Roberto da lungo tempo è innamorato di questo orologio. È un orologio che fa parte della linea di orologi, molto riconoscibili, delle ferrovie svizzere, un brand.
Alcuni mesi fa, incoraggiato da noi tutti, ha pensato di meritarselo e se l’è comprato, a Zurigo, durante una delle visite a nostra figlia.
Il primo segno del destino è cominciato con la commessa del negozio che dice a Roberto di presentarsi, al passaggio della frontiera, alla Dogana per avere il tax refund, cioè la restituzione delle tasse locali applicate sull’orologio. Diligentemente, quindi, Roberto parcheggia la macchina alla Dogana e va (io rimango ad aspettarlo in macchina) a fare l’operazione con lo scontrino col timbro del negozio. Purtroppo sbaglia e improvvidamente invece della Dogana svizzera va a quella italiana, dove, come mi informa furibondo tra improperi e bestemmie al suo ritorno alla macchina, non solo non gli ridanno dei soldi, ma gli applicano la differenza tra le tasse di 8mportaziine italiane e quelle svizzere. Risultato: 120 euro di tasse che vanno ad aggiungersi al prezzo esagerato di 660 euro pagati per l’orologio.
Col tempo, l’incazzatura si attenua, in fondo sono solo soldi e alla fine c’è solo un uomo felice con il suo bell’orologio nuovo. Ma il destino è sempre lí, in agguato. Poco tempo dopo, Roberto si accorge che il vetro del quadrante dell’orologio è incrinato, percorso da raggi profondi, tagliato. Sulle cause non abbiamo insistito ad investigare più di tanto perché Roberto era davvero furibondo (il suo commento più dolce era “questa merda di orologio che mi hanno rifilato che sembra robusto e invece è una fregatura solenne” - ho usato sinonimi più, diciamo, ascoltabili delle parole veramente usate). Non restava altro, appena recuperata un po’ di lucidità (ci ha messo settimane, comunque) che appellarsi alla nostra paziente figlia perché si rivolgesse al negozio svizzero per chiedere lumi ed aiuto. Al negozio le hanno risposto che bisognava mandare l’orologio alla casa madre, corredato dalla garanzia, e chiedere a loro.
Durante una visita successiva a Zurigo c’è stata la consegna poco convinta ad Anna dell’orologio perché tentasse la riparazione. La poca convinzione era anche legata al fatto che, come succede con tutti i documenti che passano per le mani e lo zaino di Roberto, la garanzia non si trovava più.
E arriviamo allo scorso 29 aprile, quando arrivano a Sanguigna per qualche giorno Anna ed Olivia, giusto il giorno dopo del sessantottesimo compleanno del nonno. Torta con candeline da spegnere per festeggiare e l’orgoglioso sorriso di Olivia mentre porge al nonno il loro regalo, il famoso orologio tornato integro, nuovo e fiammante. Torna quindi la diade uomo felice e il suo (nuovamente amato) orologio, una storia finita bene (a parte quanto è costato - non abbiamo osato chiedere ad Anna quanto ha speso ancora…). Fine della saga del Grande Orologio Impossibile? Eh, no, manca ancora l’ultimo atto (non lo definisco “finale” per scaramanzia).
Anna e Olivia ripartono il 3 maggio, domenica, e la sera del lunedì 4 Roberto mi confessa che da un paio di giorni non trova più l’orologio. La sua ipotesi è che Olivia possa averci giocato e poi averlo lasciato in giro. Passo quindi il martedi a cercare per tutta casa l’orologio senza risultato e martedì sera Robrto si decide a mandare un Whatsapp all’Anna per farle chiedere a Olivia se ricorda qualcosa. A questo punto pur con la scarsa fede che possediamo ringraziamo il cielo di avere una figlia molto sveglia, perché l’Anna ha risposto “Olivia é a letto ormai e glielo chiederò domani, ma tu hai provato a guardare nella borsa dello yoga che hai usato giovedì sera?”.
E niente, l’orologio è tornato (momentaneamente?) al polso. Evviva.
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