mercoledì 14 aprile 2021

DICHIARAZIONI DI GUERRA

 (Luogo: chat di Whatsapp; argomento: Roberto ed io stiamo organizzandoci tra mille casini per andare a Zurigo nel week end per andare a prendere in braccio la nostra bellissima nipotina e abbracciare la nostra superfiglia ora mamma.)

Tutto parte dalla domanda “Ma cosa succede se vi fermano?”

Risposta di mio fratello Stefano “Roberto dichiara guerra alla Svizzera”

Domanda da un componente della chat “E la nonna cosa farebbe?”

Risposta di mio fratello Stefano “la Silvia dichiarerebbe guerra all’ONU”

(Abbastanza accurato: sostituirei solo “ONU” con “Fato cieco e avverso”)

(Non fa ridere - è la pura verità)

martedì 6 aprile 2021

L’ORA PIÙ BUIA

 L'ora più buia è sempre quella che precede l'arrivo del sole.


Adesso, in questa tarda serata, mi sembra che l’ora sia davvero buia. Spero in domani e nei giorni dopo...

domenica 4 aprile 2021

TRADIZIONI (SEGUE)


 E il bollito è venuto davvero delizioso (si notano cotechino, lingua, punta di vitello e cappello del prete di manzo, tutti tenerissimi, il cotechino e la lingua si scioglievano in bocca) e le salse (bagnett ross, salsa verde tradizionale, peperoncini cresciuti a Sanguigna amorevolmente fatti ripieni e sott’olio. E la mostarda di ciliegie, l’unica comprata, MA LA ADORO) degno accompagnamento. Una intera mattina di indefesso lavoro con buoni risultati.

Di tutto questo ben di Dio non solo ne sono avanzati i due terzi, ma con un prima di cappelletti (buoni)e un dopo di uovo di cioccolato di Knamm ( regalo di Anna e Andre, sorpresa nell’uovo un sacchetto di praline di Knamm, un trionfo della gola) non solo non siamo riusciti nemmeno ad aprire la colomba dello Stuard che ha un aspetto fantastico, ma stasera nessuno di noi ha toccato cibo, ancora “ingolfati” del pranzo. Ma c’è di peggio, non c’è dubbio, nella vita...


sabato 3 aprile 2021

TRADIZIONI

 Così è ancora Pasqua, ma quest’anno siamo solo in tre, Roberto, Gigi ed io e quindi niente, ho comprato i cappelletti e anche il brodo, perchè sono stufa di lesso, quest’anno mangeremo invece un lussuoso bollito che farò domani mattina con la salsa verde e la salsa rossa. 

La Pasqua rimane per me la Pasqua dei miei diciamo otto anni. Vivevo nel paese della Bassa parmense dove sono nata in un piccolo appartamento di una casa di quattro appartamenti. Condividevamo il pianerottolo con i nonni materni ed erano loro il cardine di tutto ciò che succedeva nella famiglia. Pasqua era innanzitutto la grande impresa di fare montagne di cappelletti. Comandava la nonna Dina, grande cuoca amatoriale e genio di ogni abilità muliebre. Era lei a discutere a lungo con i macellai del paese, i mitici signori Bocchi, di quali tagli e pezzature di varie carni usare per lo stracotto e per il brodo; era lei a mettere sul fuoco e curare come una chioccia  per almeno 12 ore lo stracotto, con sapienti aggiunte di vino se e quando necessarie;  lei ad impastare una splendida pasta all’uovo, a dosare a occhio parmigiano e pangrattato e brodo di stracotto per il ripieno; lei a maneggiare l’insostituibile stampino da cui uscivano i cappelletti. A mia madre era relegato il ruolo al massimo di grattugiare il parmigiano (di tre stagionature mischiate), di ripiegare la pasta sui ciuffetti di ripieno sapientemente e perfettamente distribuiti e di mettere a posto ben allineati i cappelletti già fatti sulla grata grande ricoperta da uno strofinaccio. Anche io aiutavo a mettere a posto, ma soprattutto osservavo e gravitavo intorno alla nonna. 

Tutte le donne alfa (dette rezdore) del paese stavano nello stesso momento compiendo lo stesso rito, con gli stessi gesti tramandati, custodi di una tradizione che non era possibile e nemmeno pensabile discutere. Osservavo e mi piaceva questo rito collettivo e familiare e mi confortavano le cucine dense di attività delle vicine del piccolo borgo incistato nel centro del paese dove vivevo. Ricordo che mi piaceva sostare nel piccolo giardino della nonna (era suo, nessun altro lo curava) di cui ricordo solo un pero che non faceva a mio ricordo mai pere, ma che era potato basso perchè fosse possibile per noi bambini salirci su in sicurezza - qualche rosa e una cornice folta di garofanini bianchi e rossi. Stavamo lí con gli amichetti ad annusare l’intenso profumo di brodo che veniva dalle case e ad aspettare che venisse ora di metterci i vestiti e le scarpe nuove e di andare a Messa. Mi piaceva andare a Messa perchè si cantava molto e mi affascinava lanciare la mia voce acuta, potente e cristallina di bimba nell’altezza che mi sembrava immensa dell’abbazia romanica del paese, una voce che cercavo di fare arrivare al cielo.

Da allora è cambiato molto e ho via via imparato molto, sono cambiati i posti, i protagonisti, ho vissuto in paesi oltreoceano e in diverse altre case. Ho dovuto ogni volta adattare le tradizioni non più così immutabili a cosa ero diventata (ho tolto la Messa dai riti), a dove ero (a Parma, a Sanguigna, a Texcoco, a West Lafayette e poi ancora a Sanguigna) e soprattutto a con chi ero (sono arrivati mio fratello Stefano, Roberto, i suoi genitori, sua nonna, Anna, Luigi, poi il compagno di Anna e sulla porta, vicino all’entrata,  la morosa di Gigi). Ho dovuto fare i conti con via via sempre più assenze, prima il nonno e le nonne - tra cui l’insostituibile rezdora della mia infanzia - mio padre e i miei suoceri, tutte assenze però incorniciate da un ciclo naturale di vita. Le tradizioni le ho via via adattate con serenità, continuando a trarne conforto e senso di un qualcosa che si dipana e si svolge.

Ma quest’anno mi sono rifiutata: mia madre, ormai non autosufficiente, non potrà venire qua (nè noi possiamo andare a casa sua) e quindi non ci sarà neppure mio fratello, l’Anna non potrà esserci e noi non potremo andare a Zurigo ad aspettare la nipotina Olivia con lei. Ho capito perché quest’anno le tradizioni non reggono: perché sono basate sulla presenza di chi ci deve essere e di chi ci sarà, nella consapevolezza serena  delle assenze. La Pasqua dei miei otto anni è rimasta perfetta nella mia mente perchè la me bambina non percepiva assenze (che pure per gli adulti erano sicuramente presenti) e percepiva il vento primaverile delle future presenze. Quest’anno non sarà così e quindi la me anziana manda al diavolo le tradizioni.

Mi immagino però l’anno prossimo, con  l’Anna e Luigi ed io impegnati a fare i cappelletti e Olivia che ci starà intorno, inizialmente cercheremo di tenerla sul seggiolone, ma quando si sarà stancata di mettersi in bocca e maneggiare brutalmente i piccoli pezzi di pasta che le passeremo, inizierà a strepitare vigorosamente per essere al centro dell’attività e passerà tra le braccia di tutti cercando sempre di raggiungere il centro del tavolo. Allora chiameremo in aiuto il nonno che sarà fuori in giardino con le sue piante e lui arriverà di corsa, sollevandola al suo metro e novanta di altezza e ammutolendola per un attimo e poi la porterà in cortile con il cane e il gatto e le mille cose interessanti di cui è fatto un cortile e noi potremo continuare a sistemare i cappelletti. So che mancherà il suono deciso con cui con un colpo di polso la nonna staccava il cappelletto dallo stampo, quel TAC TAC TACche faceva da sfondo al lavoro. Ora abbiamo lo stampo a pressione, ma niente potrà sostituire quel suono.

Aspettando il prossimo anno, quest’anno supereremo anche la Pasqua. Solo, ieri mattina al mercato ho comprato un vasetto di garofanini. Non è quasi niente.



giovedì 25 marzo 2021

HO RI-RISCRITTO A SERRA

 Sembra che nei miei momenti peggiori scrivere a Serra sia un modo per mettere in ordine: fare lo sforzo di scrivere quello che si pensa lo rende organico e visibile anche a me stessa. Così ho scritto, non importa se non risponderà. Ieri il discorso di Draghi mi ha depresso e ancora di più irritato: possibile che il potere debba sempre esercitarsi con gli stessi (triti e ritriti) riti? Ho scritto così 

“ Gentile Michele Serra,

sono una sostenitrice di Mario Draghi, dopo molti anni passati a sperare (come mi auguro molti altri) che la competenza e la serietà si appropriassero del potere e che le cose fossero prima realizzate e poi spiegate (e non viceversa). Per di più, trovo che in questo periodo così grave le polemiche debbano essere ridotte al minimo, che sia necessario cercare unità e senso di comunità. Per questi motivi, arrivo a scrivere solo dopo aver letto un’opinione che mi ha colpito: Draghi si può permettere di criticare l’Unione Europea perché ne è un saldo sostenitore. Quindi mi permetto di criticare Draghi perché ne sono una salda sostenitrice.

Non mi è affatto piaciuto il suo attacco alle Regioni e i motivi sono più d’uno, mi limito ad elencarne un paio: Draghi sa bene che le Regioni coprono (bene, male, benino, pessimamente) un vuoto volutamente lasciato dalla farraginosa struttura dello Stato. Quando si parla di centralizzare il piano vaccinale non so bene se avere un moto di ilarità o un conato di nausea: lo sapete che lo Stato non ha un’anagrafe nazionale? Lo sapete che le anagrafi sono comunali, appoggiate su sistemi informatici tutti diversi tra loro e che esistono le anagrafi sanitarie regionali non in tutte le regioni e con grandi sforzi e qualche “buco” di efficienza? E le anagrafi sanitarie sono costruite su individui (come da paradigma sanitario) e non sulle famiglie? E che i fascicoli sanitari elettronici delle persone, ove esistono, sono contenitori di prescrizioni, ma per la maggior parte non indicativi di diagnosi aggiornate e stato di salute? Che ci sono esperienze volonterose e anche eccellenti, ma a macchia di leopardo e sicuramente non spendibili a livello nazionale?  Bisognerà che qualcuno dica che le Regioni sono carrozzoni lanciati verso una meta non individuabile e forse a volte non encomiabile, ma che lo Stato galleggia nel vuoto – nel vuoto di conoscenza, pensiero e programmazione. 

L’altra riflessione riguarda la differenza tra gestione e committenza. La gestione avviene per forza di cose meglio vicino a dove se ne attuano gli effetti, la committenza si preoccupa di organizzare, uniformare, rendere equi e controllare la gestione effettiva. Lo Stato non esercita in modo congruo la committenza – so che ci sono infinite questioni e conflitti riguardo alla competenza  concorrente delle Regioni in termini di tutela della salute pubblica, ma non c’è dubbio che la situazione di emergenza ne può modificare il senso e i limiti (il famoso ed evocato articolo 120 della Costituzione) e comunque la fissazione di principi uniformanti (committenza) è pertinenza dello Stato che non CONTROLLA però mai. Semplice, non ne è capace, il controllo è molto capillare sulla forma e mai sulla sostanza. Le Regioni consapevolmente o no violano le linee nazionali (ma quanto sono generiche le linee nazionali) e quindi cosa succede?  quindi lo fanno e basta.

Insomma, dico che Draghi ha sbagliato, che è lo Stato ad essere inefficiente in questo ambito e che dare l’impressione che si possa centralizzare il piano vaccinale ondeggia tra il risibile e la stupidaggine. Ha sbagliato anche a lamentare che si lascino indietro “i poveri anziani”, perché così si alimenta un conflitto generazionale già fin troppo presente che francamente non ci serve proprio. E ha sbagliato e mi ha profondamente infastidito il messaggio trasversale e semi minaccioso riguardo all’Europa che se non “vince” sulla fornitura di vaccini allora l’Italia farà da sé. Questa affermazione contraddice il principio basilare di Draghi di non fare annunci se non sostanziati da azioni almeno progettate. Cosa significa che l’Italia fa da sé? Io non l’ho capito e non è stato spiegato e nemmeno abbozzato qualche azione o progetto – e quindi non si sbandiera per il consenso dei cinque minuti cui siamo stati finora abituati.

Sono preoccupata? Sì, molto, ma sperare è comunque inevitabile…

Avrei anche una (assurda?) proposta. Se davvero la fornitura dei vaccini sarà consistente la mia proposta è di decentrare di più, non accentrare di meno. Dare in mano alle comunità e ai volontari, ai medici di base, alla sanità territoriale e ai farmacisti la vaccinazione. Molti volontari sarebbero pronti ad aiutare con le convocazioni, e i medici di base sono gli unici a conoscere la condizione dei loro pazienti e molti di loro, almeno nella mia Regione, sono già organizzati in medicine di gruppo e le potrebbero rafforzare in sicurezza. Le sperequazioni aumenterebbero? Certo, ma sembra siano già tante. Certo si velocizzerebbero di parecchio i tempi e la iniquità è un conto se vige per mesi e un altro conto se si riduce a pochi giorni. Ma sa, io sono un’”anima bella” (nel senso di Goethe e Schiller)

Cordiali saluti

Silvia Guidi, Parma, 25 marzo 2021

venerdì 19 marzo 2021

CHE PAZIENZA...

 Sanguigna ore 7:30 - colazione davanti a RaiNews24 . Passano la notizia che poi ho letto sul giornale 


Io guardo affascinata Carofiglio per cui ho una predilezione (è noto che mi piacciono alti, con bella faccia quadrata, rigorosamente colti e non piacioni, anzi leggermente malmostosi) e invece Roberto reagisce in maniera inaspettata

“ Ma guarda quel furbone di Carofiglio, anch’io voglio fare la sperimentazione con ReiThera, così salto la fila e finalmente mi fanno il vaccino”

Mi è venuto da obiettare che fare i volontari per la sperimentazione ha una percentuale di rischio, che metà di loro assume placebo... poi sono stata zitta e ho sorriso. Ci vuole molta pazienza con i mariti...

martedì 16 marzo 2021

SIAMO GLI STESSI DEL ‘48

Quando ero ragazzo c’era un libro illustrato istruttivo e bello da sfogliare, si chiamava C’era una volta la DC: era una raccolta di manifesti elettorali di propaganda anticomunista per le elezioni del 1948, e mostrava sia l’ingenuità e ignoranza degli elettori di allora sia l’astuzia lungimirante di chi quelle ingenuità e ignoranza seppe sfruttarle. I manifesti ospitavano immagini e messaggi simili a quelli che si sarebbero usati con dei bambini, nella categoria “se non fai il bravo viene l’uomo nero” o “non ti toccare se no diventi cieco”: ma gli elettori sono sempre stati trattati così, da bambini, e spesso peraltro lo sono. Lo siamo noi umani.


Quel libro, però, uscendo negli anni Settanta, voleva appunto prendere in giro quella comunicazione semplicemente mostrandola, e non c’era bisogno di dire nient’altro per indicare quanto fosse ridicola e datata. O meglio, non c’era bisogno di dire nient’altro ai destinatari di quel libro, forse: anche se nei due decenni precedenti lo sviluppo culturale e dell’informazione degli italiani aveva avuto un’accelerazione pazzesca in molte “fasce della popolazione”.

Quella distanza tra un’estesa comunità che si informa poco – perché priva del privilegio dello stimolo culturale, perché maltrattata dalla televisione o perché sceglie di informarsi poco (ne ha appena scritto Massimo Mantellini) – e un’élite che coltiva gli strumenti per discernere, capire e conoscere (e a volte approfittare dell’ignoranza dei primi) esiste ancora, e anzi forse è persino aumentata, con l’abbattimento deliberato dell’idea che la seconda condizione sia più promettente e auspicabile.

Ma soprattutto, a questo pensavo, la comunicazione verso i primi usa oggi ancora quei meccanismi di propaganda infantili del 1948, e – per fare un esempio – la figura di frotte di madri incinte (magari di gemelli!) che approfitterebbero dello ius soli per venire a disseminare figli minacciosi sulle nostri dolci colline e a mescolarli con i nostri puri frugoletti, figurerebbe con efficacia in una riedizione di quel libro, e viene oggi condivisa con la stessa ingenua convinzione sui social network e con lo stesso proficuo inganno su alcune testate giornalistiche e reti televisive.


(Wittgenstein, 15 marzo 2021)