachi e sui cachi; e dei frutti che trascuriamo di raccogliere anche quando sono gratuiti, anzi soprattutto quelli gratuiti, quelli che basterebbe allungare una mano. Forse siamo così abituati a vedere il mondo confezionato, etichettato e munito di codice a barre, che non ci accorgiamo più di ciò che non è merce: è soltanto natura.
“Il sindaco di Parma, Giacomo Ferrari, nome di battaglia Arta, ministro dei Trasporti nel governo De Gasperi (qualcuno dice il miglior ministro dei Trasporti del dopoguerra - sicuramente meglio di Salvini, non che ci voglia molto) negli anni Cinquanta piantumò numerose strade con piante di cachi con l’obiettivo di contribuire a sfamare le famiglie povere di Parma. I tempi e gli uomini erano quelli”.
Enzo Forlesi
“Qui a Parma si tiene la festa del raccolto urbano, mi è capitato di leggerlo sui social la scorsa settimana. In una via della città dove gli alberi di cachi sono particolarmente presenti (e carichi), sabato 22 novembre dal mattino fino al primo pomeriggio si svolgeranno raccolta e distribuzione di cachi oltre a degustazioni e altre attività. Una bella iniziativa per non sprecare quel raccolto prezioso che in questo periodo vediamo spesso andare perduto”.
Gloria Caleffi
“All’ inizio di questo secolo le tradizionali ‘lape’ dei venditori ambulanti del mio paese in Sicilia (chiamasi così il veicolo a tre ruote detto altrimenti “Ape”) smerciavano spesso i cachi in quantità di 7 (sempre dispari) e al prezzo di mille lire. Pronunciando in siciliano il cartello di cartone inneggiante l’offerta: ‘setti cachi milli liri’, (se ti cachi, mille lire…). Certamente varrebbe anche in euro e probabilmente anche in altri dialetti”.
Giovanni
“Qui a Ginevra i cachi molli, italiani e non, sono venduti in confezioni rigorosamente da quattro. Ed anche in Valais. Posso supporre in molti posti in Svizzera”.
Gianmaria
“L’albero dei cachi in Toscana si chiama più poeticamente (?) diospiro e un bosco (frutteto) di questi alberi: diospireto”.
Valter Ballantini
“Qui sul Lago Maggiore, sponda nord-ovest, proprio nessuno li raccoglie. E dato che io ne vado matto ho fermato l’auto sotto un albero che stava sul bordo della strada e ho allungato la mano per raccoglierne qualcuno. Ma subito una voce dalla finestra di fronte mi apostrofa: Ma se io venissi a casa sua e mi mettessi a raccogliere i suoi cachi, lei cosa ne direbbe?. Mi sono venute in mente almeno dieci risposte valide: che ho ben visto tutti gli anni che nessuno raccoglie i cachi di quella pianta, che comunque sporgevano sulla strada e quindi tecnicamente erano di libera raccolta, che se la signora fosse venuta a casa mia a raccogliere qualche caco (o fico, o mela) non avrei avuto troppo da ridire. Ma sono un po’ arrossito e mi sono defilato con la coda tra le gambe, lasciando i tre cachi raccolti sul muretto”.
Mario Saroglia
“Io, come Marcovaldo, raccolgo ciliegie dai ciliegi da fiore che buttano rami selvatici da sotto l'innesto, nespole dalle piante che le offrono fuori dalle cancellate e ovviamente cachi, prugne e fichi. Mi sorprende spesso che mi chiedano cosa sto facendo, se sono buoni, se mi fido, e pochissimi mi hanno imitato. Nessuno mi sembra osi prendersi responsabilità neppure quando il rischio può solo essere di dover sputare un frutto aspro o amaro. Pare che tutti si aspettino da altri una certificazione, una autorizzazione”.
Bernardo
“Un nostro vicino di casa che avevamo soprannominato Scrooge e se ne intendeva di frutta e verdura, in quanto proprietario di campi e commerciante, mi insegnò un metodo infallibile per far maturare i cachi: staccarli dal ramo quando sono ben sodi, metterli in una borsa di plastica (quella che da Roma in giù chiamano "busta") con alcune mele e riporre in frigo. Risultato garantito, lo dico per esperienza: dopo un paio di giorni ho dovuto buttare la poltiglia nell'umido e la borsa, lavata, nella plastica. Per fortuna i cachi sono l'unico frutto che non mangio e non apprezzo. Li regaliamo ai vicini di casa o li lasciamo sull'albero fin quando non si spiaccicano al suolo”.
Maria Luisa dal nord est, intorno a Monfalcone.
“Anch'io ho un albero di cachi nel prato della casa in affitto dove abito ed è uno spettacolo quotidiano il suo cambiamento in autunno (la mia stagione preferita). Anche qui i cachi non li raccoglie nessuno, invece io ne faccio incetta perché ne sono ghiotta. Da ex cittadina, mi stupisce come le persone che abitano in campagna non raccolgano la frutta dagli alberi "selvatici": fichi, noci, noccioli, castagni, rovi di more, corbezzoli, gelsi. Quando è stagione, vado a cercarli e torno a casa felice con cesti e buste piene di questi doni da gustare subito o da trasformare in marmellata”.
Carolina
Davide mi manda un video dei Fuori Tempo, young band di Arsiero (Vicenza). La giovanissima vocalist canta in dialetto, accompagnata da vigorosi fiati, una vera e propria Ode al caco. “Raccogli il caco/ingiustamente abandonà”. Claudio e altri lettori suggeriscono di farli seccare. Mi rimane da aggiungere che quest’autunno ho dimenticato di andare, lungo un sentiero che so io, a raccogliere un paio di ceste di fantastiche mele selvatiche, rosse e bianche, piccole e deliziosamente asprigne. Spero che le abbia raccolte qualcun altro, ma ne dubito: qui tutti, anche chi abita nei casolari sperduti, frutta e verdura le vanno a prendere al supermercato.
(Michele Serra, OK BOOMER, Il Post, 17 novembre 2025)
E niente, adoro i cachi, ed è un post delizioso da tutti i punti di vista
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