lunedì 29 dicembre 2025

L’ORA TRA IL CANE E IL LUPO

 

Domenica mattina, alle prime luci dell’alba, i cani hanno cominciato ad abbaiare forte, come capita quando intorno a casa passa qualcuno, uomini o bestie. Prima di farli uscire dal loro dormitorio mi sono accertato che non fosse il lupo, ma i soliti caprioli, l’origine di quella fragorosa caciara canina. Erano i caprioli, che al risveglio della casa e dei suoi abitanti si sono allontanati senza troppa fretta, forti di un vantaggio incolmabile: sono velocissimi, e credo che ormai abbiano classificato i miei cani come tre inoffensivi cialtroni. Rumorosissimi, ma molto più lenti di loro.
Non era il lupo, ma poteva esserlo. Sono tanti, i lupi dell’Appennino Emiliano. E predano ciò che trovano, fauna selvatica, animali di allevamento e anche animali domestici, cani e gatti. Proteine e grassi, che specialmente in inverno valgono la sopravvivenza. Dunque è buona cosa monitorare, per quanto possibile, i dintorni di casa, e non lasciare i cani in giro quando cala il buio (il gatto, inutile tentare di farlo ragionare. Ragiona solo per conto suo). È la famosa “ora tra il cane il lupo”, che nei paesi mitteleuropei indica, proverbialmente e per esteso, una condizione di confine e di incertezza: l’ora sospesa tra luce e tenebre nella quale il lupo esce allo scoperto e il cane rincasa. L’ora nella quale il domestico prevale sul forastico, ci si rintana e si condividono – uomini e cani – i vantaggi della civilizzazione. Là fuori, nel nero notturno che continua comunque a tessere una fitta trama di odori e di suoni, forse transita il lupo, con il suo passo leggero e veloce e gli occhi dal colore di resina e ambra.
 

Vi ho già raccontato almeno un paio di volte dei lupi, che sono, nella mia vita di campagna, al tempo stesso un privilegio e un problema. (Quando sono in città ho altri privilegi e altri problemi). Un privilegio, perché avvistare un lupo è una grande emozione estetica, oltre che un’emozione “culturale”: non è solo un’apparizione, è una vera e propria resurrezione, quella del lupo, che l’uomo ha saputo organizzare, in extremis, dopo avere sterminato metodicamente i lupi, lungo i secoli, in tutto il pianeta. Vederne uno significa incontrare di persona Madre Natura e sentirsi trapassati (e oltrepassati) dal suo sguardo splendido e illeggibile. Un’allusione all’eternità.

Un problema perché condividere lo stesso territorio con un predatore di grossa taglia (più grosso di lui, in Europa, solo l’orso) richiede accortezza, per la serie: niente panico, ma adattamento alle nuove condizioni che il ritorno del lupo in Europa, da almeno due decenni, ci impone. La paura è un vizio, la prudenza una virtù.
Se vi riparlo, oggi, del lupo, un poco è perché negli ultimi giorni qui attorno ci sono stati diversi avvistamenti, e la mia testa è piena di orme e ululati. Un poco perché sto leggendo un magnifico libro, Il lupo solitario di Adam Weymouth (Iperborea), che contiene un impressionante numero di informazioni sul lungo e complicato rapporto tra uomini e lupi. Weymouth è inglese, ha scritto e pubblicato molto sugli ambienti naturali e il loro mutare per mano dell’uomo, e come spesso capita ai divulgatori anglosassoni unisce alla grande capacità di approfondimento scientifico e alla sensibilità naturalistica una scrittura “popolare” nel senso più alto: fa capire a tutti cose che di norma sono note solo agli accademici.

Mi ha impressionato, perché si sposa perfettamente ai miei pensieri di questi giorni, questa citazione storica. Nel 1843, ovvero nel pieno della sconquassante appropriazione dell’America del Nord da parte della civiltà dei bianchi, il colono e cacciatore Sewell Newhouse, inventore di una trappola per lupi, scrive che la trappola, assieme all’ascia e alla vanga, fa parte della triade “che scaccia la barbarica solitudine e fa spazio al campo di grano, alla biblioteca e al pianoforte”. È al suo culmine l’idea (diciamolo: non solo comprensibile, anche seducente) che il progresso sia una marcia trionfale e la natura, con i suoi spazi infiniti, le sue leggi pre-umane, le sue durezze micidiali, sia una bestia da domare e sottomettere. Come nelle immagini del cacciatore che poggia il piede sul capo della belva abbattuta. La natura non ha “biblioteca e pianoforte”: è uno stadio di barbarie da superare, da lasciarsi alle spalle.
Quell’idea di natura ha largamente prevalso, almeno nella civiltà europea (con le sue infinite propaggini coloniali, l’America più di ogni altra) fino a poco, pochissimo tempo fa. Fino a che il concetto di “limiti dello sviluppo” ha cominciato a fare capolino nella cultura umana, con il suo corollario di prove a carico: l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, i danni ambientali, la finitezza delle materie prime e delle fonti energetiche, il malessere che comporta vedere estinguersi migliaia di specie, e deteriorarsi centinaia di habitat. L’uomo ha dovuto (anche saputo; ma soprattutto dovuto, perché costretto) rendersi conto di essere parte della natura. Non suo padrone, semmai suo responsabile: che è tutt’altra cosa, perché il padrone vuole essere servito, il responsabile sa anche servire.

Il lupo, nel mutamento profondo del cammino dell’uomo e della sua cultura, è potentemente simbolico. Ci chiede, riapparendo, di decidere: siamo disposti a pagare un prezzo, anche minimo, per la salvezza della natura? O siamo così viziati e così avidi da non concepire costi, solo guadagni? Da non sopportare rischi, solo comodità? La sua intelligenza e la sua versatilità ne hanno fatto il ladro per definizione, l’assassino che viola il gregge, la stalla, perfino il focolare (nel caso dei “Tre porcellini”…). Il simbolo stesso della irriducibile vocazione predatoria della natura, vita che si nutre di morte, vita che non si piega ad altre regole che a quelle della sopravvivenza. Per questo è stato ucciso con implacabile accanimento per millenni, in qualità di nemico numero uno. Fino a quando esseri umani più sensibili e più intelligenti di altri, e anche più istruiti, hanno capito che con la natura, con quella “barbarica solitudine” della quale il lupo è la star indiscussa, l’amico geniale, noi dobbiamo convivere, se vogliamo salvare noi stessi. Perché la natura siamo noi: e quanto a predazione, invadenza, pericolosità, lo siamo al massimo grado. Chissà dunque che non riusciamo a diventare, al massimo grado, anche previdenti e lungimiranti.

Gli anni che stiamo vivendo sono di drammatica, appassionante transizione. Siamo davvero nell’ora tra il cane e il lupo, in bilico, sospesi. Impregnati di orgoglio tecnologico, storditi dall’avidità predatoria (L’ora dei predatori, il breve e fortunato saggio di Giuliano da Empoli sul potere dei nostri giorni, parla di uomini, non di animali), e al tempo stesso coscienti di quello che rischiamo di perdere, perdendo noi stessi: l’ordine naturale che governa la vita. La scommessa è riuscire a tenerci stretti sia il cane, che è la domesticazione, l’umanizzazione; sia il lupo, che è la natura in purezza: i suoi denti e il suo spirito, il suo sguardo di resina e ambra.

Michele Serra, OK BOOMER, Il Post, oggi

Anche in pianura abbiamo i lupi (non tanti, preferiscono  protettivi boschi).  Si aggirano in golena, davanti alla mia casa, e nei dintorni - non è facile intravederli, ma il nostro cagnolino, che dorme fuori nel nostro grande (recintato) giardino, evidentemente di notte ne avverte le scie (insieme a quelle di gatti, ricci, caprioli…) e abbaia furiosamente.

Credo potremo convivere, se riusciamo a pensarci come parte del mondo e non come padroni del mondo - ma i nostri vicini non so se hanno fatto questo spostamento e spero che il re dagli occhi d’ambra sia cauto nelle ombre della notte…


domenica 28 dicembre 2025

PICCOLO PENSIERO TRISTE

 Certo che una nonna senza più la sua nipotina vicino è davvero una cosa triste….




sabato 13 dicembre 2025

MI HA FATTO RIDERE

Obietto a me stessa che perculare un coglione è troppo facile, magari non fa nemmeno ridere, ma insomma questo piccolo pensiero che voglio scrivere mi ha fatto ridere…
Ieri sciopero della CGIL, molti cortei e piazze piene, discorsi di Landini, guerre di numeri ecc. il vicepremier, Segretario della Lega non più Nord, nonché Ministro dei Trasporti Matteo Salvini, commentando lo sciopero come al solito non nel merito delle questioni poste ma svilendo e sputtanando chi vi ha partecipato, ha commentato tra l’altro che (per scarsa adesione allo sciopero stesso) nel settore del Trasporto “i disagi sono stati limitati”. Fulmineo, un pensiero “In effetti, rispetto ai disagi procurati dalla tua gestione quotidiana, non c’è paragone”. 
E niente, mi ha fatto ridere
(Oggi mi ha fatto anche abbastanza ridere la Zacharova, portavoce di Putin, che ha dichiarato che il congelamento degli asset russi “è una grave e palese violazione delle norme internazionali”. Da che pulpito…)

martedì 9 dicembre 2025

PAESE DI GNOMI, DI ELFI, DI FOLLETTI E…DI FATINE

 La Svizzera è un paese bellissimo e molto ben preservato. I paesaggi sono veramente unici, di laghi, montagne, valli, cime appuntite e spesso innevate. Fino a stamattina, però, non avevo capito fino in fondo la sua parte incantata e nascosta, dove si annidano gli elfi, gli gnomi e i folletti.

Stamattina abbiamo portato Olivia al Kindergarten e poi siamo partiti per tornare a casa. Il lago di Zurigo che si estende appena sotto la casa di Anna e Andre era completamente avvolto in una spessa nebbia bianca della consistenza del cotone. Eravamo ovviamente consapevoli che non era la nebbia della Pianura Padana, ma una grande nuvola bianca letteralmente appoggiata sul lago. 

Per tornare e andare a prendere l’autostrada abbiamo scelto una strada che passa da Zug e che come tutte le strade svizzere (autostrade a parte, dove imperano tunnel e trafori) sale un po’, poi scende e risale e riscende.. Dopo pochi chilometri dalla partenza si è aperto davanti a noi questo paesaggio




E per diversi chilometri, almeno fino a Brunnen (lago di Lucerna) è stato tutto un alternarsi di entrate e uscite dal sole e dalla nebbia.






Mi sembrava quasi di vedere fisicamente e in angoli e battiti di ciglia la punta delle scarpe affusolate degli elfi, lo scintillio di un attimo delle asce degli gnomi, un fulmineo apparire dei cappelli rossi dei folletti. Solo attimi, inafferrabili attimi.

Senza dimenticare le fatine bionde….




sabato 6 dicembre 2025

PER COSA SAREMO RICORDATI

 Stamattina verso le 8:30 eravamo pronti per partire per alcuni giorni in Svizzera da Anna e Olivia e Andre  (torniamo martedì). La macchina era carica (molto carica come in genere è tutte le volte che andiamo in Svizzera, principalmente di generi alimentari e verdura fresca biologica) e ci guardavamo attorno per capire se ci dimenticavamo niente. 

Visto che partivamo presto, stamattina non abbiamo come ogni mattina ravvivato e riavviato lo stufone a legna. Nell’uscire, ho pensato che purtroppo martedì, al ritorno, avremmo trovato la casa fredda, anche se la stufa poi in poco tempo l’avrebbe scaldata. Mi sono ricordata che mio suocero, quando era vivo, sarebbe venuto martedì mattina e avrebbe riavviato e ben caricato la stufa in modo che al ritorno avremmo trovato la casa già calda ed accogliente, un caldo abbraccio di ritorno.

Mio suocero, Ermes avrebbe ora 97 anni ed è mancato sette anni fa, ma ha lasciato in noi questo ricordo, bello e semplice (e non l’unico e nemmeno il più “importante”). Mi sono chiesta se e per cosa qualcuno volgerà a noi un ricordo quando non ci saremo più.


Questi sono Anna e Andre, appena usciti per una cena con amici, belli!

PS: non siamo a Zurigo, siamo a Laax (nella casa in montagna di Anna e Andre), sulle sponde di un piccolo  incantato lago alpino e circondati da alte cime innevate

martedì 2 dicembre 2025

IL MAGA HA IDEE?

Interessante (traduzione mia e di Google)

IL MAGA HA IDEE?

(Joshua Rothman,The New Yorker, 22 novembre 2025)

Nel 2018, durante un comizio a Houston, Donald Trump formulò una distinzione che stava diventando centrale per la destra americana. "Un globalista è una persona che vuole che il mondo vada bene", disse Trump. Questo implicava "non preoccuparsi troppo del Paese". Al contrario, era "un nazionalista". "Davvero, non dovremmo usare quella parola", continuò Trump. "Sapete cosa sono? Sono un nazionalista, ok? Sono un nazionalista. Nazionalista! Niente di male. Usate quella parola.Usate quella parola!" La folla esultante iniziò a cantare: "Stati Uniti! Stati Uniti!".
L'uso di "nazionalista" da parte di Trump lasciò perplessi molti. La CNN, nella sua copertura del discorso, lo collegò alle "politiche commerciali protezionistiche che ha attuato nel tentativo di rilanciare la produzione nazionale". Ciò era ragionevole – gran parte del discorso di Trump si era incentrato sul suo programma economico “America First” e tuttavia l'idea di essere nazionalista era chiaramente più grande di questo. Il nazionalismo di Trump era in parte una questione di orgoglio: "Per anni, avete visto i vostri leader scusarsi per l'America", ha detto al pubblico, e "ora avete un Presidente che difende l'America". Comportava anche un atteggiamento generalmente pugilistico. Voleva far valere il peso dell'America. Forse, si stava associando ai nazionalismi ambiziosi e violenti del Diciannovesimo e Ventesimo secolo.Sembrava che stessimo ascoltando solo una parte della conversazione; non sapevamo esattamente di cosa stesse parlando. Ed era strano pensare a come Trump, la cui mente non si occupa di ismi, fosse arrivato a pensare al nazionalismo in primo luogo. Era difficile immaginarlo sull'Air Force One, a guardare le nuvole che passavano, poi scarabocchiare la parola "nazionalismo" su un blocco note e sottolinearla. 

Ciò che sembrava più probabile era che qualche assistente o speechwriter avesse spostato il termine nella gerarchia fino a poterlo presentare a lui come un incantesimo da lanciare sul suo pubblico. ("Usa quella parola!" avrebbe potuto suggerire il consulente.) Tuttavia, anche questo scenario era un po' difficile da credere. "Nazionalista" è un termine da nerd, associato alla storia e alle scienze politiche. Come grido di battaglia, è ben lontano da "Chiudetela in cella!". La parola "nazionalismo" era emersa da qualche parte, ma dove? In generale, due discorsi si nascondono dietro la pompa e le circostanze del MAGA. Uno ruggisce indisturbato attraverso blog, meme, forum, messaggi di gruppo, Substack e chat, mentre un altro si dispiega a un ritmo più solenne, attraverso documenti politici, storiografia revisionista e manifesti politico-filosofici conservatori. Spesso queste correnti si sovrappongono, producendo la riconoscibile atmosfera da MAGA: provocatoria, emotiva e tuttavia stranamente specifica. Quando J. D. Vance disse a Tucker Carlson che l'America era governata, tramite i Democratici, da "un gruppo di gattare senza figli" che "vogliono rendere infelice anche il resto del paese", fu facile sentire la risata della fratellanza MAGA. Ciò che era meno ovvio era che si trattava di un insulto di origine intellettuale, derivante da argomentazioni di teologia, storia e teoria sociale conservatrice, e dal fenomeno molto reale del calo dei tassi di natalità. Visto da destra, era accademicamente rispettabile.

Cosa dovremmo pensare dell'aspetto intellettuale del MAGA? A partire dal 2016, Laura K. Field scrive, in "Furious Minds: The Making of the MAGA New Right", un gruppo di "dottorati di ricerca e intellettuali" – "quasi tutti uomini" – ha iniziato a unirsi attorno a idee che attribuivano, associavano o contrabbandavano all'interno del nascente movimento di Trump. In una certa misura, apprezzavano il fatto che apparentemente condividesse le loro stesse "idee conservatrici della vecchia scuola". Ma vedevano anche, nella sua malleabilità ideologica, un'opportunità per andare oltre. Molti "volevano tornare indietro nel tempo sulla democrazia liberale pluralistica, e persino sulla modernità stessa"; altri speravano di promuovere "visioni per il futuro" – "nuove leggi, schemi per l'istruzione, modalità di costituzionalismo, comunità tradizionaliste e utopie tecnologiche". Il risultato di questa fusione fu un nuovo tipo di futurismo conservatore.

Emersa in modo caotico e opportunistico, la Nuova Destra sembra ora essere al centro del movimento politico più dinamico della storia americana moderna. Ma il ruolo delle idee in politica è complicato. Da una prospettiva, le idee plasmano le possibilità politiche. (Potremmo sostenere che, senza l'Illuminismo, non ci sarebbe stata la Rivoluzione francese.) Ma è anche vero che gli intellettuali evocano idee per dare un senso a ciò che sta già accadendo. L'ascesa senza precedenti di Trump è stata il risultato di innumerevoli fattori – tra cui i cambiamenti nei media, nell'economia e nella cultura americana – che avevano poco a che fare con le argomentazioni degli intellettuali conservatori, che erano sorpresi da Trump quanto tutti gli altri. Interpretando e giustificando la sua ascesa, molti di questi pensatori hanno avuto accesso al potere; alcuni ora lavorano per il governo federale e stanno mettendo in pratica le loro idee. Eppure il loro pensiero non ha creato Trump. La gente non ha necessariamente votato per questo. Potrebbero non sapere di cosa si tratta.


Nel frattempo, Trump, ora settantanovenne, sembra già in declino; il movimento MAGA, all'apice del suo potere, si trova ad affrontare la domanda sempre più urgente su cosa verrà dopo. Se il MAGA ha buone idee, queste potrebbero sostenere il suo futuro. In alternativa, se ne ha di cattive o irrilevanti, potrebbe avere difficoltà a mantenere la sua energia. Le idee associate al trumpismo portano da qualche parte o sono un vicolo cieco? Possono reggersi da sole, senza una star dei reality ad animarle?
Field, un'accademica con sede a Washington, D.C., un tempo era una conservatrice e nutre molta simpatia per diversi punti di vista conservatori. Ha ricevuto un' istruzione sui "Grandi Libri", leggendo Platone e Rousseau; ha conseguito un dottorato di ricerca in scienze politiche presso l'Università del Texas ad Austin; e ha trascorso molto tempo tra l'intellighenzia conservatrice. Nella prefazione a "Menti Furiose", racconta l'inizio della sua disillusione. Era al quinto anno di specializzazione e frequentava un prestigioso programma estivo per giovanistudiosi presso l'Università della Virginia. Alla cena di apertura, organizzata da un'organizzazione educativa conservatrice, era seduta accanto a uno dei membri più anziani dello staff del programma, un uomo molto amato che lei chiama Todd, che aveva recentemente partecipato a un evento in cui aveva incontrato Michelle Obama, allora First Lady. "Era davvero statuaria", disse Todd. "Molto alta, davvero impressionante. Mi piacerebbe davvero scoparmela."


Scioccata, Field si scusò, andò in bagno, si guardò allo specchio e pensò: "Che diavolo ci faccio qui?". Descrive quel momento come "l'inizio del lungo e lento processo" di svincolo dalla destra. Irritata da quella che percepiva come una nuova, sovralimentata misoginia tra gli intellettuali conservatori – a suo avviso, sono "ossessionati dalla mascolinità" in un modo che i loro predecessori non lo erano – Field li osservò diventare improvvisamente più radicali. Negli anni Ottanta, Ronald Reagan aveva visto il conservatorismo come uno sgabello a tre gambe. L'idea di base era la libertà dal governo; le gambe, scrive Field, erano il conservatorismo sociale, l'economia del libero mercato e l'anticomunismo. Ma ora persino Reagan era visto come "un grande capitolatore" in una guerra molto più grande. I nuovi pensatori conservatori affermavano di volere un governo più grande e assertivo – forse persino un "Cesare Rosso" – per rovesciare la modernità atea, scientifica e multiculturale, inaugurando un'era "postliberale".


Questo nuovo atteggiamento aveva senso? Ci sono contraddizioni nell'uso di un ampio potere governativo per liberare le persone dalle strutture sociali e politiche che loro stessi hanno costruito. Eppure non è chiaro "quanto l'incoerenza del movimento della Nuova Destra conti nella confusione della politica reale", scrive in "Furious Minds". L'incoerenza potrebbe persino essere parte del punto: presentare un argomento ostentatamente contraddittorio può essere un modo per dimostrare potere e devozione. Field cita il teorico politico Matthew McManus, il quale ritiene che la Nuova Destra consideri "la volontà di sublimare e affermare la contraddizione" come una sorta di tessera associativa.


La vita politica è inevitabilmente deludente, perché tutti i movimenti politici contengono
contraddizioni. I Democratici si considerano sostenitori della classe operaia, eppure il loro partito è sbilanciato verso i più istruiti; i Repubblicani della vecchia scuola parlanodi libertà dal governo, tollerando al contempo le predazioni delle grandi corporazioni. Ogni volta che qualcuno discute su come dovrebbe funzionare la società, rischia di essere ipocrita, perché la realtà è intricata. Quindi forse le contraddizioni della Nuova Destra sono semplicemente ordinarie.


Field dimostra come non sia così. Le contraddizioni della Nuova Destra riflettono una disconnessione unica tra pensiero e realtà. La parola "nazionalista", ad esempio, potrebbe essersi insinuata nel lessico di Trump grazie all'ampia influenza di "The Virtue of Nationalism", un libro pubblicato il mese prima del comizio di Houston, dal filosofo e teorico politico Yoram Hazony, riscuotendo grande successo tra i conservatori. La sua tesi centrale è che il mondo è un posto migliore quando è composto da stati-nazione distinti, ognuno con la propria cultura e storia; tali società sono più stabili, realizzano di più e apportano contributi unici all'umanità nel suo complesso. Ciò non è irragionevole. Ma Hazony porta questa idea molto oltre. Sostiene, in termini astratti, che il multiculturalismo è in realtà una forma di imperialismo globalista, volto a minare la struttura di quegli stati-nazione. Nella sua analisi, si tratta di una scelta netta tra questo cosiddetto imperialismo e la sovranità nazionale. Hazony propone che il concetto di sovranità nazionale, a sua volta, possa essere ricondotto alle lotte dell'"Israele biblico" per preservare la propria indipendenza politica e la libertà religiosa. Quindi uno Stato-nazione di successo è in realtà uno Stato etnico teocratico, con, come afferma Hazony, "una maggioranza... il cui predominio culturale è chiaro e indiscusso, e contro la quale ogni resistenza appare inutile".


La concezione del nazionalismo di Hazony risulta essere stata influente all'interno del Trumpismo; National Conservatism, il movimento che Hazony ha contribuito a fondare, conta tra i suoi sostenitori Vance, Marco Rubio e Josh Hawley. Ci sono ogni sorta di problemi nel basare la propria idea di nazione, anche vagamente, sul caso di Israele. Ma il problema più grande con la teoria di Hazony, scrive Field, è semplicemente che è "slegata dalla storia del mondo reale". Infatti, molte nazioni hanno prosperato senza essere così monolitiche, e ci sono sfumature di nazionalismo, multiculturalismo e liberalismo che permettono ai paesi di prosperare senza fare scelte nette. Inoltre, è semplicemente un dato di fatto che gli Stati Uniti contengono persone provenienti da molti luoghi, con culture e opinioni diverse. Non c'è davvero alcun senso in cui il nazionalismo in stile Hazony possa essere messo in pratica qui. L'errore intellettuale più significativo della Nuova Destra, dice Field, è che permette che "le astrazioni soffochino le semplici verità del mondo reale". Non si può deportare metà dell'America.


La Nuova Destra ha molte idee molto astratte, non solo sulla nazionalità ma sulla natura umana, Dio, la virtù, il genere, la tecnologia, il "Bene Comune" e altro ancora. Un modo per comprendere questa dipendenza dall'astrazione, scrive Field, è guardare a un libro come "Le idee hanno conseguenze", un "testo fondamentale" del conservatorismo americano, pubblicato nel 1948 da Richard Weaver, uno storico dell'Università di Chicago. La visione di Weaver, sostiene Field, era che "senza una metafisica trascendentale... non c'è nulla che limiti la turpitudine politica, e nessuna ragione per cui le persone debbano essere buone e sincere". Potremmo dubitarne; potremmo sottolineare che essere incerti su ciò che è giusto e sbagliato non ti rende certamente un nichilista. (In realtà, è probabilmente vero il contrario.) Tuttavia, da allora, molti intellettuali conservatori sono stati convinti che il "relativismo morale" sia un grave pericolo per la civiltà.


Se si presume, per qualsiasi ragione, che l'incertezza morale sia nichilismo, allora bisogna acquisire urgentemente una metafisica trascendente. Questo potrebbe significare rivolgersi ai Greci, o ai Romani, o alla Bibbia, o a qualche altra fonte di autorità, e affermare che qualsiasi cosa vi si trovi è una Verità Trascendentale con la V maiuscola. Sfortunatamente, poiché siamo bloccati nella modernità, è sempre possibile non essere d'accordo su ciò che è trascendente; è anche facile accogliere nuove astrazioni trascendenti nel proprio pantheon. E così qualcuno come l'influente provocatore di estrema destra Costin Alamariu – noto con lo pseudonimo di Bronze Age Pervert, o BAP – può proporre una versione alternativa della storia antica in cui gli uomini un tempo vivevano liberi, durante l'Età del Bronzo, ma ora sono intrappolati nella gabbia della "ginocrazia". Questa visione, delineata inl libro ampiamente letto "Bronze Age Mindset" non è certo metafisica. Ma può essere facilmente aggiunta a un repertorio di idee astratte che sembrano, ad alcuni, essere in qualche modo con la V maiuscola. (Vance segue Bronze Age Pervert su X.)


È vero con la V minuscola che, oggi, gli uomini affrontano molte sfide, tra cui i cambiamenti nel
mercato del lavoro e nelle norme culturali sulla mascolinità. Dovrebbe essere possibile parlare di queste sfide in termini diretti, concreti e reali. Ma se la testa è piena di astrazioni, è allettante usarle. Il percorso dalla "ginocrazia" dell'Età del Bronzo alle "gattare senza figli" può essere piuttosto breve, e la presenza dell'idea astratta può trasformare le questioni concrete in quelle che sembrano
crisi di valore catastrofiche. La realtà non conta; le astrazioni sì. Eppure, a quanti elettori di Trump interessano le stesse astrazioni degli intellettuali della Nuova Destra? Quanti vogliono solo generi alimentari più economici, appartamenti vuoti e lavori dignitosi?


Un filo conduttore in "Furious Minds" è la frequenza con cui la Nuova Destra afferma semplicemente verità in termini eterni, senza giustificazioni o argomentazioni, e la soddisfazione che ne trae. Queste presunte verità, una volta affermate, servono da giustificazione per ulteriori affermazioni, creando una performance di certezza su ciò che è Vero. Eppure questa performance supera rapidamente la realtà evidente. Il giurista, teorico politico e membro del partito nazista Carl Schmitt sosteneva che esiste uno "stato di eccezione" durante il quale un leader può, e forse deve, aggirare l'ordine costituzionale per poter salvare la nazione; alcuni esponenti della Nuova Destra hanno fuso questa idea con la nozione di "Cesarismo", sostenendo che il Paese ha bisogno di un "Cesare Rosso". ("Se dobbiamo avere Cesare, chi volete che sia?" chiese Michael Anton, che avrebbe poi contribuito come coautore del Progetto 2025, nel 2016). Ma uno "stato di eccezione" è una cosa reale? Anche se lo fosse, ci viviamo? Gli elettori credono in queste cose, o almeno ne sono a conoscenza? La Nuova Destra si comporta come se fosse tutto perfettamente ovvio. ("Sovrano è colui che decide sull'eccezione", scrisse Schmitt nel 1922. "Colui che salva il suo Paese non viola alcuna legge", ha scritto Trump sui social quest'anno.)


Non sorprende scoprire che il tessuto intellettuale del trumpismo sia sottile. Ciò che è forse sorprendente è il grado in cui la Nuova Destra, attraverso le sue argomentazioni e il suo comportamento, ha confutato le proprie premesse. Nel 2019, in un celebre saggio congiunto intitolato "Contro il consenso morto", un gruppo di pensatori conservatori sosteneva che il liberalismo e il "conservatorismo consensuale" – quello vecchio stile – avevano "da tempo cessato di indagare sulle cose fondamentali"; avevano dato per scontate conclusioni errate sulla "natura e lo scopo della nostra vita comune". Promettevano di trasformare l'America in un luogo in cui i valori venivano presi sul serio – dove avremmo potuto chiederci, ad esempio, se "la società senz'anima dell'abbondanza individuale" fosse quella che desideravamo. Ma a quanto pare è il liberalismo che ti costringe a indagare sulle idee, proprio perché sono incerte, mutevoli e contestate. Nel mondo illiberale creato dal trumpismo, non devi chiedere – puoi semplicemente proclamare. Puoi cambiare in un attimo, dicendo o pensando qualsiasi cosa.


lunedì 1 dicembre 2025

LA MINACCIA DEL PARADISO

Ecco, anch’io, presente! (Ma in vent’anni, se qualcosa è cambiato, è cambiato in peggio)

 LA MINACCIA DEL PARADISO

(Michele Serra, Ok Boomer, il Post, oggi)

Cerco di essere mediamente comprensivo nei confronti delle persone con idee diverse dalle mie. Spesso, sorprendendo me stesso, ci riesco. Ma fatico a esserlo con i fanatici in genere, e non lo sono per niente con i fanatici religiosi, categoria di esseri umani di fronte ai quali non riesco a esercitare tolleranza: francamente li detesto, li considero una disgrazia per il genere umano, nemici mortali della ragione, della gentilezza e della convivenza.

Ogni volta che vedo in tivù i coloni israeliani (gli stessi che nella notte tra sabato e domenica hanno menato e derubato quattro volontari stranieri) spiegare che la Cisgiordania appartiene agli ebrei perché così sta scritto nella Bibbia; e in virtù di questa ottusa e antistorica lettura di una collazione di testi della tradizione arcaica ebraica, databile tra i trenta e i venti secoli fa, rubano le terre altrui, commettono violenza, e nel nome dei morti calpestano la vita materiale dei viventi; mi viene da pensare che se c’è una maniera vile di barare, al gioco della vita, è attribuire il proprio arbitrio, la propria violenza, la propria ferocia a Dio, ovvero a una autorità trascendente e come tale indiscutibile. Come dire: io sono solo l’umile esecutore della Sua volontà. È Lui il mandante.

Nella stessa identica risma metto l’imam radicale e il miliziano islamista che considerano impuro, e per questo eliminabile, chiunque non pratichi la loro religione; e il neo-cristiano americano che vuole cancellare Darwin e l’evoluzionismo perché l’intero creato è nato all’istante circa seimila anni fa; e per cui sostenere il contrario (ovvero: quanto appurato dalla scienza) deve essere oggetto di censura. Se fossi credente, valuterei con odio implacabile chi abusa della religione per ragioni di supremazia razziale o politica.
Più di vent’anni fa (nel 2004) scrissi per Repubblica l’articolo che segue. Ve lo ripropongo volentieri, anche in considerazione del fatto che, in vent’anni, la situazione non mi sembra migliorata. Anzi, è probabilmente peggiorata, perché ai fondamentalismi già detti si è aggiunto il nazionalismo russo-ortodosso che serve a Putin come ideologia di guerra.

“In un lungo e affollato dibattito televisivo sulla Passione di Mel Gibson, nel giorno di Pasqua, ho atteso invano che uno, almeno uno dei tanti contendenti rappresentasse anche il mio punto di vista: quello di un non credente. Inutilmente. Ulteriore sintomo che, nell'intreccio infocato della discussione sul mondo, l'invadenza delle fedi e dei fedeli è, in questo momento, travolgente e, se mi è concesso dirlo, opprimente. Non mi sento previsto, anzi, non sono previsto. Nelle discussioni delle scuole coraniche, se ebrei e cristiani debbano restare al mondo oppure sprofondare, non sono previsto. Alla chiamata alle armi del cristiano rinato Bush (e del cristiano rifatto Berlusconi), Dio è con il Pentagono, non solo non voglio, ma proprio non posso rispondere: non capisco la domanda. Nella nuova (?!) geopolitica etnico-confessionale che cerca di ridividere l'umanità secondo la decrepita antinomia Mori e Cristiani, davvero non compaio. E se una bomba islamista dovesse interrompere il mio distratto transito per le strade della mia città, nessun fanatico barbuto sarebbe autorizzato a iscrivermi nell'elenco dei crociati uccisi, e nessun devoto alla memoria di Lepanto potrebbe iscrivermi tra i martiri della fede: gli farei spedire una querela postuma.

Spiazzati, anzi sfrattati dal rinvigorire furibondo delle fedi religiose, noi senzadio siamo al margine di ogni discorso. Una parentesi vuota, forse perché la nostra indegnità è tale da renderci indegni perfino di essere nemico di qualcuno, forse perché ci danna la nostra vaga eppure sentita religione dell'uguaglianza tra gli umani, che ci costringe a essere, in qualche modo, amici di tutti. E così, quando leggiamo certi proclami che sortiscono dall'Islam più razzista, che annunciano morte alle altre due religioni di Abramo, la tentazione ilare di un sogghigno da imboscato (si sono dimenticati degli atei, forse la scampo!) cede presto il passo allo scoramento. Compaiono (giorni fa, a Napoli) manifesti del Cristo di Gibson guarniti di appelli neocrociati (e neofascisti) che invitano a vendicare armi in pugno il Nazareno. Per contraccolpo da undici settembre, negli Usa spopolano chiese e chiesette di reverendi reazionari, evangelizzatori del mondo in punta di Bibbia e di cannone.

Da Haider a Le Pen al cattolicesimo vandeano della Lega, molti europei rigettano l'idea che siano stati i Lumi e la Rivoluzione francese a darci diritto e libertà, e il revisionismo della destra italiana rivaluta le insorgenze sanfediste e fruga nel brigantaggio per scovarne il valore "popolare" e antiborghese dell'antistatalismo. Con un amico miscredente ci si chiedeva, con allegro malumore, se non siano maturi i tempi per organizzare una guerra santa degli atei. Ma, per la verità, già ebbe luogo, nel comunismo dell'Est, e fu non meno repressiva e catechistica di tutte le offensive confessionali. E finì male, come meritava, perché l'evangelizzazione atea è un ossimoro, e il proselitismo è in sé la proiezione dogmatica di un Principio al quale informare, con le buone o con le cattive, gli altri.

Dunque l’idea di organizzare gli atei ha un che di involontariamente chiesastico, di intruppato ed escludente. E tuttavia, bisognerà pure fare qualcosa, noi che visitiamo con uguale rispetto le cattedrali e le moschee, le sinagoghe e i templi indù. Noi che consideriamo l'accusa di "deicidio" agli ebrei, le feroci faide confessional-condominiali in Gerusalemme, o il revanscismo islamico in Europa, come vischiosi e folli cascami di tragedie arcaiche, morti che ghermiscono i vivi, vecchie ossa che mandano a crepare i ragazzi.
La tolleranza è un pensiero debole, non consente di colmare il vuoto identitario con l'attraente immutabilità delle certezze confessionali, delle tradizioni ispirate dal Cielo, soffiando su braci antichissime che ancora covano sotto la cenere. Soprattutto, la tolleranza non fornisce il conforto di un Nemico da odiare. Ma, santo cielo, sospesi come siamo sul baratro di nuove guerre di religione, bisognerà pure che la mediocre ragionevolezza degli agnostici trovi, e il più presto possibile, una sua voce udibile, una sua forma culturale e fors'anche politica, e reclami il suo posto in questo pandemonio di Verbi confliggenti. Non resta molto tempo, toni e volumi salgono, e non illudiamoci: il rumore delle bombe minaccia di coprire ogni voce tranquilla, ogni espressione di gentilezza. I tempi sono di ferro e sangue, e organizzare i disarmati e i tolleranti di tutti gli angoli del mondo, oltre che la sola via di scampo, è anche la cosa più difficile da fare, quando non si ha un Libro da brandire o un paradiso da promettere”.