sabato 31 gennaio 2026

CAUSE DELLA GUERRA

 


In un clima di guerre e guerrafondai, di dissesti mondiali, città distrutte, infrastrutture vitali colpite, corpi sepolti e insepolti, nuovi lager, bambine e bambini uccisi o lasciati a morire di freddo e di fame… il Papa cita Madre Teresa e punta il dito contro le donne, individuando nell’aborto “il più grande distruttore della pace”.

Non nelle bombe.

Non nei missili.

Non nei conflitti armati che devastano intere popolazioni.

Ma nelle donne che interrompono una gravidanza.

Le stesse parole vengono oggi applaudite da governi di destra che sostengono o legittimano quelle stesse guerre, e che da anni brandiscono la retorica ipocrita “pro life” come bandiera morale.

Un’ideologia per cui i bambini interessano solo nella misura in cui per “difenderli” bisogna controllare i corpi delle donne. 

Diciamolo, gridiamolo forte, che non è l’aborto la guerra contro l’umanità.

La guerra è quella vera, fatta di armi, potere, interessi economici e violenza disumana. 

È quella che passa sopra le teste e i destini di tutti, che cancella le vite già nate, che stupra il nostro presente e ipoteca il nostro futuro.

venerdì 16 gennaio 2026

BUON COMPLEANNO REPUBBLICA

 

Buon compleanno Repubblica

di Mario Calabresi


Avevo 14 anni, avevo appena iniziato la quarta ginnasio, e per andare a scuola ogni mattina dovevo prendere due tram. Davanti alla mia fermata c’era un’edicola e dopo qualche settimana di studio dei giornali impilati (allora c’erano pacchi immensi che aspettavano di essere acquistati) decisi di comprare Repubblica. Mi piaceva il formato, lo stile, mi sembrava fosse più adatto ad un ragazzo come me. Avrei continuato a comprarla per tutti gli anni del liceo, ero orgoglioso di entrare a scuola con il mio quotidiano che usciva dalla tasca del giubbotto. Mi piaceva leggere sul tram, durante quel tragitto viaggiavo per il mondo e, tra una fermata e l’altra, il giornalismo mi entrò nel cuore.

All’università i giornali che compravo ogni mattina diventarono due, anche tre. Cominciai ad andare verso mezzanotte in centro a Milano per comprare la prima edizione. La prima volta che lo feci fu quando cadde il Muro di Berlino, poi diventò un’abitudine.
Molte delle cose che leggevo durante quei viaggi adolescenziali in tram non le capivo, soprattutto non capivo la politica, ma quelle letture furono una palestra incredibile. Non pensavo ancora di fare il giornalista e mai avrei potuto immaginare che di quel quotidiano sarei stato un giorno giornalista politico, caporedattore centrale, corrispondente dagli Stati Uniti e poi direttore

Repubblica compie cinquant’anni e io ne ho passati ben undici in quel giornale, ho lavorato nella sede originale, in Piazza Indipendenza, dove la gente fumava, i pavimenti erano corrosi dal tempo, le sedie sfondate e le scrivanie erano piene di schegge che bucavano camicie e maglioni. Ma nessuno se ne preoccupava, la passione era tantissima e “bisognava fare il giornale”. Anzi: farlo, rifarlo e poi rifarlo ancora. C’era solo quella preoccupazione, quell’imperativo, le vite personali passavano sempre in secondo piano.
C’erano discussioni infinite, ricordo litigate feroci per un titolo, anche se i giornali erano monarchie assolute e alla fine comandava uno soltanto, quello che aveva la prima e l’ultima parola: il direttore. Mi assunse Ezio Mauro e da lui ho imparato tantissimo, è stato il direttore che ho avuto più a lungo e la cosa che mi piaceva di lui era che non dava solo ordini, ma spiegava sempre il perché delle cose.

Nel tempo avrei conosciuto anche il fondatore, e negli ultimi anni della sua vita saremmo anche diventati amici. Eugenio Scalfari aveva fatto un gesto importante: aveva trovato l’occasione per incontrare mia madre e chiederle scusa per essere stato uno dei settecento firmatari del manifesto degli intellettuali del 1971 contro mio padre. Della sua vecchiaia mi colpiva come avesse lasciato intatta la curiosità. Quando ero direttore veniva al giornale e mi chiedeva di spiegargli tutte le innovazioni che facevo: voleva sempre capire ogni cosa.

Oggi che guardo quel giornale da fuori, che ho avuto tempo per analizzarne con calma la sua parabola, vedo come sia stato il simbolo di un’idea dell’Italia, l’aggregatore di un’ampia comunità di lettori che amavano la politica, i libri, il cinema, avevano un’idea di progresso e tenevano in gran conto i diritti, anche se quella redazione era decisamente troppo maschile. Quella comunità, anche quando il mondo aveva cominciato a cambiare, è rimasta unita grazie al collante di un avversario politico comune come Silvio Berlusconi. Con la fine del berlusconismo e il governo di Matteo Renzi quel mondo ha cominciato a dividersi finendo per andare in pezzi. Il momento migliore della vita di Repubblica era La Repubblica delle Idee, il Festival annuale che riusciva a tenere ancora insieme tutto e tutti. Un miracolo che ci regalava la piazza di Bologna.

Io sono stato direttore in quegli anni della fine del governo Renzi e dell’arrivo di Conte e dei Cinque Stelle, la redazione, i collaboratori e i lettori non avevano più un sentimento comune sulle cose, sulla politica e su cosa fosse giusto e sbagliato. I miei ultimi tre anni di direzione sono stati faticosissimi e ne ho un ricordo anche doloroso. Abbiamo continuato a fare tanta innovazione (basti pensare alla nascita di Robinson, all’integrazione tra carta e digitale, alla app, alle grandi inchieste di Super8, che avrei poi trasformato in podcast e libri nella mia vita successiva) ma si era incrinata la fiducia, e il mio problema maggiore fu avere una visione del futuro dei giornali diversa rispetto a quella dell’editore. 

Oggi tutto è ormai lontano, l’editoria è cambiata profondamente in pochissimi anni e se guardo indietro sento ancora quell’energia bellissima di fare un giornale, di trovare una notizia, un’energia che non ti faceva mai sentire la fatica, che ti faceva sembrare normale andare a cena a mezzanotte, che ti spingeva ad imparare ogni giorno qualcosa di nuovo.

Ho fatto una fatica bellissima a Repubblica, i giornali sono stati fatica, ma si aveva la sensazione che valesse la pena farla ogni giorno, che non fosse mai sprecata o inutile. Si aveva la sensazione di fare la differenza, di scrivere non solo la cronaca ma anche pezzetti di storia. E io sarò sempre grato a quel giornale per avermi regalato anche una delle più belle esperienze giornalistiche che ho fatto: un viaggio americano durato tre anni che mi ha fatto conoscere ogni angolo e ogni sfumatura di quel paese che mi piace raccontare ancora oggi.
Buon Compleanno Repubblica.


Non ho trovato, tra i tanti sul tema, articolo migliore di questo per verità e tenerezza

venerdì 9 gennaio 2026

MERCANTI DI SCHIAVI

 oggi ho letto questo post che offre una prospettiva interessante, inedita, forse non completamente convincente ma con una sua forza

Schiavi. E mercanti di schiavi

È il petrolio, bellezza, e non ci puoi far niente. È davvero così? Oppure il petrolio è solo la parte per il tutto, la metonìmia per la rappresentazione del nuovo tipo di potere che si espande a livello globale? In sintesi, è proprio il petrolio venezuelano l’obiettivo dell’operazione da gangster di Trump, oppure è l’idea di un mondo che potremmo definire suddiviso tra schiavi e proprietari di schiavi?

Il petrolio è importante, eccome se lo è. Basti guardare a due tra gli ultimi paesi bombardati dall’attuale amministrazione statunitense, la Nigeria e il Venezuela, appunto. La Nigeria è il più grande produttore di petrolio in Africa, e il paese che più ha subìto la presenza delle società petrolifere, da quelle statunitensi alle europee, Eni compresa. È sempre importante ricordare il prezzo altissimo che la Nigeria ha pagato in termini umani, sociali, ambientali, simboleggiato dall’uccisione di Ken Saro Wiwa e degli altri otto attivisti, e dalle sofferenze del popolo Ogoni nel delta del Niger. E il Venezuela? È il paese al mondo con la maggiore quantità di riserve petrolifere. Guida una classifica, quella delle riserve a livello globale nel 2024, che, a oggi, sembra un trattato di relazioni internazionali. Non di geopolitica, per favore. Di relazioni internazionali, e in particolare di politica estera statunitense. Ecco la classifica. Venezuela al primo posto, seguito da Arabia Saudita, Iran, Iraq, Emirati Arabi, Kuwait, Russia, Libia. Al nono posto, appunto, gli Stati Uniti, che con i paesi che la precedono hanno, a seconda dei regimi e delle intese, rapporti tesi, tesissimi, buoni. Rapporti comunque di forza, in cui gli strumenti possono anche essere i ricatti e l’occupazione militare.

E allora, perché andare oltre il petrolio, se già l’oro nero fornisce una chiave di lettura semplice ed efficace? Perché bisogna andare al cuore delle questioni. Il petrolio è l’espressione di un capitalismo arrivato alla sua massima espansione, e dunque alla soglia di frattura. Gira virale sui social una frase attribuita a Josh Zepess (ho provato a cercare il testo originale, senza successo): “il capitalismo ha bisogno dell’imperialismo all’estero, del fascismo a casa, e della democrazia di fronte alle telecamere”. Non ci sarebbe neanche bisogno di spiegarla, perché contiene molto, di quello che sta succedendo, in questo tempo che non inizia il 7 ottobre 2023 (Gaza), e neanche il 24 febbraio 2022 (Ucraina), ma che trova in queste due date quelle faglie che ci fanno riconoscere punti importanti, e forse punti di non ritorno in questo inizio di storia del terzo millennio.

Mi convince di più, però, una descrizione che ha a che fare con una durata ancora più lunga di quella dell’era del capitalismo. L’era dello schiavismo, antico e contemporaneo, con tutte le variazioni della storia. Non è casuale, peraltro, che proprio gli Stati Uniti (con Trump, ma non solo) siano al centro di quella che si sta profilando come una vera e propria “guerra civile globale”. La schiavitù, il suo impatto nella storia dell’Africa, la necessità di una riparazione simbolica (non finanziaria) della più imponente opera di violazione dei diritti a livello globale della storia umana, è la passione e l’ossessione di Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura e, parimenti, un campione della dissidenza, un modello di dignità e coraggio. In un discorso tenuto all’Assemblea generale dell’Onu nella giornata internazionale dedicata nel marzo scorso – appunto – alla schiavitù, Soyinka, il Professore e lo scrittore, il drammaturgo e il dissidente che è stato anche ‘ospite’ delle patrie galere nigeriane, è andato al cuore della questione odierna con poche, potenti pennellate. “Slavery means, to be owned”. “Essere schiavi significa essere posseduti”. Essere proprietà di qualcuno.

Prosegue Soyinka: “Significa – indipendentemente dall’età, dal sesso, dalla fede o dallo status sociale – essere soggetti alla volontà altrui. Significa vedersi negata, come condizione stessa dell’esistenza quotidiana, quella dote umana fondamentale che è la volontà.

Questa condizione è rappresentata in più di un’occasione nel film Django Unchained, dove il cattivo della storia, infuriato per un tentativo di superarlo in astuzia in uno scambio di esseri umani, stringe violentemente il viso di quella merce femminile e ringhia:

“Questa è una mia proprietà. Posso fare di lei quello che voglio”. […]

Quel particolare momento cinematografico è emerso come un’eco, ironicamente, di una dichiarazione di una mente radicale, un leader comunitario e prelato molto stimato. Stava sfogando la sua indignazione per quella che considerava una posizione ipocrita dell’Occidente riguardo all’omicidio giudiziario dei Nove Ogoni, impiccati dopo un processo farsa. Le sue parole, non esatte ma abbastanza accurate, erano:

“Chi sono questi europei per dire a un governante africano chi impiccare e chi no?””

Per fare un esempio attualissimo: è l’arbitrio che decide chi ricevere con tutti gli onori e chi catturare. Lo ha fatto Trump, tra gli ultimi giorni del 2025 e i primi del 2026. Ha ricevuto con tutti gli onori Netanyahu, destinatario di un mandato di cattura  da parte della Corte Penale internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, e l’Italia ha concesso il nostro spazio aereo al velivolo che portava il premier israeliano in Florida. Lo stesso Trump ha dato l’ordine di sequestrare un capo di stato straniero nella residenza ufficiale, seguendo passo passo le operazioni, e lo ha fatto portare negli Stati Uniti. E la nostra presidente del consiglio ha sostenuto Trump, definendo quell’attacco senza regole come “un’azione difensiva legittima”.

Ecco, inserire il bombardamento illegittimo, e ancor di più, illegale compiuto dagli Stati Uniti contro un paese sovrano, il Venezuela, nella storia della schiavitù, quella che più ha segnato il mondo, e che il mondo (non occidentale) considera come il crimine più efferato, consente di comprendere meglio ciò che sta accadendo ovunque negli anni più recenti. Schiavitù che comprende tutte le rotte del ‘mercato’ degli esseri umani. Non solo quella Atlantica, ma quella mediterranea e quella dalla penisola arabica verso oriente.

Ed è ancora una volta l’attacco al Venezuela a renderlo trasparente: attuare un sequestro di persona (“Posso fare di lei ciò che voglio”), travestirlo da giustizia, piegare poi la giustizia ai voleri dell’esecutivo trumpiano (ricorda qualcosa che sta accadendo in casa nostra?) inserisce gli atti all’interno di una concezione precisa delle relazioni umane, e nonumane. Siamo schiavi, siamo subalterni, siamo commodity, siamo merce. Oppure siamo commercianti di schiavi, proprietari di schiavi, potenti. Ovunque. In Italia. In Nigeria e in Venezuela. In Iran. In Yemen. Ovunque. A Gaza soprattutto, perché – e lo si era intuito – Gaza era ed è laboratorio. Ciò che si consente a Gaza, si consente a Caracas e anche a Roma. Imperialismo all’estero, fascismo in casa. E con le parole, svuotate, della democrazia ci si può giocare un discorsetto a favore delle telecamere. Solo telecamere, però, non certo di fronte a giornalisti che fanno domande.

Perché saltare a piè pari il capitalismo e rivolgere lo sguardo ancora più indietro? Perché gli anni a cavallo tra XX e XXI secolo ci avevano abituato, con tutte le contraddizioni palesi, a una possibilità. La possibilità che le regole, pur limitate, costituite come corpus all’indomani della seconda guerra mondiale, si potessero applicare a tutte e tutti. Agli stati e agli individui, non solo in termini di diritti individuali e civili, ma persino in termini di diritti sociali. Un amico caro, che ha passato la vita professionale nell’Onu, me ne ha dato un giorno una lettura dall’interno. Negli anni Novanta l’Onu, la sua burocrazia e la sua struttura, si è trovata sola, senza la longa manus degli stati che contavano, e che contano ancora. Era caduto il muro di Berlino, grazie alla pressione popolare dei tedeschi dell’est, e i paesi si stavano ancora leccando le ferite per comprendere come rimettere in piedi un ‘ordine’. Non più quello ormai stantio della Guerra Fredda. È come quando un telegiornale non ha un direttore: nella fase di transizione, la macchina del tg va per conto proprio, applica le regole del giornalismo tout court. E così, l’Onu ha prodotto cose che non aveva mai prodotto in decenni: convenzioni sui diritti, rapporti, una parvenza di ordine costruito su regole di convivenza e difesa dei diritti. Con tutte le eccezioni tremende del caso, dal Ruanda al Kosovo. In nuce, però, si era capito cosa si sarebbe potuto fare. Poi i singoli paesi hanno ricominciato la danza solita: rapporti di forza e di potere, compromessi molto poco onorevoli, negoziati al ribasso.

Ora che l’Onu è stata svuotata di significato, in particolare da Israele sulla Palestina, con il silenzio/assenso dell’occidente, non c’è neanche la parvenza, neanche la possibilità delle regole che proteggano tutte e tutti. Così, perché non tornare alla legge del commerciante di schiavi? Nessuna regola, solo la forza di chi impone di essere proprietario. Capitalismo in nuce. Ma ben oltre il capitalismo.

È solo l’inizio. E sarà difficilissimo uscirne salvi e sani. A meno che i senzapotere non si accorgano che qualcosa lo hanno già fatto. I potenziali schiavi avevano deciso di agire e portare Zohran Mamdani a guidare la città di New York, la spina nel fianco di Trump. Trump, dopo alcuni giorni in compagnia di Netanyahu, ha guarda caso deciso di attaccare il Venezuela, sequestrare Maduro e portarlo in manette nella Grande Mela, dove una magistratura che ha la separazione delle carriere, dunque con un procuratore legato all’esecutivo, processerà un capo di stato straniero.

È solo l’inizio. E non sappiamo ancora come andrà a finire. Per fortuna.

PUNTI DI VISTA: STUPRO E CONSENSO


Oggi leggevo queste righe, abbastanza note.

Ci avete detto di non portare vestiti attillati, gonne corte, scollature profonde: l’abbiamo fatto e ci hanno violentate lo stesso.

Ci avete detto di non uscire la sera, di non uscire da sole: e ci hanno ammazzate in casa.

Ci avete insegnato a diffidare degli estranei: e ci hanno ammazzate i mariti.

Ci avete raccomandato di non accettare l’appuntamento chiarificatore: e ci hanno aspettate sotto casa.

Ci avete suggerito di denunciare i violenti: l’abbiamo fatto e non è bastato.

Noi una cosa sola vi abbiamo detto: EDUCATE diversamente i MASCHI. Ci avete risposto delirando sul gender e affermando che non tutti gli uomini sono violenti.

Così ci siamo rassicurate: non moriremo tutte.

(Graziella Priulla)

E leggevo anche del rilancio del centro-destra rispetto alla legge sullo stupro che per la prima volta si allontana dall'idea di "dissenso" per adottare il criterio del consenso libero e attuale. La legge (basata anche su una sentenza della Cassazione) è stata approvata tramite un accordo politico tra maggioranza ed opposizione alla Camera, ma ha poi ricevuto uno stop al Senato dalla maggioranza, con la Lega come sempre in testa. Adesso ritorna in agenda (potrebbe essere approvata in Senato a febbraio, ma richiederebbe un nuovo passaggio alla Camera in quanto modificata) con una proposta della Lega che la modifica in consenso "riconoscibile". Le pretese preoccupazioni riguardano la possibilità di vendette attuate dalle donne (notoriamente erinni vendicative) nei confronti degli uomini - in procedimenti che come è noto sono poco inquisitivi nei confronti delle donne, della loro vita precedente, del loro modi di vestirsi ed atteggiarsi e sono tutti sbilanciati verso le donne, non verso gli stupratori.

Purtroppo non ne capisco abbastanza di leggi per dare un'opinione informata, ma mi è venuto un pensiero diciamo "di contenuto". Ho pensato che è necessario stare molto attente agli aggettivi che vengono usati, alle svolte che determinano nelle narrazioni.

Il consenso "libero e attuale" spostava il punto di vista dallo stupratore, su cui era sempre stato incentrato, alla stuprata e abusata. Ora, se il consenso al rapporto sessuale torna ad essere “riconoscibile”, il punto di vista torna ad essere quello dello stupratore. Ed è gravissimo, secondo me.

Che stanchezza, però...

domenica 4 gennaio 2026

CITAZIONE

 “Gli Americani non si stancheranno mai di fomentare l’odio, scatenare le guerre e sterminare gli innocenti.

Essi vogliono il predominio sul mondo.

Creeranno nuovi poveri e nuovi schiavi pur di conservare i loro privilegi.

Mentiranno e faranno ricadere le colpe su altri, mentre commetteranno le peggiori nefandezze di questo mondo, pur di raggiungere il proprio profitto.”

Ernesto Che Guevara, circa sessanta di anni fa.

Ma davvero non cambia mai niente?

PS: e se fosse il momento giusto per attaccare San Marino?

sabato 3 gennaio 2026

DI NONNE

 

"Una casa ha bisogno di una nonna all’interno."

Louisa May Alcott

Era mia nonna

di Mario Calabresi


Eravamo seduti ai tavolini di un bar sul lungomare di Camogli, stavamo prendendo un aperitivo dopo un dibattito, quando lo scrittore Nicola Lagioia ha cominciato a raccontare le storie di sua nonna Antonia, contadina pugliese vissuta fino a 107 anni. Storie magiche, divertenti e piene di ricordi affettuosi. Mentre lui parlava io pensavo quanto quell’eredità sia stata importante per creare la scrittura di Nicola, il suo sguardo sul mondo e il suo modo di raccontare. Pensavo anche alla mia nonna materna, che è presente in quasi tutti i miei libri, a quanto mi abbia influenzato nella mia passione per la memoria e le storie. Poche settimane dopo quel pomeriggio ligure, alla fine della registrazione del podcast Due volte che sono morto, Paolo Nori ha citato sua nonna Carmela, sedicesima di diciassette fratelli e sorelle, che era nata in una famiglia così indigente da dire: «Il giorno che siamo diventati poveri abbiamo fatto una festa». In quel momento ho pensato che questo patrimonio di memorie fosse da raccontare, l’idea è rimasta per un paio d’anni nella mia testa e poi è diventata la mia nuova serie podcast che si intitola: Era mia nonna.

l rapporto con i propri genitori può essere faticoso, difficile o anche difficilissimo, quello con i nonni raramente è complicato. I nonni sono un luogo solitamente accogliente e sono il ponte con il passato e con le memorie familiari, per questo sono così amati. Anche se in questa serie di dialoghi, che parte proprio con Lagioia e Nori, non racconto solo nonne speciali e accoglienti, ma anche burbere, eccentriche e severe come Amalia, la nonna napoletana della comica Michela Giraud. 
È una serie che mi diverte talmente tanto che continuerà anche nei prossimi mesi, con interviste a nipoti che appartengono a mondi completamente diversi tra loro.

La quarta puntata è dedicata alla mia di nonna, Maria Tessa Capra, ed è un racconto mescolato con un’intervista che le feci quando aveva 84 anni. Ero andato a trovarla in montagna, in Valle d’Aosta, e mi ero portato dietro una piccola videocamera per intervistarla. Avevamo cominciato in cucina, dove l’avevo ripresa mentre faceva i piatti della sua tradizione piemontese, a partire dai peperoni in bagna cauda, fino alle cipolle ripiene e dalle pesche al forno con il cioccolato e gli amaretti. Poi mi aveva raccontato la sua vita. 
Io sono cresciuto con i suoi, la sua voce ha contribuito a formare la mia idea del Novecento, mi ha mostrato i limiti italiani, le miserie del nostro Paese, le sue cadute ma anche la capacità di rialzarsi.

Mia nonna Maria Tessa Capra

A mia nonna è sempre piaciuto parlare tantissimo, per questo il nonno la prendeva in giro. A lei piaceva raccontare, a me piaceva ascoltare, per cui fin dai tempi del liceo andavo a farmi raccontare le storie. Avevo capito subito, però, che lei accettava di raccontare solo se aveva tempo, se tu gli permettevi di raccontare bene le sue storie. Una delle prime volte in cui gli avevo chiesto di parlarmi della sua giovinezza, degli Anni Trenta, in particolare di quel 1935 in cui aveva conosciuto il nonno all’università, lei mi chiese: «Quanto tempo hai?». Devo averle detto qualcosa come: dieci minuti, un quarto d’ora. Allora lei si girò e andando via replicò: «Facciamo un’altra volta. Tu pensi che io ti possa raccontare gli Anni Trenta in un quarto d’ora? Una volta che hai tempo, vieni, ti siedi, facciamo il tè e ti racconto di quel tempo». E così da lì ho capito come si dovesse fare con lei. Bisognava sedersi e dire: ho tutto il tempo che serve

Allora lei preparava il tè e cominciava a raccontare, attenta ad ogni dettaglio, a spiegare bene ogni cosa, con molta passione e anche allegria.
Ma non era sempre stato così, la nonna, quando ero bambino, non era francamente una donna troppo simpatica. O almeno io non la vedevo così perché era troppo severa. Ricordo che una volta tornai a casa con una pistola giocattolo dall'asilo e lei me la portò via. Io iniziai a gridare. Mi diede uno schiaffo. Era una nonna severa. Era una nonna delle regole. Invece mio nonno Mario era più accogliente, più morbido. Dopo la sua morte, quando lei rimase vedova, anziché indurirsi, cambiò completamente. È come se avesse preso su di sé quelle parti più dolci del nonno, tra cui c’era la voglia di ricordare e di trasmettere.

Si può dire che mia nonna è nata due volte perché quel giorno del 1915 in cui lei è venuta al mondo non era il giorno in cui sarebbe dovuta nascere. Era il 5 gennaio e la madre, che era solo al sesto mese di gravidanza, cadde per le scale, ebbe una rottura di utero e questo le provocò un parto spontaneo. Nella nostra registrazione di quell’estate ho la sua voce che lo racconta: «allora è venuto subito il ginecologo a casa, mi ha esaminato e ha detto che ero nata morta. Ha chiesto qualcosa dove mettermi dentro, per fortuna i sacchetti di plastica non esistevano, gli diedero la federa di un cuscino, lui mi avvolse con quella e mi appoggio sul marmo del Como. Quel giorno faceva freddissimo e la casa non aveva riscaldamento e io fui lasciata lì. Il ginecologo aveva detto che avrebbe mandato qualcuno a ritirarmi, come se fossi qualcosa da buttare via. Finché dopo quattro ore passò il medico di famiglia che aveva sentito la notizia, visitò mia madre e poi mi volle vedere: Aprì il cartoccio, mi accarezzo e senti che ero ancora calda allora cominciò a dire questa bambina non è morta».

La madre era incredula e sconvolta, il medico si inventò una culla termica fatta con la bambagia: «Poi disse di tenermi vicino alla stufa e di darmi il latte con il contagocce. Così sono nata la seconda volta».
Mia nonna si è ricordata per tutta la vita il nome di quel medico che l’aveva salvata: il dottor Buscaglino. Aveva un senso profondissimo di gratitudine verso quell’uomo e quando raccontava questa storia ai suoi figli o ai suoi nipoti, aggiungeva sempre: «Se non fosse stato per lui, nessuno di voi sarebbe qui oggi, nessuno di voi sarebbe al mondo».

Avrebbe avuto sette figli e ventuno nipoti, non avrebbe mai avuto paura della fatica e si è alzata presto tutta la vita. Ha conosciuto due guerre, la stagione del terrorismo, ha perso un figlio, è rimasta vedova, ma è sempre stata positiva ed energica. Mi capita spessissimo di pensare a lei. Nelle tonnellate di appunti che ho preso delle nostre chiacchierate ho trovato un’ultima annotazione di quando aveva ormai passato i novanta (sarebbe vissuta fino a 94, è mancata nel 2009).

Ad un certo punto era caduta, allora mia madre e le sue sorelle la convinsero a prendere una badante, una persona che la potesse aiutare in casa. Mia nonna soffrì tantissimo questa cosa, le dava un fastidio terribile, sentiva messa in discussione la sua indipendenza. Ricordo che dopo un po’ di tempo andai a trovarla, entrai in casa e trovai mia nonna che cucinava e la badante seduta a tavola che aspettava di mangiare. Allora le dissi: «Nonna, ma scusa, ma cucini tu?». Lei mi fece segno che non voleva parlare davanti a lei. Finì di fare il risotto. Io rimasi a cena con loro. Quando la signora andò a dormire, la nonna mi disse: «Ascolta, ho provato a insegnarle a fare il risotto, ma non è capace. Ho provato a insegnarle a fare il vitello tonnato, il brasato, ma non c’è niente da fare. Così le ho detto: “Signora, lasci perdere, lei stia lì seduta che della cucina mi occupo io. Io non la posso mandarla via perché litigherei con le mie figlie. La tengo. Ma lei sta lì seduta e mi lasci fare”. Poi mi guardò scuotendo la testa e aggiunse: «Capisci? Io ho più di novantanni e adesso mi tocca cucinare non solo per me, ma anche per un'altra persona». Poi scoppiò in una bellissima risata.