martedì 29 settembre 2026

NAZA

(NB : una necessaria premessa. Questo è un bel film, per me inaspettatamente bello anche da un punto di vista estetico e cinematografico, oltre che documentaristico, ma ovviamente sono i contenuti a farne un film necessario, IMPERDIBILE davvero) 

Siamo andati a vedere NAZA, il film più atteso e più importante della Mostra del Cinema di Venezia, alla prima proiezione utile (tre giorni di programmazione, da lunedì a mercoledì) fregandocene del fatto che i registi avevano dichiarato che il film sarebbe stato posto gratuitamente on line da vedere in streaming - noi volevamo vederlo al cinema. Sapevamo, come tutti, che è diretto da due registi che avevano già lavorato al documentario No Other Land (vincitore dell’Oscar), Yuval Abraham e Rachel Szor, di cui ho già parlato in altro post (aprile 2025). E sapevamo che nel film parlano 24 esponenti dell’esercito e dell’Intelligence israeliani.

Avevo già letto che il titolo non era un gioco di parole fra “Gaza” e “Nazi”, come poteva sembrare, e dalle primissime battute il film chiarisce  che il termine “NAZA” è invece un acronimo che indica in ebraico i “danni collaterali”, le persone innocenti che potrebbero essere uccise nel momento in cui viene colpito un “obiettivo”, ovvero un militante (o presunto tale) di Hamas attivo nella striscia di Gaza. Ma può darsi che il gioco di parole , sotto sotto, rimanga per tutto il film: e il fatto che l’IDF e il Mossad definiscano così i morti palestinesi rende il tutto doppiamente sinistro.

No Other Land era un documentario sulla Cisgiordania, sulle violenze dei coloni. Era diretto da quattro registi: oltre ai due registi israeliani di NAZA c'erano Basel Adra e Hamdan Ballal, palestinesi. Era dunque un raro e coraggioso esempio di collaborazione fra cineasti israeliani e palestinesi. NAZA è firmato dai soli Abraham e Szor ed è facile capire perché: solo degli israeliani, probabilmente, potevano convincere dei militari a sbottonarsi in quel modo. Prima di ogni altra cosa mi piace riportare le loro parole: “Abbiamo realizzato questo film spinti dal dovere di usare la nostra posizione di israeliani per analizzare i sistemi dietro all’uccisione di massa di civili palestinesi di cui il nostro Paese è responsabile. Durante le riprese negli ultimi tre anni, ci siamo trovati a porci le stesse domande della generazione dei nostri nonni e di tutto il Novecento: come può un gruppo di persone permettere la totale disumanizzazione di un altro? Come funziona dall’interno un sistema del genere?”.

Per capire meglio il film sono inoltre fondamentali alcune informazioni sulla produzione. Le interviste montate negli 80 minuti di film sono già state pubblicate sul quotidiano britannico The Guardian, che co-produce il film e che le ha realizzate in collaborazione con due organi di stampa indipendenti, +972 Magazine e Local Call. Fra i produttori figura Jonathan Glazer, il regista di La zona d’interesse (il film su Auschwitz), e magari può essere interessante anche evidenziare che Glazer, nato a Londra, è un ebreo ashkenazita. Il Guardian è per così dire il “garante giornalistico” del film. È importante dirlo perché vedendo il film potrebbe sorgere il sospetto della messinscena: una didascalia iniziale ci informa che i volti dei testimoni sono volutamente invisibili e le loro voci sono state digitalmente alterate, per renderli non identificabili. Per cui qualcuno potrebbe alzare il ditino e chiedere: chi ci assicura che siano veri? Lo assicura il Guardian, uno dei giornali più seri del mondo.

NAZA ha trasformato i precedenti reportage di Abraham in notizie da prima pagina, diventando esso stesso un terreno di scontro. Questa è la definizione stessa di arte, a mio parere — se è valida, suscita una profonda risposta emotiva — e la distinzione tra arte e giornalismo riveste un’importanza cruciale quando si discute di NAZA, viste le implicazioni politiche e morali delle rivelazioni in esso contenute. Il clamore suscitato testimonia sia i risultati raggiunti dagli autori, sia i rischi corsi nella realizzazione del film.

E' bene descrivere un po' il film, perché è un film come minimo inusuale. NAZA è tutto girato di notte. I volti degli intervistati sono sempre al buio. Le interviste avvengono sul tetto di un palazzo di Tel Aviv: si vede tutta la città, i televisori accesi nelle case, il traffico, l’edificio dove ha sede il comando dell’IDF, l’esercito israeliano. La città è molto più di una semplice ambientazione: è una delle protagoniste del film. La pellicola include un montaggio di filmati d’epoca che raccontano la storia della città, partendo dalla cerimonia di posa della prima pietra negli anni Venti fino a evocare la metropoli degli anni Settanta. Nel corso del film, Abraham e Szor mostrano la Tel Aviv contemporanea di notte, osservata dall’alto dei tetti in tempo di guerra: una città sontuosamente moderna, scintillante di grattacieli, lampioni e audaci nuove costruzioni, con le strade illuminate dai fari delle auto e dai loghi aziendali luminosi. In quelli che si possono definire primi piani del volto notturno della città, la telecamera inquadra le finestre degli appartamenti, attraverso le quali si vedono i residenti mangiare, riposare, camminare o guardare la televisione; tra i programmi trasmessi vi sono i notiziari, che mostrano Netanyahu e altri funzionari intenti a tenere discorsi e rilasciare interviste per difendere con veemenza la guerra. In un programma televisivo, il Presidente di Israele afferma che, dopo gli attacchi del 7 ottobre, “è un’intera nazione a esserne responsabile”. La Tel Aviv evocata in NAZA è una città pervasa dai silenzi: da ciò che non viene detto nella vita quotidiana e nei mass media, e da ciò che le fonti del film stanno portando alla luce.

Poco dopo questa dichiarazione, le fonti del film descrivono la mentalità generata da tale visione: “Dobbiamo cancellare Gaza”; “Qualunque cosa facciamo, se la meritano”. L’uso militare dell’intelligenza artificiale ha perseguito questo obiettivo, affermano le fonti, creando una “fabbrica di bersagli” su “scala di massa”. Alcuni di questi bersagli sono individui, altri sono strutture architettoniche. Una fonte descrive gli ordini ricevuti per distruggere un intero quartiere e, carta e penna alla mano, illustra ai registi il ​​processo di selezione e distruzione degli obiettivi. Diverse fonti realizzano schizzi di questo tipo; tali immagini, che accompagnano i racconti degli intervistati, evocano visioni di guerra potenti, seppur immaginate. L’obiettivo — come afferma una persona parlando del piano per svuotare il nord di Gaza e costringere tutti gli abitanti a spostarsi verso sud — è “assicurarsi che non facciano più ritorno”. Un altro, descrivendo la distruzione di case, strade e quartieri – e praticamente di tutti i beni dei residenti – conclude: «Abbiamo cancellato loro e tutta la loro storia». Qualcun altro definisce Gaza «una fossa comune».

Tel Aviv fa da controcanto alle dichiarazioni. Che sono spaventose. A un certo punto Abraham – che invece è riconoscibile come intervistatore – chiede a uno dei tecnici dell’IDF se pensa che a Gaza sia in corso un genocidio. “Ovviamente sì”, è la risposta. Poi l’uomo, che è un tecnico video, di quelli che osservano Gaza attraverso i droni, racconta di quando i palestinesi sono accorsi a migliaia a una distribuzione di cibo. “C’era questa fiumana di persone, e ogni tanto qualcuno usciva dallo spazio prestabilito dove potevano camminare, e i nostri cecchini avevano l’ordine di abbatterli, chiunque fossero, anche bambini. Ne avranno ammazzati a decine”. E tu cosa provavi a vedere queste cose? “Beh, era divertente. Sembrava un videogioco. Era incredibilmente divertente”. Il videogioco sembra trama sottintesa del film.

Vanno dette due cose. Nessuno degli intervistati è un soldato che lavorava – diciamo così – sul campo. Sono tutti addetti alla sorveglianza video e audio, alle intercettazioni, all’individuazione del “nemico”. E questo è importante: non è gente che ha ammazzato qualcuno, e gli va riconosciuto il coraggio di testimoniare. Ma l’altra cosa da dire è che nessuno di loro sembra particolarmente sconvolto da ciò che ha visto e che ha contribuito a fare. Tre o quattro di loro lo dicono chiaramente: “Io sono un tecnico. Io individuo un terrorista nel suo appartamento e dico all’autorità militare che intorno a lui ci sono dieci, venti, cento naza, possibili vittime collaterali. Poi è l’ufficiale che decide se sparare o no. Sono le regole. Io obbedisco alle regole”. Più o meno quello che diceva Eichmann nel famoso processo di Norimberga raccontato da Hannah Arendt e descritto in quel libro fondamentale che è La banalità del male.

Uno dei passaggi più impressionanti, ma anche più illuminanti del film è la descrizione dell’operazione Lavender – l’hanno chiamata così, “lavanda”, come un profumo. È una pura operazione di Intelligence. IDF e Mossad, secondo questi testimoni, controllano TUTTI i telefoni cellulari attivi a Gaza. Possono entrarci, vedere le foto, leggere i messaggi. Basta che un telefono comunichi una volta con il telefono di un militante di Hamas perché quella persona diventi a sua volta un potenziale terrorista.

Ovviamente i telefoni sono localizzati. Quando si decide di eliminare un esponente di Hamas, lo si individua attraverso il cellulare, possibilmente a casa, di notte, mentre dorme: “È più sicuro”. Uno dei testimoni racconta che una volta si sono assicurati che il cellulare fosse nello stesso punto da un po’ di tempo, poi hanno colpito: “Il giorno dopo abbiamo scoperto che l’uomo era uscito e aveva dimenticato il telefono a casa. Abbiamo ammazzato tutti i suoi familiari e i suoi vicini e lui se l’è cavata. Dal punto di vista professionale è stato uno smacco”. Un altro confessa che Lavender funziona all’85%. Quindi – chiede Abraham – nel 15% dei casi ammazzate gente che non c’entra nulla. “Sì”. Il testimone non lo dice, ma si capisce chiaramente che – dal punto di vista dell’esercito israeliano – a Gaza non esistono persone “che non c’entrano nulla”.

NAZA è il film più terribile e spaventoso che io abbia mai visto. Perché è “freddo”. Non gioca sull’emotività. Questa gente non piange né si emoziona raccontando queste cose. È il loro lavoro. Sono i volonterosi carnefici di Netanyahu.

Sebbene il film offra informazioni estremamente significative, il suo fulcro a mio parere non risiede tanto nelle informazioni divulgate quanto nelle persone che utilizzano tali sistemi — coloro che seguono questi protocolli e compiono azioni consapevoli di provocare la morte e il ferimento di non combattenti, bambini inclusi — e che desiderano far conoscere questi sistemi e l'esperienza di lavorarvi all'interno. Invece di descrivere l'azione militare esclusivamente attraverso il linguaggio — e gli eufemismi — di tecnicismi e questioni legali, NAZA presenta tale azione in termini emotivi e morali. Mentre le fonti illustrano le intenzioni, i metodi e gli effetti della guerra di Israele a Gaza, esse trasmettono l'enormità di una guerra condotta in modo razionale e burocratico. Queste persone appaiono come individui comuni che compiono azioni che non dovrebbero avere nulla di ordinario, ma che sono state rese tali dal sistema in cui operano.

Una fonte, parlando degli moltissimi numeri di matricola assegnati a molti bersagli di basso livello di Hamas, conclude che "alla fine ti ritrovi con tutta Gaza". Anche senza aggiungere la parola "genocidio", l'implicazione della fonte è chiara.  I meccanismi di sorveglianza sono tali che le uccisioni mirate vengono spesso registrate e fotografate. Un intervistato afferma: "Sentivo gli ultimi istanti di vita di una persona", e un altro ricorda di aver sentito i familiari urlare e piangere dopo l'uccisione di un bambino. Questi atti, per le fonti che li descrivono, sono oltraggiosi, e parlandone, le fonti parlano anche, implicitamente o esplicitamente, di se stesse: che tipo di persone possono fare una cosa del genere, e che tipo di persone sono per avervi partecipato?

NAZA ritrae l’azione israeliana a Gaza come una terrificante macchina di morte onnicomprensiva; anche se potrebbe non uccidere tutti, gli ufficiali e i soldati coinvolti hanno la sensazione di poter potenzialmente uccidere chiunque. Brevi spezzoni conclusivi di filmati documentari da Gaza mostrano un padre che fruga nei recessi di un edificio distrutto alla ricerca dei suoi figli, corpi che sporgono da sotto una lastra di cemento. Dopo la complessa catena di cause che il resto del film ha dettagliato, quest’immagine finale si erge come un singolo effetto indicibile.

Basandosi sullo stesso corpus di informazioni degli articoli iniziali di Abraham, NAZA aggiunge un elemento espressivo e soggettivo: le risposte personali delle fonti. Espressioni di orgoglio, dovere e persino vendetta che, inizialmente, le motivavano, si fondono gradualmente in un coro di orrore, rimpianto e senso di colpa. I sistemi militari, suggeriscono le fonti, assumono un doppio ruolo: strategico, nel perseguimento di specifici obiettivi militari, e forense, che offre una plausibile negabilità, mascherando una guerra di ira biblica sotto una razionalità impassibile. L'oscurità letterale in cui le fonti parlano in NAZA trasforma lo schermo in uno specchio della soggettività, mettendo gli spettatori faccia a faccia con le loro motivazioni, le loro responsabilità, le loro identità. 

"Chi sono io?" è il grido nel buio.


Nessun commento:

Posta un commento