Alcuni giorni fa, piccolo raggio di luce nel mare plumbeo della cronaca di questi giorni, la principessa Kate d’Inghilterra è venuta a Reggio Emilia per approfondire quello che è ormai internazionalmente noto come il Reggio Approach, un marchio durevole nel tempo perché all’inizio degli anni ‘90 , quando studiavo a Purdue University presso la School ef Education, appena sapevano che ero italiana mi chiedevano tutti del Reggio Approach. In seguito ho avuto la fortuna di vederlo operativo in loco. Non sto qui a parlarne, anche se ci sarebbe molto da dire sulle confusioni e mistificazioni e banalizzazioni che ho visto e sentito in abbondanza. Vorrei però parlare di un’altra cosa, di quella bella, alta, elegante ed evidentemente intelligente principessa che è andata in visita nelle scuole dell’infanzia reggiane.
Quello che mi ha suscitato il sorriso è il pensiero che i più non realizzano che il Reggio Approach, nonostante il nome inglese, è una realizzazione, ma prima ancora un’idea, comunista.
Alcuni fanno derivare addirittura la genesi da un episodio storico avvenuto a Villa Cella (frazione di Reggio Emilia) nel 1945. A Villa Cella nel 1945 i tedeschi in ritirata avevano abbandonato un carro armato, sei cavalli e 3 camion. Invece di rottamare il carro e far carne da macello delle bestie le donne dell'UDI (Unione donne italiane, gruppi di difesa recentissimamente formati), decisero di vendere tutto per raccogliere dei fondi. Con quel denaro nacque il primo asilo del popolo. L’idea era di fare degli istituti che fossero nuovi e che fossero per tutti. Un'istituzione portata avanti e finanziata da giunte comunali comuniste che invece di mangiare i bambini pensavano alla scuola come strumento di emancipazione e come strada per per superare le diseguaglianze sociali.
Il momento storico più ricordato data comunque agli anni sessanta: il sindaco comunista Renzo Bonazzi decide di collaborare con il pedagogista Loris Malaguzzi per ripensare radicalmente il sistema dell’infanzia, transitandolo dalla logica assistenzialista (miseramente finanziata e pauperistica) in cui si trovava ad un luogo formativo attento allo sviluppo delle potenzialità e dei “linguaggi” dei bambini di ogni ceto sociale. Nei primi anni ‘70 poi arrivò a Reggio anche Gianni Rodari e la collaborazione tra Gianni Rodari e il pedagogista Loris Malaguzzi fu straordinaria e profonda. Da quell'esperienza e dal loro confronto nacque il celebre saggio "Grammatica della fantasia" (1973), che Rodari dedicò proprio alla città di Reggio Emilia.
Il programma del Reggio Approach è stato scritto, realizzato, modificato, perfezionato ed è reperibile in tanti libri, articoli, documentazione, ma spesso, e a ragione, vengono richiamate le parole di Ida Cavallini (militante UDI e accompagnatrice dei bambini che arrivavano in Emilia Romagna con i "treni della felicità") come sintesi del senso e del significato dell’hummus che l’ha immaginato, creato e protetto;
"Noi donne non abbiamo mai smobilitato. Venivamo dalla Resistenza e affrontavamo un’altra resistenza, lottavamo contro la miseria… e così ospitammo i bambini del Meridione e i bambini del Polesine. Le nostre organizzazioni, l’Udi, il Partito, le Camere del Lavoro, erano sempre presenti. Ma il compito dell’accoglienza ai bambini fu solo l’inizio. Ci fu la lotta per gli asili, poi abbiam voluto le scuole a tempo pieno, poi abbiam voluto il centro ricreativo estivo e le colonie. Sono state lotte dure, ma le abbiam condotte e vinte. Non volevamo bambini in mezzo a una strada, volevamo che fin da piccoli imparassero ad associarsi, a volersi bene, a scrivere, a leggere, a diventare delle persone umane."
A Loris Malaguzzi gli amministatori e le amministratrici reggiane consegnarono il mandato di creare un mondo che aiutasse i bambini a crescere al meglio, ad aumentare le loro potenzialità, mentre le loro madri potevano uscire da casa a fare altro, a lavorare e a crescere come persone, come donne, come cittadine. E su questo mandato sono state investite le risorse pubbliche, economiche, culturali ed affettive della comunità reggiana, a fronte di un sentire conservatore e di destra, peraltro ancora molto attuale, che sosteneva che solo la famiglia fosse il luogo ideale dove crescere i nostri bambini e che la scuola dagli zero ai sei anni dovesse essere solo un pallido sostegno alle famiglie e non un luogo di crescita, incentrato sui diritti dei bambini, posti al centro della società in cui vivono. (E la famiglia sappiamo molto bene come deve essere composta, è chiaro).
Mi chiedo con un sorriso se la bella e sorridente principessa sa tutto questo e se tutti quei pinguini che si arrotano in bocca il Reggio Approach (no, non i reggiani, i reggiani, perfino i politici reggiani, fanno e non millantano, ma tanti altri, specie concentrati intorno a Roma) sanno tutto questo. Sono quasi certa che Kate Middleton non lo sa, è una parte di storia che non le hanno spiegato, ma sono quasi altrettanto certa che se lo sapesse non le importerebbe - le scuole dell’infanzia di Reggio Emilia (e tante altre) sono incantevoli, sono luoghi di pace e di crescita. Ne abbiamo tanto, tanto bisogno.
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