lunedì 13 aprile 2026

PICCOLI COMMENTI A MARGINE

 Ho letto e ascoltato diversi commenti sulle elezioni ungheresi in cui il popolo ungherese, nonostante la povertà, l’isolamento, il controllo stretto di uno stato mafioso, la propaganda di Stato controllata da un cerchio di potenti, il popolo ungherese ha avuto la forza di ribaltare il tavolo e ha scelto l’Europa, ha scelto un po’ più di verità e realtà.

Alcune note a margine, piccole, su quello che ho ascoltato

- Molti commentatori insistevano su una tesi abbastanza convincente: dal rovinoso sovranismo di destra sta tentando di rinascere una destra più moderata, meno ideologica, più riconoscibile nel conservatorismo che nel fanatismo. La narrazione che accompagna Magyar è appunto questa, tutta da verificare, ma sostenuta da una montagna di voti che comunque Magyar dovrà tenere in conto. I commentatori, più di uno, insistevano che Meloni ha perso l’occasione per rilanciare l’impulso iniziale da cui era partita in cui sembrava voler collocare il suo partito e il governo italiano nel novero di questa destra - intento poi naufragato nell’abbraccio a Orban, a Vox, al trumpismo e alla loro apparente marcia trionfale oggi sgangherata e urlante, ma sostanzialmente perdente e quasi afona. L’elezione di Magyar secondo i commentatori era un’occasione che Meloni ha perso di sganciarsi dal trumpismo piccolo e grande e spingere sul consevatorismo, sostenendo Magyar. Quello che avrei voluto rispondere a questi commentatori è che Meloni è cresciuta ed è rimasta in quella radice politica, che ogni tanto tenta la cosmesi, ma non se ne può sganciare. Lei è un’esponente neofascista e sovranista e al dunque la rimane. Non ha quindi perso un’occasione - è che proprio non può mollare questo suo tratto distintivo.

- Un commentatore stamattina ad Omnibus, un ambasciatore, ha espresso esattamente il mio pensiero su ciò che è avvenuto in Ungheria. Che cosa sento? No, non gioia, tante sono le incognite legate ad un personaggio di destra, con un look recentemente rifatto, però provo SOLLIEVO. Sollievo di esserci liberati da un fascista con tratti criminali come Orban, testa di ponte di Putin in Europa, sollievo per un cammino europeo che si libera di una delle sue zavorre, una zavorra importante e non commisurata alla dimensione della rilevanza e del contributo che l’Ungheria può dare all’Europa. Sollievo per il popolo ungherese,  per Boroka, l’amica che Gigi ha incontrato in Messico e che è stata ospite anche a casa nostra, aperta, generosa e stupenda.

E per finire due perfidi commenti ancora più a margine. Il primo riguarda Vance e la richiesta di prenotarlo per venire a sostenere Meloni nella prossima campagna elettorale. Il secondo riguarda il mio personale plauso al presidente Trump adesso che abbiamo scoperto che ha fatto eleggere lui il nuovo Papa. Cavolo, quanto lavora quell’uomo! (E tenete conto che doveva anche far vincere le Olimpiadi alla squadra di hockey sul ghiaccio!)







domenica 12 aprile 2026

LA TREGUA

 

 La tregua 

la Repubblica – 10 aprile 2026 

Massimo Recalcati


Non è la pace e non è la guerra. Delude i falchi perché interrompe la violenza crudele della guerra, ma delude anche le colombe perché non ne segna davvero la fine. La tregua non è la pace poiché quest’ultima implicherebbe la cessazione definitiva del conflitto, la ricostruzione di un ordine, la possibilità che la violenza venga sostituita da una nuova forma di legame. La tregua, invece, non stabilisce mai nulla di definitivo. Accade nel mezzo della guerra e, dunque, non la può redimere, non la può lasciare alle spalle. Piuttosto la interrompe solo provvisoriamente. È una pausa, un varco incerto che si apre in un tempo sospeso. È troppo per coloro che vorrebbero proseguire la guerra e troppo poco per coloro che invece vorrebbero vederla terminare una volta per tutte. Ogni tregua può evolvere verso la fine della guerra o regredire alla sua ferocia. Essa porta sempre con sé una ambivalenza di fondo: è, nello stesso tempo, un sollievo e una minaccia, una preparazione possibile della pace e un ritorno altrettanto possibile della guerra. La caduta di Troia ci consegna una delle figure più inquietanti della falsa tregua. Conosciamo il racconto: gli achei escogitano, attraverso l’astuto Ulisse, una sospensione solo apparente della guerra. Lo stratagemma del cavallo di legno si offre come il segno del loro ritiro dalla guerra, della fine del conflitto, ma, in realtà, incarna il saccheggio e la distruzione definitiva di Troia. È una tregua che non prepara la pace ma il massacro totale. La tregua può diventare talora un inganno, una maschera. Non ogni tregua è finalizzata alla pace. Esistono tregue tattiche, manipolate, utilizzate per riorganizzare l’offensiva e perfezionare le proprie ambizioni di dominio. Esistono tregue che non sono tentativi di fermare la guerra ma di farla proseguire con altri mezzi. Quando questo accade, la tregua diviene un mero travestimento della spinta bellica alla distruzione. E, tuttavia, sarebbe un errore soffermarsi solo sulla dimensione della tregua come falsificazione di una volontà segreta di guerra. Esiste infatti anche un’altra tregua che comporta il ritorno alla legge della parola là dove lo scoppio della guerra l’aveva sconvolta e azzerata. Ogni guerra, prima ancora di uccidere i corpi dei soldati e dei civili, uccide la parola. In questa prospettiva, per quanto non sia ancora la pace, la tregua segnala la riapparizione della parola nella forma di una necessaria azione politico-diplomatica. L’imperativo militare è così costretto a cedere il passo alla tortuosità inevitabile della concertazione. La tregua comincia quando il nemico, pur rimanendo tale, ritorna a essere un interlocutore perché ritorna a condividere la dimensione umana della parola. È il movimento fragile, esitante, ma decisivo della tregua. La scelta compiuta da Primo Levi di titolare il proprio racconto dell’uscita da Auschwitz La tregua riflette il fatto che in gioco non era affatto l’illusione della liberazione senza resti dall’orrore, la riconciliazione finale con il mondo, un passaggio lineare dall’inferno del campo alla vita ordinaria. Piuttosto si scava un intervallo, quello della tregua, che non cancella l’orrore sebbene renda possibile un nuovo inizio. Un tempo intermedio e precario nel quale la crudeltà del campo aveva smesso di regnare in forma assoluta, senza però essersi del tutto dissolta. Il trauma, infatti, resta e non può essere dimenticato. Levi chiama questo tempo di mezzo tregua proprio per nominare lo statuto sospeso dell’esistenza dopo la catastrofe. Il male storico della Shoah non può terminare davvero con l’apertura dei cancelli di Auschwitz ma è destinato a proseguire nella memoria, nei sogni, nella fatica del ritorno alla vita. Questo significa che nessuna tregua può coincidere con un’innocenza ritrovata, perché è solo il nome fragile di una sopravvivenza che prova a ricominciare senza poter cancellare ciò che è stato. Per questo la tregua non è soltanto una categoria politica o militare, ma è una profonda figura dell’umano in quanto tale. È sempre un errore madornale pensare alla pace come a un ordine definitivamente compiuto. Dovremmo invece considerare la nostra vita collettiva in una condizione permanente di tregua. Solo in questo modo saremmo costretti a lavorare davvero per rafforzare le nostre iniziative politiche, culturali, sociali in grado di tutelare la pace dalla tentazione “umana troppo umana” della guerra. E, tuttavia, se proviamo a rifletterci, è proprio nel suo statuto incerto che ogni tregua custodisce una verità profonda che tendiamo invece a voler ignorare: il tempo della pace non è mai un tempo definitivo, ma porta sempre con sé la natura della tregua, dunque un tempo necessariamente sospeso. In ogni tregua la macchina della guerra si arresta ma nulla garantisce che si arresti davvero per sempre. Il nemico come oggetto d’odio e di ostilità resta tale. Dunque il rischio della ricaduta nella guerra è sempre incombente. Per questo non solo ogni tregua è più drammatica della pace, ma ogni pace è sempre di fatto una tregua nella spinta umana alla guerra di tutti contro tutti. Per questa ragione, essa non può mai assicurare un ordine stabile, immune dalla tentazione umana della guerra. Sicché la tregua non è solo un tempo sospeso nel mezzo di una guerra ma anche un tempo dove la pace dovrebbe essere alimentata di continuo, in modo attivo, così da evitare l’esplosione della guerra. L’esperienza della tregua ci ricorda che la nostra storia non procede mai per assoluti, ma solamente per passaggi instabili, per interruzioni, per aperture incerte. È questa la lezione più severa della tregua: non esiste nessuna pace davvero compiuta per sempre, non esiste un ordine assoluto della pace. Piuttosto, a essere permanente è sempre l’incertezza della tregua. Non ce ne siamo affatto accorti in questi ultimi decenni. È la nostra colpa più profonda. Abbiamo confuso la pace come un ordine stabile delle cose realizzato una volta per tutte quando invece la pace - ogni forma umana di pace -, dovrebbe essere sempre pensata a partire dalla figura necessariamente e tremendamente incompiuta della tregua.

giovedì 9 aprile 2026

RISATE FRAGOROSE

 Martedì mattina, Casa della Comunità Villa Ester, nel cuore dell'Oltretorrente Parmense, terzo piano, sala denominata "Benessere" in quanto il posto più luminoso della struttura, sotto una falda del tetto, adiacente ad un grande balcone da cui si vede gran parte dell'Oltretorrente. Il martedì mattina è il giorno della scuola di italiano. 

Ci sono quattro volontari, Francesco, Isabella, Manu quando è necessario, ed io. Ci sono 6 studenti (5 studentesse e uno studente): Laura, albanese, Gamou, senegalese, Amina, ghanese, Patricia, peruviana e suo marito Josè Luis e Nadra, tunisina, oggi assente. Josè Luis fa lezione a parte con Francesco e Isabella perché il suo italiano, dovuto a un più recente arrivo, è di livello principiante. Le altre, invece, fanno lezione con me e ormai si arrangiano bene a capire e un po' a parlare - verso l'A2, direi.

Oggi il gruppo avanzato lavora su una unità didattica in cui da due/tre lezioni trattiamo il tema "albergo" e prenotare camere e appartamenti vacanze utilizzando numerosi esercizi diversi per stimolare comunicazioni e dialoghi. L'esercizio cui ci apprestiamo recita così:

"Anche tu hai preso un appartamento o una casa in affitto. Scrivi una breve lettera ad amici in Italia e descrivi il tuo alloggio."

Come sempre capita, mi affanno a spiegare l'esercizio, precisando che devono scegliere una amica o un amico, pensare a descrivere l'appartamento, precisare con chi sono in vacanza e se sono  al mare o in montagna o in città e perché. Inizia nel silenzio Amina, con la sua bella e giovane faccia nera, il suo sorriso sempre presente, la mano che meccanicamente si aggiusta il velo intorno alla testa, la sua irruenza "Ciao, ho preso in affitto una montagna". Qui scoppia la risata che riempie immediatamente il piccolo ambiente confortevole coinvolgendo anche l'altro gruppo a cui spieghiamo il fatto comico. Con fatica, e con qualche piccolo rigurgito di risatina, andiamo avanti con la nostra lezione.

Poco più avanti, incappiamo in un dialogo che evidenzia i vari registri comunicativi, dai più formali ai più amichevoli, "distinti", "gentile", "signora", "Carlotta", "cari", "carissimi" e qualcuna se ne esce con l'osservazione che lei ha sentito anche "tesoro". Io spiego che esiste anche tesoro, che è molto tenero e che si rivolge principalmente ai bambini come complimento. Poi una osserva che "tesoro" ha però anche un altro significato e io cerco di spiegare il significato di tesoro come un mucchio di cose preziose che sono nascoste e vengono ritrovate. Mi viene in mente di raccontare, per spiegare il significato di tesoro, la favola di Alì Babà e dei quaranta ladroni, e racconto di Alì Babà che vede questi ladroni aprire il fianco della montagna con una parola magica, Apriti Sesamo, e dentro vede questa quantità di oro e pietre preziose e oggetti che formano il tesoro dei ladroni. Una voce osserva "Sì, è la montagna di Amina" e io non ho potuto fare a meno di concludere "Ecco perché l'ha affittata...". Le risate sono state lunghe e fragorose, per fortuna l'orario della lezione era finito, perché non riuscivamo più a ricomporci. Se ne sono andate ad una a una verso le loro vite più o meno facili e risolte salutando e ancora ridendo.

Io sono rimasta lì ancora qualche minuto a mettere insieme le mie cose e a parlare con i miei compagni volontari e mi è venuto in mente questo pensiero, realizzando cosa succedeva fuori da lì e le cose di cui erano pieni i giornali che stavo ripiegando per metterli in borsa, tutte le invettive "musulmani di merda" e "terroristi" e la guerra e le minacce di "annientare civiltà" in agguato in ogni momento televisivo o dei social. Ho pensato "Vi prego, lasciatemi qui. Io qui sto bene". 



mercoledì 8 aprile 2026

SEMPRE AVERE LA FACCIA COME IL CULO...

 Ma solo io strabilio a leggere di J.D. Vance che va a sostenere la campagna elettorale di Orban tuonando che Orban è l'unico a difendere la propria nazione da "interferenze di potenze straniere" (intende ovviamente Bruxelles). E questo lo dice il Vice-Presidente degli Stati Uniti che sta facendo campagna elettorale in Ungheria... strabilio!

(per tacere del fatto che il Ministro degli Esteri di Orban è stato beccato a riferire per filo e per segno a Putin ciò che era successo nel Consiglio degli Affari Esteri dell'EU)

sabato 4 aprile 2026

E BUONA PASQUA

 a tutti gli uomini e le donne buoni



AVERE LA FACCIA COME IL CULO

 “In un Mondo più instabile, proteggere l'interesse nazionale significa anche e soprattutto costruire relazioni solide con partner affidabili nei luoghi che incidono sulla nostra sicurezza e la nostra economia. È il modo più concreto per difendere l'Italia il lavoro degli italiani e il futuro della nostra Nazione". Così, in un video sui social dopo la missione di due giorni nel Golfo Persico, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. (AGI)

Quando ho sentito questa dichiarazione non ci potevo credere. Da anni ci scassa i coglioni con Trump fino all’estremo del ridicolo di candidarlo al premio Nobel. Sono andata a cercare la sua dichiarazione esatta (23 gennaio scorso, poco più di tre mesi fa) “Spero che potremo dare il Nobel per la pace a Trump e confido che possa fare la differenza anche sulla pace giusta e duratura per l'Ucraina, e quindi finalmente anche noi potremo candidare Donald Trump al Nobel per la pace". Solo un mese fa urlava dal palco “c’è una persona che bisogna ringraziare ed è DONALD TRUMP!”

E adesso ci viene a spacciare che è importante costruire relazioni solide con partner AFFIDABILI. Solo io colgo il ridicolo?

Avere la faccia come il culo.



È COSÌ (MA NON CI PENSIAMO)

 Ieri mattina Roberto è rimasto a casa perché aveva una call con dei clienti marchigiani. Il tema che stanno insieme trattando è quello del teff, un cereale particolare tipico di Etiopia ed Eritrea - una parte della call era appunto con degli etiopi per organizzare un viaggio in Etiopia in occasione di un convegno sul teff, appunto.

A pranzo Roberto mi racconta con rabbia appena trattenuta che la call non è andata bene perché riguardo al viaggio per vedere zone e coltivazioni di teff, cui dedicare alcuni giorni dopo il convegno, gli etiopi hanno detto che non si potrà fare perché nel paese NON C’È CARBURANTE. Per fare il pieno di benzina bisogna fare DUE GIORNI di coda, dormendo in macchina, in uno dei pochi distributori aperti e non prevedono che migliorerà. Roberto era molto triste e sconcertato perché a lui l’Etiopia piace parecchio e la sua impressione nel precedente viaggio era stata quella di un paese in grande sviluppo e per certi versi moderno, con tutte le contraddizioni, ovvio, cui un paese africano non può sfuggire.

È poi passato a parlarmi del Burundi, paese che da tre anni lui e soprattutto i suoi collaborari frequentano per un progetto (già arrivato alla seconda versione) di coltivazione e trasformazione del pomodoro. Tra le altre cose e tra mille difficoltà (ad esempio mesi di fermo in dogana) sono finalmente riusciti a fare arrivare là una linea di traformazione del pomodoro opportunamente tarata alle capacità e ai bisogni locali che pensavano di collegare ad un generatore dato il cronico e strutturale malfunzionamento a singhiozzo della fornitura di elettricità, mentre il carburante (benzina, gasolio) era facilmente reperibile. Era, perché ora non più - anche in Burundi manca il carburante, anche per le macchine agricole (qualcuna c’è e qualcosa è arrivato anche tramite il progetto). Quindi? Quindi sono fermi.

Quasi ringhiando, Roberto continuava a imprecare “Perché chi la prende sempre nel culo? Sempre i più poveri, gli ultimi della terra!”.

Non c’è dubbio che sia così..