Il mondo fuori dalla bolla |
di Mario Calabresi |
Siamo alla Casa Bianca, è il 6 novembre 2025. Siamo nello Studio Ovale, il cuore del potere americano. C’è una conferenza stampa, il presidente è seduto alla sua scrivania mentre un gruppo di persone parlano accanto e dietro di lui. Stanno illustrando da quasi mezz’ora un piano di tagli ai costi dei farmaci antiobesità. Un uomo sulla sessantina, un paziente che assumeva una delle medicine dimagranti in questione, comincia a vacillare e sviene. Il Presidente, che fino ad allora era apparso stanco e distante, si alza per capire cosa stia succedendo e si gira verso la sua sinistra, a guardare chi cerca di prestare soccorso. Dopo pochi secondi, però, Donald Trump si gira dalla parte opposta e smette di occuparsi della situazione: resta in piedi, con la braccia lungo il corpo, immobile e con lo sguardo che fissa un punto indefinito davanti a sé. Come una statua volutamente inconsapevole della scena caotica che si svolge alle sue spalle. |
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Ho negli occhi quell’immagine, mi sembra il simbolo della fine di qualcosa, di quella cosa che chiamiamo empatia, la fotografia perfetta della scelta di non vedere ciò che accade intorno a noi, soprattutto ciò che ci disturba e ci affatica.
Accade ovunque nel mondo, viviamo di nuovo un tempo, non è il primo nella Storia, in cui “gli altri” non sono più persone, ma numeri, categorie, simboli. Disumanizzare è l’operazione preliminare di ogni forma di crudele indifferenza. Perché se di questi “altri” ascoltassimo la voce, riconoscessimo i desideri, i sogni, le paure, le fragilità, il loro essere madri, padri, nonni, figli, allora non potremmo non sentirli. Non potremmo non pensare che ciò che riguarda loro non riguardi anche noi.
Dicevo che questo vento soffia a tutte le latitudini, ma è negli Stati Uniti che le cose accadono a una velocità e con una forza tali da diventare simboliche. Da trasformarsi in paradigmi, esempi, che poi vengono seguiti da tanti altri che provano ad applicarli anche a casa loro. Anche a casa nostra.
Da cui sono partito per scrivere “Le voci degli altri”, per interrogarmi sull’incomunicabilità, sui muri fisici e emotivi che costruiamo ogni giorno, sulla difficoltà di vedere e ascoltare gli altri intorno a noi.
Ero nei Paesi Baschi per presentare un libro quando ho conosciuto un uomo a cui i terroristi dell’Eta avevano ucciso il padre. Era successo in mezzo alla piazza del paese il giorno della festa patronale. C’erano centinaia di persone e il killer aveva agito con calma e a volto scoperto. Nessuno aveva parlato e nessuno aveva testimoniato. Quell’uomo, che si chiama Ángel, allora era un ragazzino e per tutta la sua vita ha chiesto che qualcuno lo aiutasse ad avere verità e giustizia. Mentre lui raccontava, io pensavo ad una comunità che compatta non vede qualcuno che chiede aiuto, che lo ignora a tal punto da renderlo invisibile.
Prendete questo esempio e guardatevi intorno, pensate a quante situazioni si può applicare, a quanto si ripete in un mondo in cui siamo sempre più chiusi in bolle autoreferenziali e dove aumentano le solitudini.
Il viaggio di questo libro inizia in quella che è stata la mia scuola elementare, la Giuseppe Lombardo Radice di Via Paravia a Milano, non lontano dallo Stadio di San Siro.
Appena ho varcato il cancello mi si sono riaccesi un mare di ricordi: l’ansia della prima elementare con un grembiule nero lungo fino al ginocchio e un grande fiocco azzurro che si scioglieva in continuazione e che non riuscivo a riannodare.
La scuola si trova a Milano in un immenso quartiere di case popolari costruito alla fine degli Anni Trenta e quello che le è successo dentro e intorno è il simbolo perfetto del nostro tempo: divisioni, muri, fatica e appartenenze che diventano esclusioni. E poi invisibilità, tantissime persone che si sentono invisibili.
Allora era un luogo capace di mescolare, di mettere insieme bambini con famiglie e storie molto diverse, e di costruire il loro domani, oggi rischia di essere solo la fotografia di una situazione bloccata, in cui immaginare il futuro è difficile e faticoso.
Tra i 108 scolari che oggi frequentano la mia scuola c’è una sola bambina con entrambi i genitori italiani, tutti gli altri sono di seconda generazione, figli di persone arrivate da ogni parte del mondo.
La descrivono come una scuola ghetto, io ho trovato un grande orto, una meravigliosa biblioteca, l’aula multimediale, una dirigente combattiva e maestre coraggiose con grande passione. Un mondo lontanissimo dalla eco delle polemiche della politica o dei programmi televisivi con la bava alla bocca.
Fuori dalla scuola sono andato a trovare la mamma di Paolo, il mio compagno di banco, che vive in uno di quei 6.135 appartamenti di edilizia pubblica progettati dal fascismo a metà degli anni Trenta. La signora Giuliana vive ancora lì, nella casa dove andavo a fare i compiti. Lei è la memoria storica del quartiere: è arrivata qui ottantanove anni fa, nel 1937, quando era una bambina di 3 anni. Avevano appena cominciato a costruire quell’immenso quadrilatero che la gente chiama «le case popolari di San Siro».
Negli anni ho annotato momenti e occasioni in cui ho visto le distanze fare un salto di qualità: la stanchezza trasformarsi in fastidio, poi in rabbia e poi in materia per costruire muri. In cui ho visto gli sguardi diventare assenti per non accorgersi più di cosa ci accade intorno.

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